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Il 23 marzo 1989, Martin Fleischmann e Stanley Pons annunciarono al mondo di aver realizzato la fusione nucleare a temperatura ambiente e di aver evidenziato la produzione di elio tre (( la reazione sarebbe stata 2H + 2H → 3He (0,82 MeV) + n (2,45 MeV))). Fu un terremoto mediatico e l'entusiasmo tra i fisici salì alle stelle. Poi, lentamente, il silenzio. Altri laboratori non riuscirono a replicare i risultati, la comunità scientifica ritirò il credito, e la fusione fredda divenne un tabù. Ma non scomparve. Continuò a vivere ai margini, alimentata da piccoli gruppi di ricercatori, da qualche finanziamento pubblico e da una narrazione che, ciclicamente, riemerge nella stampa come la soluzione energetica che i poteri forti nascondono. (Nel 1989 anche nella mia divisione di R&D affidai a due fisici il compito di studiare il fenomeno. Pubblicarono solo un articolo teorico, nel '91 interrompemmo la ricerca). Il problema è che oggi, a quasi quarant'anni di distanza, non siamo ancora nella fase del prototipo. Siamo ancora nella fase preliminare: quella in cui si cerca di capire che fenomeno stiamo osservando davvero.
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