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Platone. Il LISIDE, dialogo sull'amicizia

Dopo aver commentato di PLATONE il Timeo, il Simposio, lo Ione, il Critone, l'Apologia di Socrate, il Fedone, l'Eutifrone, il Carmide, il Lachete, mi dedico ora al Liside.

Il Liside non è fra i più noti dialoghi di Platone, ma è probabilmente l'unico in cui viene messo in luce il concetto platonico di amicizia. In esso il filosofo, attraverso le parole del maestro Socrate, svolge una peculiare e cavillosa indagine per comprendere chi possa essere considerato amico e chi no, anche in base a ipotesi formulate precedentemente da altri filosofi (sebbene non esplicitamente menzionati). Socrate sta percorrendo la strada che porta dall'Accademia al Liceo, quando viene fermato da Ippotale, Ctesippo e altri giovani, i quali lo invitano a unirsi a loro e accompagnarli al ginnasio, dove tiene lezione un tale Micco (sofista amico di Socrate, a noi sconosciuto) e potranno discutere in tranquillità. Prima di entrare, tuttavia, Socrate, che per un dono divino è in grado di riconoscere a prima vista un innamorato, vuole sapere da Ippotale chi, secondo lui, è il più bello tra i suoi compagni. Ippotale è però in imbarazzo, ed è Ctesippo a rispondere in sua vece, lamentando le eccessive lodi che egli canta in continuazione per il giovane Liside. A queste parole, Socrate rivolge a Ippotale un monito: non è bene lodare un amato prima di averlo conquistato, poiché in questo modo non si fa altro che insuperbirlo e renderlo più ostile alle attenzioni dell'innamorato; viceversa, bisogna lodare qualcuno solo dopo averne vinto i favori, poiché le lodi dell'amato suoneranno come un encomio per l'innamorato che è stato in grado di trarlo a sè. Socrate, a questo punto, è curioso di incontrare questo giovane, e il suo desiderio viene esaudito quando, insieme a Ctesippo, entra nel ginnasio, dove Liside si distingue tra gli altri fanciulli per la sua eccezionale bellezza. Qui il filosofo viene raggiunto da Menesseno e da altri ragazzi, richiamando l'attenzione dello stesso Liside, che si unisce al gruppo. Socrate, vedendo tanti fanciulli e giovani attorno a lui, inizia ad interrogarli, ma ben presto finisce col rivolgere le proprie domande a Liside, così da metterlo alla prova e valutarne la nobiltà d'animo. Socrate inizia domandando a Liside se i suoi genitori lo amino, e alla risposta affermativa del fanciullo chiede quali sarebbero i segni di questo amore. Sembra infatti che Liside non disponga di grandi libertà, poiché non gli è consentito guidare nessun carro (sia esso un carro da corsa o uno trainato da muli), e nemmeno può “guidare” se stesso, ma deve sottostare alle decisioni del pedagogo: ma allora, domanda Socrate, come è possibile che i suoi genitori lo amino se non gli permettono di fare niente, ma anzi per le loro necessità si affidano a persone prezzolate o a schiavi? Sembrerebbe infatti che essi abbiano più fiducia dei loro schiavi che non del loro figlio, al quale, anzi, impongono molti padroni. In realtà, come lo stesso Socrate non tarda a dimostrare, a Liside non è consentito fare certe cose e nemmeno decidere per se stesso in quanto non ne è ancora in grado. Ogni compito viene infatti affidato a chi è saggio e competente in materia, e così a guidare i cavalli da corsa viene scelto un auriga, la città sceglie come propria guida le persone migliori, e anche Liside, il giorno che sarà sapiente, verrà chiamato ad occuparsi dei beni di famiglia e dei suoi genitori, che gli affideranno le loro stesse persone. Chi è saggio e sapiente, dunque, ha molti amici, i quali lo amano proprio perché è sapiente e di conseguenza risulta utile e buono agli occhi di tutta la comunità. Terminata la discussione con Liside, fa il suo ritorno Menesseno, che si era allontanato perché chiamato dal maestro. Liside domanda a Socrate di rendere partecipe l'assente del ragionamento appena concluso, ma il filosofo declina, preferendo discutere di un nuovo argomento, lasciando che sia Liside, in un secondo momento, a riassumere i loro discorsi precedenti. Si entra così nel cuore del dialogo, che ha per oggetto la ricerca di una definizione per l'amicizia. L'amicizia, afferma infatti Socrate, è uno dei beni più belli che si possa desiderare, e lo stesso filosofo confessa di preferire un amico a qualsiasi ricchezza o bene materiale; tuttavia, Socrate ammette anche di non aver mai capito come una persona diventi amica di un'altra, e per questo motivo chiede l'aiuto di Menesseno, il quale, essendo amico di Liside, sembra esperto in materia. La prima ipotesi di Menesseno consiste nell'identificare l'amicizia con l'amore: se qualcuno ama una persona, questa persona dovrà necessariamente ricambiare i sentimenti dell'altro. Questa tesi viene però liquidata rapidamente da Socrate, poiché sono noti a tutti i casi di innamorati non corrisposti dalle persone amate, le quali talvolta possono addirittura provare nei loro confronti odio o disprezzo: se fosse vero ciò, si dovrebbe concludere che si può essere amici di chi non è nostro amico, e quindi si può essere amico di un nemico, o viceversa essere nemico di un amico. Socrate decide allora di affrontare la questione in modo diverso, dando tregua a Menesseno e chiamando in causa Liside. Citando Omero, secondo il quale «il dio conduce sempre il simile verso il simile», Socrate ipotizza che un individuo può essere amico solo di un altro a lui simile: i giusti infatti non sono amici degli ingiusti ma di altri giusti, e chi subisce ingiustizie non ama chi le compie; i malvagi, d'altra parte, non sono amici di altri malvagi, ma questo si spiega con il fatto che essi sono incostanti e mai identici a se stessi. Tuttavia, che utilità può trarre un individuo da qualcuno che gli è simile e che quindi ha le sue stesse capacità? Un uomo buono, proprio perché buono, potrebbe bastare a se stesso, senza aver bisogno di rivolgersi a un altro uomo buono – e non avendo bisogno di nulla, non aspirerebbe nemmeno ad avere un amico. Forse allora, ipotizza Socrate, aveva ragione Esiodo, secondo il quale ognuno è ostile al proprio simile: il vasaio è nemico degli altri vasai perché ne teme la concorrenza e ne prova invidia, mentre al contrario il povero sarà amico del ricco e il debole del forte, così da averne aiuto. Anche in natura, continua Socrate, gli opposti si attraggono e si nutrono l'uno dell'altro: così il secco cerca l'umido, il freddo il caldo, il vuoto il pieno e via dicendo – ma in questo modo si finisce ancora una volta con l'affermare che il giusto è amico dell'ingiusto, ritornando alla situazione scartata in precedenza. «Dunque né il simile è amico del simile né il contrario è amico del contrario»: Socrate a questo punto tenta una nuova strada, ricordando a Liside che oltre a “buono” e “cattivo” esiste anche una via intermedia tra i due, ovvero tutto ciò che non è né buono né cattivo. Chi aspira al bene e al bello non è in sé né buono né cattivo, poiché se possedesse già in sé il bene non desidererebbe di possederlo, e così anche una persona sana non è amica del medico, mentre lo è il malato, il quale ha in sé un male e non è in grado di eliminarlo da solo. Allo stesso modo, amico del buono non può essere un altro buono (poiché gli sarebbe simile) né un cattivo (che gli è opposto), ma uno che non è né buono né cattivo. Sembra dunque che la discussione sia giunta a conclusione, e che si sia riusciti a definire chi è l'amico – ma così non è, e Socrate non tarda a dimostrarlo. Si è detto infatti che il malato è amico del medico per via della malattia, ma la malattia, causa dell'amicizia tra i due, è un male e quindi è nemica: ne risulta che ciò che non è né buono né cattivo diventa amico del bene a causa di un male, che gli è nemico. Oppure, forse, continua Socrate, malato e medico sono amici per via della medicina, che è una cosa amica; ma anche questa ipotesi deve essere accantonata, poiché i farmaci sono solo un mezzo e vengono scelti in vista della salute. Tuttavia, osserva ancora Socrate, gli uomini scelgono il bene perché vi è il male, e se il male non esistesse non avrebbe senso ricercare il bene; ma se ciò è vero, si nega quanto appena affermato, e cioè che l'amicizia non mira a cose utili, e inoltre si tornerebbe ad affermare che il giusto è amico dell'ingiusto. Socrate tenta allora una nuova ed estrema strada per trovare la definizione di amicizia, andando ad indagare sulla differenza di significato tra “affine” e “simile”; a questo punto, però, la discussione viene interrotta dai pedagoghi di Menesseno e Liside, i quali – un po' ebbri – insistono per riportare a casa i due ragazzi. Il dialogo termina dunque con un nulla di fatto rivelandosi aporetico.


