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Eschilo, il padre della tragedia greca.

«Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto mestiere, et hannol trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli.»
(Giovanni Boccaccio, Decameron, Proemio)

GRANDI PERSONAGGI STORICI Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona. In questa sottosezione figurano i grandi poeti che ci hanno donato momenti di grande felicitrà.

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Eschilo

Eschilo, figlio di Euforione del demo di Eleusi (Eleusi, 525 a.C. – Gela, 456 a.C.), è stato un drammaturgo greco antico. Viene unanimemente considerato l'iniziatore della tragedia greca nella sua forma matura. È il primo dei poeti tragici dell'antica Grecia di cui ci siano pervenute opere per intero, seguito da Sofocle ed Euripide.
Nato a Eleusi intorno al 525 a.C., di famiglia nobile, fu testimone della fine della tirannia dei Pisistratidi ad Atene, nel 510 a.C. Combatté contro i persiani nelle battaglie di Maratona (490 a.C.), di Salamina (480 a.C.) e di Platea (479 a.C.). A proposito della battaglia navale di Salamina, di cui il poeta dà il resoconto ne I Persiani, è interessante notare come la tradizione assegni lo stesso giorno, sulla stessa isola, alla nascita di Euripide. Nello stesso periodo, si dice, il giovane Sofocle intonava i primi peana. Eschilo fu forse iniziato ai misteri eleusini come farebbe intendere Aristofane ne Le rane, e secondo alcune leggende sarebbe stato persino processato per empietà, dopo averne rivelato i segreti, e questa sarebbe la causa del suo secondo esilio a Gela, in Sicilia, dopo il suo ultimo grande successo nel 458 a.C. con l'Orestea. In realtà, sembrerebbe piuttosto aver risposto all'invito del tiranno Gerone, per cui fece rappresentare I Persiani e scrisse le Etnee per celebrare la fondazione della città di Aitna. In Sicilia morì nel 456 a.C.: secondo Valerio Massimo sarebbe morto per colpa di un gipeto, che avrebbe lasciato cadere, per spezzarla, una tartaruga sulla sua testa, scambiandola, data la calvizie, per una pietra. Sul suo epitaffio non furono ricordate le vittorie in ambito teatrale, ma i meriti come combattente a Maratona, dove aveva combattuto coraggiosamente anche suo fratello Cinegiro, morto in quell'occasione:
«Questa lapide Eschilo ricopre,
d'Atene figlio, padre fu Euforione:
vittima di Gela dalle ricche messi.
Il suo valor potrebber ben ridirlo
di Maratona il piano e il Medo chiomato.»

(Anthologiae Graecae Appendix, vol. 3, Epigramma sepulchrale, p. 17)
Dopo la sua morte ricevette dai suoi contemporanei molti riconoscimenti, il più grande dei quali fu la rappresentazione postuma delle sue tragedie, all'epoca segno di eccezionale onore. Fu padre di Euforione, anch'egli tragediografo.

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Scene dal mito di Oreste (Musei Vaticani)


