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Italia: vizi e virtù. I socialisti al governo



In copertina: Annibale Carracci "il vizio e la virtù"

Italia: vizi e virtù
Eugenio Caruso
Impresa Oggi Ed.

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6. La nazionalizzazione dell'energia elettrica
Nel dicembre del 1962 è approvata la nazionalizzazione dell'energia elettrica. Viene coronata da successo la campagna, avviata nel 1955 dagli Amici del Mondo, e sostenuta successivamente da Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Pietro Nenni, Emilio Colombo, Enrico Mattei. Le società elettriche private avevano cercato di giocare la carta dell'innovazione e della ricerca nucleare, per mostrare che la loro non era una pura rendita di posizione, ma, alla fine, tra l'approccio programmatorio e quello di mercato, prevale il primo. Pianificazione e benefici sociali vengono preferiti a competizione e profitto, l'impostazione liberista del primo dopoguerra è abbandonata.
In quegli anni non è facile prevedere quale dei due sistemi sia migliore, così come, nella necessità di irrobustire il sistema economico, è difficile trovare il punto di equilibrio, tra mercato e sociale. Quel che appare subito certo è che, con la nomina a presidente dell'Enel del democristiano Vitantonio Di Cagno e a vice-presidente del socialista Luigi Grassini, inizia ufficialmente l'era delle lottizzazioni e dei boiradi nel sistema energetico nazionale.
La lottizzazione all'Enel ha caratteristiche precise; il consiglio di amministrazione è composto da soggetti espressione dei partiti di governo e di opposizione. A ciascun consigliere è affidata un'area di responsabilità, con tanto di deleghe, cosicché l'ente risulta articolato in tante sotto-aziende a capo di ciascuna delle quali si trova un consigliere con compiti molto vicini a quelli di un vero e proprio amministratore delegato; il capitalismo manageriale di stato per il nuovo Ente elettrico parte subito azzoppato.
Completata la nazionalizzazione dell'Enel viene deliberata la fusione per incorporazione nella Sip delle cinque società telefoniche concessionarie (Stipel, Telve, Timo, Teti e Set). L'operazione si concluderà nel 1994,infatti, dopo le incorporazioni di Italcable (servizi intercontinentali), Sirm (comunicazioni radiomarittime), Telespazio (collegamenti via satellite) e Iritel ( interurbane di lunga distanza e internazionali continentali), la Sip diventa l'unco gestore nazionale delle telecomunicazioni, prendendo la domenominazione di Telecom Italia. Sono state preparate un bel po’ di poltrone per i prossimi partner di governo: i socialisti.
7. I socialisti entrano "nella stanza dei bottoni"
Alle elezioni del 28 aprile 1963, la Dc perde voti a favore del Pli , che ha cavalcato la protesta per la nazionalizzazione delle imprese elettriche e per l'apertura allo Psi, il Pci sale a quota 25,3% e lo Psi subisce una leggera flessione (13,8%).
La Dc attribuisce la sconfitta al dinamismo riformatore di Fanfani, che si dimette, anche per le dure critiche di Saragat, che accusa Fanfani «di gravi errori di direzione politica»; la Dc pone condizioni allo Psi, in particolare chiede garanzie sulla difesa della proprietà privata. Nella notte tra il 16 e 17 giugno, a Nenni, viene a mancare la maggioranza del comitato centrale, per la ratifica dell'intesa con la Dc, cosicché la responsabilità del fallimento dell'intesa per realizzare il centro-sinistra ricade sui socialisti. In attesa del XXI congresso dello Psi viene pertanto varato il monocolore Leone "di transizione" (21/6/63-4/12/63).
Il 3 giugno '63 muore Giovanni XXIII, due anni prima della fine del Concilio Vaticano II. Dopo il "papa buono" i cardinali si assicurano un pontefice più tradizionalista e "cresciuto in curia". Viene eletto, infatti, Giovanni Battista Montini che prende il nome di Paolo VI; papa Montini con l'enciclica Humanae Vitae (1968) condannerà l'uso di qualsiasi forma di anticoncezionale e affermerà che con il Concilio Vaticano II nella Chiesa era entrato insieme «all'aria fresca, il fumo di satana».