LISIDE
Percorrevo la strada esterna alle mura, sotto le mura stesse, dall'Accademia (1 - Vedi note in fondo) direttamente al Liceo. (2) Quando fui all'altezza della porticella dove si trovava la fontana di Panopo, lì incontrai Ippotale, (3) figlio di Ieronimo, Ctesippo (4) del demo di Peania e altri giovani fermi in gruppo insieme a costoro. Ippotale, appena mi vide avvicinarmi, disse:
«Socrate, dove vai e da dove vieni?» «Dall'Accademia vado direttamente al Liceo», risposi io.
«Ma vieni qui, direttamente da noi. Perché non cambi strada? Ne vale la pena», disse egli.
«Dove mi inviti e da chi di voi?», domandai io.
«Qui», rispose, mostrandomi un recinto davanti al muro e una porta aperta: «qui passiamo il tempo noi e molti altri bei giovani».
«Cos'è questo luogo e come passate il tempo?» «è una palestra costruita da poco. Per lo più passiamo il tempo in discussioni, di cui ti renderemmo volentieri partecipe», rispose.
«E fate bene: ma chi insegna qui?», domandai.
«Un tuo amico e ammiratore: Micco», (5) rispose.
«Per Zeus, non è certo un uomo da poco, ma un valente sofista», osservai.
«Vuoi seguirci per vedere chi c'è dentro?», chiese Ippotale.
«Prima ascolterei volentieri per quale motivo devo entrare e chi è il bello», chiesi a mia volta.
«Ognuno di noi la pensa diversamente, Socrate», rispose egli.
«Per te chi è, Ippotale? Dimmelo».
Interrogato su questo arrossì e io dissi:
«Ippotale, figlio di Ieronimo, non dirmi più se ami qualcuno o no: so che non solo sei innamorato, ma ti sei spinto molto oltre nell'amore. Nelle altre cose io non valgo e non servo a molto, ma questo dono ho ricevuto dal dio, la capacità di capire subito chi ama e chi è amato».
Udendo queste parole egli arrossì ancora di più e Ctesippo disse:
«è bello che tu arrossisca, Ippotale, ed esiti a dire a Socrate quel nome; ma se egli si intrattiene anche poco con te, sarà sfinito sentendotelo ripetere un numero infinito di volte. Socrate, egli ha intronato e riempito le nostre orecchie con il nome di Liside: e se poi beve ci è facile, quando ci svegliamo dal sonno, credere di sentire il nome di Liside. E quanto dice a parole, anche se terribile, non è così terribile
come quando tenta di rovesciare su di noi poesie e prose. E ciò che è ancora più terribile è il fatto che canti al suo amato con voce incredibile che noi dobbiamo ascoltare e sopportare. Ora invece, interrogato da te, arrossisce».
«Liside è un giovane, a quanto pare: lo intuisco dal fatto che sentendone il nome, non lo conosco», osservai.
«Infatti non lo chiamano molto con il suo nome ma è ancora chiamato con il nome del padre che è molto conosciuto, perciò so bene che non puoi ignorare l'aspetto di quel ragazzo, poiché è in grado di farsi notare solo per questo», disse.
«Mi si dica di chi è figlio», chiesi.
«è il figlio maggiore di Democrate del demo di Aissone» disse.
«Bene, Ippotale, che amore nobile e giovane da ogni punto di vista hai trovato! Su, mostra anche a me ciò che mostrerai a costoro, perché io veda se sai ciò che un innamorato deve dire del suo amato di fronte a lui stesso e agli altri», osservai.
«Ma Socrate, perché dai peso a come parla costui?», chiese Ippotale.
«Neghi di amare il giovane di cui costui parla?», domandai.
«No, ma nego di comporre poesie e prose per l'amato», rispose.
«Non sta bene, ma farnetica e delira», disse Ctesippo.
Io chiesi: «Ippotale, non ti chiedo di ascoltare qualche verso o qualche canto, se ne hai composti per il giovinetto, ma il tuo pensiero, per vedere in quale modo ti comporti con l'amato».
«Te lo dirà costui: infatti lo sa bene e se ne ricorda se, come afferma, è rimasto assordato a furia di ascoltarmi».
«Per gli dèi, me ne ricordo bene, poiché sono cose ridicole, Socrate. Infatti esser innamorato e dedicare le proprie attenzioni a un giovane in particolare senza sapergli dire nulla di ciò che anche un bimbo non saprebbe dirgli, non è ridicolo? Ciò che la città tutta canta di Democrate e di Liside, nonno del ragazzo, e di tutti i suoi antenati, le loro ricchezze, i loro allevamenti di cavalli, le vittorie pitiche, istmiche e nemee (6) con quadrighe e cavalli da corsa, questo egli compone e declama, e cose ancora più antiche di queste. Ultimamente infatti ci raccontava in un poema l'ospitalità data a Eracle, cioè che un loro antenato aveva accolto Eracle per la sua parentela con lui, giacché anche lui era nato da Zeus e dalla figlia del capostipite del demo, racconti, questi e molti altri simili, che fanno le donne anziane, Socrate. Questo è ciò che costui, dicendo e cantando, ci costringe ad ascoltare». Tali furono le parole di Ctesippo. E dopo aver udito ciò, così dissi: «Ridicolo Ippotale, componi e canti un encomio indirizzato a te prima di aver vinto?»
«Ma non è per me, Socrate, che io compongo e canto», ribatté.
«Tu credi di no», incalzai.
«Come stanno le cose?», chiese.
«Questi canti sono indirizzati a te più che a tutti gli altri perché, se conquisti un tale amato, le tue parole e i tuoi canti saranno per te un onore e saranno realmente encomi per un vincitore, poiché hai conquistato un tale amato; se invece ti sfugge, quanto più ampi sono stati i tuoi elogi dell'amato, tanto più apparirai ridicolo, privato di una conquista tanto importante. Dunque, amico, chi è sapiente in amore non loda l'amato prima di averlo conquistato, poiché teme il futuro e come andrà a finire. Nel contempo i bellì , quando qualcuno li loda e li esalta, si colmano di superbia e di orgoglio. O non credi sia così ?» «Sì », disse.
«E più sono orgogliosi, non sono più difficili da conquistare?» «è naturale».
«Come ti sembrerebbe un cacciatore se, cacciando, spaventasse e rendesse più difficile da catturare la selvaggina?»
«Evidentemente un inetto».
«Ed è una grande rozzezza servirsi di parole e canti non per ammansire ma per inselvatichire: non è così ?» «Mi pare di sì ».
