Resistenza, Resilienza e Sovranità Imperativa...
La ferma posizione dell'Iran di fronte alle pressioni esterne è stata interpretata come una potente affermazione di sovranità, segnalando che le nazioni possono resistere al dominio attraverso la pura determinazione. I funzionari in Iran sono stati chiari nella loro sfida contro ciò che vedono come bullismo, sottolineando la complessità delle dinamiche di potere globali.
Per molti, questa posizione risuona come un faro di speranza in un mondo in cui spesso potrebbe fare la cosa giusta, riformando la resistenza come un atto di autoconservazione necessario. Il principio fondamentale in gioco è il potere della determinazione di plasmare il proprio destino, anche di fronte alle avversità schiaccianti.
Mentre le specificità della situazione dell'Iran sono controverse, i temi più ampi di sovranità, dignità e autonomia colpiscono le nazioni e i popoli che hanno affrontato pressioni simili, evidenziando la necessità di discussioni piuttosto che di atteggiamenti semplicistici.
Colonialismo, stati clienti della Guerra Fredda, condizionalità dell'FMI, regimi, sanzioni - molti paesi hanno un'esperienza vissuta di "comply o collasso". ” Così quando uno Stato rifiuta pubblicamente, diventa simbolico per altri che hanno provato una pressione simile.
Nella diplomazia, la capitolazione può essere più costosa a livello nazionale della perdita materiale. Spesso i governi calcolano che apparire non piegato mantiene legittimità in casa, anche se si addossa costi all'estero.
Se la forza/pressione funziona su uno stato, altri chiedono: "Siamo i prossimi? ” Se la resistenza funziona, gli altri chiedono: “Cosa possiamo farla franca? ” Ecco perché terzi guardano questi stalli così da vicino: stanno negoziando le norme per procura.
La sovranità è un principio giuridico. Il potere è una realtà materiale. Il diritto internazionale dice che tutti gli stati sono uguali; la politica internazionale ricorda a tutti che non lo sono. Ogni stallo come questo impone la stessa domanda scomoda: quando un attore più forte chiede qualcosa e un attore più debole rifiuta, il risultato è deciso dai diritti o dalla resistenza?
17 aprile 2026

Continua a girare questa favoletta per cui l'aggressione americana all'Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.
Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la "concorrenza sleale" cinese.
Ok, giusto per intenderci.
La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l'approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.
Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l'Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia...).
Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l'attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.
Al contempo, chi parla di "concorrenza sleale" della Cina è rimasto all'epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell'intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.
Dunque, per capirci, la Cina sta scalzando l'Occidente (e l'Europa in particolare) come "officina del mondo", sta occupando fette di mercato industriale e tecnologico sempre più grande, sta al contempo aumentando il proprio potere d'acquisto interno, diventando essa stessa un grande mercato, e sta ottenendo petrolio a costi competitivi dai suoi vicini, Russia in testa.
Lo sta facendo serenamente, anche perché l'unica vittima sacrificale della guerra di aggressione israelo-americana all'Iran è - chi se lo sarebbe mai aspettato? - proprio l'Europa.
Quell'Europa che, dopo essersi ripetutamente sparata su entrambi i piedi, sanzionando l'Iran, lasciandosi distruggere il North Stream 2, rinunciando al petrolio russo, litigando con la Cina per la via della seta, sanzionando il mercato russo e delocalizzando le industrie in Asia (per poter abbassare i salari al proprio interno), ora, di fronte alla doppia chiusura ermetica del Golfo Persico si ritrova:
senza approvvigionamenti energetici,
con mercati di sbocco ristretti per le proprie merci,
con costi di produzione fuori mercato,
con un mercato interno impoverito dalla perdita di potere d'acquisto dei propri lavoratori,
e con Lady Ursula che ti spiega, con il suo sorrisetto da garrota, che:
1) "l'energia meno costosa è quella non usata" (ricordate "Take that Putin!" rinunciando alla doccia calda? quella roba là) e che
2) il nostro errore è stato di non essere stati ancora più veloci nell'elettrificazione del sistema (mentre il 90% della produzione di impianti fotovoltaici è oramai cinese).
In un'immagine. Ci siamo confezionati un nodo scorsoio facendo terra bruciata verso tutti i partner utili, ci siamo messi un cappio al collo indebolendo il nostro tessuto industriale e il mercato interno, abbiamo insaponato il cappio inventandoci un green deal per fare qualche favore a zii e cugini dei commissari europei, e infine, quando gli americani hanno dato un calcio alla sedia, abbiamo cercato con voce strozzata di ringraziarli per il GPL a prezzi esorbitanti.
Orgoglio europeo.
Andrea Zhok
18 aprile 2026

Yonco Mermersky
La mia lettura in 3 parole è: "Gran Maestro Orban"
Gli scacchi ungheresi che hanno fatto piangere Bruxelles!
Viktor Orban gioca a sangue freddo - lancia il suo "traditore" fidato e l'UE va dritto in una trappola perfetta.
Bruxelles, Soros, Obama - derisi, vergognati e derisi
In una mossa politica talmente acuta che sembra quasi satira, Orban l'ha visto da lontano: l'Unione Europea, George Soros, Obama - tutto il club globalista - erano schierati contro di lui.
Il problema era che l'Ungheria non aveva più nemmeno una vera opposizione di sinistra. Nessuno avrebbe potuto superare la ridicola soglia del 5%.
Quindi Orban ha fatto quello che fa Orban: gestisce il gioco.
Prende il suo più stretto alleato, il suo più fidato insider - Peter Magjar - e lo manda via come "leader dell'opposizione" di prima classe.
la preparazione? Pulito. Semplice. Brutale.
L'ungherese - figura chiave nel governo di Orban fino al 2024 - esce, ribalta il copione, si reincarna ribelle. Riceve finanziamenti dagli stessi eurocrati che Orban non può permettersi. Si pone come il volto del "cambiamento".
Bruxelles se l'è mangiata come una caramella.
‘Finalmente! ", gridavano - volavano gli assegni, i titoli rotolati, nessuno faceva domande. Siamo realisti - quasi nessuno parla ungherese comunque, e le narrazioni dei media occidentali erano troppo comode per contestare.
E poi arriva il culmine:
Il finto traditore sta vincendo.
E nel momento in cui lui è al potere? La maschera è tolta.
Improvvisamente il "traditore" dice che il confine non è abbastanza forte.
Rifiuta il 90% delle richieste della von der Leyen.
Mette gli ungheresi al primo posto.
E adotta - sorpresa - esattamente la stessa tattica sovranista nazionalista che da anni fa impazzire Bruxelles.
Ora l'UE, Soros, Obama e Co. siedono sbalorditi - guardando come si rivela la loro "grande speranza di cambiamento"... Orban 2.0 con un nome diverso.
Questa non è politica. Questi sono scacchi di livello elite.
Una classe assoluta.
E la parte migliore?
Tutto è legale.
Tutto pulito.
Fatto davanti ai loro occhi.
E il futuro di Orban?
Il copione è già scritto.
La prossima mossa sta arrivando – e sarà esattamente come calcolata.
A Bruxelles è il nemico pubblico numero uno: blocca le decisioni, uccide l'ordine del giorno con un veto.
E adesso?
Il presidente Trump vorrebbe che von der Leyen (Leinen) si dimetta - e che Orban entri come presidente della Commissione. Potrebbe essere vero? Chi l'avrebbe mai detto!!

