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Dante Purgatorio Canto XXXIII. In onore del 700° anniversario di Dante.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

INTRODUZIONE
Concludo la Cantica del Purgatorio, in questo 700° anniversario della morte, con una esortazione LEGGETE DANTE.

Il Canto XXXIII del Purgatorio conclude la «sacra rappresentazione» che ha avuto inizio con l'ingresso di Dante nell'Eden e più in particolare costituisce un epilogo alla vicenda allegorica del carro che è stata al centro del Canto precedente, attraverso le parole oscure di Beatrice che profetizza la venuta di un messo di Dio.
L'inizio si ricollega al finale del Canto XXXII, quando il gigante aveva trascinato via il carro simboleggiando l'inizio della cosiddetta cattività avignonese: le sette donne-virtù cantano piangendo il Salmo 'Deus, venerunt gentes', che era dedicato alla profanazione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, mentre il trasferimento della sede papale ad Avignone viene interpretato da Dante quale atto sacrilego compiuto da Filippo il Bello rappresentato dal gigante.

beatrice 6
Dante incontra Beatrice lungo le rive dell'Arno, di Henry Holiday


Beatrice è paragonata a Maria dolente ai piedi della Croce, in quanto è afflitta per la violenta lacerazione avvenuta in seno alla Cristianità, e usa le parole di Gesù all'Ultima Cena quando dice che di lì a poco non la si vedrà più, mentre riapparirà dopo qualche tempo. È improbabile che tale affermazione sia da riferire al significato allegorico di Beatrice come teologia, mentre si pensa che la donna parli della sede papale destinata a lasciare Roma e poi a tornare, anche se è difficile dire che Dante, qui, profetizzi un pronto ritorno del pontefice in Italia (la sede papale tornerà a Roma solo nel 1377).
Certo questa oscura affermazione di Beatrice, che usa un linguaggio denso di significato sacro, anticipa la profezia che occuperà i versi seguenti e che prelude, forse, un generale ristabilimento della giustizia.
Subito dopo, la processione si rimette in marcia, con le sette donne che aprono il corteo e tutti gli altri a seguire, mentre Beatrice invita Dante ad avvicinarsi per poter meglio ascoltare le sue parole. Il discorso di Beatrice occupa tutta la parte centrale del Canto e mostra il personaggio nello stesso atteggiamento che vedremo nel Paradiso, ovvero di guida e maestra del poeta che sarà spesso invitato a domandare spiegazioni per sciogliere i suoi dubbi in materia dottrinale (qui la donna esorta bruscamente Dante a lasciare ogni timore e vergogna, dovuti in precedenza all'ammissione del suo peccato, e a non parlare più come un uomo che vaneggia).
La prima parte del discorso di Beatrice è l'oscura profezia della punizione divina che si abbatterà contro i responsabili della corruzione della Chiesa, indicata come il vaso (il carro della processione simbolica) rotto dal serpente rappresentato dal drago: il carro, dice Beatrice, fu e non è (sono le parole con cui l'Apocalisse parla della bestia in cui il carro si è tramutato nel Canto precedente), in quanto la Chiesa pervasa dalla corruzione è come inesistente, ma presto Dio colpirà chi ha colpa di questo in modo inesorabile.
Beatrice preannuncia la venuta di un inviato di Dio, il cinquecento dieci e cinque destinato a occupare la sede vacante dell'Impero e a uccidere la prostituta e il gigante che mercanteggia con lei, quindi, fuor di metafora, a sconfiggere la monarchia francese e a ristabilire la giustizia, stroncando la corruzione che affligge la Curia pontificia.