I dorotei approfittano della sconfitta di Fanfani per cercare di appropriarsi della Rai; Granzotto, ostile al centro sinistra, viene nominato amministratore delegato, con il compito di neutralizzare Bernabei. Anche i socialisti vogliono la loro parte di potere e impongono un vicepresidente, prima Bassani, rivelatosi inadeguato ad affrontare le trappole della Rai, e poi Paolicchi. Bernabei si dimostra un osso duro, anche per i dorotei, crea un asse di ferro con Paolicchi e ristruttura completamente l'organizzazione dell'ente; alla televisione le direzioni vanno ai democristiani, le vicedirezioni ai socialisti, agli altri partiti alcune direzioni nella radio; il centro sinistra è ancora più forte, con il Tg1 di Fabiani, decisamente filocomunista. I dorotei, con Emilio Colombo al tesoro, si vendicano non concedendo l'aumento del canone richiesto per far fronte al forte aumento dei costi; Granzotto, abbandonato anche dai dorotei, rassegna le dimissioni.
Al congresso del partito socialista, l'asse Nenni-De Martino-Lombardi si ricompone; prevale la posizione di Nenni che privilegia la formulazione politica del centro-sinistra all'imposizione di un programma di riforme. Leone si dimette e le trattative per il centro-sinistra si concludono positivamente, il 23 novembre, nelle ore che seguono l'uccisione di Kennedy. Uno shock che sconvolge il mondo e che in Italia porta ad accelerare le trattative per il primo governo di centro-sinistra.
I socialisti, nel dicembre 1963, entrano, quindi, nel primo gabinetto Moro (Dc, Psi, Psdi, Pri), detto "di centro sinistra organico"(4/12/63-22/7/64); vice-presidente del consiglio è Nenni, Saragat è ministro degli esteri, il repubblicano Oronzo Reale è alla giustizia, Taviani agli interni, Andreotti alla difesa, Colombo al tesoro, Giolitti al bilancio. Il leader dei dorotei, Mariano Rumor, diventa segretario della Dc. Lo Psi perde la sua ala sinistra, che fonda il partito socialista di unità proletaria , e si attesta su una percentuale del 10%. La scissione della sinistra è in linea con la politica fratricida, frazionistica e dell’egoismo ideologico che caratterizza la storia del socialismo italiano; lo Psiup, inseguendo i miti dell'anti-capitalismo, accumulerà un piccolo patrimonio di voti, che servirà a tener in vita se stesso, ma condannerà lo Psi a giocare un ruolo minore nei riguardi della Dc .
L'ostilità al centro-sinistra da parte della destra Dc non si traduce in scissioni o in violazioni della disciplina di partito. La conferenza episcopale italiana, sostenuta da papa Montini, resta contraria al centro-sinistra, e riafferma l'inconciliabilità tra cattolicesimo e marxismo; anche Confindustria è ostile, ma, la sua azione si riduce a ottenere che ministro del tesoro sia, per molti anni, Emilio Colombo, vicino alle posizioni confindustriali.
Il progetto del centro-sinistra, del quale si è cominciato a parlare nel 1956, ha richiesto un periodo di incubazione lunghissimo; il tempo ha giocato a favore della Dc che ha rafforzato il suo potere e che, ora, è in grado di trattare con i socialisti da una posizione di forza, senza compromettere il rapporto con il capitale, mentre ha giocato contro lo Psi, che è uscito logorato dalla lunga attesa e che si accontenterà di essere cooptato nella spartizione del sottogoverno.
Inoltre, la nascita del primo governo Moro avviene in un periodo di cattiva congiuntura economica, i tempi non sono quindi propizi per avviare programmi di riforme. Da quel momento, e per circa un decennio, la politica economica sarà guidata dal governatore della Banca d'Italia, Guido Carli e dal ministro del tesoro, Emilio Colombo (la cosiddetta linea Colombo-Carli) e sarà una politica deflazionistica resa necessaria dagli inconvenienti derivanti dai rinnovi contrattuali del '62-'63. Un aspetto contraddittorio della politica dello Psi è che mentre a Roma è alleato alla Dc nelle amministrazioni locali, come Firenze e Bologna è alleato del Pci. Questo comportamento viene da molti italiani interpretato come una "fame di incarichi"; probabilmente, lo Psi pagherà questa cultura del doppiogioco in termini di credibilità, non riuscendo mai a superare la soglia del 15%, neanche nei ruggenti anni del craxismo.
Il Pci è ufficialmente contrario al centro-sinistra, che viene visto come un tentativo di dividere la classe operaia, ma Togliatti mostra il solito realismo, affermando che la formula politica è anche un'opportunità «per rompere il blocco conservatore» e, in occasione della fiducia al governo Fanfani, preannuncia un'opposizione morbida e costruttiva: i contatti e i giri di valzer tra Pci e sinistra Dc (Forze nuove e Sinistra di base) diventano sempre più frequenti.