Due navi militari russe sono tornate nella base siriana di Tartus, mentre gli Stati Uniti hanno ora definitivamente lasciato ogni base militare in Siria compresa la irriducibile Al-Tanf. Al momento l'unica presenza militare ufficiale statunitense è il personale di guardia all'ambasciata di Damasco.
Mentre è di ieri la notizia ufficiale che il governo di Al Joulani (o come altro si farà chiamare stavolta) ha concesso una base militare alla Turchia, nei pressi della strategica Palmira, importante fra l'altro perché potrebbe influenzare o controllare il cosiddetto "corridoio sciita" con cui l'Iran può rifornire Hezbollah, dato che controlla buona parte delle rotte che attraversano il deserto e collegano l'ovest e l'est del Paese, verso l'Iraq.
Tutto questo diventa davvero molto interessante, tanto più che l'Iraq ha quasi definitivamente rotto i legami superstiti con gli Stati Uniti e si sta saldando geopoliticamente ancora di più con l'Iran (anche grazie al rafforzamento interno degli sciiti iracheni).
La prospettiva è che, in caso di scontro con Israele per l'influenza sulla Siria, la Turchia potrebbe addirittura trovare un'alleanza "tattica" con l'Asse della Resistenza e concedere agli iraniani un collegamento garantito verso il Libano, il tutto per indebolire Israele. In un altro scenario, Ankara potrebbe usare questa minaccia come merce di scambio per spingere Israele a più miti consigli nel Sud della Siria.
Un'alleanza fra Turchia e Iran, ancora più possibile qualora gli Stati Uniti uscissero dalla NATO per dare semaforo verde a Israele contro Erdogan, sarebbe per la dirigenza israeliana uno scenario da incubo.
Questo fa capire la complessità dello scacchiere siriano. E sconfessa la lettura semplicistica secondo cui il governo di Damasco sarebbe un mero asset dell'Occidente collettivo, o peggio ancora di Israele. Mentre è vero che la caduta di Assad ha creato un vuoto nelle maglie della Resistenza, di fatto creando per Israele un corridoio aereo libero per avvicinarsi a colpire l'Iran, gli scenari che emergono, d'altra parte. danno ragione a quanti esprimevano cautela nell'interpretare in modo unilaterale il collocamento del nuovo governo, e ricordavano che sarebbe servito del tempo per poterlo decifrare correttamente. Si deve anche tenere presente l'estrema fragilità del governo di Al Joulani, soprattutto economica, che deve aver imposto un certo pragmatismo nel cercare sponde immediate in chiunque fosse disponibile. Ma doveva essere nel medio periodo che si sarebbe visto in che direzione sarebbe andato veramente.
Per ora il quadro non è ancora del tutto chiaro, e Al Joulani, che obiettivamente ha poca autonomia strategica, sta cercando di mantenere una politica multivettoriale per tenersi in piedi e ad avere più carte possibile da giocare.
di Matt Martini

LA CINA SCHIERA NAVI DA GUERRA VICINO A HORMUZ DOPO L’INCIDENTE CHE HA COINVOLTO UNA NAVE IRANIANA
La leadership politico-militare cinese ha risposto al sequestro della nave iraniana Touska da parte delle forze statunitensi con una visibile dimostrazione di presenza navale vicino allo Stretto di Hormuz. Un gruppo navale composto da tre navi, tra cui il cacciatorpediniere Tangshan, la fregata Daqing e la nave da rifornimento Taihu, è stato schierato nell’area.
Secondo il capitano di vascello della riserva Vasily Dandykin, questa mossa riflette un segnale geopolitico calcolato, volto a salvaguardare gli interessi economici della Cina. Egli osserva che unità navali cinesi hanno già operato nella regione, anche attraverso esercitazioni congiunte con la marina iraniana nel Golfo Persico, familiarizzando così con le acque.
A suo avviso, l’obiettivo principale dello schieramento è garantire la sicurezza delle petroliere cinesi e prevenire incidenti simili al sequestro della nave iraniana. Dandykin suggerisce che qualsiasi attacco contro navi cinesi rappresenterebbe un limite che Washington difficilmente si spingerà oltre, nonostante la superiorità numerica delle forze navali statunitensi nella regione.
Interpreta lo schieramento come una dimostrazione delle capacità navali della Cina, un elemento che, a suo dire, non può essere ignorato nemmeno dagli Stati Uniti. Pur riconoscendo la maggiore presenza americana, Dandykin dubita che le forze statunitensi rischierebbero uno scontro diretto con le navi cinesi.
Sottolinea che le azioni di Pechino sono dettate da considerazioni pragmatiche. L’economia cinese dipende fortemente da forniture energetiche stabili provenienti dal Golfo Persico, incluso il petrolio iraniano. In questo contesto, il messaggio diplomatico viene rafforzato da una chiara dimostrazione di potenza militare.
26 aprile 2026

Israele ha mandato la sua marina a 500 miglia nautiche dalle proprie coste, davanti a Creta, in acque internazionali europee, per circondare con droni e motovedette una flottiglia di barche civili che portava aiuti umanitari a Gaza.
A bordo, tra gli altri, cittadini italiani, disarmati, costretti a inginocchiarsi sul ponte sotto la minaccia delle armi, mentre soldati armati salivano a bordo per portarli via.
Questa si chiama pirateria. Lo dice il diritto internazionale: l'abbordaggio di una nave civile in acque internazionali, da parte di forze militari di un Paese terzo, è pirateria. Punto.
E ora la domanda è una sola: cosa intende fare il governo italiano?
Perché finora abbiamo visto questo: Tajani che "chiede informazioni" alle ambasciate a operazione già conclusa.
Allora lo chiediamo chiaramente. Convocherà l'ambasciatore israeliano? Sospenderà la cooperazione militare? Sospenderà la fornitura di armi, come ha fatto la Spagna? Porterà la questione in Consiglio Europeo come violazione del diritto internazionale dentro acque europee? Esigerà il rilascio immediato dei cittadini italiani sequestrati?
Oppure ci limiteremo, come sempre, a "chiedere informazioni"?
Abbiate un sussulto di dignità e di decenza.
30 aprile 2026

Il Parlamento rumeno ha approvato oggi la mozione di sfiducia contro il governo guidato da Ilie Bolojan. La mozione, sostenuta dal Partito Social Democratico (PSD) e dall'AUR - l'alleanza di George Simion, che ha sostenuto Georgescu nel contesto delle elezioni annullate nel 2024 - ha ottenuto 281 voti, superando nettamente la soglia necessaria.
Nato appena dieci mesi fa con l’obiettivo di stabilizzare il Paese e mantenere saldo l’ancoraggio all’Unione Europea, l’esecutivo è crollato per le profonde divisioni interne sulla manovra di austerità.
Il PSD, che aveva inizialmente sostenuto Bolojan, ha ritirato i suoi ministri dopo aver contestato i tagli alla spesa pubblica, gli aumenti fiscali e la riduzione del personale statale, ritenuti indispensabili per abbassare il deficit e sbloccare i fondi europei. Bolojan, esponente del PNL, ha difeso fino alla fine la necessità di riforme per garantire la stabilità finanziaria e l’arrivo di miliardi di euro dal PNRR.
La sua uscita di scena rischia ora di aprire una fase di nuova incertezza. Il presidente Nicu?or Dan dovrà avviare le consultazioni per formare un nuovo esecutivo. Sul tavolo ci sono ipotesi di un governo tecnico o di una diversa maggioranza, mentre l’AUR festeggia il risultato e guadagna terreno nei sondaggi.
Da RadioRadio.
NDR L'OCCIDENTE NAZISTA INIZIA A SGRETOLARSI
6 maggio 2026
NON E' FACILE FALSIFICARE LA STORIA
Da giovani la nostra cultura era impregnata di ammirazione per gli americani; da piccolo ricordo i soldati americani che regalavano caramelle ai bambini e per qualche anno si comprava grazie alle AMLIRE. Per molti di noi Russia e Cina erano il comunismo, gli imperi del male, e con questa illusione ci inebriavamo e, nella vita sociale, ci comportavamo di conseguenza. La cinematografia Usa, gli sceneggiati, i media contribuivano a sostenere il mito dell'americano saggio, eroico e invincibile
La caduta dell'Unione sovietica e l'apertura della Cina all'occidente, hanno iniziato a scalfire queste convinzioni, e, man mano la verità è venuta a galla. Un punto di svolta fondamentale è stato l'eccidio di Odessa, da parte dei nazisti ucraini e il silenzio di NATO e UE. Le finte rivoluzioni democratiche, le guerre e le distruzioni, che gli americani portavano in ogni parte del pianeta e la sudditanza dei media contribuirono a farmi riflettere. La conoscenza personale di veri "comunisti" mi permise di avviare contrapposizioni dialettiche importanti e costruttive per la ricerca della verità; restava, peraltro, invariata la mia intolleranza per molti comportamenti del Comunismo pilotato, come le foibe.
Quando la Kallas dice che i russi non erano neanche presenti durante la seconda guerra mondiale comprendo che la stupidotta è ancora soggiogata dal mito americano, o per ignoranza o per sudditanza.
MORTI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
RUSSI 30/33.000.000
CINESI 28/30.000.000
AMERICANI 400.000
Foto di ufficiali USA in Europa.
9 maggio 2026