Le parole della donna sono troppo oscure per stabilire chi possa celarsi dietro questo misterioso «DXV», ma l'accenno all'aquila che non resterà a lungo sanza eredi fa pensare che si tratti di un imperatore destinato a ricondurre l'Italia e Roma sotto il suo dominio, forse quell'Arrigo VII di Lussemburgo che nel 1310-1313 fu protagonista di un tentativo sfortunato (tale ipotesi verrebbe avvalorata dalla certezza, che però non abbiamo, che questo Canto sia stato composto da Dante in quel periodo e dunque prima della morte del sovrano nel 1313).
Al di là dell'identificazione del personaggio è certo che Dante attribuiva le cause del disordine politico e morale del suo tempo soprattutto alla mancanza di un'autorità imperiale in Italia e alla dilagante corruzione ecclesiastica, che aveva raggiunto il culmine proprio nella cattività avignonese; chiunque sia il «DXV», pare ovvio che da lui il poeta si aspettasse un profondo rinnovamento politico e sociale, nonché il ristabilimento della giustizia fino a quel momento calpestata dai potenti per la loro avidità, per cui la profezia di Beatrice suona come l'annuncio di una dura punizione per tutti coloro che avevano offeso la giustizia divina (in questo senso la donna esorta Dante a trascrivere tutto nel poema e, in particolare, a descrivere la doppia spoliazione dell'albero simbolico, a opera di Adamo e, probabilmente, del gigante, cioè della monarchia di Francia).
Il discorso di Beatrice si fa a questo punto più oscuro e allusivo, con un linguaggio denso di richiami scritturali che ha la funzione di far capire a Dante l'insufficienza della dottrina filosofica da lui seguita in passato: la donna spiega che l'albero è capovolto rispetto alle piante terrene in quanto simboleggia la giustizia divina, che ha la sua origine in Cielo e che nessuno dovrebbe danneggiare offendendo Dio, e Dante lo capirebbe da solo se il suo ingegno non fosse ottenebrato e indurito dai suoi precedenti vaneggiamenti, con un riferimento al «traviamento» intellettuale che gli ha rimprovetato nei Canti XXX e XXXI.
Beatrice afferma che tali pensier vani hanno offuscato l'ingegno di Dante come l'acqua calcarea del fiume Elsa e l'hanno oscurato come il sangue di Piramo aveva mutato il colore dei frutti del gelso; aggiunge che Dante dovrà conservare un'immagine sommaria delle cose da lei dette, come il pellegrino in Terrasanta porta una frasca di palma sul bordone in ricordo del suo pellegrinaggio. Dante chiede a Beatrice come mai le sue parole siano così ardue a comprendersi e la risposta di Beatrice sottolinea l'enorme distanza che c'è tra la dottrina seguita da Dante in precedenza e la teologia, indicando il peccato di Dante come un allontanamento dalla teologia la quale dovrà, d'ora in avanti, fornire al poeta ogni risposta alla sua sete di conoscenza (si veda a riguardo la Guida al Canto XXX). Il fatto che Dante non ricordi questo «tradimento» di Beatrice è significativo, poiché l'acqua del Lete ne ha cancellato il ricordo e ciò dimostra che si trattava di una condotta peccaminosa, come dal fummo foco s'argomenta.
Il Canto si conclude con l'arrivo alla fonte da cui sgorgano Lete e Eunoè, paragonati a Tigri ed Eufrate che secondo il libro della Genesi scorrevano essi pure nel Paradiso Terrestre, e dei quali il poeta non si ricorda perché, a detta di Beatrice, la sua attenzione è stata assorbita da altro, forse dalla processione simbolica. Beatrice incarica Matelda (nominata qui per la prima e unica volta) di condurre Dante e Stazio all'acqua dell'Eunoè, come la donna è solita fare, perché bevendo da essa si rafforzi la memoria del bene compiuto e si perfezioni il rito di purificazione che prelude all'ascesa in Paradiso: la fine della Cantica coincide con un'elegante preterizione, con la quale Dante rimpiange di non avere maggiore spazio da dedicare alla descrizione del gusto dell'acqua del fiume che mai lo sazierebbe, mentre ormai la cantica seconda è giunta al termine e lo fren de l'arte non gli permette di procedere oltre. Gli ultimi versi del Purgatorio descrivono il ritorno di Dante dal fiume sacro totalmente purificato dai suoi peccati, attraverso la replicazione piante novelle / rinovellate di novella fronda e la similitudine della pianta che a primavera si è ricoperta di nuovi fiori, forse con un riferimento al paesaggio desolato della selva iniziale, mentre il poeta è ormai puro e disposto a salire a le stelle.