«Bada allora di non procurarti tutti questi rimproveri per la tua poesia, Ippotale. Eppure io credo che tu non ammetteresti che un uomo che danneggi se stesso con la poesia sia un buon poeta, dal momento che arreca danno a se stesso».
«No, per Zeus, perché sarebbe del tutto privo di logica. Ma è per questo, Socrate, che ti consulto, e se puoi, consigliami quali parole si devono dire o cosa si deve fare per diventare gradito all'amato», così mi pregò.
«Non è facile dirlo: ma se tu volessi farlo venire a discutere con me, forse potrei dimostrarti ciò che bisogna dirgli al posto delle parole e dei canti che costoro dicono tu gli rivolgi», dissi io.
«Ma non è difficile. Infatti se entri con Ctesippo e ti siedi a discutere, credo che egli si avvicinerà a te - d'altronde è molto amante delle discussioni, Socrate, e inoltre, poiché si celebra la festa di Ermes, (7) si sono riuniti nel medesimo luogo i giovinetti e i bambini -, dunque ti si avvicinerà. E se ciò non si verifica, egli è amico di Ctesippo per via del cugino di costui, Menesseno, (8) di cui è il più caro amico. Dunque che Ctesippo lo chiami, se non si avvicina da sé», ribatté Ippotale. «Bisogna fare così », dissi. E nel contempo, preso Ctesippo, entrai nella palestra e gli altri ci seguirono. Entrati, trovammo lì che i bambini avevano terminato i sacrifici, giocavano agli astragali, (9) poiché la cerimonia era quasi finita, ed erano tutti ben vestiti. Dunque i più giocavano fuori nel cortile, alcuni in un angolo dello spogliatoio giocavano a pari e dispari con moltissimi astragali che tiravano fuori da alcuni cestini; altri invece stavano loro attorno osservandoli. Tra di essi c'era anche Liside: incoronato, stava in piedi tra i bambini e i giovinetti e si segnalava per il suo aspetto, degno non solo della sua fama di bel ragazzo, ma anche di eccellente. E noi ci mettemmo in disparte sedendoci all'angolo opposto - infatti lì c'era tranquillità - e ci mettemmo a discutere tra noi. Pertanto, voltandosi spesso, Liside ci guardava ed era chiaro che desiderava avvicinarsi, ma intanto era imbarazzato e non osava avvicinarsi da solo; poi dal cortile entrò Menesseno in una pausa dal gioco e, non appena vide me e Ctesippo, venne a sedersi vicino a noi. Dunque, vistolo, Liside lo seguì e sedette vicino a lui. Allora anche gli altri si avvicinarono e Ippotale, quando vide che molti ci stavano intorno, si nascose in piedi dietro di loro, là dove pensava che Liside non potesse vederlo, temendo di infastidirlo, e restò così ad ascoltare.
Io allora guardai Menesseno e gli chiesi: «Figlio di Demofonte, chi di voi è più grande d'età?» «Possiamo discuterne», rispose.
«E dunque si dovrebbe discutere anche su chi dei due è più nobile», dissi io.
«Certo» rispose.
«E allo stesso modo su chi è più bello», continuai.
Entrambi risero.
Io continuavo: «Non domanderò chi di voi due è più ricco perché siete amici. O no?» «E molto», dissero.
«Dunque si dice che le cose degli amici siano comuni, sicché in questo non sarete differenti, se dite la verità sulla vostra amicizia», dissi.
Assentirono.
Dopo questo scambio di battute cercavo di chiedere chi dei due fosse più giusto e più sapiente; quindi nel frattempo giunse uno che fece alzare Menesseno, dicendo che il maestro di ginnastica lo chiamava: credo che stesse celebrando un rito. Egli pertanto se ne andò e io domandai a Liside: «Liside, ti amano molto tuo padre e tua madre?» «Certo», rispose. «Non vorrebbero dunque che tu fossi quanto mai felice?» «E come no?» «E ti sembra che sia felice un uomo che sia schiavo e non possa fare ciò che desidera?» «Per Zeus, non mi sembra proprio», disse. «Allora se tuo padre e tua madre ti amano e desiderano che tu sia felice, è chiaro che si danno premura in ogni modo perché tu sia felice».
«Come no?», disse.
«Dunque ti permettono di fare ciò che vuoi senza rimproverarti e impedirti di fare ciò che desideri?» «No per Zeus,
Socrate, mi impediscono moltissime cose».
«Come dici? Pur volendo che tu sia felice ti impediscono di fare ciò che vuoi? Dimmi questo: se tu desiderassi salire su uno dei carri di tuo padre prendendo le briglie, quando c'è una gara, non te lo permetterebbero, anzi te lo impedirebbero?», domandai.
«Per Zeus, no che non lo permetterebbero», rispose.
«E a chi lo permetterebbero?», chiesi.
«C'è un auriga che riceve da mio padre un compenso», fu la sua risposta.
«Come dici? Permettono a uno prezzolato di fare quello che vuole con i cavalli più che a te, e per giunta lo pagano per questo?» «E allora?», domandò.
«Ma, credo, affidano a te di guidare la coppia di muli e, se volessi prendere la frusta per batterli, lo permetterebbero».
«E come potrebbero mai permetterlo?», disse.
«E allora? Nessuno può batterli?», obiettai.
«Può farlo il mulattiere», disse.
«è uno schiavo o un uomo libero?» «Uno schiavo», rispose.
«A quanto pare tengono dunque in maggior conto uno schiavo rispetto a te che sei loro figlio, preferiscono affidare più a lui che a te le loro cose e gli lasciano fare quel che vuole mentre a te lo impediscono? Dimmi ancora questo: ti lasciano almeno guidare te stesso o neppure questo ti affidano?» «Come, affidarmelo?» chiese. «Allora qualcuno ti guida?» «Sì , il pedagogo», (10) rispose.
«è forse uno schiavo?» «E allora? è nostro», disse.
«è strano che, pur essendo libero, tu sia guidato da uno schiavo. Ma in quali azioni questo pedagogo ti guida?», chiesi.
«Senza dubbio conducendomi dal maestro», rispose.
«E non è forse vero che anche i maestri ti comandano?» «Certo».
«Allora tuo padre vuole importi moltissimi padroni e comandanti. E dunque, quando arrivi a casa da tua madre ella, perché tu sia felice, ti lascia fare ciò che vuoi della lana e del telaio, quando tesse?
Non ti impedisce certo di toccare la spatola, o la spola o qualche altro strumento per la lavorazione della lana». Ed egli ridendo disse: «Per Zeus, Socrate, non solo me lo impedirebbe, ma mi picchierebbe anche, se li toccassi».
«Per Eracle, hai forse fatto un torto a tuo padre o a tua madre?» «No, per Zeus», rispose.
«Ma in cambio di che ti impediscono in modo così terribile di essere felice e di fare quello che vuoi e ti fanno crescere per tutto il giorno sempre schiavo di qualcuno e, in una parola, senza che tu possa fare nulla di ciò che desideri? Sicché, a quanto pare, tu non trai vantaggio alcuno dalle tue ricchezze che sono così cospicue, ma tutti le governano più di te, né tu governi il tuo corpo così nobile, ma anche questo lo governa e lo cura un altro. Tu, invece, Liside, non comandi su nessuno e non fai nulla di ciò che desideri». «No, perché non ne ho ancora l'età, Socrate», disse.
«Figlio di Democrate, non è questo a impedirlo, perché c'è almeno una cosa, come credo, che tuo padre e tua madre ti affidano e non aspettano che tu ne abbia l'età. Infatti quando vogliono che sia letta loro o scritta per loro qualche lettera, sei tu, credo, il primo in casa cui commissionano questo compito. O no?» «Certo», rispose. «Dunque in questo caso tu puoi cominciare a scrivere la lettera che vuoi, e così pure capita per la lettura. E se prendi la lira, come credo, né tuo padre né tua madre ti impediscono di tendere e allentare la corda che vuoi e di toccarla e di farla vibrare con il plettro. O te lo impediscono?» « No di certo».