MARIA ZAKHAROVA - SULL'AMNESIA DI MERZ
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha voluto rivolgere un messaggio di auguri ai cittadini in occasione dell'anniversario della liberazione dal regime nazista. Nel suo discorso, però, non ha fatto alcun accenno al ruolo decisivo dell'Armata Rossa, scatenando un'ondata di critiche sui social network. Merz ha scritto che l'8 maggio 1945 «portò la liberazione» a milioni di persone, alla Germania e all'Europa, invitando a «non dimenticare mai a cosa porta l'odio».
Ma lui stesso se n'è dimenticato? E non solo: a Berlino è stata vietata l'esposizione della simbologia sovietica durante le cerimonie commemorative. Il commentatore di KP.RU Alexander Gamov ha chiesto un parere su questi fatti sconcertanti a Maria Zakharova, direttrice del Dipartimento per l'Informazione e la Stampa del Ministero degli Esteri russo e portavoce ufficiale della diplomazia di Mosca.
«Così come i vertici giapponesi, nel commemorare le vittime di Hiroshima e Nagasaki, dimenticano chi sia stato a sganciare le bombe atomiche, allo stesso modo Merz rimuove dalla memoria chi ha aggredito chi e chi ha liberato chi. Tutto questo serve a indurre – per usare un'espressione chiara in russo – a "ingannare le menti" delle giovani generazioni. Ragazzi che sono cresciuti senza un contatto diretto con i veterani in famiglia e che oggi attingono informazioni solo da internet. È proprio a loro che vengono destinati questi pseudofatti spersonalizzati. Domani diranno che Hitler ha liberato il mondo...»

11 maggio 2026
La sconfitta è orfana: Israele e Usa cominciano a beccarsi
La vittoria unisce, ma la sconfitta divide. E così adesso israeliani e americani cominciano vicendevolmente ad accusarsi di aver creduto che sarebbe stato facile abbattere il regime iraniano e così mettere fuori gioco una potenza regionale che dava fastidio, con la sua stessa esistenza, sia a Washington che a Tel Aviv. Joe Kent, ex direttore dell’antiterrorismo statunitense, dimessosi recentemente in polemica con Trump, sostiene che, ancor prima dell’inizio della guerra in Iran, la comunità dell’intelligence statunitense concordava sul fatto che la Repubblica Islamica non stesse sviluppando un’arma nucleare e che in caso di conflitto ci sarebbe stata la chiusura dello stretto di Hormuz. Non solo ma che l’attacco e l’uccisione della leadership iraniana non avrebbe portato a un cambio di regime, ma anzi a un suo rafforzamento.
Allora perché The Donald avrebbe ugualmente deciso di attaccare? La risposta più gettonata è perché Netanyahu lo ha convinto e anzi ricattato, spingendolo a un passo che il presidente in realtà non voleva fare. Ma in Israele questa risposta viene ormai apertamente contestata. Israel Hayom, che poi vorrebbe dire Israele Oggi, di proprietà della miliardaria, Miriam Adelson, naturalizzata americana, contesta questa tesi e del giornalista che ha scritto l’articolo sostiene che “le notizie pubblicate, tra gli altri, dal New York Times e dal Washington Post, secondo cui Netanyahu avrebbe trascinato Trump e gli Stati Uniti in guerra, in parte sostenendo che il regime potesse essere rovesciato, sono palesemente errate. Le conversazioni che ho avuto indicano che almeno alcuni alti funzionari dell’amministrazione Trump, e lo stesso Trump, erano coloro che ritenevano possibile il rovesciamento del regime, mentre il team israeliano presentava una valutazione molto più cauta sulla questione”. Dunque la tesi che viene da Tel Aviv, ma anche dall’interno degli Usa, vista la particolare collocazione dell’editrice del giornale che è quanto meno portavoce delle istanze della lobby sionista, è che l’idea di un colpo d’ariete che avrebbe fatto crollare la volontà iraniana di resistere, sia in qualche modo nata all’interno di quell’orribile misto di sionisti cristiani e militari dilettanti di cui The Donald si è circondato.
Insomma gli americani accusano Israele e Israele accusa gli americani e qui non è tanto importante capire chi abbia ragione, se pure si possa trovare un qualche ragione nella follia, ma che stia nascendo una polemica che di per sé denuncia il senso di sconfitta: se la vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana e i protagonisti vogliono ad ogni costo disconoscere il frutto della colpa. Il fatto che stia nascendo questa polemica è la prova provata che la densa e amara nuvola del fallimento si va addensando sulle teste dei protagonisti dell’aggressione del tutto ingiustificata all’Iran e tutti ora cercano di dare la colpa agli altri. D’altronde i due governi hanno combinato un disastro così clamoroso e si sono esposti a un fiasco di dimensioni così epocale che viene naturale cercare di non essere visti come i responsabili. La guerra in Iran segna in effetti il crollo dell’unipolarismo statunitense cui era strettamente collegato il delirante progetto della Grande Israele. Ora questi sogni si sono rivelati un incubo e demarcano la fine di un’era, senza tuttavia ancora lasciare spazio a un futuro. E per una ragione: che ormai il futuro è altrove.
11 maggio 2026

“Netanyahu uscirà, ma lo Stato morirà con lui”: da Israele arriva l’accusa più devastante contro il progetto sionista.
Non è una denuncia proveniente dall’esterno né da ambienti ostili a Israele. È il quotidiano israeliano Haaretz a pubblicare una delle analisi più dure degli ultimi anni: secondo l’editorialista Carolina Landsmann, Benjamin Netanyahu ha spinto lo Stato verso un punto di non ritorno.
A volte il crollo di un sistema non viene annunciato dai suoi nemici. Viene raccontato da chi ha vissuto dentro quel sistema, da chi ne ha condiviso il linguaggio, le paure, le promesse e persino le illusioni. Ed è proprio per questo che l’editoriale pubblicato da Haaretz il 1° maggio 2026 pesa come una frattura politica e storica.
Il titolo non lascia spazio a interpretazioni:
“Netanyahu uscirà, ma lo Stato morirà con lui”.
Non è una formula provocatoria costruita per attirare attenzione. È una diagnosi durissima scritta da Carolina Landsmann, una delle firme del più autorevole quotidiano progressista israeliano. E ciò che rende questo testo esplosivo non è soltanto il contenuto, ma il luogo da cui arriva: Israele stesso.
Landsmann descrive un Paese che, secondo la sua analisi, ha superato il punto di ritorno. Non parla soltanto della guerra, né esclusivamente di Gaza. Parla di un collasso interno. Di uno Stato che avrebbe progressivamente consumato le proprie istituzioni fino a svuotarle dall’interno.
La magistratura, i media, il Parlamento. Nulla, secondo l’editorialista, sarebbe rimasto davvero intatto dopo gli anni del potere di Benjamin Netanyahu. Le strutture che avrebbero dovuto garantire equilibrio e democrazia vengono descritte come indebolite, polarizzate, incapaci di svolgere la funzione originaria.
Ed è qui che il discorso si fa ancora più radicale. Perché Landsmann sostiene che il problema non sia più la possibilità di perdere un’elezione o cambiare governo. Il problema, scrive, è che il danno sarebbe ormai irreversibile.
“Netanyahu uscirà, ma lo Stato morirà con lui”.
Dentro questa frase c’è l’idea che il premier israeliano non abbia semplicemente guidato Israele, ma lo abbia trasformato fino a renderlo inseparabile dalla propria figura politica. E quando un sistema si identifica completamente con un uomo, la caduta dell’uomo rischia di trascinare con sé tutto il resto.
L’editoriale descrive una società israeliana lacerata, divisa, incapace di ritrovare un terreno comune. Anche l’esercito, tradizionalmente considerato uno dei pilastri identitari dello Stato, viene raccontato come stanco, logorato, svuotato dopo anni di guerra permanente e tensione continua.
Ma il punto più pesante riguarda l’isolamento internazionale.
Per decenni Israele ha costruito la propria immagine come democrazia occidentale stabile, forte e circondata da minacce. Oggi, invece, cresce ovunque una percezione diversa: quella di uno Stato associato sempre più alle immagini di distruzione provenienti da Gaza, alle accuse internazionali, ai procedimenti davanti alla Corte Penale Internazionale e a una radicalizzazione politica che perfino settori della società israeliana iniziano a considerare distruttiva.
Ed è qui che il testo di Landsmann assume un significato che va oltre Netanyahu stesso.
Perché quando una voce interna a Israele arriva a scrivere che “il progetto” non può più essere salvato, non si tratta soltanto di una critica a un governo. Si tratta della crisi di una narrazione storica intera: quella dell’invincibilità, della compattezza nazionale, della promessa di uno Stato capace di garantire sicurezza eterna attraverso la forza.
L’editoriale non dice che Israele scomparirà fisicamente. Dice qualcosa di forse ancora più grave: che potrebbe smettere di essere ciò che aveva promesso di diventare.
E quando una riflessione del genere emerge dalle pagine di Haaretz, non può essere liquidata come propaganda anti-israeliana o antisemitismo. Sarebbe troppo semplice. Troppo comodo.
Perché questa volta l’accusa arriva dall’interno delle mura.
Ed è forse proprio questo il segnale più inquietante per Netanyahu e per il sionismo politico che ha dominato gli ultimi anni: il fatto che una parte crescente della società israeliana non stia più difendendo il sistema, ma iniziando a redigerne l’autopsia.
Paolo Consiglio

