Saggio sulla grandezza di Giacomo Leopardi

«Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto mestiere, et hannol trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli.»
(Giovanni Boccaccio, Decameron, Proemio)

GRANDI PERSONAGGI STORICI Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona. In questa sottosezione figurano i grandi poeti che ci hanno donato momenti di grande felicitrà.

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Leopardi

ritratto

A. Ferrazzi, Ritratto di Giacomo Leopardi, 1820 circa, olio su tela,

Giacomo Leopardi (Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi; Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) è ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché uno dei principali esponenti del romanticismo letterario, sebbene abbia sempre criticato la corrente romantica di cui rifiutò quello che definiva "l'arido vero", ritenendosi vicino al classicismo. La profondità della sua riflessione sull'esistenza e sulla condizione umana — di ispirazione sensista e materialista — ne fa anche un filosofo di spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.
Leopardi, dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell'antichità greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto, Luciano e altri, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialistiche — derivate principalmente dall'Illuminismo — si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d'Holbach, Pietro Verri e Condillac, a cui egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva, ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico e poetico. Morì nel 1837 poco prima di compiere 39 anni, di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di colera di Napoli.
Il dibattito sull'opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Blaise Pascal, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell'Esistenzialismo.
Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli. Quelli che arrivarono all'età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo (1799-1878), Paolina (1800-1869), Luigi (1804-1828) e Pierfrancesco (1813-1851). I genitori erano cugini fra di loro. Il padre, il conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, era uomo amante degli studi e d'idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa, fino alla superstizione, legata alle convenzioni sociali e a un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non ricevette mai l'affetto di cui sentiva il bisogno.
In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito, la marchesa prese in mano un patrimonio familiare fortemente indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto solo grazie a una rigida economia domestica. La rigidità della madre, contrastante con la tenerezza del padre, i sacrifici economici e i pregiudizi nobiliari pesarono sul giovane Giacomo. Fino al termine dell'infanzia Giacomo crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.
Formazione giovanile
Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l'abate don Sebastiano Sanchini fino al 1812, che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo leopardiano a Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla chimica, composto insieme al fratello Carlo. I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati e accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.
Il ruolo avuto dai precettori non impedì, comunque, al giovane Leopardi di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente di quella di Giuseppe Antonio Vogel, esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese e giunto a Recanati tra il 1806 e il 1809 come membro onorario della cattedrale della cittadina. Nel 1809 il giovane Giacomo compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui stesso scrive nell'Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall'anno 1809 in poi, è da considerarsi la sua prima composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati "puerili". Il corpus delle opere cosiddette "puerili" dimostra come il giovane Leopardi sapesse scrivere in latino fin dall'età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli. Nel 1810 iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell'elettricità, eccetera). Tra queste è nota la Dissertazione sopra l'anima delle bestie. Nel 1812, con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti a esaminatori di vari ordini religiosi e al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione oltre che uno spiccato gusto arcadico.

casa nat

La casa natale


Formazione personale
Dal 1809 al 1816 Leopardi si immerse totalmente in uno "studio matto e disperatissimo", espressione da lui stesso coniata, che assorbì tutte le sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerasse sempre "poco inclinato a tradurre" da questa lingua in italiano) e, senza l'aiuto di maestri, il greco. Seppure in modo più sommario apprese anche altre lingue: l'ebraico, il francese, l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello Zibaldone si trovano inoltre cenni ad altre lingue antiche, come il sanscrito). Nel frattempo, nel 1812 cessa la formazione dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia dell'astronomia del 1813, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, alcuni versi e tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta).
Per quanto riguarda la compilazione della Storia dell'astronomia, Leopardi si avvalse di numerose fonti: il testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di Bailly, ridotta in compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle Histoires del celebre astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera, pubblicata nel 1791, terminava con la scoperta del pianeta Urano da parte di Herschel. Invece il lavoro di Leopardi presenta ulteriori aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere, Pallade, Giunone e della cometa del 1811. Per l'elaborazione del suo testo, Leopardi fece uso, anche, dell'Abrégé d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella biblioteca di casa Leopardi nell’edizione del 1775), del Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri Paulian e delle storie di matematica inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre Leopardi adoperò diverse opere generali come la Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, gli Scrittori d’Italia di Mazzuchelli e varie raccolte biografiche di alcuni ordini religiosi: Wadding per i francescani, Quétif e Échard per i domenicani e così via. L'elenco di questi testi dimostra l’erudizione raggiunta dal giovane Leopardi. Nella Storia dell'astronomia Leopardi lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse per la matematica. Nulla, probabilmente sapeva a proposito dei logaritmi (ai quali invece il Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici), e sull'argomento si limitò a scrivere che «Enrico Briggs (…) avendo udita la invenzione de' logaritmi fatta da Giovanni Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo. Probabilmente infatti Leopardi non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla geometria cartesiana e al calcolo differenziale.
Iniziò nello stesso periodo anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco, dimostrando sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Sono questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco, corredate di discorsi introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal greco del 1814 e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia Frattini di Recanati nel 1816, la Batracomiomachia nel 1815 e pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 30 novembre 1816, gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo dell'Eneide, il Moretum (un poemetto pseudo-virgiliano), e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 1º giugno 1817. Nello stesso anno aveva di fatto esordito come poeta pubblicando, sempre sulle pagine de «Lo Spettatore Italiano», un giovanile Inno a Nettuno e due odi greche corredate di traduzione latina; il giovane Leopardi presentò le opere come tratte dai lacerti di un manoscritto del XIV secolo, segnalatogli da un amico romano, che gli avrebbe inviato i testi, corredandoli delle traduzioni latine delle due odi (l'Inno a Nettuno era invece presentato come versione italiana dello stesso Leopardi sulla base del testo greco, di cui vengono stampati solo il primo e l'ultimo verso). Si trattava di un gioco di finzione letteraria, essendo Leopardi autore di tutti e tre i testi.
Tra il 1815 e il 1816 si avverte in Leopardi un forte cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale, che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri, Parini, Foscolo e Vincenzo Monti, che serviranno a maturare la sua sensibilità romantica. Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël. In questo modo Leopardi inizia a liberarsi dall'educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese e a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Ricordanze, L'Appressamento della morte e l'Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata nel luglio 1816 ai redattori della rivista milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno. Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica per la sua fragile salute, rifiuterà di intraprendere questa strada.
In questo saggio riporto le poesie che maggiormente amo e che mi hanno fatto compagnia lungo il corso della vita; per me esistono due grandi stelle nel firmamento letterario italiano: Dante che tocca fondamentalmente il razionale e Leopardi che colpisce il cuore.

Le ricordanze

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l’aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de’ servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.

Nè mi diceva il cor che l’età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz’amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de’ malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch’ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l’allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell’arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colà, volta agli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
Su romita campagna, agli ozi miei
Porser mille diletti allor che al fianco
M’era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l’acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
Il garzoncel, come inesperto amante,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Per variar d’affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l’onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria. E sebben vóti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m’avanza;
Sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto
Consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà l’avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell’imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L’esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d’affanno.

E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d’angosce e di desio,
Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell’acque
La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse,
Piansi la bella giovanezza, e il fiore
De’ miei poveri dì, che sì per tempo
Cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando,
Lamentai co’ silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inchinando
Mostra che per signor l’accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E’ deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l’abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L’antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L’aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D’ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.

"""In questa poesia si parla di ciò che per Leopardi si può considerare l’essenza della poesia stessa: il ricordo. Come teorizzato nello Zibaldone, perché qualcosa sia poetico è necessario che susciti un ricordo (spesso nato da una fonte uditiva). Un paesaggio, un oggetto, una scorcio: tutto viene poeticizzato se lo si rimembra. La ricordanza per Leopardi è legata a doppio filo all’indefinito, poiché tutti i contorni sfumano in un ricordo; le cose sembrano lontane e ne rimane solo un’immagine confusa e abbellita, resa più sentimentale grazie agli occhi della fantasia. In questa poesia viene messo in scena il ritorno a Recanati, articolato in un confronto tra ciò che è passato e ciò che è presente. Una volta giunto nella casa paterna, il poeta fa sue immagini e sensazioni che aveva sopito sulla sua infanzia, periodo pieno di dolci illusioni e di sogni. Quello era il periodo in cui ancora non aveva idea di ciò che sarebbe stata la vita, con un mondo tutto da esplorare. Così come in altre poesie di Leopardi, il ricordo scatta grazie a un elemento acustico. Altri esempi di questo procedimento possono essere considerato il suono del vento tra le fronde ne L’infinito, che improvvisamente ridesta il poeta, o il canto lontano dell’artigiano ne La sera del dì di festa, la voce il runore del telaio in A Silvia. Centrale nel componimento è la riflessione rammaricata sulla gioventù trascorsa e mai vissuta e sulle speranze che hanno caratterizzato quegli anni. Simbolo tanto della gioventù quanto delle sue speranze ormai superate e sempre vivissime è Nerina, la figura femminile che appare nella seconda parte del componimento, legata a una triste e prematura scomparsa. Attraverso Nerina, Leopardi indaga un altro tema fondamentale del componimento: l’amore. Per queste caratteristiche, Nerina si può considerare specchio e completamento di Silvia in A Silvia. """

A Silvia (la mia poesia preferita)