La profezia del «DXV»
È, assieme a quella del «veltro» del Canto I dell'Inferno, la più oscura del poema e ha con quella più di un'analogia, dal momento che entrambe preannunciano la venuta di un personaggio che dovrà ristabilire la giustizia sulla Terra e si collocano, simmetricamente, all'inizio e alla fine rispettivamente della I e della II Cantica della Commedia. Secondo molti commentatori il «veltro» e il «DXV» sarebbero in realtà la stessa persona, anche se la prima profezia è molto più indeterminata e indica soltanto che questo personaggio dovrà scacciare la lupa dal mondo, senza fornire ulteriori dettagli che consentano la sua identificazione; il «DXV» viene invece messo in relazione all'aquila imperiale che, si dice, non resterà a lungo senza eredi, per cui pare che il personaggio indichi un imperatore, destinato a ristabilire il suo dominio sull'Italia e a sconfiggere la monarchia francese, eventualmente riportando la sede papale da Avignone a Roma. Molti hanno naturalmente pensato ad Arrigo VII di Lussemburgo che fu protagonista di una sfortunata discesa in Italia nel 1310-1313 e al quale Dante indirizzò l'Epistola VII nel 1311 (dai toni molto simili a quelli della profezia), anche se ignoriamo la data di composizione del Canto XXXIII del Purgatorio; può darsi che all'epoca il sovrano fosse ancora vivo e che in seguito, dopo la sua morte nel 1313, Dante non abbia sentito l'esigenza di modificare la profezia per il suo carattere oscuro, confidando nell'avvento di un altro personaggio in grado di realizzare l'opera non riuscita all'imperatore. Vari studiosi hanno pensato a Cangrande della Scala, già associato alla profezia del «veltro» ed esaltato da Cacciaguida nel suo discorso di Par., XVII, 76-93, per quanto il fatto di essere vicario imperiale non autorizza forse a indicarlo come erede dell'aquila della processione di Purg., XXXII. La scelta di indicare il messo di Dio con la formula cinquecento diece e cinque rimanda probabilmente all'Apocalisse, dove ad esempio Nerone viene indicato col numero «666» poi associato all'Anticristo: moltissime sono state le interpretazioni da parte degli studiosi, a cominciare da quella ovvia che considera il numero romano «DXV» come anagramma di «DVX» (dux, «condottiero») e lo riferisce appunto a un imperatore destinato a una vittoriosa crociata contro la monarchia francese o i Comuni ribelli dell'Italia settentrionale. Alcuni hanno considerato il numero 515 cercandovi vari significati, incluso quello secondo cui 515 + 800 (l'anno della craazione del Sacro Romano Impero) = 1315, l'anno in cui secondo le profezie gioachimite ci sarebbe stata la redenzione della Chiesa; altri hanno visto in «DXV» un acrostico del tipo Domini Xristi Vertagus («levriero del signore Gesù Cristo»), Domini Xristi Vicarius («vicario del signore Gesù Cristo»), mentre alcuni hanno pensato addirittura allo stesso Dante (Dante Xristi Vertagus, interpretazione quanto meno originale). Quale che sia l'identificazione corretta, questione sulla quale esiste una vasta letteratura critica e che è destinata forse a restare insoluta, resta la sostanza della profezia messa in bocca a Beatrice che è parte della coraggiosa denuncia del poeta contro la corruzione e la degenerazione del suo tempo, nonché la fede incrollabile nell'avvento di un personaggio inviato da Dio a rimettere