NO alla guerra con la Russia.
Appello dell’intellettualità libera
Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla pubblica opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario.
In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore: un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico. Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di Volodimir Zelensky, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni. In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento: considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia. Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia. Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata. E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.
Anche se possiamo non concordare con gli orientamenti politici interni di quel Paese ed esprimere critiche su questo o quell’aspetto, noi respingiamo come errato, pericoloso e antistorico qualsivoglia tentativo di esportare i nostri modelli. Soprattutto siamo uniti nel respingere la follia russofobica e il clima da caccia alle streghe che si sta imponendo in Italia come in Europa, generato da politici e giornalisti irresponsabili, i quali, dopo aver raccontato in modo distorto la genesi del conflitto, diffondendo informazioni false, arrivano a esaltare le azioni terroristiche dell’Ucraina, a cominciare dalla distruzione dei gasdotti North Stream 1 e 2, o che, sulla scia della frase di Mario Draghi (“preferite la libertà o i condizionatori?”), vogliono persuaderci che il significato di questa guerra vada al di là degli interessi materiali, che l’Occidente combatte “per i suoi valori”, e che la Russia è un regime autocratico, che il suo presidente è “il nuovo Hitler” (e “il nuovo Stalin” e “il nuovo zar”!), fingendo di non accorgersi di come e quanto venga, giorno dopo giorno, limitata la possibilità per chi non sia allineato con la narrativa dominante, di esprimersi e, in particolare, di rifiutare la damnatio della Russia, presentata semplicemente come “Stato che viola il diritto internazionale”, dimenticando ben altre violazioni compiute quotidianamente da Stati dei quali siamo alleati-servi, a cominciare dagli USA.
La Russia non ha mai compiuto gesti ostili verso le nazioni europee e men che meno verso l’Italia, alla quale, anzi, ha sempre mostrato amicizia e persino affetto: non dimentichiamo i consistenti aiuti medici e sanitari portati nella Penisola durante la prima fase della pandemia, nel 2020, com’era accaduto un secolo prima, nel 1908, quando la Russia era stato il primo Paese al mondo a recare aiuto ai terremotati di Messina e Reggio Calabria. Noi siamo sicuri che il popolo italiano, pressoché nella sua totalità, vorrebbe che ritornassimo a commerciare con la Russia, comprando il suo gas e il suo petrolio (a prezzi cinque volte inferiori a quelli ai quali compriamo ora dagli USA) e vendendo le merci del nostro straordinario comparto manifatturiero, in crisi a causa di assurde sanzioni della UE. Il popolo italiano, ne siamo certi, vuole offrire al popolo russo la stessa amicizia che dal popolo russo ha sempre ricevuto.
Contro la costruzione di un senso comune russofobico e bellicistico, ci corre l’obbligo, per onestà intellettuale, e per competenza storica, di rilevare che la Federazione Russa, lo Stato più grande del mondo, non ha alcun interesse o disposizione a invadere l’Europa. La sua guerra in Ucraina (l’Operazione Militare Speciale) è volta semplicemente alla liberazione del Donbass, e, quindi, a favorire l’autodeterminazione delle sue popolazioni che si sono già espresse, come peraltro la Crimea, per il “ritorno” alla Madrepatria Russia, dopo il golpe a Kiev del 2014, organizzato dalla CIA, sostenuto da USA e UE. Tutto ciò è documentato e va sottratto alla logica dell’opinionismo, che si traduce in mero schieramento. Noi non vogliamo abdicare alla facoltà di pensare, a quel comandamento di Immanuel Kant che, nel lontano 1784, invitava gli umani a rivendicare il diritto di “usare la propria ragione”. Noi non abbiamo alcun sentimento ostile verso la Russia.
In quanto “intellettuali”, ossia persone che intendono “abbracciare la propria epoca” (come scrive Jean-Paul Sartre), noi rivendichiamo il diritto di dire la nostra sui fatti della politica e riteniamo che questo faccia parte dei nostri doveri, perché siamo parte integrante, e importante, di una comunità. In quanto persone professionalmente addette alla scienza, alla formazione, all’arte, alla comunicazione, alla letteratura, respingiamo con sdegno ogni politica volta a sanzionare musicisti, scrittori, danzatrici, direttori d’orchestra, uomini e donne di cinema e di teatro (per non parlare degli atleti!), e deploriamo che a uno dei più importanti direttori d’orchestra del mondo, Valerij Gergiev, sia stato per ben due volte, a Milano e a Caserta, impedito di esibirsi, e che lo stesso sia accaduto alla danzatrice Svetlana Zacharova, autentica stella nel firmamento della danza classica.
L’ultimo caso è quello della Biennale d’Arte di Venezia, il cui direttore, Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale notoriamente schierato a destra, ha deciso, intelligentemente, la riapertura del Padiglione Russo, in nome della libertà della cultura, suscitando le ire della sua stessa area politica, ma anche di gran parte di una sedicente opposizione parlamentare, per non parlare dell’ignobile ricatto della UE che recita: “o cacciate i russi o non vi diamo il contributo”.
Ebbene, è ora di por fine a questa situazione umiliante (per noi!) e dannosa (per noi!), ma soprattutto preoccupante (per tutti!). È ora che le nostre popolazioni prendano in mano i propri destini, è ora che si cessino parole e gesti ostili (dal primo cittadino della Repubblica fino all’ultimo) verso la Russia, e si cessi di piegare la testa ai comandi di leader e opinionisti affetti da visibili sindromi psicopatologiche. È ora di dire:
NOI NON VOGLIAMO LA GUERRA ALLA RUSSIA!
Il popolo italiano ha conosciuto direttamente, dolorosamente, due conflitti mondiali e ne ha tratto come conclusione l’articolo 11 della Carta Costituzionale, che “ripudia la guerra”.
Noi per primi, nelle università, nelle scuole, nei giornali, nelle case editrici, nelle reti tv, nei libri che scriviamo, nelle conferenze che teniamo, dobbiamo batterci per aiutare i cittadini distratti, ovvero inebetiti dalla propaganda, ad aprire gli occhi e a opporsi insieme a noi a questa follia. Il nostro primo dovere è suscitare il dubbio, respingere la logica del pensiero binario e coltivare il pensiero critico. Dobbiamo rivendicare il diritto di ascoltare tutte le voci e di respingere con il disprezzo che meritano gli appelli alla censura, i quali non di rado stanno diventando incitamento all’aggressione, come già accaduto a qualcuno di noi. Noi vogliamo ascoltare le lezioni su Dostoevskij e vedere i film di Russia Today, o sintonizzarci sui canali radiotelevisivi russi, proprio come fanno i cittadini di quel Paese. Noi vogliamo assistere a concerti, balletti, spettacoli teatrali, film russi, così come siamo liberi di fare la stessa cosa rispetto ai prodotti artistici di altre nazioni. Vogliamo essere liberi di andare in Russia come in qualsiasi altro Paese del mondo, senza chiedere permessi o senza fornire spiegazioni a chicchessia. Non accettiamo di essere ostracizzati o silenziati o addirittura additati come “nemico interno” o persino quali “traditori” della patria!
Leggere, ascoltare, incontrare “l’altro”, è la via maestra per evitare di vedere in lui il “nemico”. Solo la libertà – di pensiero, riunione, organizzazione… – può consentirci di uscire dalla logica della contrapposizione, che ci viene presentata come inevitabile o persino necessaria. Noi non intendiamo “fare una scelta di campo” (Occidente contro Oriente!), ma una “scelta di vita”, soprattutto in nome di coloro che non hanno voce e che sono destinati a essere le prime vittime della guerra, oggi come ieri.
Perciò sollecitiamo tutte le voci libere, a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, a fare giungere la più alta protesta contro un folle progetto bellicistico, e schierarsi dalla parte della libertà e della pace, ribadendo che, sempre, “una cattiva pace è migliore di una buona guerra”.
Da La Fionda (05.05.2026)

