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Fëdor Dostoevskij, che pone sempre l'uomo al centro dei suoi romanzi.

«Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto mestiere, et hannol trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli.»
(Giovanni Boccaccio, Decameron, Proemio)

GRANDI PERSONAGGI STORICI Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona. In questa sottosezione figurano i grandi poeti e letterati che ci hanno donato momenti di grande felicità.

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Fedor Dostoevskij

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Fotografia di Dostoevskij.

Fëdor Michajlovic Dostoevskij (Mosca, 11 novembre 1821– San Pietroburgo, 9 febbraio 1881) è considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. Fëdor, secondo di otto figli, nasce a Mosca nel 1821 da Michail Andreevic Dostoevskij, un medico militare russo, figlio di un arciprete ortodosso discendente da una nobile famiglia, dal carattere stravagante e dispotico che alleva il ragazzo in un clima autoritario. La madre, Marija Fëdorovna Necaeva, proveniva da una famiglia di ricchi e prosperi commercianti russi; dal carattere allegro e semplice, amava la musica ed era molto religiosa. Sarà lei a insegnare a leggere al figlio facendogli conoscere Aleksandr Sergeevic Puškin, Vasilij Andreevic Žukovskij e la Bibbia. A Fëdor, secondogenito dopo Michail Michailovic nato nel 1820, succederanno altri sei figli: le quattro sorelle Varvara, Ljubov', Vera e Aleksandra Dostoevskaja e i due fratelli Andrej e Nikolaj. Nel 1828 il padre Michail Andreevic è iscritto con i figli nell'albo d'oro della nobiltà moscovita. Nel 1831 Fëdor si trasferisce con la famiglia a Darovoe nel governatorato di Tula dove il padre ha comprato un vasto terreno. Nel 1834, insieme al fratello Michail, entra nel convitto privato di L.I. Cermak, a Mosca. Nel febbraio del 1837 la madre, da tempo ammalata di tisi, muore e il giovane viene trasferito col fratello a San Pietroburgo entrando nel convitto preparatorio del capitano K. F. Kostomarov per sostenere gli esami d'ammissione all'istituto d'ingegneria. Il 16 gennaio 1838 entra alla Scuola Superiore del genio militare di San Pietroburgo, dove studia ingegneria militare, frequentandola però controvoglia essendo i suoi interessi già orientati verso la letteratura.
L'8 giugno 1839 il padre, che si era dato al bere e maltrattava i propri contadini, viene ucciso probabilmente dagli stessi. Alla notizia della morte del padre, Fëdor, all'età di 17 anni, ebbe il suo primo attacco di epilessia. Le crisi epilettiche lo perseguiteranno per tutta la vita. Nell'agosto 1841 viene ammesso al corso per ufficiali e l'anno seguente viene promosso sottotenente. L'estate successiva entra in servizio effettivo presso il comando del Genio di San Pietroburgo. Sono anni d'indigenza. Per sbarcare il lunario, di notte traduce l'Eugénie Grandet di Honoré de Balzac ed il Don Carlos di Friedrich Schiller. Ma per opposte tendenze, elemosina e dissolutezza, il denaro non gli basta mai. Il 12 agosto 1843 Fëdor si diploma, ma nell'agosto 1844 dà le dimissioni, lascia il servizio militare e rinuncia alla carriera che il titolo gli offre. Lottando contro la povertà e la salute cagionevole, comincia a scrivere il suo primo libro, Povera gente, che vede la luce nel 1846 e ha gli elogi di critici come Belinskij e Nekrasov. In questo primo lavoro, lo scrittore rivela uno dei temi maggiori della produzione successiva: la sofferenza per l'uomo socialmente degradato. Nell'estate Dostoevskij inizia a scrivere il suo secondo romanzo, Il sosia, storia di uno sdoppiamento psichico che non ha però il consenso del primo romanzo, e a novembre, in una sola notte, scrive Romanzo in nove lettere. Vedono successivamente la luce alcuni racconti su varie riviste, tra i quali i romanzi brevi Le notti bianche e Netocka Nezvanova.
Il 23 aprile 1849 viene arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. In realtà ha sì partecipato a tali riunioni, ma come uditore, non come attivista. Il 16 novembre dello stesso anno, insieme ad altri venti imputati viene condannato alla pena capitale tramite fucilazione, ma incredibilmente il 19 dicembre lo zar Nicola I commuta la condanna a morte in lavori forzati a tempo indeterminato. La revoca della pena capitale, già decisa da giorni, viene comunicata allo scrittore solo quando è già sul patibolo, il 22 dicembre. In una lettera al fratello, scritta lo stesso giorno, lo scrittore rivela che