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

"""Una consolidata consuetudine storica ha identificato Silvia in Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, nata il 10 ottobre 1797 e morta prematuramente di tubercolosi nel settembre 1818: il nome che le viene dato nella poesia è tratto dall'Aminta di Torquato Tasso. Leopardi ne parlò in un passo dello Zibaldone del giugno 1828: «[Teresa è] una giovane dai sedici ai diciotto anni [che] ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, un non so che di divino, che niente può agguagliare. [...] quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che le si legge nel viso e negli atti, o che nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria di innocenza, di ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fiore della vita». L'identificazione del personaggio, comunque, è poco rilevante per il senso complessivo della lirica; in tal senso il critico Giuseppe de Robertis commentò: «Teresa Fattorini, figliuola del cocchiere di casa Leopardi. Ma importava proprio dirlo? Silvia è soltanto un simbolo, e un simbolo, della morte della giovinezza e delle speranze». Il nome di Silvia, tuttavia, può derivare fattivamente anche dal ricordo del naturalista e poeta Giuseppe Olivi di Chioggia (Olivi e Silvia combaciano quattro lettere su cinque), morto di tisi a ventisei anni: il celeberrimo "limitare / di gioventù", tra l'altro, non può che derivare dal "limitar della gioventù" che si legge nell'Elogio funebre del giovane scritto da Melchiorre Cesarotti.
Il testo di A Silvia si presta a una bipartizione interna: la prima parte, corrispondente alle prime tre strofe, è incentrata sulla rievocazione del passato e dell'ambiente di Recanati, mentre a partire dalla quarta strofa subentra la consapevolezza del presente e dell'arido «
vero». Già nei primi versi scaturisce la riflessione leopardiana sul ricordo. Se questo negli Idilli appariva come la fonte di un piacere doloroso, in grado di rattristare, ma allo stesso tempo di confortare l'uomo, ora Leopardi matura definitivamente l'amara consapevolezza che il tempo trascorso è ormai irrecuperabile: il tema della rimembranza è qui rievocato dalla scelta del verbo «rimembri», dall'aggettivo dimostrativo volutamente sfumato («quel [tempo]») il quale serve a collocare precisamente il vissuto di Silvia nel tempo, e infine dal ricorso del vocativo con nome personale. È utile, per comprendere la funzione del ricordo in Leopardi, consultare un passo dello Zibaldone nel quale il poeta afferma: «La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago» Silvia, che come già accennato è stata identificata in Teresa Fattorini, morta tisica nel 1818, nel poema è introdotta nel fulgore del periodo giovanile, divisa tra l'entusiasmo proprio di quell'età della vita e l'incertezza per il futuro, oscuramente indefinito. Leopardi, in particolare, ricostruisce l'idillica atmosfera della casa paterna quando vi risuonava il canto di Silvia, che impegnava le proprie giornate primaverili dedicandosi ai lavori femminili e cantando inconsapevole del proprio destino (il «
maggio odoroso» al sottolinea proprio che l'aria è carica degli odori tipici della primavera). Non di rado Leopardi si fermava ad ascoltare il melodioso canto della fanciulla, interrompendo addirittura «gli studi leggiadri» e le «sudate carte», sui quali stava sacrificando le energie più fresche e spontanee della sua gioventù. Nessuna parola, a giudizio del poeta recanatese, era in grado di esprimere quello che allora sentiva nel cuore. Più che un sentimento d'amore per Silvia, qui Leopardi allude alla compartecipazione di una medesima situazione esistenziale: quella, per l'appunto, della giovinezza, periodo sereno e carico di aspettative ottimiste per il futuro, e non ancora travagliato da egoismo, crudeltà e sofferenze. Anche Karl Vossler notò che «qui non si tratta di un effettivo, sia pure inconfessato amore per lei ... Qualcosa di più profondo congiunge i due giovani: il sentimento di un destino comune, incosciente in lei, più potente e cosmicamente dilatato, ma inesprimibile anche in lui. È la speranza della giovinezza, ove amore e mondo consuonano». Segue l'amara consapevolezza di Leopardi della sua personale infelicità: il dolore era sempre presente nel suo animo, ma ora è vivificato dal rimpianto della giovinezza ormai perduta. Da questo momento innanzi ha inizio la parte meditativa dell'idillio, che comprende la quarta e quinta strofa. Nella quarta, in particolare, Leopardi, disilluso dal contrasto tra il mondo sognato e l'arido «vero», si pone due interrogativi destinati a non ricevere risposta: in particolare sferra un'acerba polemica contro la Natura, matrigna del genere umano, che dopo aver suscitato così tanti sogni e speranze nel cuore dei giovani non si impegna a concedere loro quanto spetterebbe di diritto. Secondo il critico Sebastiano Timpanaro, in particolare, la fine delle illusioni «non è più attribuita all'uomo che ha distrutto la saggia opera della natura, ma alla natura stessa, all'inesorabile vicenda biologica che condanna gli esseri viventi o alla morte immatura (con il rimpianto di non aver goduto la felicità sperata e di lasciare nel lutto i propri cari) o a una sopravvivenza non più allietata della speranza: Silvia e il poeta stesso rappresentano emblematicamente queste due possibili sorti dell'uomo». Maturando queste tristi rimembranze Leopardi rivela il vero destino di Silvia e di tutto il genere umano. Il poeta diviene infatti consapevole che la gioventù è ormai irrimediabilmente passata, e che la vita non può che essere dolore, come emerge dalla contrapposizione tra il «maggio odoroso» dei versi iniziali e il «verno» che pone tragicamente fine alla vita di Silvia: un contrasto analogo si rileva tra il «rimembri» della prima strofa, che sottintende ricordi di una raccolta, composta letizia, e il «sovviemmi» dell'ultima, drammatico presagio di sofferenza e di morte. Rivolgendosi nuovamente a Silvia, affettuosamente appellata «tenerella» (vezzeggiativo già in uso in ambienti melodrammatici e arcadici), Leopardi si strugge perché la fanciulla morendo prematuramente per il chiuso morbo non ha potuto godere la parte migliore dei suoi anni: la giovinezza, la lode per la sua capigliatura corvina, gli sguardi al contempo pudichi e innamorati, i discorsi d'amore con le compagne. Nella sesta e ultima strofa Leopardi sottolinea che appena il mondo si presentò nella sua arida verità le sue illusioni giovanili perirono come farebbe una fragile creatura, proprio come Silvia. Se la fanciulla è morta ancora giovane, il poeta durante la sua giovinezza vide dileguarsi le speranze e le illusioni, che hanno lasciato il posto a una vita monotona e dolorosa, la quale nulla riserva al poeta se non la «fredda morte» del penultimo verso. La tomba, il vero destino comune dell'umanità, è qualificata dall'aggettivo ignuda, assai caro al poeta per denotare squallore e desolazione. """

silvia

Copia del anoscritto originale


La malattia
Nel 1815-1816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi fisici di tipo reumatico e disagi psicologici che egli attribuì almeno in parte — come la presunta scoliosi — all'eccessivo studio, isolamento e immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo. La malattia esordì con affezione polmonare e febbre e in seguito gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia "gobba"), con dolore e conseguenti problemi cardiaci, circolatori, gastrointestinali (forse colite ulcerosa o malattia di Crohn) e respiratori (asma e tosse), una crescita stentata, problemi neurologici alle gambe (debolezza, parestesia con freddo intenso), alle braccia ed alla vista, disturbi disparati e stanchezza continua; nel 1816 Leopardi era convinto di essere sul punto di morire. Il marchese Filippo Solari di Loreto scrive poco dopo a Monaldo Leopardi: «L'ho lasciato sano e dritto, lo trovo dopo cinque anni consunto e scontorto, con avanti e dietro qualcosa di veramente orribile.» Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Pietro Giordani, per la lunga cantica L'appressamento della morte e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui ripensa a questo e definisce la sua malattia come un "cieco malor", cioè un male di non chiara origine, che gli fa pensare al suicidio assieme all'angusto ambiente: «Mi sedetti colà su la fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco / Malor, condotto della vita in forse, / Piansi la bella giovanezza, e il fiore / De' miei poveri dì, che sì per tempo / Cadeva…». L'ipotesi più accreditata per lungo tempo (diffusa già nel XIX secolo e sostenuta da medici di Recanati e da Pietro Citati) è che Leopardi soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell'epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell'età evolutiva), cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare, oppure spondilite anchilosante giovanile (secondo Erik P. Sganzerla), una sindrome reumatica autoimmune che porta a una progressiva ossificazione dei legamenti vertebrali con deformazione e rigidità del rachide, uniti ad ampi disturbi infiammatori sistemici, oculari e neurologici-compressivi in casi gravi, il tutto unitamente a problemi nervosi. Alcune di queste sindromi hanno predisposizione genetica, derivabile dal matrimonio tra consanguinei dei genitori. Tutti i fratelli Leopardi furono deboli di salute, con l'eccezione di Carlo, forse però sterile, e Paolina, la quale presentava solo una leggera asimmetria del viso. Pietro Citati afferma che avesse anche dei disturbi urinari e di probabile impotenza, e sarebbero stati questi, più che l'aspetto fisico (a cui poteva ovviare essendo un nobile benestante) la causa del suo rapporto difficile con le donne e la sessualità. Nel decennio seguente l'apparire dei disturbi, alcuni medici fiorentini, come altri medici consultati in gioventù, a parte la deformità fisica asseriranno — probabilmente in maniera erronea — che numerosi disturbi del Leopardi erano dovuti a neurastenia di origine psicologica (sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive che taluni attribuiscono all'impatto psicologico della malattia fisica), come lui stesso a tratti sostenne, anche contro il parere di numerosi dottori. «Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre.» (Lettera dedicatoria dei Canti, agli amici di Toscana, 1831). Secondo il neurologo Sganzerla, propositore della tesi sulla spondilite al posto della tubercolosi, Leopardi non mostrava invece alcun segno di vera depressione psicotica, sfatando il mito sostenuto da Citati e dai lombrosiani come Patrizi e Sergi. Queste patologie comunque, se non condizionarono il suo pensiero in maniera diretta (come ribadito spesso da Leopardi), influenzarono comunque il suo pessimismo filosofico e lo spinsero a indagare le cause della sofferenza umana e il significato della vita da una prospettiva originale, divenendo, come affermato dal critico Sebastiano Timpanaro, "un formidabile strumento conoscitivo".
Conversione filosofica
Dopo il primo passo verso il distacco dall'ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia nel 1819 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi, alla poesia sentimentale che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.
Il 1817 fu per Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria e insofferente dell'angusto confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere, sentì l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante. In questo periodo è anche la prima formulazione della "teoria del piacere", una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggior parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820.
Sempre nel 1817 egli scrisse al classicista Pietro Giordani che aveva letto la traduzione leopardiana del II libro dell'Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbe inizio una fitta corrispondenza e un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico ed aggressivo: «Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s'io m'arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo [...] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia». Egli vuole uscire da quel "centro dell'inciviltà e dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è quella vita alla quale egli si è preparato a inserirsi con impegno e con studio profondo. Nell'estate 1817 fissa le prime osservazioni all'interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà della cugina, provando per la prima volta il sentimento d'amore. Pietro Giordani riconosce l'abilità di scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo presenta all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classicisti e romantici. Leopardi difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica persona che riesce a comprenderlo.
Primo amore«Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!».
Nel luglio del 1817 il Leopardi iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il sonetto "Letta la vita scritta da esso" che toccava i temi della gloria e della fama. Alla fine del 1817 un altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il "Diario del primo amore" e l'"Elegia I" che verrà in seguito inclusa nei "Canti" con il titolo "Il primo amore".
Presa di posizione anti-romantica
Fra il 1816 e il 1818 la posizione di Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche ed aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone ed in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana", scritta nel 1816 in risposta a quella di Madama la baronessa di Staël, e il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron. Le due opere mostrano l'avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di Leopardi rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia con la mentalità romantica. Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia e Sopra il monumento di Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani.
Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell'unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua.
Nel 1819 si riacutizzarono i problemi agli occhi. Tra il luglio e l'agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d'Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì. Fu nei mesi di depressione che seguirono che Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti "primi idilli" o "piccoli idilli". Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell'impossibilità di essere felici.

L'infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e 'l naufragar m'è dolce in questo mare.

"""In questo idillio, composto in endecasillabi sciolti, con il ricorso continuo all'enjambement il poeta ottiene significativi effetti di straniamento, giocando con l'enfasi che le parole chiave della poesia, tutte attinenti alla sfera semantica dell'infinito filosofico di matrice neo-spinoziana, ricevono dalla loro collocazione a ridosso della pausa finale del verso. Agli effetti di enfasi e straniamento derivanti dalla struttura metrico-verbale si aggiungono gli effetti derivanti dal gioco delle allitterazioni e delle assonanze che caratterizzano le parti centrali della lirica. Rivestono una funzione speciale appunto le assonanze con /a/ posta in sillaba aperta accentata (e perciò allungata, secondo le tendenze della fonetica della lingua italiana), in parole come "interminati", "sovrumani" o "mare". Una funzione particolare, tesa a descrivere lo stato contemplativo del poeta, ha l'isocolia fra i due gerundi "sedendo e mirando", che rasentano l'accostamento paronomastico. Nonostante gli occasionali iperbati, sul piano sintattico, l'Infinito ha un giro di frase estremamente semplice ed essenzialmente basato sulla paratassi. Fra le poche proposizioni subordinate prevalgono peraltro le relative attributive esplicite o implicite e l'uso dei gerundi, che sono di fatto poco più che espansioni nominali e avverbiali della proposizione reggente. L'intero componimento si articola in quattro lunghi periodi, di cui solo il primo e l'ultimo terminano effettivamente in fin di verso. Lo stesso si nota sul piano del lessico: l'intera poesia è centrata su termini attinenti alla sfera semantica dell'indefinitezza: ne deriva la costruzione poetica di un nuovo tipo di misticismo, basato sull'immedesimazione dell'uomo con l'assolutezza dell'ordine di un universo regolato da una necessità inesorabile di per sé indifferente ai destini dell'individuo. Al confine fra morfologia e lessico, l'impiego dei pronomi dimostrativi "questo" o "quello", con le loro connotazioni locali, sottolinea un cammino di immedesimazione, definito secondo i gradi di una climax ascendente, che dai confini spaziali dell'ego ("quest'ermo colle e questa siepe", "queste piante") porta il poeta a fondersi con l'assoluto ("questa immensità", "questo mare") in un processo di indiamento, che suggerisce in definitiva la presenza, nel poeta, di un teismo pratico ancorato a una visione panteistica della realtà: questo misticismo fa di Leopardi l'unico poeta italiano che abbia veramente saputo esprimere la dimensione interiore della Sehnsucht (struggimento nostalgico per l'assoluto) propria del romanticismo europeo. Più avanti, ai tempi della lirica A se stesso e dell'incompiuto Inno ad Arimane, conservatoci nello Zibaldone, il Dio-Natura di Leopardi si preciserà in una visione che è stata designata con l'etichetta di pessimismo cosmico, e che in realtà sarebbe meglio indicare come negativismo ontologico, il che porterà il poeta di Recanati a superare le visioni romantiche, anticipando tematiche tipiche del Novecento. L'impiego dei pronomi dimostrativi che si riscontra nell'Infinito avrà fra l'altro un peso determinante nell'evoluzione dello stile del primo Giuseppe Ungaretti. Nel componimento si ripete due volte lo schema seguente: sensazione, fantasia, sentimento. Nella prima parte incontriamo una sensazione visiva (sguardo impedito dalla siepe), la fantasia (immaginazione di mondi sterminati e silenziosi), il sentimento ("ove per poco il cor non si spaura"). Nella seconda parte troviamo una sensazione auditiva (vento che stormisce tra le piante), la fantasia (eternità, trascorrere del tempo), il sentimento ("e il naufragar m'è dolce in questo mare"). L'ascesa al Monte Tabor, rifugio ideale del poeta, si configura in ultima analisi come uno studio visivo-prospettico degli elementi del paesaggio: la siepe che impedisce la vista dell'orizzonte e l'ostacolo percettivo che permette la fuga della mente dall'esperienza immediata dei sensi. Al di là della siepe si schiudono dunque spazi senza limite, silenzi profondi e pace assoluta, portatrice di sgomento, e indizio di quell'eternità a cui l'improvviso stormire del vento tra le fronde conduce il poeta, il cui io naufraga, cioè si annienta, fondendosi con l'universo. Così, tra la minaccia del silenzio (sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura) e la presenza sonora della natura (E come il vento / odo stormir tra queste piante), il pensiero afferra l'inafferrabile universalità dell'infinito, superando la contingenza. Con "infinito" e "spazi al di là della quiete" il poeta si riferisce al futuro, che ci apparirà sempre come una dolcissima illusione che non abbandonerà mai l'uomo. La siepe, invece, è il muro che divide il presente dal futuro, il poeta dall'infinito e lascia solo immaginare in cosa consista il nostro fato. Ogni uomo può tentare di cogliere l'infinito che procura un profondo benessere ma anche un senso di pauroso sgomento."""