Tragedie
Eschilo scrisse probabilmente una novantina di opere, ma ne sono giunte ai giorni nostri solo sette: I Persiani (rappresentata nel 472 a.C.); I sette contro Tebe (rappresentata nel 467 a.C.); Le supplici (rappresentata nel 463 a.C.); Prometeo incatenato (rappresentata tra il 470 e il 460 a.C. e sarebbe stata messa in scena nell'ultimo venticinquennio del V sec.). Ne farebbero fede i punti di contatto con i cavalieri di Aristofane, ma soprattutto una concezione dello spazio scenico e del suo uso particolarmente sofisticato. Gran parte della critica crede, però, alla paternità eschilea di questa tragedia; Orestea - trilogia (rappresentata nel 458 a.C.) e che comprende Agamennone, Coefore, Eumenidi. I 73 titoli attribuiti a Eschilo si trovano nel cosiddetto Catalogo, contenente la lista dei drammi del tragico greco, che fa parte del manoscritto Mediceo. Di altre opere (tragedie e drammi satireschi) si conosce l'esistenza dai riferimenti presenti in altri autori o attraverso papiri. Tra le meglio documentate, Gli spettatori o atleti ai giochi istmici, Prometeo portatore del fuoco e Prometeo liberato, Niobe, Mirmidoni, Gli Edoni. Comunque, tra citazioni ed elenchi, è possibile ricostruire un elenco di 88 opere: 73 trasmesse dal catalogo, 10 testimoniate dagli autori antichi e 5 dedotte dagli interpreti moderni.
Il mondo poetico e concettuale di Eschilo
Eschilo viene considerato il vero padre della tragedia antica: infatti, a lui viene attribuita l'introduzione di maschera e coturni ed è con lui che prende l'avvio la trilogia, o "trilogia legata". Le tre opere tragiche presentate durante l'agone erano appunto "legate" dal punto di vista contenutistico: nell'Orestea (unica trilogia pervenutaci per intero), ad esempio, viene messa in scena la saga degli Atridi, dall'uccisione di Agamennone alla liberazione finale del matricida Oreste. Introducendo un secondo attore (precedentemente, infatti, sulla scena compariva un solo attore alla volta, come ci testimonia Aristotele), rese possibile la drammatizzazione di un conflitto. Da questo momento fu infatti possibile esprimere la narrazione tramite dialoghi, oltre che monologhi, aumentando il coinvolgimento emotivo del pubblico e la complessità espressiva. Da notare anche la progressiva riduzione dell'importanza del coro, che prima rappresentava una continua controparte all'attore. Per esempio, in una delle tragedie più antiche che ci siano pervenute, Le supplici, il coro ha ancora una parte preponderante. Nonostante la presenza dei due attori (uno dei quali interpreta in successione due personaggi), l'impianto è ancora quello di un inno sacro, scarno di elementi teatrali. Facendo un confronto con la più tarda Orestea, notiamo un'evoluzione e un arricchimento degli elementi propri del dramma tragico: dialoghi, contrasti, effetti teatrali. Questo si deve anche alla competizione che il vecchio Eschilo dovette sostenere nelle gare drammatiche: c'era un giovane rivale, Sofocle, che gli contendeva la popolarità, grazie anche a innovazioni come l'introduzione di un terzo attore, trame più complesse, personaggi più umani nei quali il pubblico può identificarsi. Tuttavia, anche accettando in parte, e con riluttanza, le innovazioni (tre personaggi compaiono contemporaneamente solo nelle Coefore, e il terzo parla solo per tre versi), Eschilo rimane sempre fedele a un estremo rigore, alla religiosità quasi monoteistica (Zeus, nelle opere di Eschilo, è rappresentato talvolta come un tiranno, talvolta come un dio onnipotente). In tutte le sue tragedie, lo stile è potente, pieno di immagini suggestive, adatto alla declamazione. Nonostante i personaggi di Eschilo non siano sempre unicamente eroi, quasi tutti hanno caratteristiche superiori all'umano e, se ci sono elementi reali, questi non sono mai rappresentati nella loro quotidianità, ma in una suprema sublimazione: il suo stile, infatti, risulta ricco di espressioni retoriche, neoformazioni linguistiche (fra cui anche hapax) e arcaismi molto ricercati.