Sfiduciato in Romania il governo fantoccio imposto da Bruxelles. I popoli si ribellano alla dittatura dell’Unione (sovietica) Europea.
(Titolo redazionale, fonte: Luciano Tovaglieri)
Il castello di carta costruito dall’Unione Europea in Romania sta crollando. Dopo mesi di forzature istituzionali, pressioni politiche e aperta ingerenza negli affari interni di Bucarest, il governo guidato da Ilie Bolojan è stato travolto da una storica mozione di sfiducia approvata dal Parlamento romeno con 281 voti favorevoli, ben oltre la soglia necessaria.
È una sconfitta politica clamorosa per Bruxelles e per quella tecnocrazia euroinomane che pretende di decidere quali governi siano “accettabili” e quali invece vadano eliminati, annullati o criminalizzati.
La crisi romena nasce infatti da una deriva autoritaria sempre più evidente all’interno dell’Unione Europea. Prima l’annullamento di elezioni regolari che avevano visto emergere un candidato non allineato al fanatismo anti-russo imposto dalla NATO e dalla Commissione Europea. Poi l’arresto e la persecuzione politica di un altro candidato favorevole a un riavvicinamento diplomatico con Mosca. Infine la costruzione artificiale di un governo pienamente subordinato agli interessi euro-atlantici, privo di reale consenso popolare.
In nome della “difesa della democrazia”, la UE ha finito per demolire la democrazia stessa.
La Romania è stata trasformata in un laboratorio politico dove il voto popolare vale soltanto se produce il risultato gradito ai burocrati di Bruxelles. Se il popolo sceglie candidati sovranisti, neutralisti o semplicemente non ostili alla Russia, allora partono accuse, indagini, campagne mediatiche, arresti e ribaltoni istituzionali.
Uno schema ormai visto ovunque in Europa: si parla continuamente di Stato di diritto mentre si calpesta la sovranità popolare ogni volta che questa diverge dagli interessi dell’élite globalista europea.
La caduta del governo Bolojan rappresenta quindi molto più di una normale crisi parlamentare. È il segnale che il popolo romeno e una parte crescente delle sue istituzioni non accettano più di essere governati come una colonia amministrata dalla Commissione Europea.
A votare la sfiducia sono stati soprattutto i parlamentari del Partito Social Democratico e le forze di opposizione, espressione di un malcontento ormai esploso contro un esecutivo percepito come estraneo agli interessi nazionali. Il governo resterà ora in carica soltanto per l’ordinaria amministrazione, mentre si apre una fase politica che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Paese.
Per Bruxelles è un incubo: il fallimento del progetto di commissariamento politico della Romania rischia infatti di incoraggiare altri popoli europei stanchi delle imposizioni ideologiche dell’Unione.
Gli euroinomani possono manipolare i media, intimidire gli oppositori e piegare le istituzioni, ma non possono cancellare per sempre la volontà dei popoli. E oggi dalla Romania arriva un messaggio chiarissimo: la pazienza verso l’arroganza della UE sta finendo.
16 maggio 2026

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE
LA CINA UMILIA TRUMP
Xi Jinping che cita Tucidide a Donald Trump è una delle immagini contemporanee più surreali degli ultimi anni. Da una parte la diplomazia millenaria cinese, che ragiona per simboli, filosofia, riferimenti storici e pazienza strategica. Dall’altra Trump, che probabilmente pensava che Tucidide fosse un nuovo marchio di steakhouse texana o un giocatore serbo della NBA.
Per capirci: la “trappola di Tucidide” è la teoria secondo cui, quando una potenza emergente minaccia di sostituire quella dominante, il rischio di guerra diventa quasi inevitabile. Tucidide lo scriveva raccontando il conflitto tra Sparta e Atene:
“Fu l’ascesa di Atene e la paura che questo provocò a Sparta a rendere la guerra inevitabile”.
Oggi il parallelismo è evidente: Cina in ascesa, Stati Uniti potenza dominante in paranoia strategica.
Ora immaginate Xi che, con tono confuciano e aria da mandarino imperiale, spiega il concetto durante il vertice. E Trump che ascolta annuendo serio per dieci secondi, prima di chiedere se “Tucidide” abbia votato repubblicano o se produca dazi migliori di quelli cinesi.
La scena è metafisica. Xi parla di equilibrio storico delle civiltà, Trump pensa agli hamburger, ai coyote da mitragliare al confine e ai post su Truth Social scritti come messaggi inviati alle tre di notte dopo sei lattine di Diet Coke: “KISS MY A#S!!!”.
Ed è questa la vera fotografia dell’Occidente contemporaneo. La Cina che usa i classici greci per discutere di equilibrio multipolare. Gli Stati Uniti che rispondono con meme, minacce commerciali e slogan da wrestling.
Alexandro Sabetti

Accogliendo Donald Trump a Pechino, il presidente cinese Xi Jinping ha citato uno storico e capo militare greco vissuto quattrocento anni prima di Cristo. L’irruzione di Tucidide nei rapporti sino-americani, in un momento decisivo della loro storia, potrebbe risultare sorprendente, ma in realtà contiene un messaggio da parte del leader cinese per il suo omologo statunitense. Nel suo libro sulla guerra del Peloponneso, Tucidide afferma che quando una potenza emergente sfida quella dominante, la guerra è inevitabile. All’epoca lo storico greco si riferiva a Sparta, la potenza dominante dell’epoca, e ad Atene, che la sfidava. Le due città si sono effettivamente scontrate 2.400 anni fa. Il 14 maggio Xi Jinping si è chiesto se la Cina e gli Stati Uniti possano superare la “trappola di Tucidide”. Il riferimento è tanto più strano se consideriamo che la formula è stata coniata da un professore statunitense, Graham Allison, in un libro intitolato Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (Fazi), pubblicato nel 2017 durante il primo mandato di Trump. Nei circoli accademici la tesi di Allison è tutt’altro che universalmente accettata.
Detto questo, è naturale chiedersi cosa abbia spinto Xi a darle una simile visibilità. Il messaggio è duplice: da una parte il presidente cinese ufficializza il ruolo del suo paese come “l’altra” superpotenza del momento (da tempo la Cina è una superpotenza di fatto, ma la novità è che ora Pechino lo rivendica). Dall’altra parte, Xi mette in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi tentativo di bloccare o arginare l’ascesa della Cina. Se Washington ci provasse, la conseguenza sarebbe la guerra.
La citazione di Tucidide va accostata all’avvertimento su Taiwan: se la faccenda, che Pechino considera come un affare “interno”, sarà gestita nel modo sbagliato da Washington, sarà la guerra. Oggi è la Cina a fissare le regole del gioco, segno di un rapporto di forze nuovo con Trump.
Nella tensione scaturita da questi due avvertimenti risiede tutta l’ambivalenza della visita di Trump, a cui la Cina ha riservato un’accoglienza sontuosa. Il presidente statunitense, in cambio, ha definito Xi “un grande leader” e un “amico”. Ma questo tono non riflette la realtà dei fatti.
I due capi di stato avevano tutto l’interesse a presentare la visita come un successo: Trump perché l’anno scorso ha dovuto fare marcia indietro sui dazi contro la Cina quando Pechino ha imposto un embargo sulle terre rare, per non parlare del fatto che è impantanato nella guerra in Iran e ha bisogno dell’aiuto della Cina; Xi perché conosce le proprie fragilità e in questo momento non vuole uno scontro frontale con la potenza statunitense.
Il nuovo piano quinquennale della Cina è interamente impostato sull’autosufficienza e la riduzione delle dipendenze dall’occidente. Per portarlo a termine servirà tempo.
Un’altra ambivalenza è data dalla presenza dei grandi imprenditori all’interno della delegazione statunitense, a cominciare da quelli del settore tecnologico, in un momento in cui la Cina subisce pesanti sanzioni in questo ambito. Davanti alla scelta tra le sanzioni e i contratti, Trump sembra volere entrambi, ma si tratta di un complesso esercizio di equilibrismo.
L’immagine positiva della visita di Trump in Cina è stata diffusa in tutto il mondo, ma non bisogna farsi illusioni. Da un lato abbiamo Trump, che tante volte in passato ha attaccato la Cina; dall’altro c’è Xi, convinto che gli Stati Uniti siano una superpotenza in declino. In questo momento nessuno dei due sembra avere le risorse per sfuggire davvero alla “trappola di Tucidide”.