«Dunque, Liside, quale mai sarebbe il motivo per cui in questi casi non ti pongono impedimenti mentre lo fanno nei casi di cui parlavamo poco fa?» «Credo perché queste cose le conosco e quelle no», disse.
«Bene, carissimo: dunque tuo padre non aspetta l'età per affidarti tutti i suoi beni, ma nel giorno in cui ti considererà più saggio di lui, allora ti affiderà se stesso e quanto possiede», osservai.
«Lo credo», disse.
«E sia: allora? Il tuo vicino non seguirà nei tuoi confronti la stessa regola di tuo padre? Credi che ti affiderà la propria casa da amministrare quando ti riterrà più saggio di lui nell'amministrazione di una casa o la dirigerà lui stesso?», continuai.
«Credo che l'affiderà a me».
«E allora? Credi che gli Ateniesi non ti affideranno le proprie cose quando si renderanno conto che sei abbastanza saggio?» «Sì ».
«Per Zeus, e il Gran Re? (11) Preferirebbe affidare al proprio figlio maggiore, a cui spetta il regno dell'Asia, l'incarico di mettere quello che vuole nel brodo, mentre la carne cuoce, o a noi se, recatici da lui, gli mostrassimo di essere più bravi di suo figlio nella preparazione del cibo?» «A noi, è chiaro», rispose.
«E a suo figlio non permetterebbe di fare neppure una piccola aggiunta mentre a noi, anche se volessimo aggiungere sale a manciate, lo permetterebbe». «E come no?» «E se suo figlio avesse male agli occhi, glieli lascerebbe toccare, se non lo ritenesse un medico, o glielo impedirebbe?» «Glielo impedirebbe». «Se invece ritenesse noi esperti di medicina, anche se volessimo aprirgli gli occhi e cospargerli di cenere, credo non lo impedirebbe, considerandoci competenti». «Dici il vero». «E allora non affiderebbe anche a noi più che a se stesso e al proprio figlio tutto il resto in cui noi apparissimo ai suoi occhi più sapienti di loro?» «Necessariamente, Socrate», rispose.
«Dunque è così , caro Liside: le cose in cui siamo saggi tutti ce le affidano, Elleni e barbari, uomini e donne, e in esse faremo ciò che vogliamo e nessuno deliberatamente ce lo impedirà, ma in esse saremo liberi, comanderemo sugli altri, saranno cose nostre e quindi ne trarremo vantaggi. Invece le cose nelle quali non saremo abili nessuno ce le affiderà per farne quel che ci pare, ma tutti ce lo impediranno per quanto possono, non solo gli estranei ma anche nostro padre, nostra madre e coloro che ci sono ancora più vicini, e in esse dipenderemo dagli altri e ci saranno estranee, poiché non ne trarremo guadagno alcuno. Sei d'accordo che la questione stia in questi termini?» «Sono d'accordo». «Dunque allora saremo amici di qualcuno e qualcuno ci amerà in relazione a ciò in cui non potremo essere di utilità
alcuna?» «No di certo», rispose.
«Dunque ora né tuo padre ama te, né un altro amerà chi è inutile».
«Così pare», disse.
«Se dunque diventi sapiente, ragazzo, tutti ti saranno amici e intimi - perché sarai utile e buono - altrimenti nessun altro, nemmeno tuo padre, tua madre e i parenti ti saranno amici. Pertanto, Liside, è possibile essere orgogliosi di sé nelle cose in cui non si sa ancora pensare?» «E come potrebbe essere?», chiese.
«E se dunque hai bisogno di un maestro non sai ancora pensare».
«Dici il vero».
«Quindi non puoi essere capace di grandi pensieri, se sei ancora privo di pensiero».
«Per Zeus, Socrate, non mi sembra», disse.
Io, dopo averlo ascoltato, mi voltai verso Ippotale e poco mancò che non commettessi un grande errore, poiché mi venne da dire: «Così , Ippotale, bisogna parlare all'amato, umiliandolo e sminuendolo e non, come fai tu, insuperbendolo e blandendolo». Però, vedendolo in ansia e turbato da ciò che si diceva, mi ricotdai che voleva assistere senza che Liside se ne accorgesse, quindi mi ripresi e mi trattenni dal rivolgergli la parola. A questo punto ritornò Menesseno e si sedette accanto a Liside, nel posto da cui si era alzato. Liside allora, in modo molto fanciullesco e amichevole, di nascosto a Menesseno mi disse a voce bassa: «Socrate, di' anche a Menesseno ciò che dicevi a me poco fa».
E io risposi: «Glielo dirai tu, Liside, giacché hai prestato molta attenzione».
«Certo», disse.
«Dunque prova a ricordartelo nel modo migliore possibile, per riferirgli tutto per filo e per segno. Ma se qualcosa ti sfugge, me lo richiederai la prima volta che mi incontri» continuai io.
«Lo farò, Socrate, con molto impegno, sappilo bene. Ma digli qualcos'altro, perché io possa ascoltare fino a quando non arriva l'ora di tornare a casa», disse.
«Bisogna farlo, dal momento che me lo ordini. Ma bada di venirmi in aiuto, se Menesseno cerca di confutarmi; o non
sai che è un eristico?», (12) chiesi io.
«Sì , per Zeus, e anche abile: per questo voglio che tu discuta con lui», rispose.
«Per rendermi ridicolo?», domandai.
«No, per Zeus, ma per dargli una lezione», rispose.
«E come? Non è facile, poiché è un uomo abile, allievo di Ctesippo.
Ma c'è anche lui - non lo vedi? -, Ctesippo», notai.
«Non preoccuparti di nessuno, Socrate, ma su, discuti con lui», disse.
«Bisogna discutere», così dissi.
Dunque, mentre parlavamo tra noi, Ctesippo chiese: «Perché conversate soltanto voi due e non ci coinvolgete nella discussione?» «Ma certo, partecipate pure. Costui infatti non comprende nulla di ciò che dico, ma afferma che Menesseno crede di saperlo e mi ordina di interrogare lui», dissi io.
«E allora perché non lo interroghi?», chiese Ctesippo.
Io risposi: «Lo interrogherò. Menesseno, rispondi a ciò che ti chiedo. Fin da ragazzo io desidero una cosa come un altro ne desidera un'altra; uno desidera avere dei cavalli, un altro dei cani, uno dell'oro, un altro onori. Io invece non smanio per queste cose, mentre desidero ardentemente avere degli amici e preferirei avere un buon amico piuttosto che la quaglia e il gallo (13) più belli che ci siano e, per Zeus, piuttosto che un cavallo o un cane - e credo proprio che preferirei di gran lunga avere un amico piuttosto che l'oro di Dario, (14) anzi piuttosto che Dario stesso - a tal punto amo l'amicizia. Quindi vedendo voi, te e Liside, sono rimasto colpito e vi considero felici perché, pur essendo così giovani, siete in grado di ottenere velocemente e con facilità questo bene e tu hai trovato molto rapidamente questo amico e lui te.
E dimmi: quando uno ama un altro, chi dei due diventa amico dell'altro, chi ama di colui che è amato o chi è amato di colui che ama?
O non c'è alcuna differenza?» «A me pare che non ci sia nessuna differenza», rispose.
«Come dici? Dunque se uno solo ama l'altro, diventano entrambi amici uno dell'altro?», chiesi io.
«Io la penso così », rispose.
«E allora? Non è possibile che chi ama non venga ricambiato da colui che egli ama?» «è possibile».