Con la benedizione di John Kennedy e di Giovanni XXIII si realizza, quindi, l'antico progetto dell'incontro tra le masse cattoliche e quelle socialiste. La mancanza di un partito liberal-conservatore, capace di frenare la forza di attrazione della sinistra, resta un elemento di squilibrio della vita politica italiana, poiché i liberal-conservatori in Italia esistono, ma non c'è nessuno che reputi vantaggioso rappresentarli. La politica italiana dovrà soggiacere alla teoria della cosiddetta irreversibilità, che nega ogni possibile alternativa a una destra liberale e che conduce a quella che verrà chiamata la democrazia bloccata. Nel 1999, in un'intervista a Bruno Vespa su tangentopoli, D'Alema affermerà «Il problema non era la corruzione, ma la democrazia bloccata che genera corruzione. La corruzione era la febbre, la democrazia bloccata era la malattia che la genera».
7.1 I socialisti e l’impatto con il mondo dell’economia e delle imprese
Quando, nel 1963, i socialisti entrano nel governo il quotidiano confindustriale 24 Ore denuncia che gli imprenditori potrebbero «trovarsi di fronte a prospettive non dissimili da quelle dei loro colleghi cecoslovacchi, ungheresi e cinesi», mentre l'Avanti esce con il titolo «Da oggi ognuno è più libero». La realtà darà torto a entrambi, in particolare l'auspicio dell'Avanti si rivelerà presto solo un'illusione. Verso la fine degli anni sessanta inizierà infatti l'era del manuale Cencelli, che regolerà l'attribuzione di pezzi di stato ai partiti o alle correnti di partito; l'introduzione di un linguaggio, poi soprannominato politichese, segnerà la definitiva separazione tra la gente e la politica. La Dc, stroncando le resistenze di Ugo La Malfa, che credeva nell'industria di stato come elemento di rafforzamento dell'economia di mercato, e non come centro di potere, porta avanti la politica fanfaniana che intende le partecipazioni statali come strumenti di finanziamento dei partiti, politica che condurrà alle croniche perdite di bilancio dell'Iri e alla degenerazione dell'EGAM e dell'EFIM, degenerazioni che rasentarono il ridicolo se non fossero state tragiche; ai tecnocrati vengono preferiti i grand commis, il cui principale expertise è quello di saper curare i rapporti politici.
L'EGAM (Ente Gestione Attività Minerarie) era un ente pubblico nato nel 1958 con lo scopo di gestire tutte le produzioni minerarie italiane; in realtà rimase inoperante fino al 1971, quando, presieduto da Mario Einaudi, assunse il controllo di numerose aziende minerarie, soprattutto quelle già in orbita Montedison, che erano diventate di importanza marginale per il gruppo chimico; tra queste, si possono ricordare le miniere di zinco e piombo di Monteponi vicino a Iglesias e quelle di mercurio del Monte Amiata. Ma l’EGAM non si limitò ad operare nel settore minerario: acquisì il controllo dell'acciaieria Cogne di Aosta e del comparto siderurgico della Breda, e nel 1974 controllava 47 aziende con un totale di ben 32 mila dipendenti. La maggior parte delle attività marcate EGAM erano però in perdita, ed Einaudi si guadagnò dalla stampa l’appellativo di “mister deficit”. Einaudi era legato all’allora ministro delle Partecipazioni Statali Flaminio Piccoli e sembra che la rapidissima crescita dell’EGAM fosse finalizzata a creare un ente pubblico che Piccoli potesse utilizzare per guadagnare consensi nella lotta tra le varie correnti della DC. Nel 1976 però l’insolvenza della Villain e Fassio, una società acquisita dall’EGAM, provocò la rimozione di Einaudi dalla presidenza dell’Ente, che fu liquidato. Le sue attività minerarie furono rilevate dall’ENI, che le gestì fino ai primi anni ’90, le rimanenti attività confluirono nell’Iri; la sola operazione di liquidazione costò allo stato ben 550 miliardi di lire.
L'EFIM ("Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere") è stata una holding del sistema delle partecipazioni statali. Era nato nel 1962 come Ente Autonomo di Gestione per le Partecipazioni del Fondo di Finanziamento dell'Industria Meccanica (FIM), e cambiò nome nel 1967. In ordine di grandezza, l'EFIM fu la terza holding di proprietà dello stato italiano, collocata nel sistema delle "partecipazioni statali". Istituito nel 1962 per gestire le partecipazioni del menzionato FIM, l’EFIM diventò ben presto un ente polisettoriale attivo soprattutto nel Mezzogiorno. La situazione finanziaria dell’EFIM fu sempre precaria, a causa di un indebitamento finanziario che, negli anni ’80, era superiore al fatturato; a causa dei suoi investimenti diversificati senza una coerenza apparente ed alla sua politica di acquisizioni di aziende considerate poco appetibili dai privati o dagli altri enti statali, l’EFIM si guadagnò la fama di “ente spazzatura”. L’EFIM fu messo in liquidazione nel 1992. I debiti ammontavano a circa 18 mila miliardi di lire.