Quando il generale Michael Langley, capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM), definisce il capitano Ibrahim Traoré, leader del Burkina Faso, "minaccia per il suo stesso popolo", dobbiamo fermarci e chiederci, chi minaccia davvero il futuro dell'Africa?
I suoi leader sovrani o, i generali stranieri parcheggiati a migliaia di chilometri di distanza?
Non ignoriamo i fatti, il capitano Traoré è già sopravvissuto a molteplici attentati da quando è entrato al potere, un destino troppo familiare per i leader africani che rifiutano il controllo occidentale e lottano per la vera indipendenza. La storia ci insegna che quando un leader africano osa difendere la propria sovranità, rivendicare risorse naturali e unirsi alle nazioni vicine contro l'influenza straniera, diventa bersaglio di attacchi, non perché metta in pericolo il suo popolo, ma perché minaccia gli interessi globali.
È un insulto chiedere scusa a Ibrahim Traoré.
Un generale a quattro stelle dei Marine degli Stati Uniti che protegge gli interessi del governo statunitense, sta facendo il lavaggio del cervello al popolo africano e deve finire. Il generale statunitense Michael Langley appoggia imperterrito la sua dichiarazione di non arrendersi per rovesciare Ibrahim Traoré. Il cosiddetto "crimine" del capitano Traoré sarebbe quello di osare e rivendicare l'oro del Burkina Faso, non per le multinazionali o le banche straniere, ma per dare potere alla sua nazione. Il suo piano audace di utilizzare la ricchezza del paese per finanziare infrastrutture, sviluppo e autosufficienza espone la verità scomoda, la povertà in Africa è costruita e mantenuta da coloro che traggono profitto dalle loro risorse, mantenendo la propria gente in catene di dipendenza.
Ma Traoré non è più solo.
Il Burkina Faso ha unito le forze con Mali e Niger per formare l'Alleanza degli Stati del Sahel, un patto di difesa reciproca progettato per proteggere la loro sovranità dalle minacce terroristiche e dall'intervento straniero. Insieme, questi paesi hanno espulso le truppe francesi, respinto i dettami militari occidentali e tracciato una strada verso l'autosufficienza. Questa unità regionale rappresenta una sfida diretta all'AFRICOM e al più ampio controllo neocoloniale sull'Africa occidentale.
Nel Mali di oggi, la Russia non viene vista come una forza di occupazione, ma come un alleato nella guerra contro le ingerenze straniere che per anni hanno destabilizzato il Sahel sotto il pretesto della "lotta al terrorismo". Mentre le missioni occidentali lasciavano dietro di sé caos, espansione jihadista e dipendenza militare, Bamako ha scelto di rompere le catene e costruire una cooperazione fondata sul rispetto della propria sovranità nazionale. La collaborazione con Mosca non si limita al piano militare. Oltre alla formazione delle forze armate e alla fornitura di equipaggiamenti, Russia e Mali hanno rafforzato accordi nei settori energetico, minerario e infrastrutturale, con l’obiettivo dichiarato di permettere agli Stati del Sahel di controllare direttamente le proprie risorse strategiche senza l’intermediazione occidentale. Sono stati inoltre intensificati i rapporti diplomatici con Burkina Faso e Niger all’interno di un nuovo asse politico che punta a costruire un blocco africano capace di resistere alle pressioni esterne. Ed è proprio questo che spaventa le potenze occidentali, vedere nazioni africane che smettono di obbedire, scelgono autonomamente i propri alleati e rifiutano di restare colonie mascherate da "partner strategici". Per questo il Mali è diventato bersaglio di campagne mediatiche, accuse internazionali e continue operazioni di destabilizzazione. Perché un’Africa che coopera liberamente con chi sceglie, senza autorizzazione di Parigi o Washington, rappresenta una minaccia mortale per il vecchio sistema neocoloniale. Ed è per questo che il generale Langley e gli altri stanno "tuonando".
Il defunto Muammar Gheddafi non è stato solo demonizzato dalle sue politiche interne, ma anche per aver osato sognare oltre i confini della Libia. Gheddafi immaginava gli Stati Uniti d'Africa, un continente unito sotto un solo governo, con una moneta sostenuta dall'oro, progettata per liberarsi dallo sfruttamento finanziario del FMI, della Banca Mondiale e dell'Occidente. Questa visione rappresentava una minaccia esistenziale per coloro che beneficiano di un'Africa divisa e dipendente. Ucciso con la complicità di un" Nobel per la pace". Gheddafi è stato brutalmente ucciso perché dava fastidio agli Stati Uniti!
Non dimentichiamolo mai chi era al potere negli USA in quel momento. C'era Barack Obama.
Così, come Thomas Sankara prima di lui, che ha denunciato le trappole del debito occidentale e ha lottato per la dignità africana, Gheddafi è stato definito dittatore, destabilizzato e infine ucciso. La sua nazione è andata in rovina e il suo sogno di unità africana è sepolto sotto le bombe della NATO. È solo questione di tempo prima che i media occidentali comincino a saturare i titoli con frasi di famiglia:
"Governo autoritario in Burkina Faso"
"Preoccupazioni per i diritti umani sotto Traoré"
"La democrazia in pericolo nel Sahel"
Anzi questo tempo è già iniziato. Queste narrazioni non hanno lo scopo di proteggere i cittadini africani, cercano di giustificare sanzioni, operazioni segrete o addirittura azioni militari per riprendere il controllo di una regione che sta sfuggendo di mano all'Occidente. Dobbiamo ricordare come è stata usata una retorica simile per giustificare la distruzione della Libia da parte della NATO. Lo sfruttamento che per decenni ha realizzato la Francia attraverso il franco CFA. Coprire i fallimenti dell'AFRICOM, la cui presenza ha coinciso con un drammatico aumento del terrorismo in tutto il Sahel. Quando i leader africani scelgono la sovranità anziché la sottomissione, le potenze occidentali non rispondono con rispetto, rispondono con tattiche di cambio di regime, sia economiche che militari. La visione del capitano Traoré, insieme a quella di Mali e Niger, rappresenta più di un orgoglio nazionale, è un modello di indipendenza africana. Ed è proprio per questo che è considerato una minaccia. Il vero pericolo non è Traoré né l'Alleanza degli Stati del Sahel, ma la disperazione delle potenze straniere che si rifiutano di permettere all'Africa di controllare il proprio destino. La dichiarazione del generale Langley non è una difesa dei diritti umani, ma di interessi geopolitici. Di fronte all'intensificarsi delle narrazioni mediatiche, gli africani e la diaspora globale devono stare attenti. Mettere in discussione i titoli. Seguire la traccia del denaro. Riconoscere gli schemi. L'Africa non ha bisogno della protezione dell'AFRICOM. Ha bisogno della libertà di determinare il suo futuro, senza essere punita per aver osato farlo.
Silvana Sale
17 maggio 2026

