KARAGANOV, PUTIN E IL VASO DI PANDORA APERTO DALL’OCCIDENTE
In Occidente continuiamo a raccontarci la favoletta secondo cui la Russia sarebbe una “dittatura personale” retta esclusivamente dalla figura di Vladimir Putin, quasi fosse un monolite privo di dinamiche interne, correnti, apparati e tensioni strategiche.
La realtà, però, è molto più complessa. E soprattutto molto più pericolosa.
Perché nelle prossime elezioni parlamentari russe — previste per il settembre 2026 — il vero tema non sarà la “caduta di Putin”, fantasia infantile coltivata da una parte delle élite europee fin dal 2022, bensì il possibile riequilibrio interno degli apparati di potere russi.
Ed è qui che l’Occidente rischia di aver aperto un vaso di Pandora.
Infatti, mentre per anni i media occidentali hanno dipinto Putin come:
• un pazzo;
• un criminale;
• un estremista;
• il nuovo Hitler;
la realtà geopolitica potrebbe essere diametralmente opposta.
Perché oggi Vladimir Putin rappresenta probabilmente la componente più moderata dell’attuale sistema russo.
Ed è proprio questo il punto che in Europa non vogliono capire.
La Russia non è la Serbia degli anni Novanta, né l’Iraq di Saddam Hussein, né la Libia di Gheddafi.
La Russia è una superpotenza nucleare.
Una delle due maggiori potenze atomiche del pianeta insieme agli Stati Uniti.
E una superpotenza nucleare non può permettersi di perdere una guerra percepita come esistenziale.
Soprattutto quando il conflitto non viene più interpretato come una semplice disputa territoriale ucraina, ma come uno scontro storico tra Russia e Occidente.
Ed è esattamente questa la lettura che emerge dalle parole di Sergej Karaganov, uno dei più influenti ideologi geopolitici vicini agli apparati strategici del Cremlino.
Karaganov non è un blogger qualunque, né un provocatore televisivo.
È un uomo dell’apparato russo. Uno stratega ascoltato. Un teorico della politica estera russa contemporanea.
Ed è talmente conosciuto anche in Italia da essere stato ospite più volte di Limes e di Lucio Caracciolo, oltre che di numerosi convegni geopolitici nel nostro Paese.
Per questo motivo le sue recenti dichiarazioni non possono essere liquidate come semplici “deliri propagandistici”.
Quando Karaganov afferma: “Siamo già nella terza guerra mondiale”, oppure: “Ci aspettano vent’anni di guerre”, non sta parlando all’Europa.
Sta parlando innanzitutto alla Russia.
Sta preparando psicologicamente il popolo russo e gli apparati dello Stato a una lunga fase di conflitto sistemico contro l’Occidente.
E qui, paradossalmente, torna persino attuale la figura geopolitica di Papa Francesco.
Perché fu proprio Bergoglio il primo leader mondiale a parlare apertamente di: “terza guerra mondiale a pezzi”.
Una formula che molti liquidarono come retorica pacifista e che invece oggi appare drammaticamente concreta.
Perché ciò che stiamo vedendo:
• Ucraina;
• Medio Oriente;
• Iran;
• Mar Rosso;
• tensioni asiatiche;
non sono conflitti isolati, ma frammenti di un unico scontro sistemico globale.
E questa guerra “a pezzi” rischia di avere un finale già scritto.
Chiunque abbia sempre sostenuto — come il sottoscritto o Alessandro Orsini — l’impossibilità di una sconfitta totale della Russia, lo ha fatto non per simpatia ideologica verso Mosca, ma per semplice realismo geopolitico.
Perché la Russia non è una potenza regionale qualsiasi.
È:
• una superpotenza nucleare;
• un gigante energetico;
• un Paese dalle risorse praticamente inesauribili;
• e soprattutto una civiltà storicamente abituata a sopravvivere a guerre di logoramento devastanti.
E qui emerge l’equivoco strategico più grave dell’Occidente.
Si continua infatti a ragionare come se la Russia potesse essere:
• piegata;
• isolata;
• destabilizzata;
• o addirittura smembrata.
Ma chiunque conosca minimamente la storia delle grandi potenze sa benissimo che una superpotenza non accetterà mai una dissoluzione umiliante senza reagire.
Ed è qui che il vaso di Pandora rischia davvero di aprirsi.
Perché fino a questo momento Mosca ha combattuto una guerra ancora sostanzialmente convenzionale.
Durissima, certamente. Con vittime civili, devastazioni e bombardamenti.
Ma non una guerra di annientamento totale del popolo ucraino.
E questo, agli occhi dei falchi russi, rappresenta quasi una colpa di Putin: aver combattuto con una logica ancora simmetrica.
La Russia, cioè, ha risposto colpo su colpo senza ancora liberare completamente il proprio potenziale distruttivo.
Ma il problema nasce proprio qui.
Perché una parte crescente degli apparati strategici russi sembra ormai ritenere insufficiente questa risposta simmetrica.
Ed è esattamente questo il senso delle parole di Karaganov.
Karaganov infatti sostiene apertamente:
• la revisione della dottrina nucleare russa;
• l’utilizzo della deterrenza tattica;
• la possibilità di colpire obiettivi europei;
• e perfino la necessità di “punire” le élite occidentali.