«E allora? è dunque possibile che chi ama sia odiato? Talvolta, ad esempio, gli innamorati credono di subire questo dai loro amati: infatti, pur amando quanto di più non potrebbero, alcuni credono di non essere ricambiati, altri addirittura di essere odiati.
Non ti sembra che sia vero?» «è del tutto vero», rispose.
«Dunque in questo caso uno ama e l'altro è amato?», chiesi.
«Sì ».
«Chi dei due quindi è amico dell'altro? Chi ama di colui che è amato, sia nel caso in cui sia ricambiato sia in quello in cui sia odiato, o chi è amato di colui che ama? O in tal caso nessuno dei due è amico dell'altro, dato che entrambi non si amano a vicenda?» «Sembra proprio così ».
«Dunque ciò che pensiamo ora è diverso da quanto pensavamo in precedenza: allora pensavamo che se uno dei due prova amore, entrambi sono amici, ora invece pensiamo che nessuno dei due sia amico dell'altro, se non sono entrambi a provare amore».
«è probabile», disse.
«Dunque per chi ama non c'è amicizia se non è ricambiato».
«No, pare».
«Quindi non sono amanti dei cavalli quelli che non sono amati dai cavalli, né amici delle quaglie, dei cani o del vino o della ginnastica o della sapienza, se la sapienza non li ama. O ciascuno ama comunque queste cose che non gli sono amiche e allora il poeta che disse: "Fortunato chi ha per amici dei fanciulli e cavalli solidunguli e cani da caccia e un ospite di terra lontana" (15) mentiva?» «Non mi sembra», rispose.
«Ti sembra che il poeta dica il vero?» «Sì ». «Allora, a quanto pare, ciò che è amato è amico di ciò che lo ama, Menesseno, sia nel caso in cui ami sia in quello in cui odi; per esempio, anche tra i bambini piccoli, alcuni non amano ancora, altri già odiano, quando vengono puniti dalla madre o dal padre; tuttavia, anche nel caso in cui provino odio, sono quanto di più caro i loro genitori hanno».
«A me pare che sta così », disse.
«Dunque ne consegue da questo ragionamento che amico non è chi ama ma chi è amato».
«Sembra».
«è dunque nemico chi è odiato e non chi odia».
«Così pare».
«Quindi molti sono amati dai nemici e odiati dagli amici e sono amici dei nemici e nemici degli amici, se amico è ciò che è amato e non ciò che ama. Eppure, caro amico, è del tutto privo di logica, anzi credo che sia impossibile essere nemico dell'amico e amico del nemico».
«Mi sembra che tu dica la verità, Socrate», disse.
«Dunque se questo è impossibile, ciò che ama sarebbe amico di ciò che è amato».
«Così sembra», disse.
«E quindi ciò che odia sarebbe nemico di ciò che è odiato».
«Di necessità».
«Pertanto risulterà necessario arrivare alle stesse conclusioni di prima, cioè che spesso si è amici di coloro che non lo sono e spesso addirittura di coloro che sono nemici, quando si ama senza essere ricambiati o quando si ama chi invece nutre odio, e che spesso si è nemici di coloro che non lo sono o addirittura di coloro che sono amici, quando si odia chi a sua volta non odia o addirittura nutre amore».
«è probabile», disse.
«Dunque come ci comporteremo se amici non saranno né quelli che amano né quelli che sono amati né quelli che nel contempo amano e sono amati? Diremo che oltre a questi casi vi sono ancora persone amiche tra loro?», domandai.
«No, per Zeus, Socrate, non è affatto facile risolvere bene la questione», disse.
«Forse allora non abbiamo condotto la ricerca in modo del tutto corretto?», chiesi.
«Non mi pare, Socrate», disse Liside, e mentre parlava arrossì , infatti mi sembrò che quelle parole gli fossero sfuggite involontariamente, per la grande attenzione prestata alla discussione, ed era chiaro che ascoltava con grande interesse. Dunque io, volendo concedere una tregua a Menesseno e compiaciuto per l'amore del sapere mostrato da Liside, mi volsi a discutere con lui e dissi: «Liside, mi sembra che tu dica il vero quando affermi che, se avessimo indagato correttamente, non avremmo mai sbagliato in questo modo. Allora non procediamo più per questa via - quello della ricerca mi sembra un percorso difficile -; mi pare invece che dobbiamo proseguire per la via lungo la quale ci eravamo avviati esaminando i poeti. Costoro per noi, come padri e guide della sapienza, dicono cose non da poco quando parlano degli amici, quelli che sono tali: anzi dicono che il dio stesso li rende amici, avvicinandoli gli uni agli altri. Dicono all'incirca così , credo: "il dio conduce sempre il simile verso il simile" (16) e li fa conoscere. Non hai mai letto questi versi?» «Sì », rispose. «E non hai letto gli scritti dei più sapienti che dicono le stesse cose, cioè che è giocoforza che il simile sia sempre amico del simile? Costoro sono quelli che scrivono sulla natura e sul tutto». «Dici il vero».
«Dunque dicono bene?», chiesi.
«Probabilmente», rispose. Continuai: «Probabilmente a metà o forse del tutto, ma noi non li capiamo, infatti ci sembra che il malvagio, quanto più si avvicina e frequenta il malvagio, tanto più ne diventi nemico, poiché commette ingiustizia, ed è impossibile che chi commette ingiustizia e chi la subisce siano amici. Non è così ?» «Sì », rispose. «In questo modo, dunque, la metà di quel detto non sarebbe vera, se i malvagi sono simili tra loro».
«Dici il vero».
«Ma credo che essi vogliano dire che i buoni sono simili tra loro e amici, mentre i cattivi, cosa che appunto si dice di loro, non sono mai simili neppure a se stessi, ma sono incostanti e instabili, e ciò che è dissimile e diverso da se stesso, difficilmente potrebbe essere simile o amico di altro. O non ti sembra così ?» «Sì », disse.
«Quindi, mi pare, a questo alludono, amico, coloro che affermano che il simile è amico del simile, cioè che solo il buono è amico unicamente del buono, mentre il cattivo non è mai veramente amico né del buono né del cattivo. Sei d'accordo?». Annuì . «Dunque ormai sappiamo chi sono gli amici: il ragionamento ci indica che sono i buoni».
«Mi sembra che sia proprio così », disse.
Continuai: «Anche a me. Eppure qualcosa non mi soddisfa: su, per Zeus, vediamo in cosa consiste il mio sospetto. Il simile, in quanto simile, è amico del simile, e come tale è utile all'altro che è tale? O meglio: una qualunque cosa simile quale utilità o quale danno comporta a una qualunque cosa a essa simile che anche questa non possa comportare a se stessa? O cosa potrebbe subire che non possa subire anche per opera propria? Cose simili come potrebbero amarsi reciprocamente, se non ricevono alcun vantaggio l'una dall'altra? è possibile?» «Non lo è».
«E ciò che non è amato, come può essere amico?» «In nessun modo».
«Allora il simile non è amico del simile e il buono, in quanto buono, non in quanto simile, sarebbe amico del buono?» «Forse».
«E allora? Il buono in quanto buono non sarebbe sufficiente in quanto tale a se stesso?» «Sì ».
«E chi è autosufficiente, nella misura della propria autosufficienza, non ha bisogno di nulla».
«E come no?» «E chi non ha bisogno di nulla, a nulla aspira».
«Certo che no».
«E colui che non desidera nulla, neppure ama».
«No».
«E chi non ama non è un amico».
«Pare di no».
«Dunque i buoni come saranno fin da principio amici dei buoni, se quando sono lontani non si desiderano a vicenda - infatti anche quando sono separati sono autosufficienti - e quando sono vicini non hanno un'utilità reciproca? Quale stratagemma potrebbe farli apprezzare vicendevolmente?» «Nessuno», rispose.
«E non potrebbero essere amici se non si apprezzano a vicenda».