le cose a posto e assicurare al mondo la giustizia, tema che sarà ripreso nei Canti centrali del Paradiso e che costituisce il motivo ricorrente dell'intero poema. È significativo che il percorso di redenzione di Dante, che ha attraversato i primi due regni dell'Oltretomba mostrando tutto il male del mondo, si concluda in certo modo con questa profezia, che per quanto oscura dichiara la fiducia del poeta in una prossima palingenesi politica e morale, desiderio forse utopistico ma che nasce dal profondo rammarico per la degenerazione cui l'Italia del primo Trecento era giunta e contro la quale Dante leva fortissima la sua protesta e la sua denuncia.
Note
- Il v. 1 cita il versetto iniziale del Salmo LXXVIII, Deus, venerunt gentes in hereditatem tuam, polluerunt templum sanctum tuum («O Dio, i Gentili sono penetrati nella tua eredità, hanno profanato il tuo sacro Tempio»); Dante paragona la distruzione del Tempio di Gerusalemme a opera del re babilonese Nabucodonosor del 587 a.C. alla cattività avignonese.
- I vv. 10-12 attribuiscono a Beatrice le parole pronunciate da Gesù nell'Ultima Cena (Ioann., XVI, 16): Modicum, et iam non videbitis me, et iterum modicum, et videbitis me quia vado ad Patrem («Ancora un poco, e non mi vedrete più; e un altro poco, poi mi vedrete di nuovo, poiché vado al Padre mio»). I vv. 10 e 12 hanno una scansione irregolare, a meno di non accentare fortemente et.
- Il savio che ristette (v. 15) è Stazio, rimasto con Dante a differenza di Virgilio che se ne è andato.
- I vv. 16-18 indicano che Beatrice si rivolge a Dante prima di compiere il decimo passo, quindi dopo averne fatti nove (il numero è simbolico e forse rimanda alla Vita nuova in cui nove è il numero di Beatrice).
- L'espressione fu e non è (v. 35) è ripresa da Apoc., XVII, 8: bestia, quam vidisti, fuit et non est, dove la «bestia» è lo stesso mostro in cui si è tramutato il carro della Chiesa nel Canto XXXII. Dante intende dire che la Chiesa, pervasa dalla corruzione, è come inesistente.
- Il v. 36 (che vendetta di Dio non teme suppe) è stato interpretato nei modi più vari, per il senso non chiaro di suppe: i commentatori antichi citavano un'usanza per cui l'omicida che avesse mangiato una zuppa sulla tomba dell'ucciso per nove giorni consecutivi era certo di scampare la punizione; altri hanno pensato a un rito dei re francesi che si facevano giurare fedeltà dai vassalli con un pezzo di pane intriso nel vino; altri ancora, tra cui Pietro di Dante, hanno inteso suppa come offa e hanno interpretato il messo di Dio come il veltro, che non potrà essere ammansito con una focaccia come nel caso di Cerbero (il veltro era appunto un cane da caccia). Il senso generale è che la punizione divina non può essere evitata.
- Al v. 44 fuia significa propriamente «ladra» ed è riferito alla prostituta, con allusione alla Curia papale corrotta e degenere.
- Al v. 48 il vb. attuia vuol dire probabilmente «affatica l'intelletto».
- Le Naiade del v. 49 sono le Naiadi, le ninfe boscherecce del mito classico che non sono mai descritte come scioglitrici di enigmi. Qui Dante segue un passo di Ovidio (Met., VII, 759 ss.) in cui si legge Carmina Laiades non intellecta priorum / solverat ingeniis («Edipo, figlio di Laio, aveva risolto l'enigma prima non compreso da alcun ingegno»), ma che alcuni codd. medievali corrotti leggevano Carmina Naiades, da cui l'equivoco. Nel testo ovidiano, poi, Temi (dea della giustizia) vendica la morte della Sfinge determinata dallo scioglimento dell'enigma inviando una belva che fa strage delle greggi tebane: nel Medioevo, invece, Temi era stata identificata con una profetessa in gara con la Sfinge, che si sarebbe vendicata del disprezzo dei Tebani che si rivolgevano appunto alle Naiadi per sciogliere gli enigmi.

