Il De Rerum Natura

«Perciò è sempre più necessario che i corpi deviino un poco; ma non più del minimo, affinché non ci sembri di poter immaginare movimenti obliqui che la manifesta realtà smentisce. Infatti è evidente, a portata della nostra vista, che i corpi gravi in se stessi non possono spostarsi di sghembo quando precipitano dall’alto, come è facile constatare. Ma chi può scorgere che essi non compiono affatto alcuna deviazione dalla linea retta del loro percorso?»


II De rerum natura di Tito Lucrezio Caro è probabilmente il più importante libro di divulgazione che sia mai stato scritto, perché è riuscito a fondere in maniera inimitabile lo stile letterario e il contenuto scientifico. Pochi poeti hanno mai raggiunto le vette dei suoi versi. Poche opere hanno mai offerto una visione così esaustiva della scienza del proprio tempo. Ma solo lui è riuscito a coniugare entrambe le cose in un unico libro.

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Manoscritto del De rerum natura risalente al 1483.

La Divina commedia, per esempio, fu sicucon il contenuto scientifico di Lucrezio, ma non poté competere con lui sul piano poetico. (NDR Io amo Dante ma devo ammettere che fu scadente dal punto di vista scientifico e conosceva poco i grandi pensatori greci).
Sorprendentemente, oggi il De rerum natura non mostra affatto i 2000 anni della sua veneranda età. Non certo perché la visione scientifica del mondo non sia cambiata nel frattempo, ma perché Lucrezio anticipò di un paio di millenni il paradigma della scienza contemporanea.
Il suo poema è infatti un inno all’atomismo intuito da Democrito e sviluppato da Epicuro, ma rifiutato da tutti gli altri fino alla modernità. E anche dopo, visto che scienziati come Ernst Mach lo rifiutavano ancora agli inizi del Novecento. Toccò ad Albert Einstein, in uno dei suoi famosi lavori dell’annus mirabilis 1905, dare il colpo di grazia ai dubbiosi, e sdoganare definitivamente il concetto di atomo.
Il primo colpo l’aveva dato invece il famoso esperimento di Evangelista Torricelli, avido lettore di Lucrezio, che nel 1644 aveva dimostrato l’esistenza del vuoto costruendo un barometro. Fino ad allora, l’esistenza degli atomi era stata messa in dubbio appunto perché comportava l’esistenza del vuoto, che si pensava «aborrito dalla Natura» e causa di horror vacui.
Lucrezio ovviamente parlò del vuoto nel suo poema, che d’altronde parlava letteralmente di tutto. Del microcosmo nei primi due libri, del cosmo a misura d’uomo nel terzo e quarto, e del macrocosmo negli ultimi due. Oggi diremmo che il suo approccio era riduzionista e materialista, nel senso che la materia veniva da lui ridotta in ultima analisi agli atomi, e lo spirito alla materia.
Questa visione aveva conseguenze devastanti per il pensiero comune. Prima fra tutte l’anticlericalismo, che Lucrezio dichiara fin dalle prime pagine della sua opera. La quale, in verità, si apre con un grandioso inno a Venere, alma mater del genere umano, ma prosegue immediatamente con un elogio di Epicuro, liberatore degli uomini dalla superstizione, e con un esempio di atrocità (il sacrificio di Ifigenia) compiuta in nome della religione.

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Explicit del De rerum natura di Lucrezio, trascritto da Niccolò Niccoli, amico di Poggio Bracciolini


Oltre che con quest’ultima, Lucrezio ce l’aveva anche con la letteratura: accusava gli altri scrittori di attirare l’attenzione dei lettori su cose indegne, e di distrarli dagli argomenti veramente degni di meditazione. Per inciso, Cecco d’Ascoli accusava Dante dello stesso peccato, quando scriveva nel proprio poema: «Qui non si canta al modo delle rane, qui non si canta al modo del poeta che finge immaginando cose vane». O quando aggiungeva, tanto per non lasciare dubbi: «Qui non si gira per la selva oscura». Naturalmente, Cecco finì al rogo di fronte a Santa Croce a Firenze, nella stessa piazza in cui oggi troneggia la statua del suo rivale Dante, ma anche a Lucrezio non andò benissimo.
Non nel senso fisico, però, visto che di lui non si sa assolutamente niente, a parte che fu l’autore del De rerum natura. Forse il suo nome era solo lo pseudonimo di qualcun altro che non voleva correre rischi, viste le cose pericolose che diceva.