«ci hanno fatto baciare la croce, hanno spezzato sopra la testa le spade e ci hanno fatto la toeletta del condannato (camicie bianche). (…) Mi sei tornato in mente tu, fratello, e i tuoi cari; nell'ultimo istante tu, soltanto tu, eri nei miei pensieri, e lì ho capito quanto ti voglio bene, fratello mio caro!».

L'avvenimento lo segnerà molto, come ci testimoniano le riflessioni sulla pena di morte (alla quale Dostoevskij si dichiarerà fermamente contrario) in Delitto e castigo e ne L'idiota. Il trauma della mancata fucilazione si assocerà alle prime ricorrenti crisi di epilessia (una forma ereditaria di epilessia del lobo temporale che già lo aveva colpito nel 1839) che segneranno la sua esistenza, e di questo dramma si troverà traccia in alcuni romanzi, quali L'idiota nella figura del principe Myškin.

«A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante: "se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!".» (L'idiota)

Sempre nello stesso romanzo:

«Pensate: c'è la tortura, per esempio; sono sofferenze e piaghe, è un tormento fisico, e perciò tutte cose che distraggono l'animo dalle sofferenze morali, sicché non sono altro che le ferite che tormentano, fino al momento stesso che si muore. Ma forse il dolore principale, il più forte, non è quello delle ferite; è invece di sapere con certezza che, ecco, tra un'ora, poi tra dieci minuti, poi tra mezzo minuto, poi ora, subito, l'anima volerà via dal corpo, e non sarai più un uomo, e questo ormai è certo. Chi ha detto che la natura umana è in grado di sopportare questo senza impazzire? (...) Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L'assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell'arma; e sempre spera, fino all'ultimo, di potersi salvare. Si sono dati casi, in cui l'assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, ovvero, supplicando, ha ottenuto grazia dagli assalitori. Ma con la legalità, quest'ultima speranza, che attenua lo spavento della morte, ve la tolgono con una certezza matematica, spietata. (...) Forse esiste un uomo al quale hanno letto la sentenza, hanno lasciato il tempo di torturarsi, e poi hanno detto: “Va', sei graziato". Ecco, un uomo simile forse potrebbe raccontarlo. Di questo strazio e di questo orrore ha parlato anche Cristo… No, no, è inumana la pena, è selvaggia e non può né deve esser lecito applicarla all'uomo.» (L'idiota)

In modo simile Dostoevskij scrive anche in Delitto e castigo, sempre sulla pena di morte:

«Dove mai ho letto che un condannato a morte, un'ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi – avendo intorno a sé dei precipizi, l'oceano, la tenebra eterna, un'eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d'anni, l'eternità, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!... Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l'uomo!... Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco.» (Delitto e castigo)

Ne L'idiota (dove afferma "che importa se è una malattia?") e nelle lettere egli descrive anche gli attacchi di epilessia che lo colpirono la prima volta durante la prigionia, con le relative sensazioni (aura, allucinazioni) come un'esperienza mistica che gli cambiò la vita:

«È venuto da me, Dio esiste. Ho pianto e non ricordo niente altro. Voi non potete immaginare la felicità che noi epilettici proviamo il secondo prima di avere una crisi. Non so quanto possa durare nella realtà ma tra tutte le gioie che potrei avere nella vita, non farei mai scambio con questa.»

Graziato della vita, il 24 dicembre viene deportato in Siberia, giungendo l'11 gennaio 1850 a Tobol'sk per poi essere rinchiuso il 17 gennaio nella fortezza di Omsk. Dalla drammatica esperienza della reclusione matura una delle opere più crude e sconvolgenti di Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, in cui varie umanità degradate vengono descritte come personificazioni delle più turpi abiezioni morali, pur senza che manchi nell'autore una vena di speranza. Anche i due capitoli dell'epilogo di Delitto e castigo si svolgono in una fortezza sul fiume Irtyš, identificabile con Omsk. Per quattro anni il suo ristretto universo sarà delimitato da un recinto di millecinquecento pali di quercia, lavorando alabastro, trasportando tegole e spalando neve, attorniato dalla peggior risma d'individui.