infinito

Manoscritto autografo de L'infinito. (Visso, Archivio comunale)

La sera del dì di festa

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

"""La lirica fu composta probabilmente nel 1820, sebbene inizialmente recasse un titolo diverso: La sera del giorno festivo. Scritta da Giacomo Leopardi in endecasillabi sciolti, presenta caratteristiche che la accomunano agli idilli L’infinito e Alla luna: la forma metrica, il mancato ricorso alla scansione in strofe e l’adozione di uno stile “vago e indefinito”. Infatti Leopardi stesso commentava così sullo Zibaldone a proposito del lessico adottato per questa e altre liriche coeve: «Le parole notte notturno ec. le descrizioni della notte ec. sono poeticissime, perché la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sì di essa, che di quanto ella contiene. Così oscurità, profondo, ec. ec.». Di notevole forza poetica l’incipit, che in un unico verso racchiude ben tre ambiti sensoriali diversi, tratteggiati dal poeta come uno sfumato che ne rende indefiniti i contorni: il gusto (dolce), la vista (chiara) e il tatto (senza vento). Di seguito è invece la percezione uditiva a guidare il nucleo centrale del componimento. """

la sera 7

La sera del dì di festa. Manoscritto

Alla luna

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!

"""Il tema che domina la poesia è quello della rimembranza. Essa consiste nel ricordare il passato. Per Leopardi, il ricordo è sempre fonte di piacere, perché attraverso esso si possono rivivere le illusioni passate. Il poeta osserva la luna e ricorda che un anno prima era salito sullo stesso colle da cui la guarda ora. All'epoca, il volto della luna gli era apparso diverso, tremolante, perchè i suoi occhi erano pieni di lacrime. La luna è per lui il simbolo della forza rasseneratrice che viene dalla natura e le parla come se fosse una cara e gentile creatura. Rispetto a un anno prima, non è cambiato nulla per il poeta, che prova la stessa tristezza e lo stesso dolore di fronte. Nonostante ciò, osservarla e ricordare gli eventi tristi è per lui fonte di piacere e di conforto."""

luna

Alla luna. Manoscritto


Tra il luglio e l'agosto del 1919progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Lombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d'Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì. Fu nei mesi di depressione che seguirono che Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti "primi idilli" o "piccoli idilli". Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell'impossibilità di essere felici.
Nell'autunno del 1822 ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile dell'anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A Leopardi Roma apparve squallida e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata studiando i classici. Lo colpirono la corruzione della Curia e l'alto numero di prostitute che gli fece abbandonare l'immagine idealizzata della donna, come scrive in una lettera al fratello Carlo del 6 dicembre. Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi componimenti, come Nerina e Silvia, tratti dall'Aminta). Nell'ambiente culturale romano Leopardi visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui i filologi Christian Bunsen (poi ministro del regno di Prussia e fondatore dell'Istituto di Archeologia a Roma) e Barthold Niebuhr; quest'ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell'amministrazione pontificia, ma Leopardi rifiutò. Il 31 gennaio del 1823, nella Basilica dei Santi XII Apostoli in Roma, ascoltò l'orazione funebre per la morte di Antonio Canova, scritta e declamata da Melchiorre Missirini, già segretario del Canova. Leopardi criticò l'orazione, ma tra lui e Missirini nacque comunque una duratura amicizia, testimoniata anche dai rispettivi epistolari. Nell'aprile dello stesso anno Leopardi ritornò a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello sperato. Tornato a Recanati, Leopardi si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale e, tra il gennaio e il novembre del 1824, compose buona parte delle Operette morali.
Nel 1825 il poeta, invitato dall'editore Antonio Fortunato Stella, si recò a Milano con l'incarico di dirigere l'edizione completa delle opere di Cicerone ed altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo perché il clima gli era dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia.
Decise, così, di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Recanati nell'inverno del 1827, sino al giugno di quello stesso anno mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e dando lezioni private. Nell'ambiente bolognese Leopardi conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato, al quale dedicò un'epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse il 28 marzo 1826 nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una "Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento che venne pubblicata nel 1827 alla quale fece seguito, l'anno successivo, una "Crestomazia" poetica. A Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della quale si innamorò senza essere corrisposto. Leopardi frequentò i Malvezzi per quasi un anno, ma poi la donna lo allontanò spinta anche dal marito, mal tollerante del fatto che il poeta si trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte. Leopardi si sfoga in una lettera a un corrispondente, usando parole molto dure verso di lei. Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta, patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici, con la famiglia Brighenti e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani. Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze, dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux tra i quali Gino Capponi, Giovanni Battista Niccolini (amico e corrispondente di Ugo Foscolo allora esiliato a Londra), Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo ed anche il Manzoni, che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi. Divenne amico particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con Capponi e Manzoni, sebbene quest'ultimo non condividesse le idee di Leopardi. Fu invece conflittuale il rapporto col Tommaseo, cattolico liberale, ma fortemente avverso al razionalismo e al materialismo, il quale giunse a provare una forte avversione per Leopardi, attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se riconosceva l'abilità stilistica nella prosa); Tommaseo arrivò a denigrare Leopardi per il suo aspetto fisico (cosa che farà, però solo in lettere private rivolte ad altri, anche il Capponi stesso irritato per la Palinodia Leopardi risponderà nel 1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre che nell'ottava strofa della detta Palinodia. Nel novembre del 1827 si recò a Pisa, dove rimase fino alla metà del 1828. Qui strinse un'affettuosa amicizia con la giovane cognata del padrone del pensionato, Teresa Lucignani (1807-1897), a cui dedicò una breve lirica rimasta a lungo inedita. Grazie all'inverno mite, la sua salute migliorò e Leopardi tornò alla poesia, che taceva dal 1823 (con l'eccezione della poco riuscita epistola in versi Al conte Carlo Pepoli e del Coro di morti nello studio di Federico Ruysch contenuto nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie delle Operette morali); compose la canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia .
Ritorno a Recanati
Il periodo di benessere era finito e il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e già durante l'estate del '28 si recò a Firenze nella speranza di riuscire a vivere in modo indipendente. Chiese aiuto ad alcuni amici: Tommasini gli propose una cattedra di Mineralogia e Zoologia a Milano, ma il compenso era troppo basso e la materia poco consona alle conoscenze di Leopardi; Bunsen gli offrì la possibilità di una cattedra a Bonn o Berlino, ma il poeta dovette subito declinare l'invito, poiché il clima tedesco era troppo rigido e freddo per la sua salute malferma. Leopardi allora progettò di mantenersi con un lavoro qualsiasi, ma le sue condizioni di salute non gli permisero nemmeno questo e fu quindi costretto a ritornare a Recanati, dove rimase fino al 1830. In questi «sedici mesi di notte orribile» Leopardi si dedicò nuovamente alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra cui Le ricordanze (la cui ultima parte è dedicata a una giovane recanatese morta poco prima, Maria Belardinelli, da Leopardi chiamata Nerina), La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il passero solitario (forse su un abbozzo giovanile) e il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.

La quiete dopo la tempesta

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E’ diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

"""Il componimento si apre con una descrizione di un piccolo borgo rurale - che ricorda molto il «natio borgo selvaggio» delle Ricordanze - che, dopo un violentissimo temporale che aveva provocato grande angoscia e spavento, riprende lentamente le normali abitudini. Si può denotare una certa complementarità con il Sabato del villaggio, un canto leopardiano che offre uno spaccato di vita paesana in attesa del giorno festivo: sia la festa che la tempesta, infatti, sono eventi eccezionali che spezzano la monotonia della vita quotidiana, con la sostanziale differenza che il primo è positivo e il secondo è negativo. Nella prima strofa Leopardi evoca gradualmente gli eventi che animano questo scorcio di campagna dopo la vicenda meteorologica. La percezione del cessato pericolo è affidata all'inizio ai suoni emessi dagli animali: gli uccelli riprendono a cinguettare, mentre la gallina - ritornata sulla strada dopo il diluvio - ripete continuatamente il suo chiocciare. Segue l'improvvisa e inaspettata eruzione del sole che, squarciando le nubi dal crinale della montagna, inonda di luce tutta la vallata circostante, con i suoi riverberi che risplendono perfino sull'acqua del fiume («ecco il sereno ... il fiume appare»): essendo lo spunto della poesia prettamente autobiografico - lo stesso Leopardi era impaurito dai fenomeni atmosferici violenti - si può identificare il corso d'acqua nel fiume Potenza, che scorre nella valle tra Macerata e Recanati. Anche gli uomini, con gli animi pieni di gioia per la fine del temporale, ritornano alla consuetudine della routine: ovunque, nel borgo, si può udire il rumore delle attività quotidiane. L'artigiano, cantando, osserva il cielo umido per la pioggia appena caduta con gli attrezzi del lavoro in mano; una fanciulla è intenta a raccogliere l'acqua piovana appena caduta e l'ortolano ritorna a urlare da strada in strada per vendere la propria merce. Il sole, ormai, risplende in alto nel cielo, e si sente perfino il tintinnio dei sonagli del carro di un viandante che, con il bel tempo, riprende il suo viaggio.
L'attacco della seconda strofa è affidato a diverse interrogative retoriche, con cui Leopardi riflette sull'indissolubile legame tra dolore e piacere negli avvenimenti umani. È in questo modo che termina la parte descrittiva dell'idillio, che si può quindi considerare un exemplum, e ha inizio quella teorico-filosofica, in cui Leopardi postula la propria teoria del piacere, secondo la quale il piacere è «
figlio d'affanno»: con questa sentenza Leopardi denuncia la vanità della felicità, sottolineando «il carattere "illusorio" della scena precedente, pur amorosamente vagheggiata» (per usare le parole del Timpanaro). Secondo il poeta, infatti, il piacere può derivare esclusivamente dalla cessazione del dolore, e può esistere solo in opposizione ad esso, quasi grazie ad esso: ogni parvenza di felicità, pertanto, non è null'altro che un'assenza di infelicità. Anche chi desidera ardentemente morire, dice Leopardi, è profondamente agitato dinanzi alla violenza dei fenomeni naturali, nei confronti dei quali è assolutamente impotente, per poi essere colto da una sensazione di contentezza una volta scampato il pericolo. Il poeta espone assai lucidamente la propria teoria in un passo dello Zibaldone, in cui afferma: «Le convulsioni degli elementi e altri tali cose che cagionano l’affanno e il male del timore all’uomo naturale o civile [...] si riconoscono per conducenti, e in certo modo necessarii alla felicità dei viventi, e quindi con ragione contenuti e collocati e ricevuti nell’ordine naturale, il qual mira in tutti i modi alla predetta felicità. E ciò non solo perch’essi mali danno risalto ai beni, e perché più si gusta la sanità dopo la malattia, e la calma dopo la tempesta: ma perché senza essi mali, i beni non sarebbero neppur beni a poco andare, venendo a noia [...]» Riassumendo quanto appena affermato, per Leopardi il piacere è solo un illusorio sollievo che l'uomo prova quando riesce a sfuggire a un dolore che gli appare spaventoso. Anche questo, tuttavia, si tratta di un inganno della Natura, ironicamente designata con l'aggettivo «cortese». Scampare ad un affanno significa rischiare a esser costretti ad affrontarne tanti altri, per cui l'unica soluzione definitiva al dramma dell'esistenza umana è la morte: si tratta dell'unico «dono» concesso dalla Natura matrigna, ovvero una quiete definitiva e duratura che pone fine a ogni dolore, ogni sofferenza. Lo sprezzante sarcasmo di Leopardi culmina con un'invocazione agli dei, con la quale critica coloro che pensano che gli esseri umani sono naturalmente predisposti alla felicità essendo discesi dalle divinità: con questa riflessione Leopardi apre la strada a un tema che verrà poi approfondito nella Ginestra."""