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La Terra vista dallo spazio. Nel suo poema, Lucrezio, fra le altre cose, riprese la teoria epicurea secondo cui l'universo si sia generato dal vuoto, in seguito all'incontro casuale di atomi


Fu dal punto di vista letterario che a Lucrezio non andò bene, perché il suo libro «puzzava di zolfo», ed era apparso al momento sbagliato, al volgere dell’era cristiana. Agli inizi era stato accolto ottimamente dai suoi colleghi: Virgilio l’aveva copiato senza citarlo, mentre Orazio l’aveva citato ed elogiato. Ma con l’avvento del cristianesimo le idee di Lucrezio divennero dapprima sgradite, e poi proibite.
San Gerolamo si inventò verso il 400 d.C. una sua biografia apocrifa, e lo denigrò accusandolo di essere impazzito per un filtro d’amore, e di essersi suicidato a 44 anni. Evidentemente, le posizioni laiche e razionaliste di Lucrezio su amore e morte, espresse nel terzo e quarto libro del poema, erano indigeste per un monaco bigotto che difendeva il celibato ecclesiastico.
Il poema era però troppo bello per poter essere eliminato brutalmente. Agli inizi i cristiani cercarono di addomesticarlo, tramutando l’iniziale inno a Venere e gli elogi di Epicuro in preghiere sulla Madonna e su Gesù. Ma con il passare del tempo gli amanuensi smisero semplicemente di copiarlo, e per un millennio si persero completamente le tracce del De rerum natura.
Lo ritrovò fortunosamente nel 1417 Poggio Bracciolini, ex segretario del deposto papa Giovanni XXIII (sì, ci fu un Giovanni XXIII già nel Quattrocento…), in un imprecisato monastero tedesco. Il libro riapparve al momento giusto, quando il Rinascimento ricercava appunto una rinascita dopo i secoli bui.

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Il poema di Lucrezio inizia con un inno alla dea Venere, simbolo della voluptas


La visione di Lucrezio arrivò come una ventata d’aria fresca, e tra i suoi primi effetti ci furono la Nascita di Venere e la Primavera del Botticelli, direttamente ispirati all’inizio del poema e a un brano del quinto libro sulle stagioni.
Da allora Lucrezio divenne un punto di riferimento per gli intellettuali europei. Machiavelli lo ricopiò a mano, per averne una copia personale. Montaigne lo citò a iosa nei suoi Saggi. Un brano sulle donne dal quarto libro, già ripreso da Ovidio e Orazio, divenne il catalogo di Leporello nel Don Giovanni di Mozart. Un verso dello stesso libro («quando siamo al buio riusciamo a vedere le cose illuminate») ispirò a Diderot il termine «illuminismo».
Ma furono soprattutto gli scienziati a leggere Lucrezio, e a trarne ispirazioni o conferme. Giordano Bruno vi ritrovò l’idea degli «infiniti mondi». E Galileo la legge di caduta dei gravi, perché il secondo libro del De rerum natura diceva chiaramente che «nel vuoto tutti gli atomi cadono con velocità indipendente dal peso». Lavoisier trovò invece nel primo libro l’enunciazione letterale del famoso principio che oggi porta il suo nome: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». Isaac Newton citò più volte Lucrezio negli Scolii classici di commento ai propri Principia. E in una lettera a Bentley del 1692 interpretò un brano del primo libro come una formulazione della legge di gravitazione, e una dimostrazione del fatto che in un mondo finito la materia si concentrerebbe tutta in un centro. Lo stesso argomento verrà in seguito riformulato da Kant nella Prima Antinomia della Critica della ragion pura.
A proposito di Newton, sulla sua statua al Trinity College di Cambridge è inciso un verso che Lucrezio aveva dedicato a Epicuro nel terzo libro: «Superò per ingegno il genere umano». L’idea di considerare Newton come un moderno Epicuro era dell’astronomo Edmond Halley, che già nell’ode in latino che fungeva da prefazione ai Principia aveva usato toni lucreziani per il proprio maestro.
Anche Maxwell pensava che Lucrezio ci avesse visto giusto, questa volta riguardo alla teoria cinetica dei gas: «Le sue parole ne sono una così buona illustrazione», disse, «che sarebbe un peccato che significassero qualcosa di diverso». Ma nel De rerum natura ci sono anche ovvie anticipazioni dell’evoluzionismo e del comunismo: d’altronde, Charles Darwin non aveva letto Lucrezio, ma conosceva i poemi lucreziani di suo nonno Erasmus, mentre Marx aveva addirittura fatto la tesi su Democrito e gli atomisti.