«È gente rozza, esasperata e incattivita. Il loro odio per noi nobili va oltre ogni immaginazione, e perciò hanno accolto noi nobili con ostilità e un sottile piacere per la nostra disgrazia. (…) 150 nemici che non si stancavano di perseguitarci, anzi per loro era un godimento, un divertimento.»

Gli è concesso un solo libro, la Bibbia e i soli amici sono un'aquila ferita e un cane tignoso. Nel febbraio del 1854 Dostoevskij è liberato dalla galera per buona condotta, ma la sua salute resterà irrimediabilmente compromessa. Dovrà scontare il resto della pena, un paio d'anni, servendo nell'esercito come soldato semplice nel 7º battaglione siberiano, di stanza nella città di Semipalatinsk vicino al confine cinese. In questo periodo gli è vietata ogni pubblicazione e gli sono di grande supporto morale i libri inviatigli clandestinamente dal fratello Michail, tra cui i romanzi di Dumas e la Critica della ragion pura di Kant. Nel 1857 sposa Marija Isaeva, una donna dal carattere vivace, sognatore e impressionabile, vedova trentatreenne di un alcolista e madre di un bambino di nome Pavel.
Il 18 marzo 1859, congedato dall'esercito, lo scrittore ottiene il permesso di rientrare nella Russia europea stabilendosi a Tver', il capoluogo più vicino a San Pietroburgo poiché l'ingresso nella capitale non gli è ancora concesso. Prepara alacremente insieme al fratello Michail una riedizione delle sue opere precedenti (escluso Il sosia, che medita di riscrivere) e lavora alle sue memorie sul bagno penale: queste verranno terminate fra il 1860 e il 1861 e pubblicate fra il 1861 e il 1862 con il titolo Memorie dalla casa dei morti. Nel 1861 scrive Umiliati e offesi - che non ebbe un gran successo, a differenza delle Memorie dalla casa dei morti - e ripristina i suoi rapporti con l'intelligentia pietroburghese facendo amicizia con due critici già affermati, Apollon Aleksandrovic Grigor'ev e Nikolaj Strachov. Insieme al fratello fonda la rivista Vremja (Il tempo) che si annuncia come espressione dell'"idea russa", ovvero della necessità di riavvicinare l'intellighenzia alle sue radici nazional-popolari (al suo "humus" come usa dire lo scrittore) e si contrappone apertamente alle correnti occidentaliste e radicali, sostenute, tra gli altri, da Turgenev. Su questa rivista Dostoevskij pubblica Memorie dalla casa dei morti e Umiliati e offesi nel 1861, Un brutto aneddoto nel 1862 e Note invernali su impressioni estive nel 1863. Il 21 marzo 1864, diretta dai due fratelli, esce la rivista Epocha, su cui Fëdor pubblicherà le Memorie dal sottosuolo. Nello stesso anno, il 15 aprile muore la prima moglie e, poco dopo, il 10 luglio il fratello Michail, che gli lascia enormi debiti da pagare. L'anno successivo compie un viaggio in Europa, dove, cercando di risolvere le proprie difficoltà economiche, gioca alla roulette, col risultato di peggiorare ulteriormente la sua condizione finanziaria. Cerca di sposare la sua intima amica Apollinarija Suslova, che però lo rifiuta.
I grandi capolavori
Nel 1866 inizia la pubblicazione, a puntate, del romanzo Delitto e castigo. Conosce una giovane e bravissima stenografa, Anna Grigor'evna Snitkina, grazie alla quale riesce a dare alle stampe, nello stesso anno, Il giocatore, opera in cui Dostoevskij racconta le disavventure di alcuni personaggi presi dal vizio della roulette. Nel 1867, sposa Anna a San Pietroburgo e parte con lei per un nuovo viaggio in Europa, dove frequenta i casinò tedeschi, giocando d'azzardo pesantemente e perdendo tutto il suo denaro.