L'uomo, la colpa, la punizione
Nella sua produzione tragica, Eschilo riflette la realtà circostante: ne I Persiani e ne I sette contro Tebe si ritrova il resoconto delle battaglie di Salamina, con una difesa della politica marittima di Temistocle, riferimenti dovuti molto alla sua esperienza nelle guerre persiane. Fu anche il solo testimone tra i grandi poeti greci classici dello sviluppo della democrazia ateniese: infatti, Le supplici contiene il primo riferimento ad una forma di governo definita come «potere del popolo». Nelle Eumenidi, inoltre, la rappresentazione della creazione dell'areopago, tribunale incaricato di giudicare gli omicidi, sembra un implicito sostegno alla riforma di Efialte, che nel 462 a.C. trasferì i poteri politici dall'areopago al consiglio dei Cinquecento. Inoltre le sue tragedie affrontano temi come il diritto d'asilo o la nascita dello Stato dalle lotte di famiglia.
Al centro del teatro di Eschilo è, comunque, il problema dell'azione e della colpa, della responsabilità e del castigo. Eschilo si chiede perché l'uomo soffra, da dove provenga agli uomini il dolore. Viene solo dalla loro condizione di mortali, come affermavano i poeti arcaici, o da un errore originario, scontato dall'intera umanità, come è l'errore di Prometeo in Esiodo? Oppure all'interno della condizione umana esiste anche la responsabilità del singolo individuo? Tutta la sua tragedia è una tensione alla ricerca di una risposta che arriverà a dare, rivestendo la sua tragedia di forza etica per la polis ateniese del V secolo. A proposito dell'origine della sofferenza, nella mentalità più arcaica e anche contemporanea di Eschilo si definiva hýbris quell'accecamento mentale che impedisce all'uomo di riconoscere i propri limiti e di commisurare le proprie forze: chi ha ambizioni troppo elevate e osa oltrepassare il confine posto dagli dei pecca di hýbris e incorre in quella che viene chiamata “invidia degli dei” (in greco antico phthónos theôn) una divinità “invidiosa” del potere umano che, come tale, è determinata ad abbatterlo con prepotente capriccio. Da qui, secondo questa teoria, la causa della sofferenza umana.
Eschilo però rinuncia a questa teoria e mostra invece come le azioni delle divinità sugli uomini non sono prodotte da semplice invidia, ma sono conseguenze edificanti di una colpa umana, in quanto gli dei sono assoluti garanti di giustizia e di ripristino dell'ordine, e dunque alla hýbris corrisponde sempre il saggio ammaestramento divino, attraverso la punizione. Giustizia (in greco antico: díke), insomma, è la legge che gli dèi impongono al mondo e che spiega la casualità degli avvenimenti, apparentemente inesplicabile, regolando con bilance esattissime la colpa e la punizione, rivelandosi allora come un immanente ingranaggio che non lascia scampo a chi si è macchiato di una colpa o a chi ne "eredita" una commessa dai propri antenati (Eschilo mantiene, infatti, l'antica idea che la condanna del delitto travalichi la colpa immediata dell'individuo che l'ha commessa, propagandosi sull'intera stirpe: così, anche la vittima incolpevole si lega al male ed è costretta a commettere a sua volta una colpa, di cui comunque si rivela cosciente e perciò consapevole e responsabile, seppure dietro lo schermo della “necessità”). Alla luce della funzione edificante della punizione è chiaro che attraverso il dolore, che ogni uomo è destinato a soffrire, l'essere umano matura la propria conoscenza ( pàthei màthos): si rende cioè conto, scontando la propria pena, dell'esistenza di un ordine perfetto e immutabile che regge il suo mondo.