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La nascita di Venere del Botticelli che fu ispirato dal De rerum natura


Insomma, leggere il capolavoro di Lucrezio può diventare un’occasione unica per godere allo stesso tempo di letteratura e scienza, da un lato, e di antichità e modernità, dall’altro. E, magari, per provare a riproporre il suo connubio tra alta poesia e vera scienza, come almeno in parte sono riusciti a fare, ognuno a modo suo, i più lucreziani fra gli scrittori moderni: Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus, Raymond Queneau nella Piccola cosmogonia portatile, e Italo Calvino nelle Cosmicomiche.

Piergiorgio Odifreddi ha studiato matematica in Italia
e negli Stati Uniti, ha insegnato logica matematica
all’Università di Torino e alla Cornell University di New
York. È autore di numerosi libri di divulgazione.
Dal 2003 al 2023 ha tenuto su «Le Scienze» una
rubrica su matematica e dintorni.


GRANDI PERSONAGGI STORICI Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona. In questa sottosezione figurano i più grandi poeti e letterati che ci hanno donato momenti di grande felicità ed emozioni. Io associo a questi grandi personaggi una nuova stella che nasce nell'universo.

GRECI E LATINI

Anassagora - Anassimandro - Anassimene - Aristofane - Aristotele - Diogene - Empledoche - Eraclito - Euripide - Lucrezio - Ovidio - Pitagora - Platone - Seneca - Socrate - Talete - Zenone -

LUCREZIO

Tito Lucrezio Caro (Pompei o Ercolano, 98/94 a.C. – Roma, 15 ottobre 50 a.C. o 55 a.C.) è stato un poeta e filosofo romano, seguace dell'epicureismo.

«Nasce il poeta Tito Lucrezio Caro, il quale, dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto negli intervalli della follia alcuni libri [il De rerum natura?], che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all'età di quarantaquattro anni.» (Sofronio Eusebio Girolamo, Chronicon, fatti dell'anno 94 a.C.)