naiade
Una Naiade ed Ercole di J.W. Waterhouse


- Al v. 67 Beatrice cita l'acqua del fiume Elsa, affluente dell'Arno, che è particolarmente calcarea e incrosta gli oggetti che vi restano immersi; la donna intende dire che i pensier vani seguiti da Dante hanno offuscato e indurito il suo ingegno.
- L'agg. smorta (v. 109) può significare «attenutata», in quanto in quel punto i raggi del sole penetrano debolmente tra i rami, oppure «cupa».
- I fiumi Tigri ed Eufrate (v. 112) scorrevano insieme al Gehon e al Phison nell'Eden, secondo Gen., II, 10-14, tutti nati da una stessa fonte; qui servono a Dante solo come paragone.
- Al v. 119 Matelda è direttamente nominata per la prima e unica volta nella Cantica.
- Al v. 135 l'avv. donnescamente vuol dire «con grazia signorile» ed è l'unica occorrenza del poema.
- Il v. 145 che chiude il Purgatorio termina con la parola stelle, come l'ultimo di Inferno (XXXIV, 139) e Paradiso (XXXIII, 145).

TESTO

Deus, venerunt gentes’, alternando 
or tre or quattro dolce salmodia, 
le donne incominciaro, e lagrimando;                            3

e Beatrice sospirosa e pia, 
quelle ascoltava sì fatta, che poco 
più a la croce si cambiò Maria.                                         6

Ma poi che l’altre vergini dier loco 
a lei di dir, levata dritta in pè, 
rispuose, colorata come foco:                                          9

Modicum, et non videbitis me
et iterum, sorelle mie dilette, 
modicum, et vos videbitis me’.                                        12

Poi le si mise innanzi tutte e sette, 
e dopo sé, solo accennando, mosse 
me e la donna e ‘l savio che ristette.                              15

Così sen giva; e non credo che fosse 
lo decimo suo passo in terra posto, 
quando con li occhi li occhi mi percosse;                     18

e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», 
mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, 
ad ascoltarmi tu sie ben disposto».                               21

Sì com’io fui, com’io dovea, seco, 
dissemi: «Frate, perché non t’attenti 
a domandarmi omai venendo meco?».                        24

Come a color che troppo reverenti 
dinanzi a suo maggior parlando sono, 
che non traggon la voce viva ai denti,                             27

avvenne a me, che sanza intero suono 
incominciai: «Madonna, mia bisogna 
voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».                   30

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna 
voglio che tu omai ti disviluppe, 
sì che non parli più com’om che sogna.                       33

Sappi che ‘l vaso che ‘l serpente ruppe 
fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda 
che vendetta di Dio non teme suppe.                             36

Non sarà tutto tempo sanza reda 
l’aguglia che lasciò le penne al carro, 
per che divenne mostro e poscia preda;                       39

ch’io veggio certamente, e però il narro, 
a darne tempo già stelle propinque, 
secure d’ogn’intoppo e d’ogni sbarro,                           42

nel quale un cinquecento diece e cinque, 
messo di Dio, anciderà la fuia 
con quel gigante che con lei delinque.                          45

E forse che la mia narrazion buia, 
qual Temi e Sfinge, men ti persuade, 
perch’a lor modo lo ‘ntelletto attuia;                               48

ma tosto fier li fatti le Naiade, 
che solveranno questo enigma forte 
sanza danno di pecore o di biade.                                 51

Tu nota; e sì come da me son porte, 
così queste parole segna a’ vivi 
del viver ch’è un correre a la morte.                               54

E aggi a mente, quando tu le scrivi, 
di non celar qual hai vista la pianta 
ch’è or due volte dirubata quivi.                                       57

Qualunque ruba quella o quella schianta, 
con bestemmia di fatto offende a Dio, 
che solo a l’uso suo la creò santa.                                60

Per morder quella, in pena e in disio 
cinquemilia anni e più l’anima prima 
bramò colui che ‘l morso in sé punio.                           63

Dorme lo ‘ngegno tuo, se non estima 
per singular cagione esser eccelsa 
lei tanto e sì travolta ne la cima.                                      66

E se stati non fossero acqua d’Elsa 
li pensier vani intorno a la tua mente, 
e ‘l piacer loro un Piramo a la gelsa,                             69

per tante circostanze solamente 
la giustizia di Dio, ne l’interdetto, 
conosceresti a l’arbor moralmente.                               72

Ma perch’io veggio te ne lo ‘ntelletto 
fatto di pietra e, impetrato, tinto, 
sì che t’abbaglia il lume del mio detto,                          75

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, 
che ’l te ne porti dentro a te per quello 
che si reca il bordon di palma cinto».                            78

E io: «Sì come cera da suggello, 
che la figura impressa non trasmuta, 
segnato è or da voi lo mio cervello.                                81

Ma perché tanto sovra mia veduta 
vostra parola disiata vola, 
che più la perde quanto più s’aiuta?».                          84

«Perché conoschi», disse, «quella scuola 
c’hai seguitata, e veggi sua dottrina 
come può seguitar la mia parola;                                   87

e veggi vostra via da la divina 
distar cotanto, quanto si discorda 
da terra il ciel che più alto festina».                                90

Ond’io rispuosi lei: «Non mi ricorda 
ch’i’ straniasse me già mai da voi, 
né honne coscienza che rimorda».                                93

«E se tu ricordar non te ne puoi», 
sorridendo rispuose, «or ti rammenta 
come bevesti di Letè ancoi;                                             96

e se dal fummo foco s’argomenta, 
cotesta oblivion chiaro conchiude 
colpa ne la tua voglia altrove attenta.                             99

Veramente oramai saranno nude 
le mie parole, quanto converrassi 
quelle scovrire a la tua vista rude».                              102

E più corusco e con più lenti passi 
teneva il sole il cerchio di merigge, 
che qua e là, come li aspetti, fassi,                              105

quando s’affisser, sì come s’affigge 
chi va dinanzi a gente per iscorta 
se trova novitate o sue vestigge,                                   108

le sette donne al fin d’un’ombra smorta, 
qual sotto foglie verdi e rami nigri 
sovra suoi freddi rivi l’Alpe porta.                                   111