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Anna Grigor'evna, la seconda moglie di Dostoevskij


«Anja cara, amica mia, moglie mia, perdonami, non chiamarmi mascalzone! Ho compiuto un misfatto, ho perso tutto, tutto fino all'ultimo kreuzer, ieri ho ricevuto il denaro e ieri l'ho perso.»

Di passaggio a Firenze, comincia a scrivere L'idiota. Nel 1868 nasce la figlia Sonja, che vive solo tre mesi. Il dramma della morte dei bambini è, non a caso, uno dei temi trattati nel romanzo L'idiota, portato a termine lo stesso anno. Nel 1869 nasce la seconda figlia, Ljubov' (in russo, "amore", da adulta nota anche come Aimée) e pubblica il romanzo breve L'eterno marito. Nel 1870 lavora intensamente al romanzo I demoni, con cui l'autore sembra rinnegare definitivamente il proprio passato di libero pensatore nichilista. L'anno successivo nasce il terzo figlio, Fëdor, e Dostoevskij rinuncia una volta per tutte al vizio del gioco e, grazie agli introiti derivatigli dalla pubblicazione dei Demoni, può tornare a San Pietroburgo e affrontare i suoi creditori. Stringe amicizia con Konstantin Pobedonoscev - uno degli intellettuali più influenti e più conservatori di Russia - che di lì a qualche anno diventerà procuratore del Santo Sinodo e scomunicherà Lev Tolstoj.

«Tret'jakóv, il proprietario della celebre galleria a Mosca, propose a mio marito di farsi fare un ritratto per la Pinacoteca dal famoso ritrattista Peróv. Prima di iniziare il suo lavoro, Peróv venne ogni giorno a casa nostra, per una settimana intera. Trovava mio marito in diversi stati d'animo, si intratteneva con lui in lunghe conversazioni, proponeva discussioni, e così aveva modo di osservare l'espressione caratteristica di mio marito quando pensava alle sue opere. Si può dire che Peróv sia davvero riuscito a ritrarre Dostoevskij nel «momento della creazione». Tale espressione io l'avevo notata spesso sul viso di Fëdor entrando nel suo studio: sembrava che guardasse dentro di sé. In quei momenti io uscivo dallo studio senza pronunciare parola. Lui era talmente assorto nei propri pensieri, che non mi aveva né visto né sentito, né poi voleva credere che fossi entrata nella sua stanza.» (Anna Grigor'evna Dostoevskaja.)

Nello stesso anno Dostoevskij assume la direzione della rivista conservatrice Graždanin ("Il cittadino"), dove inizia a pubblicare dal 1873 il Diario di uno scrittore, una serie di articoli d'attualità nei quali emergerà anche un certo antigiudaismo dell'autore. Dostoevskij, come dichiarerà nel suo articolo Il problema ebraico (marzo 1877), in risposta a un attacco da parte di un corrispondente ebreo, affermerà però di non essere un antisemita razziale, e che egli non odiava «l'ebreo come popolo ma gli ebrei d'alto rango, i Re delle borse, i padroni delle banche, che influenzavano la politica internazionale; e gli ebrei usurai, gli sfruttatori delle popolazioni autoctone», citando gli esempi dei neri d'America e della popolazione lituana. Anche nel romanzo L’adolescente, scritto in questi anni, il protagonista si lascia andare a sfoghi antisemiti: «Che immoralità c'è nel fatto che una massa di zampe ebree, sporche e nocive, questi milioni finiscano nelle mani di un solitario deciso e ragionevole che volge sul mondo uno sguardo penetrante?».
In questi anni stringe amicizia con il filosofo Vladimir Solov'ëv. Nel 1875 nasce il figlio Aleksej, che morirà prematuramente il 16 maggio 1878 in seguito a un attacco di epilessia, la stessa malattia di cui soffriva il padre. Sempre nel 1878 è eletto membro dell'Accademia delle Scienze di Russia nella sezione lingua e letteratura. Nel 1879 viene invitato a partecipare al Congresso letterario internazionale a Londra e in sua assenza, su proposta di Victor Hugo, eletto membro del Comitato d'onore. Vive, ormai in condizioni agiate, fra Staraja Russa e San Pietroburgo. Nello stesso anno gli viene diagnosticato un enfisema polmonare.