La vita di Lucrezio è quasi del tutto ignota. Egli non compare mai sulla scena politica romana, né sembra esistere negli scritti dei contemporanei, in cui non viene mai citato, eccezion fatta per la lettera di Cicerone ad Quintum fratrem II 9, contenuta nella sezione Ad familiares, in cui il celebre oratore accenna all'edizione, forse postuma, del poema di Lucrezio, che egli starebbe curando. Ma in scrittori romani successivi egli viene spesso citato: ne parlano Seneca, Frontone, Marco Aurelio, Quintiliano, Ovidio, Vitruvio, Plinio il Vecchio, senza tuttavia fornire nuove informazioni sulla vita, ma confermando che egli ottenne una certa fama dopo la sua morte.
Una fonte tarda che fornisce maggiori informazioni è Girolamo, che nel suo Chronicon o Temporum liber, composto cinque secoli dopo la morte del poeta, si ispira ad alcuni dubbi passi di Svetonio e afferma che Lucrezio sarebbe nato circa nel 94 a.C. e morto suicida nel 50 a.C. Tale dato non concorda tuttavia con quanto affermato da Elio Donato (IV secolo), maestro di Girolamo stesso, secondo il quale Lucrezio sarebbe morto quando Virgilio (nato nel 70 a.C.) indossò a 17 anni la toga virile, nell'anno in cui erano consoli per la seconda volta Crasso e Pompeo; questo dato ha indotto a credere che Lucrezio sia nato nel 98 a.C. per poi morire nel 55 a.C., all'età di quarantatré anni. Queste vengono comunemente considerate le uniche notizie biografiche tramandate direttamente dall'antichità.
Ignoto risulta anche il luogo di nascita, che tuttavia taluni hanno creduto essere la Campania e più precisamente Pompei o Ercolano, per la presenza di un Giardino Epicureo in quest'ultima città. In particolare, dall'analisi di numerose epigrafi risalenti all'epoca dell'autore latino, risulta evidente un'ingente presenza del cognome Carus nell'antico territorio campano. Pertanto, secondo la critica recente, la suddetta indagine prova (nei limiti del probabile) le origini campane di Lucrezio. Neppure la sua militanza politica sembra essere ricostruibile: il desiderio di pace accennato prima non sembra affatto ricordare il drammatico rancore dell'aristocratico, per altro solitamente stoico, che vede sgretolarsi la Repubblica e la libertà, ma il desiderio dell'«amico» epicureo, che vede nella pace e nel benessere di tutti la possibilità di fare accoliti e viver serenamente. È tuttavia rilevante il fatto che la sua opera De rerum natura sia dedicata a Memmio, fine letterato e appassionato di cultura greca, ma anche e soprattutto membro di spicco degli optimates.
Tale era del resto il suo desiderio di pace da auspicare alla fine del proemio della sua opera una «placida pace» per i Romani. Questo anelito così forte alla pace è peraltro riscontrabile non solo in Lucrezio, ma anche in Catullo, Sallustio, Cicerone, Catone l'Uticense e perfino in Cesare: esso rappresenta il desiderio di un'intera società dilaniata da un secolo di guerre civili e lotte intestine.
Non esistendo immagini dell'epoca che raffigurino con certezza Lucrezio, diversi busti sono stati di volta in volta identificati come suoi ritratti, reali o di fantasia.
La scarsità delle fonti sulla sua vita ha portato molti a interrogarsi persino sulla stessa esistenza del poeta, a volte considerato solo uno pseudonimo sotto il quale si celava un anonimo poeta, per alcuni un amico epicureo di Cicerone, Tito Pomponio Attico, che si suicidò in età matura perché malato, o persino lo stesso Cicerone.
Secondo lo storico Luciano Canfora, è possibile ricostruire una scarna biografia di Lucrezio: nacque in Campania nel 94 a.C. circa, a Pompei (dove aveva una villa la famiglia nobiliare di un possibile parente, Marco Lucrezio Frontone) o nella vicina Ercolano, appartenente quasi sicuramente all'antica famiglia nobile dei Lucretii (qualcuno ne fa invece un liberto della stessa famiglia). Studiò l'epicureismo proprio a Ercolano, dove si trovava un centro della «filosofia del giardino», diretta dal filosofo greco Filodemo di Gadara, allora ospite nella villa di Lucio Calpurnio Pisone, il ricco suocero di Cesare (la cosiddetta Villa dei papiri).
Secondo Girolamo, Lucrezio sarebbe stato indotto alla pazzia da un filtro d’amore e, dopo aver scritto le sue opere negli intervalli di lucidità che la pazzia gli regalava ogni tanto, morì suicida. Non esistono tuttavia notizie precedenti a Girolamo che riportino tale fatto su Lucrezio; è probabile invece che questa notizia sia nata nell’ambiente cristiano del V secolo con lo scopo di screditare il poeta per via della sua forte polemica anti-religiosa collegata alle convinzioni dell’epicureismo di cui Lucrezio fu seguace.
Secondo alcuni studiosi Lucrezio avrebbe sofferto di sbalzi d'umore, oggi chiamati disturbo bipolare o di depressione, ma non sarebbe stato pazzo. Non vi sono tuttavia prove concrete che egli soffrisse effettivamente di una qualche malattia mentale. In disaccordo con le guerre civili, avrebbe lasciato Roma prima del 54 a.C. e non sarebbe morto suicida in quell'anno, ma avrebbe viaggiato in Grecia, ad Atene, nei luoghi del maestro Epicuro, e oltre, essendo forse il suo nome conosciuto da Diogene di Enoanda (che secondo l'autore non visse nel II secolo ma nel I secolo), quindi quasi in Asia minore, nelle cui famose incisioni sotto il portico della sua casa si ricorda un certo «Caro» (nome poco diffuso), romano, e sapiente epicureo.
Non si sa se il poema fosse diffuso nell'oriente, quindi è possibile che Lucrezio si fosse davvero recato in Grecia. Lucrezio, spinto da una delusione d'amore, si sarebbe allontanato lasciando incompiuto il suo poema, affidato forse a Cicerone stesso (che difatti non parla effettivamente di suicidio ma afferma: «Lucretii poemata, ut scribis, ita sunt: multis luminibus ingenii, multae tamen artis», «le poesie di Lucrezio, come tu mi scrivi, sono dotate di molti lumi di talento, e tuttavia di molta arte», ma, forse, senza impazzire e morire (che fosse suicidandosi o perché assassinato), esagerazione della fonte di Girolamo o di qualche altro avversario di Lucrezio, e sarebbe stato forse volutamente confuso dallo stesso Girolamo con Lucullo, onde screditare l'epicureismo.
Il destinatario dell'opera, Gaio Memmio, caduto in disgrazia ed espulso dal Senato per condotta immorale, andò ad Atene nel 52 a.C., causando una nuova delusione a Lucrezio, che, tornato a Roma, sarebbe morto intorno o dopo il 50 a.C. La notizia di un filtro d'amore velenoso somministratogli da una donna di facili costumi, amante gelosa del poeta, è riportata anche da Svetonio nei confronti di Caligola e della moglie Milonia Cesonia; in questo caso è apparsa una semplice diceria, e, data l'ispirazione svetoniana (dal perduto De poetis) del passo di Girolamo su Lucrezio, anche lì sembra essere una spiegazione semplicistica, dovuta alla poca conoscenza dei disturbi psichici che si aveva all'epoca (anche per Caligola si parlò, difatti, come per Lucrezio, di epilessia e malattie fisiche che l'avrebbero fatto impazzire improvvisamente, come, nel caso di studiosi moderni, l'avvelenamento da piombo, oltre che dei detti filtri).
La questione del suicidio
Se Lucrezio soffrì di un disagio psichico, che lo avrebbe spinto a cercare sollievo nella filosofia, non fu a causa di un veleno, e se il suicidio ci fu (il che potrebbe spiegare l'abbandono improvviso del poema), la causa potrebbe essere stata di natura politica — come sarà più tardi il caso di Catone Uticense —, ovverosia la rovina del suo protettore Memmio e della sua cerchia culturale.
Virgilio, che lo rispettava anche se era passato dall'epicureismo, abbracciato in gioventù, alle teorie pitagoriche, parla di lui nelle Georgiche e nelle Bucoliche, definendolo "felix" (ossia "prediletto dalla dea Fortuna") e non "folle". Secondo Guido Della Valle, la V ecloga, che parla della morte di un personaggio chiamato Dafni (a volte identificato con Cesare, a volte con Flacco, il fratello di Virgilio), potrebbe riferirsi invece alla morte dello stesso Lucrezio, definita "immatura e innaturale", cioè avvenuta per cause traumatiche in giovane età. Il movente politico e morale del gesto potrebbe essere la causa del silenzio attorno a esso e del fiorire di aneddoti per giustificarlo, dato che non si poteva cancellare la grandezza poetica di Lucrezio, con una sorta di damnatio memoriae di solito riservata ai nemici politici.
Essi erano spesso vittime delle liste di proscrizione dei vincitori, come quella di Marco Antonio che colpirà Cicerone, e molti si toglievano la vita, in quanto morte onorevole per i costumi romani; Virgilio e Orazio, estimatori di Lucrezio, facevano parte della corte di Augusto, e dovevano quindi allinearsi alla linea culturale dettata dall'imperatore, assertore dell'antica moralità e diffusore della leggenda di Cesare (per cui venivano cancellate le espressioni scomode di dissenso), e dal suo amico Mecenate, in cui l'epicureismo, se non sfumato come in Orazio appunto - così come ogni opera che non fosse celebrativa del princeps e della grandezza di Roma - non trovava spazio, per cui Lucrezio verrà ricordato solo come grande poeta, tralasciandone l'aspetto filosofico.
Secondo Della Valle, quindi, Lucrezio si sarebbe tolto la vita come gesto di protesta contro la classe politica in ascesa, o perché condannato a morte da essa.
Lucrezio, per il periodo in cui è vissuto, è stato un personaggio scomodo: gli ideali epicurei di cui era profondamente intriso corrodevano le basi del potere di una Roma alla vigilia della congiura di Catilina. In un'epoca di tensioni repubblicane, infatti, isolarsi dalla realtà politica nell'hortus epicureo significava sottrarsi ai negotia politici e uscire di conseguenza anche dalla sfera d'influenza del potere.
Le più forti correnti stoiche, ostili all'epicureismo, avevano permeato la classe dirigente romana in quanto più conformi alla tradizione guerriera dell'Urbe. L'epicureismo era invece presente anche attraverso il citato Filodemo e altri in Campania, dove Virgilio avrebbe approfondito la sua conoscenza dell'epicureismo. Orazio non lo nomina, ma è evidente che lo conosce, e ideologicamente gli è più vicino di altri.