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Busto di Eschilo conservato ai Musei Capitolini

I persiani

Persiani (in greco antico: Pèrsai) è una tragedia rappresentata per la prima volta nel 472 a.C. ad Atene. È in assoluto la più antica opera teatrale che ci sia pervenuta per intero.
Trama
La tragedia è ambientata a Susa, la residenza del re di Persia, dove la regina Atossa, madre del regnante Serse, e i vecchi e fedeli soldati di Dario, lasciati a presidiare la capitale, attendono con ansia l'esito della spedizione persiana contro la Grecia.In un'atmosfera cupa e colma di presagi funesti, la regina racconta un sogno angoscioso fatto quella notte. Non appena la regina finisce di narrare il sogno, arriva un messaggero, che porta l'annuncio della totale disfatta della flotta dei Persiani a Salamina. La battaglia viene raccontata accuratamente, dapprima con la descrizione delle flotte, poi con l'analisi delle fasi dello scontro e infine con il quadro desolante delle navi persiane distrutte, galleggianti in rottami in mare e dei soldati superstiti privi di aiuto. Lamenti e pianti riempiono la scena fino alla comparsa dello spettro del defunto padre di Serse, Dario, marito di Atossa. Lo spettro dà una spiegazione etica alla disfatta militare, giudicandola la giusta punizione per la hýbris (tracotanza) di cui si è macchiato il figlio, che non ha voluto limitarsi, come il padre Dario, ad amministrare il proprio impero, ma ha voluto estenderlo verso l'Europa. Arriva infine il diretto interessato, lo stesso re Serse, sconfitto e distrutto, che unisce il proprio lamento di disperazione a quello del coro, in un canto luttuoso che chiude la tragedia.
Quest'opera è la più antica tragedia che ci sia pervenuta integra, il che vuol dire la più antica opera teatrale in assoluto che possediamo. Essa rappresenta gli albori del teatro, poiché, quando essa fu messa in scena, le rappresentazioni teatrali ad Atene erano cominciate da appena una sessantina d'anni. L'opera presenta alcune caratteristiche tipiche delle tragedie più arcaiche: l'assenza del prologo, il basso numero di personaggi, la semplicità della trama, nonché l'importanza preponderante attribuita al coro, che qui rappresenta un gruppo di anziani consiglieri del re. D'altro canto l'opera ha una caratteristica molto peculiare nel corpus di tragedie che ci sono rimaste: è l'unica che tratti un argomento storico, anziché rifarsi alla mitologia. In effetti la battaglia di Salamina, combattuta tra i Persiani ed un gruppo di poléis greche, era avvenuta appena otto anni prima, nel 480 a.C., per cui senz'altro molti degli spettatori (nonché, a quanto pare, lo stesso Eschilo) vi avevano preso parte. Ecco quindi che il dramma del re Serse corrispondeva a una grande pagina di storia per i cittadini di Atene e altre città, i quali con una sapiente strategia erano riusciti a respingere un esercito molto più grande ed armato del loro. La battaglia tra greci e persiani diventa dunque simbolicamente la guerra tra un re dispotico e incapace di frenare la propria hýbris, e il sistema democratico ateniese, dove era il popolo ad esercitare il comando.
L'opera faceva parte, secondo la ricostruzione dei filologi, di una trilogia tragica che comprendeva anche Fineo e Glauco (anche detto Glauco Potnieo), cui si aggiungeva il dramma satiresco Prometeo che accende il fuoco. Tale ricostruzione però è dubbia, poiché Eschilo in genere usava la trilogia legata (ossia tre tragedie che raccontavano un'unica lunga storia), mentre questa ipotetica trilogia non avrebbe un unico intreccio narrativo. Si è ipotizzato quindi che le tragedie di questa trilogia fossero legate, più che dalla trama, dal ricorrere di alcune tematiche ed immagini. In particolare, sembrerebbe che la contrapposizione tra Europa ed Asia (evidentissima nella guerra tra greci e persiani) riappaia nei personaggi di Fineo e di Glauco: Fineo abita la costa europea del Bosforo, mentre Glauco è progenitore dei re della Licia, regione dell'Asia Minore.