«Ciascuno di fronte a tutti è per tutti e di tutto colpevole. E non solo a causa della colpa comune, ma ciascuno, individualmente.» (I fratelli Karamazov)

Nel gennaio del 1879 inizia sulla rivista «Russkij vestnik» la pubblicazione de I fratelli Karamazov, il suo canto del cigno, il suo romanzo più voluminoso e forse più ricco di drammaticità e di profonda moralità. Immediatamente il romanzo fu accolto con enorme favore. La stesura continuò tuttavia con lunghe pause. A causa del peggiorare delle sue condizioni di salute nell'estate dello stesso anno si reca a Ems per curarsi. Durante le celebrazioni in onore di Puškin nel giugno del 1880, legge un discorso composto per l'occasione, che viene accolto entusiasticamente dal pubblico e, nei giorni successivi, dalla stampa. Il numero speciale del Diario di uno scrittore contenente il discorso vende quindicimila copie. In autunno termina I fratelli Karamazov, e a dicembre esce in 3000 copie l'edizione in volume. In pochi giorni metà della tiratura è venduta. Nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto far seguito un altro romanzo in cui il minore dei fratelli Karamazov, Alëša, sarebbe cresciuto d'età. Ma per Dostoevskij diventa sempre più difficoltoso dedicarsi al lavoro intellettuale. Muore improvvisamente, in seguito a un repentino aggravarsi del suo enfisema, il 28 gennaio 1881 a San Pietroburgo, nello stesso appartamento dove ora si trova il museo di San Pietroburgo a lui dedicato. Prima di morire, Dostoevskij vuole salutare i suoi figli e chiede che la parabola del figlio prodigo venga letta ai bambini nel loro futuro percorso educativo. Il significato profondo di quest'ultima richiesta è così spiegato da Joseph Frank:

«Fu questa parabola di trasgressione, pentimento e perdono che [Dostoevskij] volle trasmettere come ultimo lascito ai suoi figli, e ciò può significare una presa di coscienza finale sul significato ultimo della sua vita e della sua opera.»

La moglie Anna testimonia di aver consegnato a Fëdor (che ne aveva fatto richiesta), nello stesso mattino del decesso, il Vangelo di Tobol'sk che aveva sempre tenuto con sé; Fëdor lo apre a caso e fa leggere la moglie:

« Ma Giovanni lo trattenne e disse: io devo essere battezzato da te e non tu da me. Ma Gesù gli rispose: non trattenermi... » ( Mt 3,14-15, su laparola.net.) A queste parole Fëdor commenta: «Senti Anja, 'non trattenermi' vuol dire che debbo morire» (A. G. Dostoevskaja, Dostoevskij marito).

Il 12 febbraio gli vengono tributate esequie solenni e viene sepolto nel Cimitero Tichvin del Monastero di Aleksandr Nevskij. Nel 1884 esce la prima edizione postuma delle sue opere complete in quattordici volumi.

Fama, contraddizioni e pensiero
«Questo Essere c'è, e può perdonare tutto e tutti e per conto di tutti perché Lui stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto.» (Alëša a Ivàn in Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov])

Le opere che lo hanno reso maggiormente famoso sono Memorie dal sottosuolo, Delitto e castigo, L'idiota, I demoni e I fratelli Karamazov, e viene considerato un esponente dell'esistenzialismo e dello psicologismo. Egli fu un uomo e un intellettuale spesso contraddittorio. Identificato dapprima come voce della corrente nichilista-populista, Dostoevskij capeggiò poi le file degli intellettuali russi più conservatori di fine Ottocento. Nelle Memorie dalla casa dei morti (1859-1862) fanno capolino i grandi valori della tolleranza religiosa, della libertà dalle prigionie materiali e morali, della indulgenza verso i malfattori, cioè verso coloro che, pur essendosi macchiati di crimini contro la legge, sono in definitiva solamente persone più sfortunate e più infelici, e quindi più amate da Dio, che vuole la salvezza del peccatore e non la sua condanna. Tutto è dunque proiettato verso "la libertà, una nuova vita, la resurrezione dei morti...".