La natura poetica del De rerum natura fa sì che Lucrezio col suo pessimismo esistenziale avanzi profezie apocalittiche, visioni quasi allucinate, critiche e ambigue espressioni, che accompagnano il poema. Alcuni teologi cristiani come San Girolamo ed altri, hanno dato di lui l'immagine di un ateo psicotico in preda alle forze del male. Appoggiandosi alla psicoanalisi qualcuno ha sostenuto che in certi bruschi cambiamenti di immagine e di pensiero ci fossero i sintomi di una pazzia delirante o di problemi di ordine psichico.
In realtà l'ipotizzata pazzia di Lucrezio appare oggi più plausibilmente un tentativo di mistificazione per screditare il poeta, così come la presunta morte per suicidio sarebbe stato l'esito di un modo di pensare perverso, che travia chi lo segue. L'ipotesi dell'epilessia poi, viene avanzata sulla base dell'arcaica credenza che il poeta fosse sempre un invasato; elemento quest'ultimo da collegare alla credenza che gli epilettici fossero sacri ad Apollo e da lui ispirati nelle loro creazioni.
Comunque altri scrittori cristiani come Arnobio e Lattanzio affermarono che egli non fosse pazzo e che non si fosse ucciso. L'ipotesi della follia e del suicidio attestata dal Chronicon di San Girolamo si fondava su illazioni di Svetonio, peraltro di difficile verifica. Potrebbe anche esserci stata una confusione dovuta all'abbreviazione Luc., impiegata indifferentemente nei codici latini per indicare i nomi di Lucillius, Lucullus e Lucretius. Plutarco scrisse infatti di un certo Licinio Lucullo, politico, generale e cultore dei piaceri, che morì dopo essere impazzito a causa di un filtro d'amore. L'errore di interpretazione dell'abbreviazione Luc. potrebbe così aver permesso lo scambio dei due personaggi.
A causa dell'impossibilità di ricostruire i momenti salienti della sua vita, dunque, il progetto letterario che egli volle esprimere è ricostruibile interamente solo dalla sua opera poetica, considerata tra le più vigorose d'ogni età. Bisogna ora individuare le motivazioni che spinsero Lucrezio a scrivere il De rerum natura, che fondamentalmente sono due: la prima è una ragione etico-filosofica, in quanto il poeta, affascinato dalla filosofia epicurea, desiderava invitare il lettore alla pratica di tale filosofia, incitandolo a liberarsi dall'angoscia della morte e degli dèi. La seconda motivazione invece è di carattere storico. Lucrezio era conscio che la situazione politica a Roma peggiorasse di giorno in giorno: Roma era quadro ormai di continui scontri bellici e conseguenti dissidi; giustappunto egli, con un evidente positivismo, voleva incoraggiare il cittadino-lettore romano a non perdere la fiducia verso un successivo miglioramento della situazione.
Lucrezio si proponeva di rivoluzionare il cammino di Roma, riportandolo all'epicureismo che era stato declinato in favore dello stoicismo. La prima cosa da distruggere era la convinzione provvidenzialistica stoica e più propriamente romana: non c'era un dovere romano di civilizzare "l'orbe terrifero e de le acque", come farà dire Virgilio alla Sibilla Cumana in un colloquio con Enea; non c'è una ragione seminale universale responsabile della vita nel cosmo, destinata a deflagrare per poi ricominciare un nuovo, identico, ciclo esistenziale, come voleva la fisica stoica, ma un mondo che non è unico nell'universo, peraltro infinito, essendo uno dei tanti possibili. Non c'è quindi nessun fine provvidenziale di Roma, essa è una Grande fra le Grandi, e un giorno perirà nel suo tempo. La religione, considerata come Instrumentum regni, deve essere non distrutta, ma integrata nel contesto del viver civile come utile ma falsa. Egli afferma fin dal libro I del De rerum natura:

«Tanto male poté suggerire la religione. Ma anche tu forse un giorno, vinto dai terribili detti dei vati, forse cercherai di staccarti da noi. Davvero, infatti, quante favole sanno inventare, tali da poter sconvolgere le norme della vita e turbare ogni tuo benessere con vani timori! Giustamente, poiché se gli uomini vedessero la sicura fine dei loro travagli, in qualche modo potrebbero contrastare le superstizioni e insieme le minacce dei vati... Queste tenebre, dunque, e questo terrore dell'animo occorre che non i raggi del sole né i dardi lucenti del giorno disperdano, bensì la realtà naturale e la scienza. E perciò, quando avremo veduto che nulla può nascere dal nulla, allora già più agevolmente di qui potremo scoprire l'oggetto delle nostre ricerche, da cosa abbia vita ogni essenza, e in qual modo ciascuna si compia senza opera alcuna di dèi.»

Epicuro
Lucrezio colpiva direttamente la credenza negli dèi latini sostenendo che non c'è preghiera che schiuda le fauci di una tempesta, giacché essa è regolata da leggi fisiche e gli dèi, seppur esistenti e anche loro composti da atomi così sottili che ne assicurano l'immortalità, non si curano del mondo né lo reggono; ma la religione deve essere inglobata nella scoperta e nello studio della natura, che rasserena l'animo e fa comprendere la vera natura delle cose: infatti l'unico principio divino che regge il mondo è la Divina Voluptas, Venere: il piacere, la vita stessa intesa come animazione regge l'universo, ed è l'unica cosa in grado di fermare lo sfacelo che sta portando Roma alla fine: Marte, ovvero la Guerra. Proprio per questo, egli elogia Atene, creatrice di quegli intelletti più grandi che hanno illuminato la natura e quindi l'uomo stesso, ed in ultima istanza Epicuro, sole invitto della conoscenza rasserenatrice. Non solo, egli stesso si sente quasi un poeta rasserenatore delle tempeste umane e proprio per questo si sente profondamente affine ai poeti delle origini, il cui luogo principe è in Empedocle (secondo infatti per elogi solo a Epicuro) ma con una sola grande differenza: egli non è portatore di una verità divina fra le umane genti, ma di una verità affatto umana, universale e per tutti (l'"ordine naturale"), che attecchirà ben presto per la salvezza di Roma. Epicuro è comunque, per Lucrezio, il più grande uomo mai esistito, come risulta dai tre inni a lui dedicati (chiamati anche "trionfi" o "elogi"):