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Oreste e Pilade in Tauride

Orestea

L'Orestea (in greco antico: Orésteia) è una trilogia formata dalle tragedie Agamennone, Coefore, Le Eumenidi e seguita dal dramma satiresco Proteo, andato perduto, con cui Eschilo vinse nel 458 a.C. le Grandi Dionisie. Delle trilogie di tutto il teatro greco classico, è l'unica che sia sopravvissuta per intero. Le tragedie che la compongono rappresentano un'unica storia suddivisa in tre episodi, le cui radici affondano nella tradizione mitica dell'antica Grecia: l'assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, la vendetta del loro figlio Oreste che uccide la madre, la persecuzione del matricida da parte delle Erinni e la sua assoluzione finale ad opera del tribunale dell'Areopago.
Agamennone
La prima tragedia narra l'omicidio di Agamennone ordito dalla moglie Clitennestra per vendicare il sacrificio della figlia Ifigenia, compiuto dallo stesso Agamennone per placare l'ostilità di Artemide e partire per Troia con i venti favorevoli. Al ritorno dalla Guerra di Troia, Agamennone viene ucciso da suo cugino Egisto, complice e amante di Clitennestra.
Le Coefore
Le Coefore è la seconda tragedia dell'Orestea. Narra come Oreste, figlio di Agamennone, tornato dieci anni dopo l'omicidio di Agamennone dall'esilio, su ordine del dio Apollo vendica il padre uccidendo Egisto e la propria madre Clitennestra.
Le Eumenidi
La terza tragedia della trilogia prende il nome dalle Erinni, dee che impersonano la vendetta, le quali erano chiamate anche Eumenidi (ossia “le benevole”) quando erano in atteggiamento positivo. In questa terza parte dell’Orestea viene narrata la persecuzione delle Erinni nei confronti di Oreste, che culmina nella celebrazione di un processo presso il tribunale dell'Areopago. Tale giudizio, che vede le Erinni stesse come accusatrici, Apollo come difensore e Atena a presiedere la giuria, termina con l'assoluzione di Oreste, grazie al voto favorevole di Atena.
Proteo
Il Proteo era un dramma satiresco posto a conclusione della tetralogia dell'Orestea. Era di argomento comico e il suo scopo era di risollevare l'animo degli spettatori, incupito dagli eventi tragici.
Commento
L’Orestea costituisce il momento di massima maturità di Eschilo (almeno per le opere note), nonché l'ultima rappresentazione che egli fece ad Atene, prima di trasferirsi a Gela, dove morì due anni dopo. Le tre tragedie costituiscono una trilogia legata, in cui viene raccontata un'unica lunga vicenda. Eschilo era solito mettere in scena trilogie legate, e lo stesso probabilmente facevano i drammaturghi suoi contemporanei. In seguito tale uso verrà abbandonato, tanto che già le trilogie di Sofocle ed Euripide saranno formate da tragedie fra loro indipendenti. Vi è una forte contrapposizione tra le prime due tragedie e la terza: l’Agamennone e Le Coefore simboleggiano l'irrazionalità del mondo antico ed arcaico, contro, nelle Eumenidi, la razionalità delle istituzioni della polis, in cui Oreste stesso si rifugia. A quanto ci è dato sapere, Eschilo fu il primo a scrivere un'opera teatrale sul mito di Oreste, e per farlo poté ispirarsi ad alcune opere non teatrali già scritte sull'argomento. La prima di esse è l’Odissea, che accenna alla vicenda in numerosi brevi passi, non sempre tra loro concordanti. Riunendoli, si ottiene un riassunto più o meno coerente dei fatti raccontati nell’Agamennone e nelle Coefore, senza però che siano nominati Pilade, Elettra e le Erinni. Altri autori che fanno brevi riferimenti alla vicenda sono Esiodo e Pindaro, e sappiamo che un poema oggi perduto, i Nostoi, raccontava in modo esteso la storia narrata nelle prime due tragedie eschilee, introducendo per la prima volta il personaggio di Pilade. Tuttavia l'opera che sicuramente influenzò maggiormente Eschilo fu l’Orestea di Stesicoro, un lungo poema lirico-narrativo di cui oggi non restano che una manciata di versi. In quest'opera venivano introdotti personaggi e fatti che Eschilo fece propri: la nutrice di Oreste, il sogno di Clitennestra, il riconoscimento di Oreste tramite una ciocca di capelli. Inoltre in quest'opera Apollo dava ad Oreste il proprio arco per difendersi dalle Erinni, che appaiono per la prima volta. Eschilo s'ispirò al poema di Stesicoro per le prime due tragedie, mentre la terza, Le Eumenidi, fu interamente da lui ideata.
La vendetta
Atreo e Tieste erano due fratelli che si odiavano a morte, poiché avevano avuto una disputa su chi dei due dovesse diventare re di Micene (o di Argo). Inoltre il secondo aveva avuto una relazione con la moglie del primo, sicché Atreo ideò una vendetta terribile: invitò Tieste ad un banchetto, poi di nascosto uccise i tre figli di lui, li cucinò e li diede in pasto al fratello. Egisto era un altro figlio di Tieste, mentre Agamennone era figlio di Atreo: questo spiega perché il primo volesse la morte del secondo. D’altro canto anche Clitennestra aveva motivo di desiderare la morte di Agamennone, poiché il marito aveva ucciso e sacrificato agli dei la loro figlia Ifigenia, per avere condizioni propizie di navigazione verso Troia. In seguito Oreste, per vendicare la morte del padre, uccide Egisto e Clitennestra, e la catena di sangue potrebbe proseguire all’infinito, generazione dopo generazione, se non intervenisse la giustizia a fermarla. Il motivo fondamentale della trilogia è la vendetta (ossia la legge del taglione) come forma arcaica di risoluzione delle controversie, contrapposta nella terza tragedia al mondo moderno, capace invece di organizzare processi che possano fare giustizia. Utilizzando la legge del taglione, infatti, un omicidio non può che portare ad un nuovo omicidio, il quale a sua volta dovrà essere vendicato tramite un terzo omicidio. Viene insomma generata una catena potenzialmente infinita di crimini, lutti e sofferenze (e la saga degli Atridi lo testimonia con molta chiarezza: vedi riquadro). Il meccanismo della vendetta non è dunque più idoneo, ed è necessario che intervenga la comunità a punire i colpevoli. Solo tramite questo intervento, infatti, un crimine potrà essere sanzionato senza generare una nuova vendetta. Nasce quindi, la giustizia.