Il centro sinistra sarà ricordato come il periodo delle occasioni mancate: nella moralizzazione dell'ambiente politico, nell'opportunità di intraprendere cambiamenti in senso nord-europeo, nei rapporti di lavoro, nei meccanismi di partecipazione democratica, nel welfare state.
La situazione politico.economica ricorda quella della fine ottocento, quando si fecero avanti sulla scena politica i grandi movimenti di massa, il socialismo, che voleva cambiare lo stato perché borghese, e il cattolicesimo, che lo voleva cambiare perché laico. Nel 1876, caduta la destra storica, tre giorni dopo che Minghetti aveva annunciato al Paese il pareggio del bilancio dello stato, si chiude il tempo degli uomini onesti e fedeli agli ideali del risorgimento, e quello della politica del libero scambio, voluta da Cavour.
Si apre, invece, con la rivoluzione parlamentare di Depretis, la stagione del protezionismo economico, che condurrà al ristagno nell'industria e all'arretratezza nell'agricoltura, e dell'assistenzialismo, che creerà ben presto una questione finanziaria. Si apre la stagione delle manipolazioni prefettizie nelle competizioni elettorali, del clientelismo politico, della meridionalizzazione della pubblica amministrazione, del colonialismo al servizio di precisi interessi mercantili, della corruzione e del trasformismo, del consociativismo ante-litteram, tanto da far dire al famoso meridionalista Giustino Fortunato che destra e sinistra «non erano più se non due nomi, i quali non significavano se non gruppi, che nessuna idea divideva e nessuna tendenza allontanava».
Nel 1962 si apre la stagione del centro-sinistra che rompe il legame con gli ideali della ricostruzione, del rigore einaudiano e di una politica "onesta" e conduce l'Italia repubblicana alla concentrazione della grande industria nella mano pubblica, all'avvio delle politiche economiche inflattive, all'illiceità nell'amministrazione dello stato e all'appiattimento della cultura e dell'informazione. Una parte di responsabilità dell'immobilismo del centro-sinistra va attribuita al capitalismo italiano, che fa di tutto per indebolire l'azione di governo; fuga di capitali, crisi della borsa, riduzione degli investimenti sono duri colpi portati al centro-sinistra. L'opposizione a un'efficace politica di riforme e i costanti rigurgiti reazionari trovano, inoltre, terreno fertile nella burocrazia dello stato, per la quale democrazia e riforme sono concetti poco congeniali (Ginsborg, 1989); giova ricordare che, ancora nel 1973, il 95% dei funzionari di grado superiore è entrato in servizio durante il fascismo. L'ingresso dei socialisti al governo porterà gradualmente il Paese al baratro di un debito pubblico che graverà sulle generazioni future.
Quando, negli anni '60, il sindacato, sospinto dalla base che richiede aumenti salariali, viene "riportato dentro le fabbriche", si trova impreparato a gestire in modo corretto il proprio ruolo; non è capace di valutare la necessità di bilanciare le richieste con i vincoli della competitività e con la tipologia delle imprese e accetta ogni forma di corporativismo. La correttezza della trattativa sindacale viene anche inquinata dal frazionamento del fronte padronale, che vede, sistematicamente, le partecipazioni statali chiudere le trattative con l'accoglimento delle rivendicazioni sindacali. Nel '63, si verifica una prima battuta d'arresto dell'espansione economica post-bellica, causata dalle rivendicazioni salariali, dalla forte crescita dei consumi che porta i prezzi al rialzo e dal peggioramento della bilancia dei pagamenti.
Nel '69, la protesta operaia nasce dalla necessità di trasferire anche ai lavoratori parte del reddito di cui avevano fino ad allora beneficiato le imprese, ma, successivamente, la forte spinta al salario, diventato una sorta di variabile indipendente del sistema economico, e la cattiva politica monetaria del governo, saranno la causa di un'iperinflazione, che arriverà, negli anni settanta, a superare il 20%. Di converso gli scioperi "dell'autunno caldo" del 1969, che pur raggiungono un'asprezza senza precedenti, spingono Cgil, Cisl e Uil, sia all'unitarietà dell'azione sindacale, sia ad allentare, in parte, i legami con i partiti elementi che producono complessivamente un miglioramento delle relazioni industriali.

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Eugenio Caruso 9 luglio-2018


Tratto da

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www.impresaoggi.com