Parole che molti in Europa fingono di non prendere sul serio.
Eppure sarebbe folle sottovalutarle.
Ma vi è un altro passaggio dell’intervista forse ancora più impressionante.
Karaganov arriva infatti a sostenere che la Russia non avrebbe più nulla di realmente comune con l’Occidente sul piano culturale e civile.
Ed è qui che si percepisce davvero la profondità della frattura storica che si sta consumando.
Perché questa affermazione, storicamente, è un’aberrazione.
La Russia è profondamente intrecciata alla storia europea. La sua cultura, la sua letteratura, la sua spiritualità ortodossa e persino il suo immaginario politico appartengono anche alla civiltà europea, pur nella loro specificità euroasiatica.
Dostoevskij, Tolstoj, Cajkovskij, Solženicyn: non appartengono forse anch’essi alla grande storia culturale europea?
Eppure oggi il disgusto geopolitico reciproco sta producendo qualcosa di devastante: la progressiva separazione psicologica e culturale della Russia dall’Europa.
Ed è forse questo il vero successo strategico della guerra: non la conquista di territori,
ma la distruzione definitiva del ponte storico tra Russia e Occidente.
Karaganov, in fondo, non dice: “la Russia vuole lasciare l’Europa”.
Dice qualcosa di molto più grave: la Russia si sente rigettata dall’Europa.
E questo sentimento, se dovesse consolidarsi nelle future generazioni russe, potrebbe produrre conseguenze storiche enormi.
Perché una Russia che smette di sentirsi anche europea diventa inevitabilmente:
• più asiatica;
• più militarizzata;
• più diffidente;
• e più ostile verso il continente occidentale.
Ed è qui che bisognerebbe fermarsi a riflettere.
È davvero questo che vogliamo?
Io penso sinceramente di no.
E lo affermo non soltanto come analista politico, ma anche come presidente dell’Associazione Italiana di Russia, che da anni promuove rapporti culturali, umani e civili con il popolo russo.
Perché una cosa è il conflitto geopolitico. Altra cosa è spezzare definitivamente il legame storico tra popoli europei e popolo russo.
Nel frattempo, però, il rischio reale è che l’Occidente continui a forzare la mano alla Russia nella convinzione di poterla logorare fino alla resa o alla dissoluzione interna.
Ma il risultato potrebbe essere esattamente opposto: non la caduta di Putin, ma l’ascesa definitiva dei falchi.
E se oggi Putin viene descritto come un estremista, domani l’Europa potrebbe scoprire troppo tardi che era in realtà l’ultima colomba rimasta dentro gli apparati del potere russo.
Chi gioca con il fuoco sperando nella resa dell’avversario, spesso scopre troppo tardi di aver incendiato il mondo.

24 maggio 2026
IL SOLITO COPIONE DELLA PROPAGANDA
?Eccoli tutti a frignare. Ma cosa ci si aspettava? Che la Russia mandasse biglietti da visita con i confetti?
?Stanotte c'è stato un attacco pesantissimo sull'Ucraina. Mosca ha schierato persino i missili ipersonici Oreshnik, vettori praticamente impossibili da intercettare e progettati per poter trasportare anche testate nucleari.
?Ma nessuno vi racconterà il vero motivo di questa durissima risposta.
?IL FATTO SILENZIATO: L'ATTACCO AL COLLEGE DI LUGANSK
?Questo raid è arrivato come risposta immediata al criminale attacco contro il college di Lugansk.
?? Il bilancio è tragico: al momento si parla di 21 ragazzini morti, tutti tra i 14 e i 18 anni.
?? Nel complesso, nella struttura dormivano ben 86 bambini.
?Un attacco del genere serviva a cambiare il corso della guerra? Assolutamente no. Si è trattato di un atto provocatorio mirato. Sapevano perfettamente che la Russia avrebbe risposto duramente, ed era esattamente ciò che volevano per far scattare la solita trappola mediatica.
?IL COPIONE CHE RIPETONO DA ANNI
?La strategia è sempre la stessa, da più di quattro anni:
?Provocano la Russia colpendo obiettivi non militari.
?Appena la Russia risponde, si mettono subito a frignare.
?Parte la narrazione vittimistica a reti unificate.
?Preparatevi, perché a breve vedremo i soliti fiumi di parole su Zelensky che piange, recita la parte e torna a battere cassa per chiedere altri soldi e altre armi.
?IL BUSINESS DEI GUERRAFONDAI
?Tutto questo serve solo a condizionare l’opinione pubblica e costringerla ad accettare la continuazione infinita di questo conflitto. Altrimenti, se l'intento fosse davvero militare, si colpirebbero i presidi strategici, non i college pieni di adolescenti.
?La realtà è che l'Unione Europea sta sistematicamente sabotando ogni tentativo di negoziato. Solo pochi giorni fa Mosca aveva ribadito la volontà di sedersi al tavolo dicendo "Negoziamo, le porte sono aperte", ma ai vertici occidentali non interessa.
?Perché questi guerrafondai, senza la guerra, sono semplicemente finiti. A partire da Zelensky.
24 maggio 2026


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