«E dunque trionfò la vivida forza del suo animo. E si spinse lontano, oltre le mura fiammeggianti del mondo. E percorse con il cuore e la mente l'immenso universo, da cui riporta a noi vittorioso quel che può nascere, quel che non può, e infine per quale ragione ogni cosa ha un potere definito e un termine profondamente connaturato. Perciò a sua volta abbattuta sotto i piedi la religione è calpestata, mentre la vittoria ci eguaglia al cielo.»

Ontologia
Sul piano teorico l'opera di Lucrezio si caratterizza come una puntualizzazione di quella epicurea con alcune esplicazioni che nel suo referente greco non erano abbastanza chiare. Il concetto di parenklisis che Lucrezio tradurrà con clinamen mancava di definizione chiara. Nella Lettera ad Erodoto Epicuro poneva infatti la parenklisis al § 43, ma poi al § 61 parlava piuttosto di una deviazione per urto. Il celebre passaggio del libro II del De rerum natura dice:

«Perciò è sempre più necessario che i corpi deviino un poco; ma non più del minimo, affinché non ci sembri di poter immaginare movimenti obliqui che la manifesta realtà smentisce. Infatti è evidente, a portata della nostra vista, che i corpi gravi in se stessi non possono spostarsi di sghembo quando precipitano dall’alto, come è facile constatare. Ma chi può scorgere che essi non compiono affatto alcuna deviazione dalla linea retta del loro percorso?»

Lucrezio precisa poi ulteriormente le modalità del clinamen aggiungendo:

«Infine, se ogni moto è legato sempre ad altri e quello nuovo sorge dal moto precedente in ordine certo, se i germi primordiali con l’inclinarsi non determinano un qualche inizio di movimento che infranga le leggi del fato così che da tempo infinito causa non sussegua a causa, donde ha origine sulla terra per i viventi questo libero arbitrio, donde proviene, io dico, codesta volontà indipendente dai fati, in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida, e deviamo il nostro percorso non in un momento esatto, né in un punto preciso dello spazio, ma quando lo decide la mente? Infatti senza alcun dubbio a ciascuno un proprio volere suggerisce l’inizio di questi moti che da esso si irradiano nelle membra.»

Per quanto riguarda la sfera del vivente Lucrezio la collega direttamente agli atomi nel loro processo creativo, scrivendo:

«Così è difficile rescindere da tutto il corpo le nature dell'animo e dell'anima, senza che tutto si dissolva. Con particelle elementari così intrecciate tra loro fin dall’origine, si producono insieme fornite d’una vita di eguale destino: ed è chiaro che ognuna di per sé, senza l’energia dell’altra, le facoltà del corpo e dell’anima separate, non potrebbero aver senso: ma con moti reciprocamente comuni spira dall’una e dall’altra quel senso acceso in noi attraverso gli organi.»

Gnoseologia
Secondo Lucrezio, che riprende in maniera radicale la tesi già di Epicuro, la religione è la causa dei mali dell'uomo e della sua ignoranza. Egli ritiene che la religione offuschi la ragione impedendo all'uomo di realizzarsi degnamente e, soprattutto, di accedere alla felicità, da raggiungere attraverso la liberazione dalla paura della morte. Il poema ha come temi principali l'epicureismo, il progresso, la lacerante antinomia fra ratio e religio. La ratio è vista da Lucrezio come quella chiarità folgorante della verità «che squarcia le tenebre dell'oscurità», è il discorso razionale sulla natura del mondo e dell'uomo, quindi la dottrina epicurea, mentre la religio è ottundimento gnoseologico e cieca ignoranza, che lo stesso Lucrezio denomina spesso con il termine "superstitio". Indica l'insieme di credenze e dunque di comportamenti umani "superstiziosi" nei confronti degli dèi e della loro potenza. Poiché la religio non si basa sulla ratio essa è falsa e pericolosa.