Il sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

"""Durante le ore di «studio matto e disperatissimo» nella ricchissima biblioteca del padre Monaldo, il giovane Leopardi usava accostare il suo tavolino accanto a una finestra, così da ottimizzare lo sfruttamento della luce solare: tale finestra si affacciava su una piazzola dove gli abitanti di Recanati si ritrovavano per organizzare le piccole feste domenicali. È proprio questo piccolo slargo ad ispirargli la stesura del Sabato del villaggio, idillio scritto di getto il 29 settembre 1829 dove riflette sulla vanità della gioia umana. Il componimento si apre con la descrizione di un piccolo borgo rurale immerso nell'atmosfera serale di un sabato primaverile, quando molti abitanti sono impegnati nei preparativi per la domenica. Una giovinetta è colta nell'attimo in cui, arrivando dalla campagna al tramonto, reca in mano un fascio d'erba e un «mazzolin di rose e di viole» con cui può ornarsi i capelli. Quest'ultimo verso, in particolare, è al centro di una vexata quaestio alimentata da Giovanni Pascoli, fine botanico, il quale ha notato che le rose e le viole non fioriscono nella medesima stagione, denunciando pertanto l'irrealtà della situazione bucolica descritta dal poeta: il dibattito tuttavia è ancora aperto, siccome vi sono anche critici che sostengono la possibilità di un simile accoppiamento botanico («gran discussioni su queste rose e viole di Leopardi!» avrebbe scritto Mario Fubini nel Novecento). Ritornando alla lirica, l'immagine della «donzelletta [che] vien dalla campagna» è seguita dalla descrizione di una «vecchierella» che, contemplando il tramonto, rivive il piacere del dì di festa raccontando alle compagne della sua giovinezza, quando anche lei si agghindava per andare a ballare con i suoi compagni di gioventù. Perdendosi un po' nei dettagli del ricordo, la vegliarda è totalmente immersa nella rimembranza di quella che era un'età lieta e felice della vita, in cui era ancora «sana e snella» e possedeva una bellezza sfolgorante, poi sfiorita con il succedersi degli anni. Dal punto di vista allegorico, la «donzelletta» allude ai desideri che, a causa della Natura matrigna, non possono essere realizzati, mentre la «vecchierella» stabilisce un indissolubile legame tra la fine del giorno e il termine della vita umana, ovvero la morte. Ci sono poi i «fanciulli» che, all'imbrunire, manifestano un istintivo moto di letizia per l'attesa del giorno festivo e, dopo essersi incontrati tutti nella piazzetta, iniziano a saltare di qua e là, producendo un «lieto romore».
Analogamente, con un'immagine lievemente più malinconica delle precedenti, Leopardi descrive il contadino che ritorna fischiando a casa, rasserenato dalla prospettiva di potersi finalmente riposare il giorno successivo, mentre il falegname sta affrettatamente terminando il suo lavoro così da potersi dedicare all'indomani esclusivamente alla gioia e al riposo. La prima strofa, pertanto, descrive uno scenario idilliaco e rasserenante, ricco di percezioni uditive (il grido dei fanciulli, lo stridere della sega del falegname ...) che Leopardi definisce «
piacevoli» perché evocano un senso di vago e indefinito: «È piacevole per se stesso, cioè non per altro se non per un'idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi o che paia lontano senza esserlo o che si vada a poco a poco allontanando e divenendo insensibile o anche viceversa (ma meno) o che sia così lontano, in apparenza o in verità, che l’orecchio e l'idea quasi lo perda nella vastità degli spazi; un suono qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec., dove voi non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s'ode suonare per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti »
Nella terza strofa termina la parte descrittiva del componimento (in cui come abbiamo visto è presentato il villaggio che si prepara al dì festivo) e ha inizio quella teorico-filosofica, dove Leopardi riflette sul grande tema del piacere e della felicità umana. Tutti gli abitanti del borgo descritto nel poema, osserva Leopardi, sono animati da un inconsueto fervore dovuto all'attesa della domenica. Il piacere della festa, pertanto, è nel sabato precedente «
questo di sette è il più gradito giorno», quando la festa è imminente, ma non ancora presente: una volta arrivata la domenica, invece, tutti capiranno come la festa sia effettivamente poco conforme alle gioie che si aspettavano, e pertanto ognuno tornerà ai tristi pensieri dello squallido lunedì, quando si torna purtroppo al lavoro consueto al «travaglio usato». Questa situazione viene poi paragonata dal poeta alla vita stessa: il sabato simboleggia la giovinezza, età felice in cui si è pieni di gioia per l'attesa della maturità: una volta cresciuti, invece, ci si renderà conto di come l'esistenza umana sia priva dei piaceri tanto attesi durante l'adolescenza, e piena di noia e tristezza, così come accade ai paesani del Sabato del villaggio durante la domenica. È per questo motivo che Leopardi, nell'ultima strofa, si rivolge con un misto di benevolenza e di bonaria ironia a un «garzoncello scherzoso», ancora ignaro della crudeltà che regola gli accadimenti umani. A questo fanciullo immaginario egli suggerisce di godere serenamente la sua «età fiorita» di speranze, senza desiderare di crescere affrettatamente siccome è proprio nell'età adulta «festa di tua vita» che i desideri adolescenziali si rivelano illusori e dolorosi."""

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

"""Il canto si apre con il pastore kirghiso che rivolge delle domande retoriche alla luna, muta e preziosa confidente delle sue angosce, rivelandole i propri dubbi sul senso della vita. Contemplando la ricorrenza, pressoché eterna, del moto lunare, il pastore effettua un parallelismo tra la sua vita e il viaggio notturno dell'astro «Somiglia alla tua vita / la vita del pastore»: così come la luna compie ogni sera il suo percorso nel firmamento, anche il pastore percorre gli stessi campi ogni giorno, guardando le cose meccanicamente, senza nessun interesse. Non riuscendo a dare un senso alla propria esistenza, il pastore mette in dubbio la sostanza dello stesso universo «Dimmi, o luna: a che vale / al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi?»: sia la vita umana che il cosmo, infatti, sembrano essere sprovvisti di un significato e di un senso.
L'incipit della seconda strofa rinvia a un celebre sonetto petrarchesco,
Movesi il vecchierel canuto e bianco (Canzoniere, XVI), dal quale riprende l'immagine di un anziano che, con i suoi affanni, nel Canto notturno assurge a simbolo della condizione umana. Secondo il pastore la vita può essere paragonata al faticoso cammino di un «vecchierel bianco, infermo, / mezzo vestito e scalzo, / con gravissimo fascio in su le spalle / [che] corre via, corre, anela, / varca torrenti e stagni, / cade, risorge» : questa tumultuosa vicenda si concluderà inesorabilmente con la morte «Vergine luna, tale / è la vita mortale». È utile, per comprendere appieno questa metafora, consultare un passo dello Zibaldone che riprende quasi letteralmente questo passo: «Che cosa è la vita? Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all'ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso e quivi inevitabilmente cadere» Il pastore errante, insomma, critica gli sviluppi della vita umana, la quale a suo giudizio è null'altro che un viaggio affannoso verso la morte. Questa tesi è avallata da una serie di considerazioni: l'uomo nasce per soffrire, osserva il pastore, e la stessa nascita presenta rischi di morte (in riferimento alle complicanze del parto: all'inizio dell'Ottocento la mortalità alla nascita era molto alta). Ma, anche nel caso che il nascituro sopravviva, egli proverà dolore e sofferenza sin dalla nascita. Viene poi approfondito il legame indissolubile tra genitori e figli, accettato dal pastore che tuttavia si chiede che senso abbia dare al mondo un bambino se poi bisogna comunque consolarlo per le continue sofferenze che esso patirà. Nonostante lo stato di miseria del pastore la luna è «intatta», nel senso che rivela un sostanziale disinteresse per le domande quasi ingenue del pastore «Ma tu mortal non sei, / e, forse del mio dir poco ti cale»; è tuttavia pienamente consapevole delle dinamiche che regolano gli accadimenti umani, nonostante il suo silenzio e la sua apparente indifferenza. Il pastore errante, pertanto, decide di proseguire il suo colloquio con l'«eterna peregrina» chiedendole perché gli uomini soffrono e continuano a desiderare invano. Impostata su queste domande, la strofa prosegue con il pastore che, alzati gli occhi alla volta celeste, si rende desolatamente conto dell'immensità del cosmo: egli non sa quale beneficio apporta questo universo «smisurato e superbo», né è a conoscenza del motivo per cui stelle e pianeti continuano questo loro andirivieni in un movimento pressoché perpetuo. L'unica certezza che ha è che la vita è dolore e sofferenza «a me la vita è male». Oppresso da queste angosce, nella quinta strofa il pastore si rivolge al proprio gregge, l'unica compagnia di esseri viventi della quale dispone: le pecore, tuttavia, non sono tormentate dalla noia e dal tedio, sentimenti che invece sono costitutivi essenziali dell'animo umano, né sono consapevoli del loro infelice destino. Nella sesta e ultima strofa il pastore cerca invece di compensare la propria tristezza nell'immaginazione, sperando di poter sottrarsi alla sua infelice condizione dotandosi di ali per fuggire, così da contare le stelle una ad una e ricercare felicità infinite. Quest'ipotesi più immaginosa viene tuttavia soppressa dall'accettazione razionale che il dolore è il destino che attende tutti gli esseri viventi, in quanto è parte integrante e vitale della vita stessa «forse in qual forma, in quale / stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale»."""

pastore

Manoscritto

A se stesso

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

""" A se stesso è una delle liriche più brevi della raccolta dei Canti: in questi sedici versi di estremo pessimismo, infatti, Leopardi condensa tutta la sua desolazione (dovuta alle sfortunate vicende biografiche e amorose), raggiungendo il punto più intenso della sua negatività. Il poeta, infatti, è inevitabilmente condannato alla sofferenza, siccome ha visto perire «l'inganno estremo» , ovvero l'illusione più grande che l'uomo possa mai coltivare, e che egli riteneva eterna: si tratta dell'amore. Si ricordi che il componimento fa parte del cosiddetto «ciclo di Aspasia», raccolta di canti scritti dopo che Leopardi si infatuò di Fanny Targioni Tozzetti, una donna che egli conobbe a Firenze nel 1830 e che tuttavia non lo ricambiò. È per questo motivo che il poeta, straziato da un dolore aspro e pungente, si rivolge al suo cuore che, tramontate le illusioni, la speranza, persino il desiderio, non può che «posa[re] per sempre», così da concedere spazio alla razionalità, l'unica facoltà in grado di restituirgli la dignità. Finalmente congedatosi dalle illusioni, Leopardi diviene consapevole della «vanità del tutto» e assume un orgoglioso atteggiamento di lotta contro il mondo e le sue avversità. Nei versi di A se stesso, infatti, risuona una forte tensione eroica ben diversa dal titanismo delle canzoni filosofiche (Bruto minore, Ultimo canto di Saffo) e della Sera del dì di festa: in questo componimento, al contrario, rileviamo un eroismo lucido, rassegnato, che non si traduce più in un'aspra protesta bensì accetta senza reagire la crudeltà del mondo, risolvendosi in un rifiuto totale e assoluto. Come evidenziato dal critico Giuseppe De Robertis «questa non è disperazione forte, ma stanca»: «[...] disprezza te, la natura, il brutto poter che, ascoso, a comun danno impera, e l’infinita vanità del tutto». Nonostante questa tragica delusione, Leopardi trova ancora la forza e il coraggio di attaccare la Natura, entità malvagia del tutto insensibile alla felicità e ai bisogni dei viventi. Quest'accusa, tuttavia, non si risolve né nella progettazione di una confederazione di uomini che si riuniscono in una «social catena» per combattere la Natura (come accadrà nella Ginestra), né con l'urgenza di contemplare il vero. Al contrario, in A se stesso assistiamo alla «riduzione del sistema dell’universo a un male personificato e a una morte incombente e inevitabile, senza che si scorgano spiragli di nessun genere» (Marco Balzano). Contemporanee, oltre ad Aspasia, sono infatti le due canzoni "sepolcrali", pessimiste quanto A Silvia e il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, e l'abbozzo di inno Ad Arimane, dove il nichilismo di Leopardi pare superare l'agnosticismo e l'ateismo e, oltre ad invocare la morte, sfiora il puro misoteismo: la Natura, da insensibile, diventa perciò una vera e propria divinità malvagia, che non lascia scampo e contro cui si scagliano le maledizioni del poeta.""".