Dinanzi ad esse Eufratès e Tigri 
veder mi parve uscir d’una fontana, 
e, quasi amici, dipartirsi pigri.                                        114

«O luce, o gloria de la gente umana, 
che acqua è questa che qui si dispiega 
da un principio e sé da sé lontana?».                          117

Per cotal priego detto mi fu: «Priega 
Matelda che ‘l ti dica». E qui rispuose, 
come fa chi da colpa si dislega,                                    120

la bella donna: «Questo e altre cose 
dette li son per me; e son sicura 
che l’acqua di Letè non gliel nascose».                      123

E Beatrice: «Forse maggior cura, 
che spesse volte la memoria priva, 
fatt’ha la mente sua ne li occhi oscura.                       126

Ma vedi Eunoè che là diriva: 
menalo ad esso, e come tu se’ usa, 
la tramortita sua virtù ravviva».                                       129

Come anima gentil, che non fa scusa, 
ma fa sua voglia de la voglia altrui 
tosto che è per segno fuor dischiusa;                          132

così, poi che da essa preso fui, 
la bella donna mossesi, e a Stazio 
donnescamente disse: «Vien con lui».                        135

S’io avessi, lettor, più lungo spazio 
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte 
lo dolce ber che mai non m’avrìa sazio;                       138

ma perché piene son tutte le carte 
ordite a questa cantica seconda, 
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.                              141

Io ritornai da la santissima onda 
rifatto sì come piante novelle 
rinnovellate di novella fronda, 

puro e disposto a salire alle stelle.                               145

PARAFRASI

Le donne iniziarono a intonare un dolce canto, piangendo e alternandosi (prima le tre e poi le quattro), dicendo: 'O dio, sono venuti i Gentili';

e Beatrice le ascoltava, sospirando devota, con aspetto tale che Maria trasfigurò in modo simile ai piedi della croce.

Ma dopo che le altre donne lasciarono che fosse lei a parlare, alzatasi in piedi, rispose rossa di sdegno:

'Ancora un poco, e non mi vedrete più; e un altro poco, sorelle mie care, mi vedrete di nuovo'.

Poi le fece andare tutte e sette di fronte a sé, e con un cenno indusse me, Matelda e il saggio che era rimasto (Stazio) a seguirla.

Così procedeva; e non credo che avesse compiuto il decimo passo, quando puntò il suo sguardo su di me;

e con aspetto sereno mi disse: «Vieni più in fretta, così che, se ti parlo, tu sia ben disposto ad ascoltarmi».

Non appena mi fui avvicinato, come dovevo, mi disse: «Fratello, perché non mi rivolgi delle domandi mentre cammini con me?»

Come avviene a coloro che sono troppo rispettosi parlando di fronte a un loro superiore, per cui non emettono una voce sicura, così capitò a me, che iniziai a mormorare: «Mia signora, voi conoscete i miei desideri e ciò che si addice ad essi».

E lei a me: «Voglio che ormai tu ti liberi da timore e vergogna, in modo da non parlare più in modo confuso.

Sappi che il vaso (il carro della Chiesa) che il serpente (il drago) ha rotto è come se non esistesse più; ma chi è colpevole di questo, creda che la vendetta di Dio sarà inesorabile.

L'aquila che ha lasciato le penne nel carro, che per questo è diventato un mostro e poi preda del gigante, non sarà sempre senza eredi;

infatti io vedo sicuramente, e perciò lo racconto, che è vicina una costellazione, al riparo da ogni ostacolo e da ogni sbarramento, che darà al mondo un'epoca in cui un cinquecento dieci e cinque (DXV), inviato di Dio, ucciderà la meretrice e quel gigante che traffica con lei.

Forse il mio racconto oscuro, simile a quello di Temi o della Sfinge, non ti convince molto, perché affatica il tuo intelletto come facevano loro (con responsi sibillini);

ma ben presto le Naiadi scioglieranno coi fatti questo difficile enigma, senza danno di pecore o biade.

Tu prendi nota; e riferisci a coloro che vivono sulla Terra e sono destinati alla morte queste parole, così come io te le dico.

E ricordati, quando le scriverai, di non omettere come hai visto la pianta che qui ora è stata spogliata due volte.