«Dici il vero».
«Guarda, Liside, dove siamo andati a cozzare. Dunque ci siamo completamente ingannati?» «Come?», chiese.
«Ho già sentito dire una volta da uno, e adesso me ne ricordo, che il simile è assai ostile al simile e i buoni ai buoni e chiamava a testimone Esiodo, dicendo: "il vasaio odia il vasaio, l'aedo odia l'aedo e il mendicante odia il mendicante".(17) E quanto al resto diceva che giocoforza le cose più simili sono piene di invidia, rivalità e ostilità reciproca, mentre quelle più dissimili sono le più propense all'amicizia: infatti il povero è costretto a essere amico del ricco, il debole del forte per averne aiuto, il malato del medico e chiunque non sa cerca e ama chi sa. E proseguiva nel ragionamento in modo ancora più convincente, dicendo che il simile è assai lontano dall'essere amico del simile, anzi sarebbe proprio il contrario, dal momento che l'opposto è amico soprattutto del suo opposto, poiché ogni cosa desidera il suo contrario, non il simile. Il secco desidera l'umido, il freddo il caldo, l'amaro il dolce, l'acuto l'ottuso, il vuoto il pieno, il pieno il vuoto e così via, secondo il medesimo rapporto. Il contrario infatti è nutrimento per il contrario, mentre il simile non trae vantaggio alcuno dal simile. E certo, amico mio, dicendo questo sembrava un tipo raffinato, tanto bene parlava. Ma a voi come sembra che parli?», chiesi.
«Bene, almeno a sentirlo così », rispose Menesseno.
«Dunque dobbiamo dire che il contrario è soprattutto amico di ciò che a lui contrario?» «Certo».
«Bene: ma non è strano, Menesseno? E soddisfatti ci assaliranno subito questi pozzi di sapienza, gli antilogici, (18) e ci domanderanno se l'odio non sia quanto di più contrario rispetto all'amicizia.
Cosa risponderemo loro? Non dobbiamo per forza ammettere che dicono la verità?», chiesi.
«Per forza».
«E dunque, diranno, ciò che è nemico è amico di ciò che è amico o amico di ciò che è nemico?» «Né l'una né l'altra cosa» rispose.
«Ciò che è giusto di ciò che è ingiusto, ciò che è saggio di ciò che è intemperante, ciò che è buono di ciò che è cattivo?» «Non credo che le cose stiano così ».
Io dissi: «E tuttavia se una cosa è amica di un'altra in base alla contrarietà, è necessario che anche queste cose siano amiche». «Di necessità».
«Dunque né il simile è amico del simile né il contrario è amico del contrario».
«Pare di no».
«Esaminiamo ancora questo punto: a noi non sfugge più il fatto che l'amicizia non è veramente nulla di tutto questo, ma è ciò che non è né buono né cattivo che diventa così amico del buono».
«Come dici?», chiese.
«Per Zeus, non so, ma veramente ho io stesso le vertigini per la difficoltà del ragionamento e forse, secondo l'antico proverbio, ciò che è amico è il bello. Il bello assomiglia a qualcosa di morbido, liscio e lucente e per questo forse ci sfugge e scivola via facilmente, poiché è tale. Dico infatti che il buono è bello. Non credi?» «Sì ».
«Dico dunque, divinandolo, che amico del bello e del buono è ciò che non è né buono nè cattivo. Ascolta in rapporto a cosa lo divino. A me sembra che ci siano come tre categorie: il buono, il cattivo e ciò che non è né buono né cattivo. E a te?» «Anche a me», disse.
«E che né il buono sia amico del buono né il cattivo del cattivo nè il buono del cattivo, come neppure il ragionamento precedente consente. Resta allora che, se una cosa è amica di un'altra, ciò che non è né buono né cattivo sta amico o del buono o di ciò che è tale quale esso è, cioè né buono né cattivo, perché una cosa non potrebbe essere amica del cattivo».
«Dici il vero».
«Né il simile del simile, dicevamo poco fa: non è così ?» «Sì ».
«Dunque ciò che è tale e quale ad esso non sarà amico né del buono né del cattivo».
«Pare di no».
«Quindi ne risulta che solo al buono è amico unicamente ciò che non è né buono né cattivo».
«Pare debba essere così ».
«Ragazzi», dissi, «ci guida bene ciò che si è detto ora? Se vogliamo considerare il corpo sano, esso non ha affatto bisogno della medicina né di un aiuto, infatti è autosufficiente, sicché nessuno, quando sta bene, è amico del medico, considerata la sua buona salute. O non è così ?» «Sì , nessuno».
«Invece il malato, credo, lo è a causa della malattia».
«E come no?» «Dunque la malattia è un male, mentre la medicina è cosa utile e buona».
«Sì ».
«E il corpo in quanto corpo non è né buono né cattivo».
«è così ».
«Il corpo è costretto dalla malattia ad accettare e amare la medicina».
«Così la penso».
«Quindi ciò che non è né cattivo né buono diviene amico del buono per la presenza di un male?» «A quanto pare».
«Ma è chiaro che ciò avviene prima che esso diventi cattivo a causa del male che ha, perché una volta diventato cattivo non potrebbe desiderare ancora il bene ed esserne amico, dato che dicevamo che è impossibile che il cattivo sia amico del buono».
«Infatti è impossibile».
«Esaminate ciò che dico: dico infatti che alcune cose sono determinate da ciò che è presente in esse e altre no: per esempio, se qualcuno volesse spalmare di colore una cosa qualsiasi, ciò che è spalmato è presente su ciò su cui è spalmato».
«Certo».
«E allora ciò su cui è spalmato è tale nel colore quale ciò che vi si trova sopra?» «Non capisco», disse.
«Pensala così », dissi: «se qualcuno spalmasse di biacca i tuoi capelli che sono biondi, allora essi sarebbero o apparirebbero bianchi?» «Lo sembrerebbero», rispose.
«Eppure in essi sarebbe presente la bianchezza».
«Sì ».
«E tuttavia non sarebbero più bianchi, anzi, pur essendo presente in essi la bianchezza, non sarebbero né bianchi nè neri».
«è vero».
«Ma quando, amico mio, la vecchiaia porta ad essi questo medesimo colore, allora diventerebbero come ciò che è presente in essi, cioè bianchi per la presenza del bianco».
«E come potrebbe non essere così ?» «Ora dunque questo ti chiedo: se in una cosa ne è presente un'altra, quella che la possiede sarà come quella che vi è presente o lo sarà se quella è presente in un certo modo, altrimenti no?» «è così , piuttosto», rispose.
«E dunque ciò che non è né cattivo né buono, quando è presente un male, talvolta non è ancora cattivo, ma lo è quando ormai è diventato tale».
«Certo».
«Dunque, quando pur essendo presente un male, esso non è ancora cattivo, questa presenza gli fa desiderare il bene, quando invece lo rende cattivo, lo priva anche del desiderio e dell'amore per il bene. Infatti non è più né cattivo né buono, ma cattivo, e il cattivo non è amico del buono, dicevamo».
«No, infatti».
«Per questo potremmo dire che anche quelli che sono già sapienti non amano più la sapienza, siano essi dèi o uomini.
Né d'altra parte amano la sapienza coloro che hanno un'ignoranza tale che li rende cattivi: infatti nessuno che sia cattivo e ignorante ama la sapienza. Restano quelli che hanno questo male, l'ignoranza, ma non sono ancora diventati privi di senno e ignoranti per opera sua e ammettono ancora di non sapere ciò che non sanno. Perciò sono amanti della sapienza quelli che non sono ancora né buoni né cattivi, in quanto i cattivi non amano la sapienza né lo fanno i buoni, infatti nei ragionamenti precedenti ci è apparso che né il contrario è amico del contrario, né il simile del simile.