Queste poesie, a lungo denominate dai critici "grandi idilli" o anche "secondi idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come "canti pisano-recanatesi". In questo periodo l'insofferenza per la sua città natale, da lui definita "natio borgo selvaggio", aumenta, proporzionalmente all'avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo ritenevano un intellettuale superbo, tanto che anche i ragazzini del paese, secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti del tipo: "Gobbus esto / fammi un canestro, / fammelo cupo / gobbo fottuto".
A Firenze dal 1830 al 1833
«Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei.»

(A se stesso)
Intanto, nell'aprile del 1830, il Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli "amici di Toscana", l'opportunità di tornare a Firenze, dove il 27 dicembre 1831 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca. Per mantenersi accettò la sottoscrizione e progettò un giornale che avrebbe curato quasi da solo, Lo spettatore fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia e del timore della censura. Nello stesso 1831 a Firenze curò un'edizione dei "Canti", partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda amicizia col giovane esule napoletano Antonio Ranieri, futuro senatore del Regno d'Italia, che durerà fino alla morte. Nel 1831, grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna (sorto dai moti del 1831), su designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa in tempo ad accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci restaurano il governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un modesto assegno mensile che gli permette di sopravvivere; Leopardi accetta ma, reputandolo umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati.

fanny

Fanny Targioni Tozzetti


Risale sempre a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e ultimo amore secondo i biografi, dopo la Cassi Lazzari e la Malvezzi), moglie del medico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri, conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di Aspasia", una raccolta di poesie scritte tra il 1831 e il 1835 e che contiene: Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il Leopardi più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella dell'amore. Aspasia, seppur piena di rancore e sarcasmo contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un amore ormai finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e intimamente, anche se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di lui; lei lo descrisse sempre come un amico e dopo la morte come una persona "disgraziata" a cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei primi versi, contenenti la descrizione fisica e caratteriale della Targioni, presentata come una "donna fatale", si nota anche una tensione erotica molto rara in Leopardi, il quale ribadisce ripetutamente il fascino esteriore esercitato dalla nobildonna. L'identificazione della donna con l'Aspasia poetica è data, più che dalle lettere di Leopardi, dalle affermazioni di Ranieri nei sette anni di sodalizio e da alcune lettere tra lui e la Targioni Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia accenna anche a toni polemici e misogini, in cui Leopardi si dice felice di essersi perlomeno liberato della dipendenza affettiva verso l'amica, che descrive quasi come un servilismo morale di cui si vergogna, un "giogo" ormai spezzato, in una lettera a Fanny dei primi tempi si scorgono invece le riflessioni sull'amore e la morte del periodo, che trovano l'esatta corrispondenza con alcuni versi di Consalvo e con Amore e morte: «E pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono né belle né degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro. Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà dànno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e credetemi sempre vostro(Lettera da Roma, 6 agosto 1832)
«Due cose belle ha il mondo: / amore e morte. All'una il ciel mi guida / in sul fior dell'età; nell'altro, assai / fortunato mi tengo.» (Consalvo, vv. 102)

Aspasia

Torna dinanzi al mio pensier talora
il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo
per abitati lochi a me lampeggia
in altri volti; o per deserti campi,
al dì sereno, alle tacenti stelle,
da soave armonia quasi ridesta,
nell’alma a sgomentarsi ancor vicina
quella superba vision risorge.
Quanto adorata, o numi, e quale un giorno
mia delizia ed erinni! E mai non sento
mover profumo di fiorita piaggia,
né di fiori olezzar vie cittadine,
ch’io non ti vegga ancor qual eri il giorno
che ne’ vezzosi appartamenti accolta,
tutti odorati de’ novelli fiori
di primavera, del color vestita
della bruna viola, a me si offerse
l’angelica tua forma, inchino il fianco
sovra nitide pelli, e circonfusa
d’arcana voluttà; quando tu, dotta
allettatrice, fervidi sonanti
baci scoccavi nelle curve labbra
de’ tuoi bambini, il niveo collo intanto
porgendo, e lor di tue cagioni ignari
con la man leggiadrissima stringevi
al seno ascoso e desiato. Apparve
novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
divino al pensier mio. Così nel fianco
non punto inerme a viva forza impresse
il tuo braccio lo stral, che poscia fitto
ululando portai finch’a quel giorno
si fu due volte ricondotto il sole.

Raggio divino al mio pensiero apparve,
donna, la tua beltà. Simile effetto
fan la bellezza e i musicali accordi,
ch’alto mistero d’ignorati Elisi
paion sovente rivelar. Vagheggia
il piagato mortal quindi la figlia
della sua mente, l’amorosa idea,
che gran parte d’Olimpo in se racchiude,
tutta al volto ai costumi alla favella,
pari alla donna che il rapito amante
vagheggiare ed amar confuso estima.
Or questa egli non già, ma quella, ancora
nei corporali amplessi, inchina ed ama.
alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
la donna a torto. A quella eccelsa imago
sorge di rado il femminile ingegno;
e ciò che inspira ai generosi amanti
la sua stessa beltà, donna non pensa,
né comprender potria. Non cape in quelle
anguste fronti ugual concetto. E male
al vivo sfolgorar di quegli sguardi
spera l’uomo ingannato, e mal richiede
sensi profondi, sconosciuti, e molto
più che virili, in chi dell’uomo, al tutto
da natura è minor. Che se più molli
e più tenui le membra, essa la mente
men capace e men forte anco riceve.

Né tu finor giammai quel che tu stessa
inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
che smisurato amor, che affanni intensi,
che indicibili moti e che deliri
movesti in me; né verrà tempo alcuno
che tu l’intenda. In simil guisa ignora
esecutor di musici concenti
quel ch’ei con mano o con la voce adopra
in chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta
che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
della mia vita un dì: se non se quanto,
pur come cara larva, ad ora ad ora
tornar costuma e disparir. Tu vivi,
bella non solo ancor, ma bella tanto,
al parer mio, che tutte l’altre avanzi.
Pur quell’ardor che da te nacque è spento:
perch’io te non amai, ma quella Diva
che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.
Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
sua celeste beltà, ch’io, per insino
già dal principio conoscente e chiaro
dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi,
pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi,
cupido ti seguii finch’ella visse,
ingannato non già, ma dal piacere
di quella dolce somiglianza, un lungo
servaggio ed aspro a tollerar condotto.

Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola
sei del tuo sesso a cui piegar sostenni
l’altero capo, a cui spontaneo porsi
l’indomito mio cor. Narra che prima,
e spero ultima certo, il ciglio mio
supplichevol vedesti, a te dinanzi
me timido, tremante (ardo in ridirlo
di sdegno e di rossor), me di me privo,
ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto
spiar sommessamente, a’ tuoi superbi
fastidi impallidir, brillare in volto
ad un segno cortese, ad ogni sguardo
mutar forma e color. Cadde l’incanto,
e spezzato con esso, a terra sparso
il giogo: onde m’allegro. E sebben pieni
di tedio, alfin dopo il servire e dopo
un lungo vaneggiar, contento abbraccio
senno con libertà. Che se d’affetti
orba la vita, e di gentili errori,
e’ notte senza stelle a mezzo il verno,
già del fato mortale a me bastante
e conforto e vendetta è che su l’erba
qui neghittoso immobile giacendo,
il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

"""Il canto “Aspasia” è il ventinovesimo della raccolta “I Canti” di Giacomo Leopardi. Esso sicuramente chiude definitivamente le poesie dedicate ed ispirate alla signora Fanny Targioni Tozzetti per la quale Leopardi scelse il soprannome di Aspasia che ha dato il nome a tutto il ciclo. Il canto “Aspasia” fu scritto tra il 1834 e il 1835 a Napoli quando ormai il poeta si era adeguato e rassegnato anche alla vita napoletana ed erano passati due anni dal suo trasferimento da Firenze. A Napoli, Leopardi, con l’animo più sereno e pacato, ma sempre con viva rabbia e delusione verso Fanny e verso l’amore, scrive l’ultimo componimento in ricordo di Fanny che lui, per due più anni, amò molto intensamente. Il poeta ripercorre il suo ardore verso la signora fiorentina che lo aveva fatto invaghire ed innamorare. Conosciamo, dalle lettere tra Leopardi e Ranieri e tra questi e Fanny Targioni Tozzetti, lo stato d’animo di Leopardi che si era illuso che la simpatia e la cortesia di Fanny potesse trasformarsi in un amore vago e platonico della signora verso di lui. Leopardi scrisse Aspasia il canto nel quale esprime il suo dolore e la sua amarezza per la donna da lui amata. Il canto Aspasia, malgrado il rancore del poeta verso Fanny, come tutti i canti del ciclo, contiene la magica poesia e la bellezza poetica tipica dei canti leopardiani. Leopardi scrisse il canto di chiusura del ciclo per diversi motivi: sia per rievocare tutta la sua esperienza amorosa, sia per esprimere il suo rancore verso Fanny ma anche per esprimere il suo nuovo stato d’animo ritrovato a Napoli, ormai lontano dalla passione amorosa verso Fanny che tanto lo aveva fatto sognare, fantasticare ed emozionare ma anche disperare e infiammare. Leopardi esprime il suo nuovo stato d’animo, ritrovato a Napoli, solo nell’ultimo verbo dell’ultimo verso: “e sorrido”, a cui ogni critico ha dato una sua interpretazione nella speranza di poterlo chiarire."""


Lo spostamento del Consalvo nei Canti molto precedenti al ciclo, avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto pensare che il personaggio di Elvira sia ispirato anche a Teresa Carniani Malvezzi e non solo a Fanny. Per circa 4 anni frequenta molto spesso casa Targioni, cercando di avvicinarsi alla padrona di casa procurandole moltissimi autografi di scrittori e personaggi famosi, che lei collezionava. In questo periodo Leopardi diviene amico anche della contessa Carlotta Lenzoni de' Medici di Ottajano, affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma poi se ne allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna descritta negativamente come Aspasia sarebbe stata la Lenzoni. Nell'autunno del 1831 si recò a Roma con Ranieri per ritornare a Firenze nel 1832 e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle "Operette", Il Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò a corrispondere epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure in maniera più fredda e distaccata.
Anni a Napoli (1833-1837)
Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra Leopardi e Ranieri vi fosse un rapporto amoroso. Pietro Citati però precisa che si sarebbe trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo al Giordani. In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri:
«Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere; ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l'uno per l'altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo.»
Nel settembre del 1833 Leopardi, dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Antonio Ranieri dichiarò:
«Quivi Leopardi, mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia (cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da ravviare i capelli, e le cesoie [...]»
Pare infatti che la padrona di casa volesse cacciarli, per timore che Leopardi fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva e lui stesso sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie, e non ci faceva caso. Nell'aprile 1834 Leopardi ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse:
«Leopardi è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente [...] fa del giorno notte e viceversa [...] conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino [...] la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare dispongon l'animo in suo favore.»
Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle autorità borboniche, a cui seguirà la messa all'Indice dei libri proibiti dopo la censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni "dialoghi". Leopardi così ne parlava in una lettera a Luigi De Sinner: «La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto».
Durante gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse probabilmente tra il 1831 e il 1835 riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto. A quest'ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di vita. Di quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata, sia dallo pseudo Omero della Batracomiomachia, (che già Leopardi aveva tradotta in gioventù, e di cui continua la trama), che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni Battista Casti, rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre che gli altri, di sua mano, furono scritti sotto dettatura del Leopardi. Le ultime ottave sarebbero state dettate da Leopardi morente poco dopo aver terminato l'ultima poesia, Il tramonto della luna. Qualche dubbio può nascere, se si pensa che Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare come autentici, con poco successo finanziario. Nel 1836, quando a Napoli scoppiò l'epidemia di colera, Leopardi si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio del 1837 e dove scrisse La ginestra o il fiore del deserto. Paolina Ranieri assisterà, personalmente e con profondo affetto, Leopardi nei suoi ultimi anni, all'aggravamento delle sue condizioni fisiche. Paolina (1817-1878) fu «l'unica donna che lo amò, sebbene si trattasse di un amore fraterno». A Napoli Leopardi lavora incessantemente, nonostante la salute in peggioramento, componendo varie liriche e satire; non segue le raccomandazioni dei medici, e conduce una vita abbastanza sregolata per una persona dalla salute fragile come la sua: dorme di giorno, si alza al pomeriggio e sta sveglio la notte, mangia molti dolci (particolarmente sorbetti e gelati), talvolta frequenta la mensa pubblica (anche durante il periodo del colera) e beve moltissimi caffè.