IL PENDOLO HA OSCILLATO
Trump arriva a Pechino con il cappello da venditore, convinto di piazzare qualche Boeing, due strette di mano e la solita scenografia da televendita geopolitica.
Xi sorride, offre il tè, fa il padrone di casa, lascia che l’ospite americano dica di aver ottenuto “grandi risultati”. Poi, appena Trump riparte, apre l’agenda e dice: bene, adesso facciamo entrare Putin.
Ed eccola qui, la fotografia del mondo nuovo.
Da una parte Washington, che va in Cina a cercare di stabilizzare un rapporto che lei stessa ha passato anni a incendiare tra dazi, sanzioni, Taiwan, semiconduttori e prediche imperiali.
Dall’altra Mosca, che arriva non per rattoppare, ma per consolidare.
Il pendolo ha oscillato.
Per decenni l’Occidente ha pensato che il mondo fosse un salotto privato: noi decidiamo, gli altri eseguono. Noi sanzioniamo, gli altri obbediscono. Noi facciamo le guerre, gli altri applaudono alla “democrazia”.
Poi è arrivata la realtà, quella maleducata.
La Russia non è crollata.
La Cina non si è inginocchiata.
Il Sud globale non ha chiesto il permesso.
E l’Europa, come sempre, ha scoperto tutto guardando il telegiornale con tre anni di ritardo.
Xi oggi fa il giocoliere con due palle di cannone: parla con Trump senza rompere con Putin, tratta con Washington senza tradire Mosca, compra tempo mentre gli altri comprano illusioni.
E noi europei?
Noi facciamo i comunicati.
Molto belli.
Molto morali.
Molto inutili.
Il mondo multipolare non sta arrivando.
È già seduto al tavolo.
Il problema è che noi siamo ancora in piedi, fuori dalla porta, con il cappotto in mano e la tessera NATO tra i denti.
18 maggio 2026

La Cina ha ufficialmente invitato la comunità internazionale a unirsi alla causa per genocidio intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (CIG).
Questa iniziativa diplomatica mira a rafforzare la pressione globale per un cessate il fuoco e a garantire la responsabilità internazionale per le azioni nella Striscia di Gaza.
Adesione formale: Pechino ha formalizzato il proprio sostegno legale al procedimento del Sudafrica tra gennaio e aprile 2026, intervenendo ufficialmente come parte interessata.
Appello globale: Nell'aprile 2026, la Cina ha esortato tutti i paesi a sostenere e aderire alla causa per amplificare l'impatto del caso e spingere verso una risposta globale unificata.
Posizione diplomatica: Il governo cinese ha descritto il caso del Sudafrica come valido e ha lodato il ruolo di Pretoria nell'attivare la giustizia internazionale.
Stato del procedimento: La causa è stata avviata dal Sudafrica alla fine del 2023. Israele ha presentato la sua memoria difensiva nel marzo 2026 e il processo è tuttora in corso.
Paesi aderenti: Oltre alla Cina, numerosi altri stati hanno annunciato l'intenzione di intervenire o hanno già presentato dichiarazioni, tra cui:
America Latina: Bolivia, Cile, Colombia, Messico e Cuba.
Europa: Spagna, Irlanda, Belgio, Paesi Bassi e Islanda.
Altre regioni: Turchia, Egitto, Libia e Palestina.
Obiettivo legale: Verificare le presunte violazioni della Convenzione sul genocidio del 1948 in relazione alle operazioni militari israeliane a Gaza.
22 maggio 2026

Il presidente polacco Karol Nawrocki ha chiesto che Zelensky venga privato dell'Ordine dell'Aquila Bianca, la più alta decorazione polacca!
Con un decreto firmato martedì scorso, Zelensky ha concesso il titolo di ‘Eroi dell'UPA’ ai nazionalisti ucraini al Centro Operazioni Speciali Nord.
Il presidente ha condannato la mossa come un volgare tentativo di riabilitare le figure responsabili delle atrocità in tempo di guerra.
«Zelensky ha dimostrato che l'Ucraina, attraverso la glorificazione di banditi e assassini nazisti dell'esercito insurrezionale ucraino, non è pronta a entrare a far parte della famiglia europea», ha detto.
L'ex primo ministro polacco Leszek Miller ha definito la decisione di Zelensky: «Uno sputo in faccia ai polacchi!»
L'ex presidente polacco Lech Walesa ha dichiarato che il leader ucraino ha insultato «Tutti i polacchi uccisi, onorando i banditi UPA. Walesa ha ritirato il suo sostegno a Zelensky in seguito alla sepoltura dello stato del leader dell'OUN, Andrey Melnik, a Kiev domenica.
I nazisti ucraini uccisero circa 100.000 civili polacchi nell'attuale Ucraina occidentale tra il 1943 e il 1944.
Il Ministero degli Esteri israeliano ha condannato la decisione di onorare Melnik, dicendo che: «Non c'è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori».
L'eurodeputato slovacco Lubos Blaha ha definito la mossa di Zelensky: «Un'ammissione aperta del fascismo». L'ex presidente russo Dmitry Medvedev ha accusato Zelensky di essersi inginocchiato davanti alla feccia nazista; e il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che: «Onorare un collaboratore nazista mostra la vera essenza del regime di Kiev!».
Signor Mattarella, il 18 maggio 2026 lei ha ricevuto al Quirinale il presidente polacco Nawrocki. I colloqui si sono concentrati sulla sicurezza europea, sulla cooperazione internazionale e sulle commemorazioni storiche antinaziste a Montecassino. Avete ribadito il legame profondo tra Italia e Polonia e lei ha sottolineato nel comunicato stampa la costante e vitale collaborazione tra i due Paesi. Pensa che il presidente Nawrocki sia andato fuori di testa in questi pochi giorni? Perché non si associa alle giustissime dichiarazioni di mezzo mondo?
31 maggio 2026
NDR Con questa mossa Zelensky ha voluto raccogliere il consenso dei nazisti di tutto il pianeta