La giustizia
Ma cos'è la giustizia nell'Orestea? Nella prima tragedia essa coincide con le azioni di Clitennestra, che si fa giustizia da sola per i torti subiti. L'astuzia, la ferocia e l'odio della moglie di Agamennone dominano la prima tragedia al punto che anche Egisto non è che un burattino nelle sue mani. Nella seconda opera ad Oreste si pongono due alternative, entrambe dolorose e sconvolgenti: uccidere la propria madre, oppure non farlo, macchiandosi così di grave mancanza verso il padre e verso il dio Apollo che gli ha dato l'ordine. Oreste qui fatica a individuare cosa sia giusto, e infatti la sua vendetta non è priva di esitazioni e rimorsi. Infine nella terza tragedia, grazie all'intervento degli dei s'instaura un processo, che rappresenta il modo corretto e moderno di affrontare le controversie. Eschilo unisce la giustizia umana e quella divina, infatti il processo ad Oreste è celebrato da divinità, ma nell'ambito di un'istituzione, il tribunale ateniese dell'Areopago, che è umana. Gli dei, insomma, intervenendo in quel tribunale danno il loro avallo al moderno senso di giustizia degli uomini (e soprattutto degli ateniesi). E tuttavia è da notare come la votazione finale della giuria (formata non da divinità ma da uomini) sia di parità, e solo grazie al voto favorevole di Atena Oreste venga assolto. Eschilo sembra qui voler rimarcare come gli umani siano comunque inadatti a giudicare le questioni divine: se un dio, Apollo, ha convinto Oreste a compiere un'azione sacrilega, solo un altro dio, Atena, può redimerlo.
Gli dei
In Eschilo gli dei si comportano in maniera diversa rispetto alle opere precedenti, come i poemi omerici. In questi ultimi, infatti, le divinità sono profondamente coinvolte nelle vicende umane, e spesso intervengono direttamente a determinare la riuscita o il fallimento delle imprese degli uomini o il vincitore tra due contendenti. In questo tipo di contesto, le possibilità umane di autodeterminarsi sono decisamente limitate, benché non del tutto assenti. In Eschilo invece gli dei guardano a ciò che succede nel mondo, ma senza lasciarsi troppo coinvolgere e soprattutto senza decidere essi stessi le sorti umane. Essi mostrano agli uomini le possibili conseguenze delle loro azioni, ma senza togliere loro il libero arbitrio: Oreste potrebbe decidere di non uccidere la madre, così come Agamennone potrebbe non uccidere Ifigenia. Quando intervengono, gli dei lo fanno solo per accelerare gli effetti delle azioni che gli uomini hanno deciso di compiere. Se un uomo ha fatto cose che lo avviano verso la perdizione (o verso la gloria), gli dei lo spingono ancor più in quella direzione.
Nelle Eumenidi Eschilo introdusse alcune innovazioni di grande importanza per la tragedia greca (o quantomeno questa è l'opera più antica oggi nota in cui tali innovazioni appaiono). La prima è la valorizzazione degli spazi interni. Le tragedie sono generalmente ambientate in luoghi all'aperto, come del resto all'aperto si svolgeva gran parte della vita sociale dei greci, ma le Eumenidi sono quasi interamente ambientate in spazi chiusi (il tempio di Apollo a Delfi e quello di Atena ad Atene). Viene insomma introdotta l'idea che il teatro, che era un luogo all'aperto, fosse in realtà adatto anche a simulare ambienti interni. Questa idea, che presuppone una maggiore astrazione nella messa in scena, sarà destinata a rivoluzionare la storia del teatro.
Le unità aristoteliche
Un'altra innovazione riguarda le convenzioni spazio-temporali delle tragedie. Esse infatti generalmente si attenevano a quelle che in seguito verranno chiamate unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. Ciò avveniva probabilmente per necessità tecnico-sceniche (i cambi di scena erano complessi da realizzare, così come era difficile dare agli spettatori l'idea dello scorrere dei giorni), ma Eschilo nelle Eumenidi rompe due delle tre unità, in quanto la vicenda si svolge in un arco di tempo assai più lungo delle 24 ore, e in ben tre luoghi diversi. Il drammaturgo risolse il problema dei cambi di scena riducendo al minimo le modifiche tra un'ambientazione e l'altra. Nell’Agamennone si ha invece una rottura implicita dell'unità di tempo, poiché, sebbene la vicenda avvenga formalmente in un solo giorno, Eschilo comprime in quel giorno tutta una serie di avvenimenti che nella realtà richiederebbero molto più tempo: la caduta di Troia, la partenza della flotta greca verso casa, l'arrivo ad Argo (oltretutto dopo aver incontrato una tempesta), l'uccisione di Agamennone.


Eugenio Caruso - 01 - 01 - 2022

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www.impresaoggi.com