La ginestra o il fiore del deserto

Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante

e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fûr liete ville e cólti,
e biondeggiâr di spiche, e risonâro
di muggito d’armenti;
fûr giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fûr cittá famose,
che coi torrenti suoi l’altèro monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
ove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrá dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
«Le magnifiche sorti e progressive».

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e vòlti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra sé. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto;
bench’io sappia che obblio
preme chi troppo all’etá propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertá vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltá, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Cosí ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci die’. Per queste il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama sé né stima
ricco d’òr né gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma sé di forza e di tesor mendíco
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io giá, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice: — A goder son fatto, —
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nòve
felicitá, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sí, ch’avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
ch’a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor piú gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando

del suo dolor, ma dá la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccom’è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede cosí, qual fôra in campo
cinto d’oste contraria, in sul piú vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Cosí fatti pensieri
quando fien, come fûr, palesi al volgo;
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper; l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probitá del volgo
cosí star suole in piede
quale star può quel c’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa,
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo, ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor piú senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o cosí paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiú, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto; e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente

co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente etá, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietá prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
cui lá nel tardo autunno
maturitá senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre,
e le ricchezze ch’adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; cosí d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar lá su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e cittá nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello

son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom piú stima o cura
ch’alla formica: e se piú rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
anni varcâr poi che sparîro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta piú mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando piú volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l’usato

suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente,
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion, l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietá rende all’aperto;
e dal deserto fòro
diritto infra le file
de’ mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per vòti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Cosí, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sí lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternitá s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate

queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
giá noto, stenderá l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver’ le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma piú saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

"""Prima strofa
«E gli uomini vollero / piuttosto le tenebre che la luce» (Giovanni)
A epigrafe del componimento, quindi prima del suo effettivo inizio, Leopardi colloca una citazione del Vangelo di Giovanni.
La citazione, tuttavia, è dolentemente ironica, e rovescia anticristianamente il significato originario attribuito da Giovanni, secondo cui la «luce» (phos) coincideva con la parola di Dio. L'ateo Leopardi, al contrario, impiega questa citazione per sottolineare la difficoltà con la quale la verità riesce a rivelarsi tra gli esseri umani, che - barricati dietro a concezioni spiritualistiche e ottimistiche, fiduciose - preferiscono rifugiarsi in opinioni false e rassicuranti (le «tenebre») piuttosto che prendere consapevolezza della propria tragica condizione esistenziale (la «luce»). Come sottolineato dal critico Romano Luperini, «
gli uomini [...] preferiscono illudersi di cose false (le tenebre) e consolatorie piuttosto che prendere coscienza di cose vere (la luce), ma dolorose»: le tenebre, in particolare, appartengono a «tutte le illusioni, religiose o laiche, che allontanano da questa presa di coscienza dolorosa, ma necessaria».
La ginestra si apre con la descrizione delle pendici del Vesuvio, il vulcano che nel 79 d.C. eruttò seminando distruzione e morte dove un tempo sorgevano ville, giardini e città grandi e prosperose (l'allusione è a Pompei, Ercolano, Stabia ...): il carattere intimidatorio e minaccioso del Vesevo è sottolineato dagli aggettivi «sterminator» e «formidabile», che in questa poesia mantiene la propria etimologia latina (da formido, «spavento»). Si tratta, questo, di un paesaggio desolato e privo di vegetazione, rallegrato esclusivamente da una ginestra che, contenta di fiorire nel «deserto» vesuviano, esala al cielo un soave profumo che addolcisce un po' la desolazione di quel luogo arido e solitario. Da questo momento in poi il poeta si rivolge alla ginestra, che diventa l'interlocutrice privilegiata del suo discorso poetico: abbandonandosi al ricordo, Leopardi comunica al fiore di averlo già visto nelle campagne deserte («erme contrade») che cingono la città di Roma, antica potenza poi tramontata definitivamente («donna», dal latino domina, ossia padrona). Così come il «fior gentile», pur avendo coscienza della propria fragilità, non si sottrae al proprio destino, il poeta di Recanati è consapevole della sua piccolezza materiale nei confronti delle forze poderose e sterminatrici della Natura. La prima strofa si conclude con una virulenta polemica verso tutti coloro che, esaltando la condizione umana e il progresso, credono che la Natura sia amica dell'uomo. A loro rivolge un amaro invito a visitare le aride pendici del Vesuvio, così da poter vedere con i propri occhi come il genere umano stia a cuore alla natura amorosa, che in quei luoghi deserti descrive «le magnifiche sorti e progressive». Queste parole sono presenti in corsivo nell'autografo e sono polemicamente riprese come iperbato di una frase di Terenzio Mamiani, cugino di Leopardi, che le aveva scritte nei suoi Inni Sacri. Mamiani era un patriota risorgimentale imbevuto di spiritualismo ottimista e confidava ciecamente nel progresso scientifico e spirituale degli uomini: Leopardi, al contrario, ritiene che il progresso scientifico, per quanto ineluttabile, non è per forza accompagnato dall'avanzamento dell'arte. Il verso, pertanto, denota un'ironia caustica e sottile nei confronti di coloro che scioccamente credono nell'automatica reciprocità tra felicità e progresso senza rendersi conto delle minacciose forze naturali che lo sovrastano.
Seconda e terza strofa
Nella seconda strofa Leopardi prosegue la sua polemica contro lo spiritualismo ottocentesco, «secol superbo e sciocco» perché dotato di una componente irrazional-spiritualistica con la quale avrebbe rinnegato la filosofia materialista dell'Illuminismo; era proprio grazie alle acquisizioni del pensiero settecentesco che l'uomo era riuscito a sfuggire alle barbarie e alle superstizioni del Medioevo. Leopardi prende orgogliosamente le distanze dal nuovo spiritualismo romantico, e condanna con acuto disprezzo tutti coloro che predicano quelle dottrine di matrice provvidenzialistica e ottimistica (Manzoni).
Nella terza strofa Leopardi definisce la vera nobiltà spirituale introducendo la figura di un uomo magnanimo ed elevato d'animo che, senza vergognarsene, non nasconde la propria fragilità e riconosce con dignità l'infelicità che caratterizza la condizione umana. Quest'
«uom [...] dall'alma generoso ed alto» è contrapposto infine a uno «stolto» che, in preda a un orgoglio fetido, fastidioso, quasi perverso, vive di false illusioni e si aspetta un avvenire pieno di straordinarie felicità. Sono a giudizio del poeta illusioni vacue e nauseanti, tanto che nello Zibaldone leggiamo: «L’uomo (e così tutti gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. [...] il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione né la felicità degl’individui» Secondo Leopardi l'unica forma di «progresso» possibile consiste nella formazione di una confederazione degli uomini che, pur nell'infelicità, si sostengono reciprocamente per lottare contro il vero nemico, cioè la Natura, «madre di parto [...] e di voler matrigna». Auspicandosi questa «social catena» contro l'«empia natura» Leopardi dà vita alla parte più innovativa della lirica.
Quarta e quinta strofa
La quarta strofa ha inizio con la descrizione degli spazi cosmici contemplati da Leopardi quando, nottetempo, egli si siede sulle pendici del Vesuvio, ricoperte da uno strato nero di lava pietrificata. Partecipando all'arcana visione del firmamento stellato, il poeta diviene consapevole della nullità dell'uomo dinanzi alla vastità dell'universo («
globo ove l'uomo è nulla»), talmente immenso che il pianeta Terra, al confronto, è un «granel di sabbia». Questa contemplazione del cosmo, tutt'altro che idillica, offre al poeta l'opportunità di riprendere la polemica contro le ideologie ottimistiche, che in una visione assurdamente antropocentrica del mondo, ritengono che l'uomo sia stato concepito per dominare l'universo, favorito anche da un fantomatico rapporto privilegiato con le divinità, le quali scenderebbero sulla Terra per conversare piacevolmente con i suoi abitanti e partecipare alle vicende umane. Attonito, il poeta non sa se ridere della sciocca superbia propria del genere umano o commiserare la sua misera condizione («Non so se il riso o la pietà prevale»).
Nella quinta strofa Leopardi sviluppa un lungo paragone tra gli effetti di un'eruzione vulcanica e la caduta di un frutto su un formicaio. Così come un piccolo frutto, conclusasi la stagione vegetativa, cade dall'albero e devasta le accoglienti abitazioni di una colonia di formiche, così l'eruzione del 79 d.C. con «c
eneri, pomici, sassi [e] bollenti ruscelli» seppellì le fiorenti città di Ercolano e Pompei. Con questo paragone Leopardi riflette sulla potenza distruttrice della natura che, nella sua sostanziale indifferenza per le vicende terrene, non si cura né dell'uomo né delle formiche. Il poeta, in particolare, intende sottolineare l'aspetto meccanicistico della Natura, la quale mira a perpetuare l'esistenza in un lungo processo di nascita, sviluppo e morte senza tuttavia esser guidata da un disegno benevolo volto a rendere felice il singolo, animale o umano che sia.
Sesta e settima strofa
Nella sesta strofa Leopardi osserva che sono passati «ben mille e ottocento anni» da quando l'«ignea forza» del Vesuvio distrusse i «popolosi seggi» di Pompei, Ercolano e delle città limitrofe. Eppure l'uomo continua ad abitare quei luoghi, nonostante la palese minaccia vulcanica e il lugubre monito degli scavi archeologici di Pompei, iniziati nel 1748 per volere di Carlo III di Borbone. Esemplare, in tal senso, è la figura del villanello che, intento a curare i vigneti e a «
coltiva[re] la morta zolla e incenerita», alza timorosamente lo sguardo verso il vulcano portatore di morte: questo scenario di devastazione produce un voluto effetto di dissonanza con le bellezze naturali partenopee citate ai versi 266 e 267 (la costa dell'isola di Capri, il porto di Napoli e il sobborgo di Mergellina). Leopardi rileva che, malgrado siano passati secoli e secoli dalla distruzione di Pompei, la natura incombe sempre minacciosa, ignara delle sventure degli esseri umani: essa rimane sempre giovane e vitale («ognor verde»), anzi nelle sue azioni procede con una tale lentezza da sembrare immutabile. L'uomo, al contrario, è debole e fragile, ed è sopraffatto da un ineluttabile ciclo di corruzione e di morte: ciò malgrado, egli continua a credersi immortale («E l'uom d'eternità s'arroga il vanto»). Nell'ultima strofa ritorna l'immagine iniziale della ginestra, che con i suoi cespugli profumati abbellisce quelle campagne desertificate. Anche questo umile fiore, afferma Leopardi, verrà presto sopraffatto dalla crudele potenza della lava in eruzione: egli, tuttavia, all'inesorabile sopraggiungere della colata mortale che lo inghiottirà piegherà il proprio stelo, senza opporre resistenza al peso della lava. Il poeta vede nella ginestra un simbolo del coraggio e della resistenza estrema di fronte a un destino inevitabile: a differenza dell'uomo, il fiore accetta con umiltà il suo tragico destino, senza viltà o folle superbia, e sopporta con dignità il male che gli «fu dato in sorte».
Analisi
Il testo si compone di 317 versi, tra endecasillabi e settenari, ripartiti in sette strofe di lunghezza assai irregolare, ma comunque eccezionalmente estese. L'intera composizione è caratterizzata da uno stile elevato e «
sublime», sapientemente ottenuto dal Leopardi con l'uso assiduo di latinismi («arbor» per indicare pianta, «donna» in senso di padrona, «fortune» per dire sorti ...), con l'ampio ricorso a espressioni arcaiche e auliche («Anco», «erme contrade», «cittade») e con l'adozione di una sintassi particolarmente elaborata che si sviluppa su periodi lunghi e in prevalenza ipotattici. La ginestra, tuttavia, è anche una poderosa opera dal respiro titanico ed eroico, messo in risalto dall'impiego di termini che conferiscono grande carica emotiva al discorso poetico («formidabile», «fulminando», «sterminator», «furiosa», «minaccia», «ruina», «tonante») e dalla progressiva intensificazione del significato delle parole utilizzate dal poeta («schiaccia, diserta e copre», «confuse / e infranse e ricoperse»). Speciale menzione merita la contrapposizione tra il desolato paesaggio vulcanico e il profumo della ginestra, esaltata anche grazie alla particolare tessitura fonica adottata da Leopardi: il fiore, infatti, è indicato da parole con suono dolce e musicale («dove tu siedi, o fior gentile... / ...al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo / che il deserto consola»,, mentre l'aridità del Vesuvio è espressa con parole aspre e spiacevoli («cosparsi», «ceneri», «ricoperti», «impietrata», «passi», «peregrin», «risona», «contorce», «serpe», «cavernoso»).

vesuvio

Alessandro d'Anna, Eruzione notturna del Vesuvio

Il tramonto della luna

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là ‘ve zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l’ombre lontane
Infra l’onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell’infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l’ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L’estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;

Tal si dilegua, e tale
Lascia l’età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l’ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l’umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.

Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S’anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D’intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.

Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all’occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall’altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l’alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D’altra luce giammai, nè d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l’altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.

"""Giova notare come la poesia “Il tramonto della luna” venne scritta da Leopardi appena a pochi mesi prima della sua morte. Potremmo quasi dire che il poeta sia conscio di aver svolto un cammino, che rivede nella poesia in un insieme di tematiche tipiche della sua stessa poesia ma viste con una diversa prospettiva; in “Il tramonto della luna” Leopardi infatti torna indietro, parla di sé come poeta degli Idillii, almeno nella prima parte del componimento. Nella prima parte torniamo a un Leopardi più giovane, con figure retoriche del Leopardi ormai da tempo oltrepassate; con atmosfere notture rivolte alla luna e la connessione dell’uomo che vuole partecipare all’ambiente, come il carrettiere che canta per il suo animo emotivo, forse perché sera del giorno festivo. Successivamente si richiama la giovinezza, sebbene in maniera generale, e si presenta la concezione ciclica e rettilinea del tempo; la speranza rimane a lungo nel tempo mentre la vita resta “abbandonata” e “oscura”. Non si trova un senso alla propria vita, si ha nuovamente il pessimismo leopardiano, e si riprende il tema della morte e della fine dell’esistenza."""


La morte
A Torre del Greco egli compose gli ultimi Canti La ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie l'invocazione ad una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e Il tramonto della luna (compiuto prima di morire). Progettava anche di tornare a Recanati, per vedere il padre, o partire per la Francia. Leopardi aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona (il tono delle lettere a Monaldo diventa molto affettuoso negli ultimi tempi, dal formale e nobiliare "signor padre" e al voi delle lettere giovanili passa all'incipit "carissimo papà" e al tu). In questo periodo cominciò ad ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque decidere il suo destino. In una lettera al conte Leopardi, una delle ultime di Giacomo, il poeta avverte la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando più i suoi mali. Nel febbraio del 1837 ritornò a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far sospettare ai medici o a Ranieri il reale stato di salute. Il 14 giugno di quell'anno, Leopardi si sentì male al termine di un pranzo (che abitualmente consumava all'inconsueto orario delle 17); quel pomeriggio, aveva mangiato circa un chilo e mezzo di confetti cannellini comprati da Paolina Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio e bevuto una cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita fredda) verso sera. Fu colpito da malore poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria Ferrigni, come era stato programmato, e nonostante l'intervento del medico l'asma peggiorò e poche ore dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, Leopardi si spense alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono "Addio, Totonno, non veggo più luce". La morte fu dichiarata all'ufficio dello stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio Ranieri, i quali fecero registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel territorio della parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il fatto era avvenuto "alle ore venti". Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso.
La morte del poeta è stata analizzata da studiosi di medicina già a partire dall'inizio del XX secolo. Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata, pericardite acuta con conseguente scompenso, oppure scompenso cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare e cardiomiopatia, seguite a problemi polmonari e reumatici cronici, a quelle più fantasiose, fino al colera stesso. Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale, diffuso dall'amico Antonio Ranieri: idropisia polmonare ("idropisia di cuore" o idropericardio), il che è comunque verosimile, dati i suoi problemi respiratori, dovuti alla deformazione della colonna vertebrale; è anche possibile che l'edema fosse una delle conseguenze dei problemi cronici di cui soffriva, e che la causa principale fosse un problema cardiaco, forse accelerata da una forma fulminante di colera che avrebbe ucciso il debilitato Leopardi (che notoriamente soffriva di disturbi cronici all'apparato gastrointestinale, i quali potevano mascherare la gastroenterite colerosa) in poche ore.
Leopardi era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spoglie – questa la versione accettata dalla maggioranza dei biografi – non furono gettate in una fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa dell'epidemia, ma inumate nella cripta e poi, dopo una breve riesumazione alla presenza di Ranieri che volle anche aprire la cassa (1844), nell'atrio della chiesa di San Vitale Martire (oggi Chiesa del Buon Pastore), sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta. La lapide, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro Giordani:

«Al conte Giacomo Leopardi recanatese
filologo ammirato fuori d'Italia
scrittore di filosofia e di poesie altissimo
da paragonare solamente coi greci
che finì di XXXIX anni la vita
per continue malattie miserissima
fece Antonio Ranieri
per sette anni fino all'estrema ora congiunto
all'amico adorato MDCCCXXXVII »


Il ministro avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo, non il medico curante Mannella, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia per poter dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. In realtà fin dall'inizio il racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue versioni furono molte e diverse a seconda dell'interlocutore, facendo sospettare che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni del cimitero delle Fontanelle, o in quello dei colerosi (o nell'attiguo cimitero delle 366 Fosse), destinati in quel periodo ai morti per colera o per altre cause, come attesta il registro delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca di Napoli (riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e "sepolto id.") o addirittura occultate nella casa di vico Pero, e che Ranieri avesse inscenato, per un motivo recondito, un funerale a bara vuota, con la partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco compiacente a cui avrebbe regalato dei pesci freschi.
Comunque, Ranieri continuò ad affermare che le ossa erano nell'atrio della chiesa di S. Vitale e che il certificato d'inumazione fosse un falso redatto dal parroco su richiesta del ministro di Polizia, onde aggirare la legge sulle sepolture in tempo di epidemia. Nel 1898 avvenne una prima ricognizione; secondo il senatore Mariotti, smentito da altri, durante i lavori di restauro di alcuni anni prima, un muratore ruppe inavvertitamente la cassa, danneggiata dalla troppa umidità, frantumando le ossa e provocando la perdita di parte dei resti contenuti, forse gettati nell'ossario comune o addirittura con i calcinacci, mescolando i resti con altre ossa. Il 21 luglio 1900, alla presenza dei rappresentanti regi e del comune di Napoli, venne effettuata la ricognizione ufficiale delle spoglie del recanatese e nella cassa (in realtà un mobile adattato allo scopo clandestino dai fratelli Ranieri), troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui delle costole, delle vertebre recanti segni di deformità, e un femore sinistro intero, forse troppo lungo per una persona di bassa statura, e un altro femore a pezzi), una tavola di legno (con cui gli operai avevano tentato di riparare il danno alla cassa), una scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre nessuna traccia vi era del cranio e del resto dello scheletro, per cui in seguito si arrivò anche a formulare la teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi lombrosiani di frenologia amici del Ranieri.
Nonostante i dubbi, la questione venne ben presto chiusa; secondo l'incaricato professor Zuccarelli, era plausibile che quelli fossero parte dei resti di Leopardi. Il medico parla esplicitamente di aver rinvenuto una parte di rachide e una di sterno entrambe deviate. Alcuni, pur pensando ad un'effettiva morte per colera, credettero comunque che Ranieri fosse riuscito davvero nell'intento di salvare il corpo dalla fossa comune corrompendo, se non il ministro, perlomeno dei funzionari incaricati. La scarpa ritrovata, o quello che ne rimaneva, venne poi acquistata dal tenore Beniamino Gigli, concittadino di Leopardi, e donata alla città di Recanati. Dopo vari tentativi di traslare i presunti resti a Recanati o a Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a quelli di grandi italiani del passato, nel 1939 la cassa, per volontà di Benito Mussolini che esaudì una richiesta dell'Accademia d'Italia, venne con regio decreto di Vittorio Emanuele III che ne stabiliva l'identificazione, riesumata di nuovo e spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio) nel quartiere Mergellina - il luogo fu dichiarato monumento nazionale - dove tuttora sorge appunto il secondo sepolcro del poeta, eretto quello stesso anno; nei pressi venne traslata anche la lapide originale, mentre parte del monumento venne portata a Recanati. Questa versione è quella sostenuta ufficialmente dal Centro Nazionale Studi Leopardiani. Nel 2004 venne anche chiesta (da parte dello studioso leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato anche della riesumazione e identificazione dei resti di Caravaggio, Boiardo, Pico della Mirandola e Monna Lisa) la terza riesumazione, onde verificare se quei pochi resti fossero davvero di Leopardi tramite l'esame del DNA e del mtDNA, comparato con quello degli attuali eredi dei conti Leopardi (Vanni Leopardi e la figlia Olimpia, discendenti diretti del fratello minore del poeta Pierfrancesco) e dei marchesi Antici, ma la richiesta fu respinta, sia dalla Soprintendenza, sia dalla famiglia Leopardi (tramite la contessa Anna del Pero-Leopardi, vedova del conte Pierfrancesco "Franco" Leopardi e madre di Vanni). La posizione ufficiale della famiglia Leopardi (esplicitata dal 1898 in poi) e della Fondazione Casa Leopardi da loro presieduta (presidente fino al 2019 conte Vanni Leopardi) è invece che i resti nel parco Vergiliano non siano comunque del poeta e Ranieri abbia mentito, che il corpo si trovi alle Fontanelle e che quindi la riesumazione sia inutile, occorrendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata.
Poetica e pensiero
«Cantare il dolore fu per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla disperazione, cantare l'infelicità fu per lui, e non per gioco di parole, l'unica felicità. [...] In quei canti veramente divini il Leopardi trasformò l'angoscia in contemplativa dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni morti in visioni di splendore.» (Giovanni Papini, Felicità di Giacomo Leopardi (1939)). Il pensiero di Leopardi è caratterizzato, attraverso le fasi del suo pessimismo, dall'ambivalenza tra l'aspetto lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge a credere nelle «illusioni» e lusinghe della natura, e la razionalità speculativo-teorica presente nelle sue riflessioni filosofiche, che invece considera vane quelle illusioni, negando ad esse qualunque contenuto ontologico. La contraddizione tra anelito alla vita e disillusione, tra sentimento e ragione, tra «filosofia del sì» e «filosofia del no», era del resto ben presente allo stesso Leopardi, il quale, secondo Karl Vossler, si adoperò costantemente per ricomporle, non rassegnandosi mai allo scetticismo, convinto che la vera filosofia dovesse in ogni caso mantenere i legami con l'immaginazione e la poesia. Come ha rilevato De Sanctis: «[Leopardi] non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. [...] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti.» (Francesco De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, (1858))