Lucrezio afferma che sono evidenti le nefaste conseguenze della religione e adduce come esempio il caso di Ifigenia, dicendo poi che il mito è una rappresentazione falsata della realtà, come nell'Evemerismo. La religione è perciò la causa principale dell'ignoranza e dell'infelicità degli uomini.
Lucrezio riprende i temi principali della dottrina epicurea, che sono: l'aggregazione atomistica e la "parenklisis" (che egli ribattezza clinamen), la liberazione dalla paura della morte, la spiegazione dei fenomeni naturali in termini meramente fisici e biologici. Egli opera un completamento di essa in senso naturalistico ed esistenzialistico, introducendo un elemento di pessimismo, assente in Epicuro, probabilmente da attribuirsi a una personalità malinconica.

Da un punto di vista ontologico, secondo Lucrezio, tutte le specie viventi (animali e vegetali) sono state "partorite" dalla Terra grazie al calore e all'umidità originari. Ma egli avanza anche un nuovo criterio evoluzionistico: le specie così prodotte sono infatti mutate nel corso del tempo, perché quelle malformate si sono estinte, mentre quelle dotate degli organi necessari alla conservazione della vita sono riuscite a riprodursi. Tale concezione atea, materialista, antiprovvidenzialista e storica della natura sarà ereditata e rielaborata da molti pensatori materialisti dell'età moderna, in particolare gli illuministi Diderot, d'Holbach e La Mettrie, anch'essi atei dichiarati e a loro volta divulgatori dell'ateismo; Lucrezio sarà inoltre seguito da Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi.
Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e afferma che l'uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura. Per Lucrezio, però, il progresso non è positivo a priori, ma solo finché libera l'uomo dall'oppressione. Se è invece fonte di degradazione morale, lo condanna duramente.
Anima e Animus
Lucrezio introduce nel III libro del De rerum natura una chiarificazione che nel mondo latino era stata trascurata generando non poche confusioni, circa il concetto di animus in rapporto a quello di anima. Egli scrive:

«Vi sono dunque calore e aria vitale nella sostanza stessa del corpo, che abbandona i nostri arti morenti. Perciò, trovata quale sia la natura dell'animo e dell'anima - quasi una parte dell'uomo -, rigetta il nome di armonia, recato ai musicisti già dall'alto Elicona, o che essi hanno forse tratto d'altrove e trasferito a una cosa che prima non aveva un suo nome. Tu ascolta le mie parole. Ora affermo che l'anima e l'animo sono tenuti avvinti tra loro, e formano tra sé una stessa natura. Ma è il capo, per così dire, è il pensiero a dominare tutto il corpo: quello che noi denominiamo animo e mente e che ha stabile sede nella zona centrale del petto. Qui palpitano infatti l'angoscia e il timore, qui intorno le gioie provocano dolcezza; qui è dunque la mente, l’animo. La restante parte dell’anima, diffusa per tutto il corpo, obbedisce e si muove al volere e all’impulso della mente. Questa da sé sola prende conoscenza, e da sé gioisce, quando nessuna cosa stimola l’anima e il corpo.»

Lucrezio riprende il concetto ellenico di anima come "soffio vitale che vivifica e anima il corpo, ciò che i greci chiamavano psyché. Questo soffio pervade tutto il corpo in ogni sua parte e lo abbandona solo “con l'ultimo respiro". L'"animus" invece è identificabile col "noùs" ellenico, traducibile in latino con mens. Dunque animus e mens paiono essere o la stessa cosa o due elementi coniugati dell'unità mentale. L'indicazione della “zona centrale del petto” come sede fa pensare al concetto di “cuore”, ricorrente ancora oggi nel linguaggio comune per indicare la sensibilità umana, centro dell'emozione e del sentimento. Parrebbe allora che l'animus sia insieme e conoscenza e emozione, mentre l'anima è soffio vitale.
L'angoscia esistenziale
Il De rerum natura è ricchissimo di elementi tipici dell'esistenzialismo moderno, riscontrabile specialmente in Giacomo Leopardi, che dell'opera di Lucrezio era un profondo conoscitore, anche se in realtà non è noto il lasso di tempo in cui Leopardi lesse Lucrezio. Questi elementi di angoscia hanno indotto alcuni studiosi a sottolineare il pessimismo di fondo che si opporrebbe alla volontà di rinnovare il mondo a partire dalla filosofia epicurea; in altre parole, in Lucrezio ci sarebbero due spinte contrapposte; l'una dominata dalla razionalità e fiduciosa nel riscatto dell'uomo, l'altra ossessionata dalla fragilità intrinseca degli esseri viventi e dal loro destino di dolore e morte. Altri studiosi, però ritengono che l'insistenza di Lucrezio sugli aspetti dolorosi della condizione umana non sia altro che una strategia di propaganda, per fare emergere più fortemente la funzione salvifica della ratio epicurea.


18 febbraio 2024 - Eugenio Caruso

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