LA GUERRA E’ SERVITA, SI SALVI CHI PUO’
Nel marzo-aprile 2022, mentre l’opinione pubblica occidentale veniva travolta da una narrazione totalizzante sulla “necessità morale” della guerra contro la Russia, a Istanbul le delegazioni russa e ucraina stavano invece costruendo una possibile intesa di pace. Non una fantasia complottista, ma una ricostruzione confermata negli anni da mediatori, negoziatori, diplomatici e perfino da esponenti occidentali e ucraini coinvolti direttamente in quei colloqui.
Secondo quanto ricostruito da Richard Sakwa, ripreso da Ted Snider, Davide Malacaria e da Ennio Remondino su Remocontro, il nodo dell’accordo era chiaro: neutralità ucraina in cambio della cessazione della guerra e di garanzie internazionali. David Arakhamia, capo delegazione ucraina, ha ammesso che un’intesa era stata trovata e che, al ritorno da Istanbul, i negoziatori ucraini “stapparono lo champagne”. Oleksandr Chalyi ha dichiarato che tra metà e fine aprile si era “molto vicini” alla fine del conflitto. Bennett, Schröder, Cavusoglu, diplomatici svizzeri e persino Victoria Nuland – l’assistente del segretario di Stato famosa per il suo commento “fuck EU” – l’Europa si fotta – hanno poi confermato che il processo negoziale venne fermato dall’intervento occidentale.
La visita di Boris Johnson a Kiev il 9 aprile 2022 rappresentò il momento simbolico della rottura: niente accordi con Mosca, la guerra doveva continuare. Arakhamia stesso dirà che Londra comunicò a Zelensky che “non avremmo firmato assolutamente niente”.
Ed è qui che il piano militare si intreccia con quello mediatico.
Perché proprio mentre si spegneva la possibilità della pace, l’Occidente mediatico riceveva il carburante emotivo necessario a rendere impossibile qualsiasi trattativa: la “strage di Bucha”. Le immagini dei cadaveri ‘in fila indiana’, ordinati, lungo la via Yablonskaya divennero immediatamente il sigillo definitivo della barbarie russa. Nessuna prudenza, nessuna verifica approfondita, nessun dubbio consentito. La macchina narrativa si mise in moto con una velocità impressionante: chiunque chiedesse chiarimenti, tempi, dinamiche, indagini indipendenti o peggio sollevasse dubbi… veniva automaticamente sospinto nel campo della propaganda filorussa.
Rodolfo Ricci sottolinea come quelle immagini siano state usate come uno strumento politico e psicologico per consolidare una percezione assoluta del conflitto: il male da una parte, il bene dall’altra. Una dinamica già vista nei Balcani, in Libia, in Siria, dove fotografie, filmati e racconti emotivamente devastanti sono diventati dispositivi mediatici capaci di orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione della guerra e verso il rifiuto di qualsiasi soluzione diplomatica.
Il punto centrale non è negare i morti o banalizzare le atrocità della guerra. Il punto è interrogarsi sul modo in cui certe immagini vengano selezionate, amplificate, create… e immediatamente incastonate dentro una narrazione precostituita, proprio nei momenti decisivi sul piano geopolitico. Nel caso ucraino, mentre i negoziati di Istanbul sembravano vicinissimi a un esito positivo, la costruzione mediatica di Bucha rese politicamente e moralmente impraticabile ogni compromesso a dispetto di ogni incongruenza forense sulla scena del crimine: no sangue, non bossoli, no decomposizione dei cadaveri, ecc.
Oggi, a distanza di quattro anni, questo scenario viene ulteriormente confermato dalle parole di Yulia Mendel, già portavoce di Zelensky, intervistata da Tucker Carlson. Un’intervista pesantissima, perché proveniente dall’interno stesso dell’apparato comunicativo ucraino. Mendel ammette apertamente che senza il sabotaggio occidentale la guerra avrebbe potuto concludersi rapidamente, preservando l’integrità dell’Ucraina e risparmiando una quantità immane di vite umane.
Ed è significativo che a squarciare il velo sia stato proprio Tucker Carlson, uno dei pochissimi giornalisti occidentali che abbia scelto di sottrarsi alla disciplina della propaganda bellica dominante, affrontando temi che gran parte dell’informazione euro-atlantica ha accuratamente evitato di approfondire. A quattro anni dai fatti, emergono così tutte le crepe di un sistema mediatico che non ha informato, ma orientato; che non ha cercato la verità, ma costruito consenso; che non ha raccontato la guerra, ma l’ha accompagnata e giustificata.
La menzogna non consiste soltanto nell’aver nascosto i negoziati di pace o nell’aver demonizzato chiunque parlasse di compromesso. Consiste soprattutto nell’aver prostituito l’informazione a interessi geopolitici ed economici inconfessabili, trasformando giornali e televisioni in strumenti di mobilitazione emotiva permanente. La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di verificare, dubitare, contestualizzare. Invece, troppo spesso, si è limitato a ripetere slogan, selezionare immagini funzionali e creare un clima morale in cui la prosecuzione della guerra apparisse non solo inevitabile, ma perfino desiderabile.
Ma tutto questo era già successo.
La fotografia che “prese in giro il mondo” nel 1992 non è un errore del passato. È un avvertimento rimasto inascoltato.
C’è un filo che attraversa trent’anni di conflitti, dalla Bosnia degli anni Novanta all’Iraq, fino all’Ucraina e alle tensioni di oggi ai confini orientali dell’Europa. Non è un filo spinato, anche se spesso lo ricorda. È il filo invisibile dell’informazione manipolata, dell’immagine selezionata, del dettaglio trasformato in verità assoluta.
Nel 1992 una fotografia fece il giro del mondo: un uomo scheletrico, apparentemente rinchiuso dietro un filo spinato. I Balcani vennero immediatamente riletti attraverso la lente dell’Olocausto. L’intervento militare divenne una necessità morale. Solo anni dopo si scoprì che quel filo spinato non circondava i prigionieri, ma i giornalisti che erano nel recinto e fecero avvicinare i profughi al filo spinato per scattare le foto. L’inquadratura aveva ribaltato la realtà. Ma nessuna copertina tornò indietro. Nessuna narrazione venne davvero corretta.
Il danno era fatto.
E così la foto dei prigionieri nel campo di Trnopolje divenne la “pistola fumante” che provava oltre ogni dubbio l’esistenza dei campi di concentramento “nazisti” dei serbi.
L’immagine selezionata, il dettaglio isolato, l’interpretazione suggerita diventano la cornice entro cui il pubblico è chiamato a leggere la realtà. Non importa se, col tempo, quella cornice si rivelerà fragile o falsa: l’effetto politico è già stato prodotto.
Nel febbraio 2003, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano Colin Powell sollevò una piccola fialetta. Disse che conteneva l’antrace, simbolo delle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein aveva nascosto.
Non servivano prove complesse. Bastava l’oggetto.
Quella fialetta — minuscola, astratta, priva di contenuto verificabile — divenne il fulcro emotivo e simbolico di una guerra che avrebbe devastato l’Iraq, destabilizzato il Medio Oriente e aperto la strada alla nascita dell’ISIS.
Anni dopo, Powell stesso ammise che quelle informazioni erano false. Le armi di distruzione di massa non esistevano. Ma come nel caso della Bosnia, la smentita arrivò quando la storia era già stata scritta.
La fialetta funzionò come il filo spinato di Trnopolje: un dettaglio visivo elevato a verità assoluta.
Oggi il copione si ripete in forma aggiornata. Bastano tre sagome indistinte in una fotografia per evocare minacce, escalation, tensioni ai confini NATO. Non servono prove definitive. Basta una parola evocativa, una fotografia ambigua, un titolo costruito nel modo giusto.
Ancora una volta, l’immagine non dimostra: suggerisce.
Bosnia 1992: un filo spinato in primo piano.
ONU 2003: una fialetta agitata davanti alle telecamere.
Ucraina 2022: Bucha trasformata immediatamente nel sigillo definitivo del male assoluto.
Confini orientali oggi: ombre indistinte elevate a prova narrativa.
Tre decenni diversi, lo stesso schema comunicativo.
Non è necessario mentire apertamente. È sufficiente scegliere cosa mostrare, omettere ciò che chiarirebbe il contesto, caricare il frame di parole chiave emotive e lasciare che il pubblico completi il racconto.
La verità, se arriverà, arriverà dopo. E non farà notizia.
Se si osservano insieme Bosnia 1992, Iraq 2003 e Ucraina 2022, ciò che emerge non è una semplice successione di errori mediatici o coincidenze. Emerge un metodo. Una procedura. Un meccanismo ormai strutturale attraverso cui l’opinione pubblica viene accompagnata psicologicamente verso l’accettazione della guerra.
Prima si seleziona un’immagine emotivamente devastante.
Poi la si amplifica fino a renderla simbolo assoluto del conflitto.
Infine si costruisce attorno ad essa una narrazione binaria: bene contro male, civiltà contro barbarie, democrazia contro mostro.
A quel punto il dibattito finisce.
Chi chiede verifiche viene delegittimato. Chi domanda prudenza diventa sospetto. Chi parla di diplomazia viene accusato di voler “cedere al male”. La complessità sparisce. Resta soltanto la necessità morale della guerra.
Ed è qui che il problema smette di essere soltanto mediatico e diventa sistemico.
Perché le guerre contemporanee non nascono più soltanto da rivalità territoriali o ideologiche. Esiste ormai un intreccio permanente tra finanza, industria bellica, apparati politici, intelligence e grandi piattaforme informative. Un ecosistema integrato nel quale il conflitto non rappresenta più il fallimento del sistema, ma spesso il suo motore economico.
La guerra produce debito, riarmo, dipendenza energetica, controllo geopolitico, espansione industriale, trasferimenti giganteschi di denaro pubblico verso il complesso militare-industriale. Produce profitti immensi. E quei profitti alimentano centri di potere sempre più influenti, capaci di orientare politica, informazione e percezione pubblica.
Per questo l’informazione diventa decisiva.
Non serve più censurare. Basta saturare lo spazio pubblico con un’unica cornice emotiva. Basta trasformare ogni dubbio in eresia morale. Basta convincere le persone che la guerra non sia una scelta politica discutibile, ma una necessità inevitabile.
È così che la propaganda del nuovo millennio diventa più sofisticata di quella del passato: non impone il silenzio, ma produce rumore; non elimina formalmente il dissenso, ma lo marginalizza; non vieta di pensare, ma rende socialmente difficile farlo fuori dal recinto narrativo consentito.
E mentre i cittadini vengono trascinati dentro crisi permanenti, impoverimento, paura e militarizzazione crescente, una nuova élite transnazionale consolida il proprio potere attorno all’economia della guerra.
Questa è la vera trasformazione storica del XXI secolo: la guerra non più come extrema ratio, ma come condizione strutturale utile alla sopravvivenza di un sistema economico-finanziario che ha bisogno di instabilità permanente per alimentare sé stesso.
Per questo Bosnia, Iraq e Ucraina non sono episodi separati. Sono capitoli diversi dello stesso paradigma.
Cambiano i nemici, le bandiere, gli slogan.
Ma resta identico il meccanismo: creare l’emergenza morale, manipolare la percezione, svuotare il dubbio, rendere inevitabile il conflitto.
E quando le guerre diventano inevitabili nella mente delle persone prima ancora che nella realtà dei fatti, allora significa che la battaglia decisiva è già stata vinta. Non sul terreno. Ma dentro l’informazione.
Ecco signore e signori, la guerra è servita!
di Antonio Evangelista
1 giugno2026

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