Opere in prosa
Epistolario
Di Giacomo Leopardi ci sono rimaste oltre novecento lettere, composte nell'arco di una vita e indirizzate a circa cento destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al padre e al fratello Carlo). L'intero corpus epistolare di Leopardi è raccolto dall'Epistolario, che malgrado le origini si può leggere come un'opera autonoma: questa raccolta di prose private, infatti, costituisce un fondamentale documento non solo per seguire le vicende biografiche del poeta, ma anche per comprendere l'evoluzione del suo pensiero, dei suoi stati d'animo e delle sue riflessioni culturali. Gli interventi nel dibattito classico-romantico Nel 1816 il giovane Leopardi prese parte all'acceso dibattito culturale innescato dalla pubblicazione del saggio Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël: questa polemica vide schierarsi da una parte i difensori del classicismo, quali Pietro Giordani, e dall'altra i sostenitori della nuova poetica romantica. Leopardi, amico del Giordani, si allineò alle tesi classiciste, mettendo per iscritto il proprio pensiero nella Lettera ai compositori della Biblioteca italiana (1816) e nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, rimasti entrambi inediti sino al 1906. Nella prima Leopardi, pur riconoscendo la bontà dell'intervento dell'autrice ginevrina, assume una posizione contraria alle istanze della lettera, nella quale si invitava il popolo italiano ad aprirsi alle nuove letterature europee. Secondo Leopardi, infatti, si tratta di un «vanissimo consiglio», essendo la letteratura italiana quella più vicina alle uniche letterature universalmente valide, ovvero quella greca e quella latina. Nel Discorso, invece, Leopardi approfondì la sua riflessione poetica in merito al dibattito, introducendo temi che poi diverranno centrali della poesia leopardiana, come l'opposizione tra i concetti di «natura» e «civilizzazione».
Zibaldone
Lo Zibaldone di pensieri è una raccolta di 4526 pagine autografe compilate dal luglio 1817 al dicembre 1832, nelle quali Leopardi depositò ragionamenti e brevi scritti sugli argomenti più vari. Inizialmente l'opera non era dotata dell'organicità di un testo letterario, essendo semplicemente il frutto di una scrittura immediata, di getto: Leopardi iniziò a datare i singoli testi solo a partire dal 1820, così da orientarsi agevolmente nel mare magnum di appunti (da lui definiti un «immenso scartafaccio»), arrivando perfino a stilare due indici (nel 1824 e nel 1827).
Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani
Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, composto a Recanati tra la primavera e l’estate del 1824 e rimasto inedito fino al 1906, è un breve trattato filosofico dove Leopardi analizza le peculiarità che contraddistinguono la società italiana, e le compara con il carattere, la mentalità e la moralità delle altre nazioni d'Europa. Alla fine dell'opera Leopardi giunge all'amara conclusione che l'Italia, dilaniata da un esasperato individualismo, è troppo poco civile per godere dei benefici del progresso (come in Francia, Germania ed Inghilterra), ma troppo civile per godere dei benefici dello «stato di natura», come accadeva nelle nazioni meno sviluppate, quali Portogallo, Spagna e Russia.
Operette morali
Le Operette morali, per usare le parole dello stesso poeta, sono un «libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici»: è ancora Leopardi a descrivere la propria opera in una lettera del 1826 indirizzata all'editore Stella, sottolineando «quel tuono ironico che regna in esse» e specificando che Timandro ed Eleandro sono «una specie di prefazione, ed un’apologia dell’opera contro i filosofi moderni». Le Operette, oggi considerate la più alta espressione del pensiero leopardiano, racchiudono l'essenza del pessimismo del poeta, trattando argomenti quali la condizione esistenziale dell'uomo, la tristezza, la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura. L'Operetta che sancisce il passaggio dal Pessimismo Storico al Pessimismo Cosmico è "Dialogo tra la Natura e un Islandese", in cui la natura viene descritta per la prima volta come "matrigna" e malvagia.
Le opere poetiche
I Canti
I Canti, considerati il capolavoro di Leopardi, racchiudono trentasei liriche composte da Leopardi tra il 1817 e il 1836. Tra i componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il monumento di Dante, l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del dì di festa, Alla luna, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Il sabato del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei testi più rappresentativi della poetica leopardiana.
Le ultime opere
Durante gli anni napoletani Leopardi scrisse due opere, i Paralipomeni della Batracomiomachia e I nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con protagonisti animali: «Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre «Batracomiomachia» è «battaglia dei topi e delle rane», ovvero un'opera pseudoomerica che Leopardi aveva tradotto in gioventù. Dietro la finzione comica Leopardi qui stigmatizza il fallimento dei moti rivoluzionari napoletani del 1820-21: i topi infatti, simboleggiano i liberali, generosi ma velleitari, mentre le rane sono i conservatori papalini, che non esitano a chiamare a sé i granchi-austriaci, feroci e stupidi. I nuovi credenti, invece, sono un capitolo satirico in terza rima composto nel 1835 dove Leopardi esprime una spietata satira contro gli esponenti dello spiritualismo napoletano, dei quali condanna la religiosità di facciata e lo sciocco ottimismo.
Neologismi
A Giacomo Leopardi si devono numerosi neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno in un linguaggio colto e sorvegliato), come "erompere", "fratricida", "improbo", "incombere", risalenti al 1824. Al suo tempo, questa vena creativa di Leopardi non fu apprezzata e fu oggetto degli strali di un atteggiamento purista che opponeva resistenze all'adozione, e all'accoglimento nei lessici, di neologismi d'uso forgiati in epoca successiva all'«aureo Trecento». In un caso, un frutto della sua creatività, "procombere", gli guadagnò accuse postume mossegli da Niccolò Tommaseo, coautore del Dizionario della lingua italiana.

Il passero solitario

D’in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
canti, e così trapassi
dell’anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella età dolce famiglia,
e te german di giovinezza, amore,
sospiro acerbo de’ provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco natio,
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco
indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell’aria aprica
mi fere il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; che di natura è frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all’altrui core,
e lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
del dì presente più noioso e tetro,
che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.

"""Nella prima strofa Leopardi descrive un gioioso paesaggio bucolico in cui tutti gli esseri viventi esultano per il ritorno della primavera: i greggi di pecore belano, le mandrie muggiscono e, soprattutto, si scorgono stormi di uccelli che volano insieme nel cielo sereno. In questo quadretto idillico emerge la figura di un passero che, appollaiato sul campanile della chiesa recanatese di Sant’Agostino (vari biografi di Leopardi attestano che effettivamente quella torre era abitata da un «passero solitario»), «pensoso in disparte il tutto mira» . L'uccello cui si riferisce il poeta non è il passero comune, ma proprio una specie chiamata passero solitario (Monticola solitarius), una sorta di merlo dal piumaggio azzurrino che usa vivere proprio sui vecchi palazzi delle città, ripudiando la vita di gruppo. Quest'uccello non partecipa all'atmosfera di rinnovamento dovuta alla bella stagione, bensì guarda i propri simili in disparte, assorto nei propri pensieri, diffondendo il proprio canto melodioso per la campagna fino al tramonto. Nella seconda strofa Leopardi stabilisce un parallelismo tra la propria condizione e quella del passero solitario. Così come il volatile trascorre solitario la primavera, Leopardi si rifiuta di godere dei passatempi caratteristici della gioventù, sentendosi del tutto incompreso e diverso dagli altri ragazzi del villaggio. L'estraneità che Leopardi si è diagnosticato in questi versi, infatti, si contrappone all'immagine degli altri giovani recanatesi che, animati da un interno fervore, corrono per le strade del borgo a celebrare le ricorrenze, tra suoni e colori, in una vaga illusione di felicità. Infine, al pari del passero, Leopardi decide di allontanarsi da quell'aria di divertimento così aliena, avviandosi verso una meta indefinita e remota nella campagna attorno a Recanati. Egli è schivo di fronte ai divertimenti effimeri della vita, e il sole che tramonta e «par che dica / che la beata gioventù vien meno» gli fa capire che, quando giungerà alla vecchiaia, rimpiangerà il mancato godimento degli anni migliori della giovinezza, perché «diletto e gioco / indugio in altro tempo». Con la strofa finale ritorna l'immagine del passero. Leopardi si rivolge nuovamente al piccolo animale, con una sorta di nostalgica invidia: il passero, difatti, pur avendo anche lui innata la sofferenza, non la percepisce poiché vive seguendo il suo istinto, e pertanto rimane nella sua illusoria condizione di felicità. Il raffronto con la condizione del poeta è il passo successivo e finale, coi canoni tipici del vero: malinconia e infelicità, la terribile ombra della vecchiaia che, rendendo il «dì presente più noioso e tetro», toglierà ogni senso al miserando vagare sulla terra che è l'esistenza dell'uomo."""

L'ultimo canto di Saffo

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
Quando per l’etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de’ Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l’empia
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L’aprico margo, e dall’eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De’ colorati augelli, e non de’ faggi
Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl’inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l’odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell’indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D’implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl’inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l’atra notte, e la silente riva.

"""L'Ultimo canto di Saffo riporta le parole che Leopardi immagina pronunciate da Saffo prima del suicidio. Il componimento ha inizio con un'immagine di idillica serenità della quiete che caratterizza il crepuscolo mattutino, ovvero il momento in cui le tenebre della notte lasciano il posto al nunzio del giorno simbolizzato dal pianeta Venere, o meglio nella stella Vespero con esso identificato, considerata «stella del mattino» siccome raggiunge la massima luminosità poco prima del sorgere del Sole. L'apertura del testo ricorda altri celebri esordi leopardiani: si pensi agli idilli («Dolce e chiara è la notte e senza vento», La sera del dì di festa) e ai canti pisano-recanatesi («Vaghe stelle dell'Orsa», Le ricordanze), anche se il tema del notturno è stato ampiamente trattato in tutta la cultura romantica, da Monti a Cesarotti a Goethe e Foscolo. Il paesaggio contemplato è quello della scogliera dell'isola di Leucade, presso la quale Saffo si sarebbe suicidata in seguito al rifiuto di Faone: è proprio descrivendo uno scenario così ameno, infatti, che Leopardi sceglie di introdurre la figura della poetessa greca, che non è più in grado di apprezzare queste bellezze in seguito all'intervento delle Erinni e del fato, in rappresentanza rispettivamente dei tormenti provocati dall'amore infelice con Faone e delle avversità del destino. Parlando a nome di tutti gli animi infelici, Saffo rivela che l'unico spettacolo in grado di suscitarle gioia è quello della natura violenta, quando il cielo limpido e splendente (definito nel poema «etra liquido», immagine ripresa da Virgilio, Orazio, Tasso e Parini) viene solcato da venti, tuoni e fulmini (il «grave carro di Giove»: nella mitologia greca il rombo del tuono era prodotto dal passaggio del carro del dio in mezzo alle nuvole). Facendo rispecchiare la tormentata interiorità di Saffo nella burrascosità del paesaggio naturale Leopardi dà vita a un'immagine con potenti rimandi alla temperie romantica. Leopardi inizia la seconda strofa con un ulteriore riconoscimento delle bellezze della natura, per poi riprendere la constatazione che Saffo non ha potuto fruirne, come rimarcato dalla lunga successione di negazioni («parte nessuna», «non fenno», «A me non», v. 27; «me non», «e non», ). La natura, dice il poeta, è stata assolutamente avara con Saffo, esclusa da questa gioia a tal punto che perfino il «candido rivo» la disdegna e decide di deviare il proprio corso pur di non toccare il suo piede lubrico (ovvero «malfermo», con un latinismo dall'aggettivo lubricus). La terza strofa, invece, si apre con una serie di interrogazioni retoriche in cui Saffo riflette sulle proprie eventuali colpe e sul motivo per cui si sente talmente estranea alla Natura. Attraverso il richiamo mitologico delle Parche, ovvero le tre donne che nella mitologia greco-romana filavano, tessevano e recidevano il filo della vita, la poetessa conclude che la risposta a queste domande risiede nell'imperscrutabilità della ferrea legge che regola gli accadimenti umani e la loro ineluttabile e perenne dinamica. La presa di consapevolezza che l'unica certezza della vita umana è il dolore («Arcano è tutto, / fuor che il nostro dolor» è seguita dall'amaro rimpianto di Saffo degli anni giovanili della sua vita (la «speme de' più verdi anni») e dalla constatazione, dolorosa ma accettata con lucidità, che le qualità personali non possono risplendere in un corpo privo di bellezza, concetto lapidariamente espresso al cinquantaquattresimo verso: «virtù non luce in disadorno ammanto». L'attacco della quarta e ultima strofa è affidato a un'unica parola con cui Saffo annuncia la sua volontà di suicidarsi: «Morremo» . In questa scelta è rintracciabile un importante modello letterario, del quale Leopardi si serve per mettere a fuoco il proprio messaggio poetico: si tratta di quello di Didone, la leggendaria regina fenicia che, innamoratosi di Enea fuggitivo da Troia, si suiciderà dopo essere stata abbandonata dell'eroe. L'atto di togliersi deliberatamente la vita non è per Saffo una sconfitta, bensì un evento liberatorio e positivo con il quale sfuggire definitivamente dalla crudeltà del destino: si tratta secondo la poetessa dell'unica soluzione possibile, siccome neanche la sua eccezionalità intellettuale è riuscita ad evitarle una vita di sofferenze. A questo punto Saffo si rivolge all'amato Faone, augurandogli tutta quella felicità che per tutta la vita le è stata estranea. Al suo «prode ingegno», ora, non rimane che la morte, simbolicamente evocata dalla «diva Tenaria» (ovvero Proserpina, la moglie di Ade), dal Tartaro (l'oltretomba della mitologia greca e romana), dalla riva silente dei fiumi infernali e dal buio perpetuo (l'atra notte dell'ultimo verso) che avvolge gli Inferi."""

 

Eugenio Caruso - 8 maggio 2022

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