«Il grado di civilizzazione di una società si può misurare entrando nelle sue prigioni.» (Memorie dalla casa dei morti'')

A distanza di vent'anni dalle Memorie, alcuni di questi aspetti caratterizzanti del pensiero del giovane e progressista Dostoevskij si rovesceranno completamente nelle riflessioni severe e conservatrici del Diario di uno scrittore (1873-1881), ossia gli articoli scritti sul Cittadino di intonazione nazionalista e slavofila, e nelle sue pagine di riflessione, dove attacca gli usurai ebrei, difende la Chiesa ortodossa russa come unico vero cristianesimo specie in polemica con la dottrina e la gerarchia della Chiesa cattolica (ne L'idiota definisce il cattolicesimo come "peggiore dell'ateismo" stesso), critica Cavour per il modo in cui ha unito l'Italia (pur riconoscendogli doti diplomatiche) e prende posizione contro il lassismo giudiziario, polemizzando contro i progressisti che, dando la colpa di ogni violenza individuale all'ambiente sociale, chiedevano pene meno severe per gli assassini. Attacca il darwinismo sociale, il materialismo storico e il nascente superomismo (Thomas Carlyle, che ispirerà Nietzsche) già attaccato in Delitto e castigo nella figura del protagonista Raskol'nikov, omicida per un presunto bene superiore, oltre che per l'appunto le sentenze lievi o assolutorie nei confronti delle violenze famigliari sui bambini. L'autore esorta a non assolvere il peccato assieme al peccatore, mantenendo pene severe per i reati gravi, pur dichiarandosi sempre contrario alla pena di morte e pietoso verso le condizioni carcerarie:

«Giungeremo a poco a poco alla conclusione che i delitti non esistono affatto, e di tutto ha colpa l'ambiente. Giungeremo, seguendo il filo del ragionamento, a considerare il delitto persino come un dovere, come una nobile protesta contro l'ambiente… insomma …la dottrina dell'ambiente porta l'uomo a una piena spersonalizzazione, al suo pieno affrancamento da ogni dovere morale personale, da ogni indipendenza, lo porta alla più schifosa schiavitù immaginabile.» (Diario di uno scrittore)

«Ci sono nella vita degli uomini dei momenti storici, in cui una scelleratezza evidente, sfacciata, volgarissima può venir considerata nient'altro che grandezza d'animo, nient'altro che nobile coraggio dell'umanità che si libera dalle catene.» (Diario di uno scrittore)

«Pietà quanta se ne vuole, ma non lodate le cattive azioni: date loro il nome di male.» (Dostoevskij inedito. Quaderni e taccuini 1860-1881)

Lo scrittore si caratterizza per la sua abilità nel delineare i caratteri morali dei personaggi che appaiono nei suoi romanzi, tra i quali spesso figurano i cosiddetti ribelli, che contrastano con i conservatori dei saldi principi della fede e della tradizione russa. I suoi romanzi sono definibili "policentrici", proprio perché spesso non è dato identificare un vero e proprio protagonista, ma si tratta di identità morali incarnate in figure che si scontrano su una sorta di palcoscenico dell'anima: l'isolamento e l'aberrazione sociale contro le ipocrisie delle convenzioni imposte dalla vita comunitaria (Memorie dal sottosuolo), la supposta sanità mentale contro la malattia (L'idiota), il socialismo contro lo zarismo (I demoni), la fede contro l'ateismo (I fratelli Karamazov).
Nelle opere di Dostoevskij, come nella sua esistenza, la brama di vivere si scontra con una realtà di sofferenza e si coniuga con una incessante ricerca della verità; egli scrisse:

«Nonostante tutte le perdite e le privazioni che ho subito, io amo ardentemente la vita, amo la vita per la vita e, davvero, è come se tuttora io mi accingessi in ogni istante a dar inizio alla mia vita [...] e non riesco tuttora assolutamente a discernere se io mi stia avvicinando a terminare la mia vita o se sia appena sul punto di cominciarla: ecco il tratto fondamentale del mio carattere; ed anche, forse, della realtà.».

L'autore, nei suoi romanzi a differenza che negli articoli e nei saggi, cerca di non lasciar mai trasparire un proprio giudizio definitivo sui personaggi, non giudicarli direttamente, ed è questa una sua peculiarità, che ne pose il pensiero in vivace antagonismo con quello dell'altrettanto contraddittorio Lev Tolstoj. Inoltre, anche Dostoevskij – proprio come Tolstoj, pur se per vie diverse – visse un confronto continuo ed al tempo stesso un rapporto tormentoso e quasi personale con la figura di Cristo, a cui si sentiva tanto legato da affermare:

«Sono un figlio del secolo del dubbio e della miscredenza e so che fin nella tomba continuerò ad arrovellarmi se Dio sia. Eppure se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità.»