Chiunque depredi o danneggi quella pianta, di fatto offende in modo sacrilego Dio, il quale la creò sacra solo per i Suoi fini.

Per aver mangiato i suoi frutti, il primo uomo (Adamo) desiderò nella pena e nel desiderio per più di cinquemila anni colui (Cristo) che riscattò con la sua morte questo peccato.

Il tuo ingegno vaneggia se non comprende che la pianta è così alta e capovolta per una ragione eccezionale.

E se i pensieri vani intorno alla tua mente non l'avessero indurita come fanno le acque del fiume Elsa, e se il loro compiacimento non avesse offuscato il tuo intelletto come Piramo fece col gelso, solo grazie a queste circostanze capiresti che la giustizia di Dio è il significato simbolico dell'albero, cioè per il divieto di morderlo.

Ma poiché vedo che il tuo intelletto è come pietrificato e, così fatto, è oscurato, per cui la luce delle mie parole ti abbaglia, voglio che tu conservi un'immagine sommaria di ciò che ti ho detto, se non un ricordo preciso, come il pellegrino conserva una frasca di palma sul suo bastone».

E io: «Il mio cervello è ora segnato da voi come la cera è impressa dal sigillo, in modo tale che non muta la sua figura.

Ma perché la vostra parola desiderata da me vola tanto al di sopra del mio intelletto, che quanto più cerca di seguirla tanto meno la comprende?»

Disse: «Perché tu riconosca quella scuola che hai seguito e capisca che la sua dottrina è insufficiente a seguire le mie parole;

e perché tu veda che la sapienza umana dista da quella divina tanto quanto la Terra è lontana dal Cielo che si muove più in alto (il Primo Mobile)».

Allora le risposi: «Non ricordo di essermi mai allontanato da voi, né la coscienza mi rimorde per questo».

Lei rispose sorridendo: «E se non puoi ricordartene, rammenta come oggi hai bevuto l'acqua del Lete;

e come il fumo è sicuro indizio del fuoco, questa tua dimenticanza è la prova certa della tua colpa, quando hai rivolto ad altri (e non a me) la tua attenzione.

Tuttavia, d'ora in avanti le mie parole saranno più semplici, quanto sarà necessario perché il tuo rozzo ingegno possa capirle».

E il sole era giunto più luminoso e con cammino più lento al meridiano, il quale muta posizione a seconda di come muta lo sguardo (era mezzogiorno), quando le sette donne, come si ferma chi precede gli altri come guida se trova qualcosa di nuovo o le sue tracce, si fermarono in una radura dall'ombra attenuata, come quella presente sotto le foglie verdi e i rami scuri in montagna, presso freddi fiumi .

Davanti alle donne mi sembrò di vedere il Tigri e l'Eufrate sgorgare da un'unica fonte, e, come amici, allontanarsi lentamente.

«O luce, o gloria dell'umanità, che fiumi sono questi due che nascono da una stessa sorgente e poi si separano l'uno dall'altro?»

A tale domanda mi fu risposto: «Prega Matelda che te lo spieghi». E a questo punto la bella donna, come fa chi si scusa di una colpa, rispose: «Io gli ho già spiegato questa e altre cose; e sono certa che l'acqua del Lete non ne ha cancellato in lui il ricordo».

E Beatrice: «Forse una maggior preoccupazione, che spesso priva della memoria, ha offuscato gli occhi della sua mente.

Ma vedi l'Eunoè che nasce laggiù: conducilo al fiume e, come sei solita fare, ravviva la sua memoria attenuata».

Come un'anima nobile che non accampa scuse, ma fa propri i desideri degli altri non appena questi sono resi evidenti, così, dopo avermi preso per mano, la bella donna si mosse e disse signorilmente a Stazio: «Vieni con lui».

Se io, lettore, avessi più ampio spazio per scrivere, io descriverei almeno in parte il dolce sapore dell'acqua dell'Eunoè che non mi avrebbe mai saziato;

ma poiché tutte le carte predisposte per questa seconda Cantica sono ormai piene, il freno dell'arte non mi permette di proseguire.

Io mi allontanai dal fiume sacro del tutto rinnovato, come le piante giovani che rifioriscono e si coprono di nuove fronde, purificato e pronto per salire alle stelle (in Paradiso).

arrigo
Arrigo VII del Lussemburgo.

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Eugenio Caruso - 30-03/2021

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