O non ricordate?» «Certo», risposero.
«Ora dunque, Liside e Menesseno», dissi, «abbiamo trovato fra tutte le cose ciò che è amico e ciò che non lo è. Infatti diciamo che sia che si tratti dell'anima, sia che si tratti del corpo o di qualunque altra cosa, ciò che non è né buono né cattivo è amico del bene per la presenza del male». Entrambi furono assoluta- mente d'accordo e ammisero che fosse così .
Anch'io ero molto contento, come un cacciatore che è felice di ciò che ha cacciato, ma poi, non so come, mi venne lo stranissimo sospetto che non fossero vere le nostre conclusioni e subito dissi crucciato: «Ahimè, Liside e Menesseno, forse è un sogno il fatto che ci siamo arricchiti di conoscenza».
«Perché?», chiese Menesseno.
«Temo», dissi io, «che a proposito dell'amicizia siamo incorsi in ragionamenti come quelli che fanno i ciarlatani».
«Come?», chiese.
«Procediamo così nel ragionamento», dissi io: «chi è amico è amico di qualcuno o no?» «Per forza», rispose.
«Dunque lo è senza nessuno scopo e senza nessuna causa o per qualche scopo e per qualche causa?» «Per qualche scopo e a causa di qualcosa».
«E quella cosa in vista della quale l'amico è amico dell'amico, è amica anch'essa o non è né amica né nemica?» «Non ti seguo del tutto», rispose.
«è naturale», dissi, «ma forse così mi seguirai e, credo, anche io saprò meglio ciò che dico. Il malato, dicevamo poco fa, è amico del medico; non è così ?» «Sì ».
«E dunque è amico del medico a causa della malattia e in vista della salute da riacquistare?» «Sì ».
«E la malattia è un male?» «E come potrebbe non esserlo?» «E la salute», chiedevo, «è un bene o un male o non è nessuna delle due cose?» «è un bene», rispose.
«Dicevamo dunque che, a quanto sembra, il corpo che non è né buono né cattivo, a causa della malattia, cioè a causa del male, è amico della medicina, e la medicina è un bene; e la medicina ottiene l'amicizia in vista della salute, e la salute è un bene. Non è così ?» «Sì ».
«E la salute è una cosa amica o no?» «è una cosa amica».
«E la malattia è una cosa nemica».
«Certo».
«Dunque ciò che non è né cattivo né buono, a causa di ciò che è cattivo e nemico, è amico del bene in vista di ciò che è buono e amico».
«Sembra».
«Dunque ciò che è amico è amico in vista di ciò che è amico e a causa di ciò che è nemico».
«Così pare».
«Bene», dissi: «dal momento che siamo arrivati a questo, ragazzi, facciamo attenzione a non ingannarci. Infatti lascio stare il fatto che ciò che è amico sia diventato amico di ciò che è amico e che il simile sia amico del simile - cosa, questa, che abbiamo detto essere impossibile -, tuttavia badiamo a questo, che non ci inganni ciò che ora è stato detto. La medicina, diciamo, è una cosa amica in vista della salute».
«Sì ».
«Dunque anche la salute è cosa amica?» «Certo».
«Se dunque è amica, lo è in vista di qualcosa».
«Sì ».
«Di una cosa amica, se sarà la conseguenza dell'ammissione precedente».
«Certo».
«Dunque anche ciò sarà cosa a sua volta amica in vista di una cosa amica?» «Sì ».
«Quindi non è necessario che rinunciamo a procedere così o arriviamo a un principio che non si riferirà più a un'altra cosa amica, ma giungerà a quella che è la prima cosa amica in vista della quale diciamo che anche tutte le altre cose sono amiche?» «è necessario».
«Questo è ciò che voglio dire: badiamo al fatto che non ci ingannino tutte le altre cose che abbiamo detto essere amiche in vista di quella e che sono come sue immagini e facciamo attenzione che si tratti di quella prima cosa che è veramente amica. Infatti riflettiamo in questo modo: quando qualcuno tiene qualcosa in grande considerazione, ad esempio in taluni casi un padre che antepone suo figlio a tutti gli altri beni, egli che è tale da considerare suo figlio più importante di tutto, non apprezzerà forse molto anche qualche altra cosa? Per esempio, se si rendesse conto che il figlio ha bevuto la cicuta, non terrebbe in grande considerazione il vino, se lo ritenesse utile per salvare il figlio?» «Sì , certo. E allora?», domandò.
«Dunque apprezzerebbe anche il recipiente in cui ci fosse quel vino?» «Certo».
«E allora non tiene forse in maggior considerazione una tazza d'argilla rispetto a suo figlio o tre cotile (19) di vino più di suo figlio? O le cose forse stanno così : tutta la sua attenzione non è rivolta a questi oggetti predisposti in vista di qualcos'altro, ma a quel fine in vista del quale sono tutti predisposti. Nonché spesso diciamo di apprezzare molto l'oro e l'ar gento, ma forse la verità non è per niente questa, e ciò che teniamo in grande considerazione è quello che appare come ciò in vista del quale si predispongono l'oro e ogni altro oggetto. Diremo dunque così ?» «Certo».
«E dunque lo stesso ragionamento non vale anche per ciò che è amico?
Infatti quando definiamo cose amiche quelle che per noi lo sono in vista di un'altra cosa amica, ci riferiamo a esse evidentemente con una parola sola; ma è probabile che veramente amica sia proprio quella mèta alla quale tendono tutte le cosiddette amicizie».
«Probabilmente è così », disse.
«Dunque ciò che è realmente amico non lo è in vista di un'altra cosa?» «è vero».
«Ci siamo sbarazzati anche di questo problema: l'amico è amico ma non in vista di una cosa amica. Ma dunque il bene è ciò che è amico?» «A me pare di sì ».
«Quindi allora il bene è amato a causa del male, e le cose stanno così : se delle tre categorie che enumeravamo poco fa, cioè il buono, il cattivo e ciò che non è né buono né cattivo ne fossero conservate due, mentre il male si togliesse di mezzo e non si attaccasse a nulla, né al corpo, né all'anima né alle altre cose che diciamo non essere in sé né cattive né buone, allora il bene non ci sarebbe per niente utile ma sarebbe diventato inutile? Se infatti nulla ci potesse più danneggiare, non avremmo bisogno di alcun aiuto e così diventerebbe chiaro che accoglievamo e amavamo il bene a causa del male, pensando che il bene fosse un rimedio al male e il male una malattia: ma se non c'è la malattia, non c'è nemmeno bisogno di una medicina. Dunque il bene è così per sua natura e a causa del male esso è amato da noi, che siamo a metà tra il male e il bene, mentre esso per se stesso non ha alcuna utilità?» «Sembra che sia così », rispose.
«Dunque quella mèta per noi amica, alla quale tutte le altre sono finalizzate - dicevamo che quelle erano amiche in vista di un'altra cosa amica - non assomiglia a queste. Infatti queste sono chiamate amiche in vista di una cosa amica, mentre la vera amicizia sembra essere per natura tutto il contrario di questo, poiché ci è parso che ciò che è amico lo sia a causa di ciò che è nemico, ma se ciò che è nemico si allontana, non ci è più amico, a quanto pare».
«Mi pare di no, in base a quello che ora si è detto», rispose.
«Per Zeus!», dissi io. «Se il male sparisce, non ci sarà né fame né sete né altri mali simili? O la fame ci sarà, se ci sono gli uomini e gli altri esseri viventi, ma non sarà dannosa? E la sete e gli altri desideri ci saranno, ma non saranno cattivi, poiché il male è scomparso? O è ridicolo chiedersi cosa ci sarà o non ci sarà allora? Infatti chi può saperlo? Ma questo dunque sappiamo, che avere fame può essere ora dannoso, ora utile, o no?» «Certo».
«Dunque avere sete e tutti gli altri desideri di questo genere talvolta possono essere utili, talvolta dannosi e talvolta né l'uno né l'altro?» «Certo».
«Pertanto se i mali spariscono, perché devono scomparire con essi anche le cose che non sono mali?» «Per nessun motivo».
«Dunque se i mali spariscono, ci saranno i desideri che non sono né buoni nè cattivi».
«Sembra».
«E dunque possibile che chi desidera e ama non sia amico di chi desidera e ama?» «Non mi sembra».
«Dunque, a quanto pare, ci saranno alcune cose amiche, anche se i mali spariscono».
«Sì ».
«E se il male fosse causa dell'amicizia, sparito questo, una cosa non potrebbe certo essere amica di un'altra: infatti, venuta meno la causa, sarebbe impossibile che esistesse ancora ciò di cui questa era la causa».
«Dici bene».
«Dunque noi avevamo convenuto che ciò che è amico ama qualcosa e a causa di qualcosa: e allora non avevamo creduto che ciò che non è né buono né cattivo amasse il bene a causa del male?» «è vero».
«Ora, invece, a quanto pare, sembra essere altra la causa dell'amare e dell'essere amato».
«A quanto pare».
«Dunque realmente, come dicevamo poco fa, il desiderio è causa dell'amicizia, e ciò che desidera è amico di ciò che è desiderato, quando lo desidera, mentre ciò che prima dicevamo essere amico era una chiacchiera o una sorta di un lungo elaborato poema?» «Forse», disse.
«Tuttavia», dissi, «ciò che desidera desidera ciò di cui è privo, o non è così ?» «Sì ».
«E quindi ciò che è mancante è amico dì ciò che manca?» «Così credo».
«Ed è privo di ciò che gli è stato eventualmente sottratto».
«E come no?» «Allora, a quanto pare, l'amore, l'amicizia e il desiderio lo sono di ciò che è proprio, come sembra, Menesseno e Liside». Assentirono.
«Se voi dunque siete amici uno dell'altro, per natura siete in un certo qual modo affini l'uno all'altro».
«Esattamente», dissero.
«E se pertanto uno desidera o ama l'altro, ragazzi miei, non potrebbe mai desiderarlo né amarlo né essergli amico, se non fosse affine all'oggetto del suo amore o nell'anima o in qualche altra altra attitudine dell'anima o nei comportamenti o nell'aspetto», dissi io.
«Certo», disse Menesseno, mentre Liside taceva.
«Bene!», dissi: «a noi è parso che sia necessario amare ciò che è affine per natura».
«A quanto pare», disse.
«Dunque è necessario per l'amante reale e non fittizio essere ricambiato dal suo amato».
Liside e Menesseno assentirono anche se a stento, mentre Ippotale diventava dì tutti i colori per il piacere.
E io, volendo esaminare il ragionamento, dissi: «Se ciò che è affine è differente in qualcosa da ciò che è simile, a quanto pare, Liside e Menesseno, potremmo dire dell'amicizia ciò che essa è; se invece simile e affine sono identici, non sarà facile respingere il precedente ragionamento in base al quale il simile è inutile al simile in virtù della somiglianza: ma è assurdo ammettere che l'inutile sia amico. Dunque», dissi, «dato che siamo come ubriachi per il ragionamento, volete che diamo per scontato e ammettiamo che l'affine è diverso dal simile?» «Certo».
«Quindi stabiliremo che il bene è affine a ogni cosa e il male è estraneo a tutto? O che il male è affine al male, il bene al bene e ciò che non è né bene né male a ciò che non è né bene né male?». Risposero che secondo loro ogni cosa è affine a ciò che le è corrispondente.
«Dunque, ragazzi», dissi, «siamo caduti dì nuovo nei ragionamenti sull'amicizia che prima abbiamo respinto: infatti l'ingiusto sarà amico dell'ingiusto, il cattivo del cattivo non meno che il buono del buono».
«Pare di sì », rispose.
«E allora? Diciamo che il buono e l'affine sono la stessa cosa; non diciamo forse che solo il buono è amico del buono?» «Certo».
«Ma anche su questo punto credevamo di poter essere confutati; o non ricordate?» «Ricordiamo».
«Dunque cosa ricaveremo ancora dalla discussione? O è evidente che non ricaveremo nulla? Dunque vi prego, come fanno gli esperti nei tribunali, di riflettere su tutto ciò che si è detto. Se infatti né gli amati né gli amanti, né i simili né i dissimili, né i buoni, né gli affini, né tutte le altre condizioni che abbiamo enumerato - io infatti non me le ricordo, dato il loro gran numero - se nulla di ciò è amico, non so più cosa dire».
Dopo aver detto queste parole, avevo in mente di coinvolgere nella discussione qualcun altro dei più anziani, ma allora, come démoni, si avvicinarono i pedagoghi di Menesseno e di Liside con i loro fratelli, li chiamarono e ordinarono loro di tornare a casa, poiché era già tardi. Dapprima noi e i presenti cercammo di allontanarli, ma poiché non si curavano affatto di noi, anzi si irritavano nel loro parlare barbaro e nondimeno li chiamavano e ci pareva che avessero bevuto alla festa di Ermes e quindi fossero difficili da avvicinare, vinti da essi sciogliemmo la riunione. Tuttavia, mentre essi si allontanavano, io dissi: «Ora, Liside e Menesseno, siamo diventati ridicoli io, un vecchio, e voi. Infatti costoro andandosene diranno che noi crediamo di essere amici uno dell'altro - mi pongo anch'io tra voi - e non siamo stati ancora capaci di trovare cos'è l'amico».

NOTE:

1) Giardino a nord di Atene, dove Platone avrebbe poi fondato la sua scuola.
2) Ginnasio presso il tempio di Apollo, a nord-est di Atene.
3) Sembra assai improbabile che sia il discepolo di Platone nominato da Diogene Laerzio, Libro 3,45.
4) Ctesippo, che non è l'omonimo figlio di Critone, era un discepolo di Socrate presente alla morte del maestro, è uno
degli interlocutori dell'Eutidemo.
5) Di costui nulla si sa.
6) Le Pitiche erano feste in onore di Apollo, celebrate a Delfi ogni quattro anni; le Istmiche ricorrevano invece a
Corinto ogni due anni ed erano in onore di Poseidone; le Nemee, infine, si tenevano ogni due anni in onore di Zeus:
prima ebbero come luogo deputato la valle di Nemea, poi Argo.
7) Ermes era il dio patrono dei ginnasi e delle palestre.
8) è il protagonista dell'omonimo dialogo platonico.
9) Gli astragali sono una sorta di dadi.
10) Il pedagogo era uno schiavo che aveva il compito di sorvegliare i figli del padrone.
11) Il re dei Persiani, secondo l'abituale denominazione greca.
12) L'eristica era la tecnica finalizzata a confutare con ogni mezzo le tesi avversarie per far prevalere le proprie, anche
se per fare questo poteva raggiungere risultati contraddittori tra loro.
13) Entrambi uccelli addestrati per il combattimento.
14) Dario, il ricchissimo re dei Persiani, aveva regnato dal 521 al 485 a.C: aveva tentato l'invasione della Grecia, ma
venne bloccato e sconfitto a Maratona nel 490.
15) Si tratta di un frammento di Solone (17 Gentili-Prato).
16) Omero, Odyssea libro 17,218.
17) Esiodo, Opera et dies 25-26.
18. Gli antilogici erano coloro che teorizzavano e praticavano la possibilità di contraddire ogni argomentazione e ogni
ragionamento.
19) La cotila è un'unità di misura che equivale all'incirca a un quarto di litro.

 

Eugenio Caruso - 27-07-2019

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