In Dostoevskij il "sottosuolo" dell'anima è qualcosa di spaventoso che coincide con l'assolutezza del male. Scrive Giuseppe Gallo: "Sul piano dei contenuti, Dostoevskij traccia la prima implacabile anamnesi della crisi dell'uomo contemporaneo, lacerato da pulsioni contraddittorie e insanabili, privo di certezze e punti di riferimento solidi cui uniformare il proprio comportamento morale. A derivarne è una presa di distanza radicale dal razionalismo illuminista e positivista, alla cui pretesa di ricondurre le leggi della natura all'ordine della ragione lo scrittore contrappone la forza della volontà che non ammette limitazioni".
Dalla lettura di romanzi come quelli libertini del marchese de Sade egli rileva la propensione al sadismo (Sigmund Freud descriverà il grande scrittore come un masochista con tendenze minori sadiche, spesso rivolte però contro sé stesso) e alla sopraffazione del forte sul debole presente nell'umanità (raffigurata poi in diversi personaggi, come il Principe di Umiliati e Offesi, Svidrigajlov di Delitto e castigo e Stavrogin de I demoni, immorali e corrotti, ma destinati poi alla crisi personale e al suicidio), e si convince che solo la fede cristiana possa attenuarla:

«una volta ripudiato Cristo, l'intelletto umano può giungere a risultati stupefacenti» poiché «vivere senza Dio è un rompicapo e un tormento. L'uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l'uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti a un idolo. Siamo tutti idolatri, non atei». Ne I fratelli Karamazov uno dei personaggi, il tormentato Ivàn Karamazov, pronuncia - in un dialogo col fratello Alëša che ha intrapreso la carriera religiosa - la celebre frase: «Se Dio non esiste, tutto è permesso.» (I fratelli Karamazov, libro V "Pro e contro")

Dostoevskij è definito "artista del caos" perché i suoi personaggi hanno sempre il carattere dell'eccezionalità e permettono di avanzare in concreto quei problemi (conflitto tra purezza e peccato, tra abbrutimento e bellezza, tra caos – appunto – e senso della vita) che la filosofia discute attraverso termini di puro concetto; sono concetti che Dostoevskij incarna nei personaggi dei propri romanzi: quindi si comprende perché il grande scrittore russo sia reputato a tutti gli effetti non solo un autore di letteratura, ma anche un autore di filosofia contemporanea. In merito ai suoi personaggi, lo stesso Dostoevskij scrive nel Diario di uno scrittore:

«Non sapete che moltissime persone sono malate appunto della loro salute, cioè di una smisurata sicurezza della propria normalità, e perciò stesso contagiate da una terribile presunzione, da una incosciente autoammirazione che talvolta arriva addirittura all’infallibilità? […] Questi uomini pieni di salute non sono così sani come credono, ma, al contrario, sono molto malati e debbono curarsi»,

dando così risposta a chi lo accusava d'essere interessato a soggetti con manifestazioni morbose della volontà.

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Ritratto del 1872 ad opera di Vasilij Perov



Opere
Dostoevskij scrisse quattordici romanzi e venti racconti.

Romanzi
- Povera gente ( Bednye ljudi), 1846.
- Il sosia (Dvojnik), 1846.
- Netocka Nezvanova (Netocka Nezvanova), incompiuto, 1849.
- Il villaggio di Stepancikovo e i suoi abitanti ( Selo Stepancikovo i ego obitateli), 1858.
- Memorie dalla casa dei morti (Zapiski iz mërtvogo doma), 1861.
- Umiliati e offesi ( Unižennye i oskorblënnye), 1861.
- Memorie dal sottosuolo (Zapiski iz podpol´ja), 1864.
- Il giocatore ( Igrok), 1866.
- Delitto e castigo ( Prestuplenie i nakazanie), 1866.
- L'idiota (Idiot), 1869.
- L'eterno marito (Vecnyj muž), 1870.
- I demoni (Besy), 1871.
- L'adolescente (Podrostok), 1875.
- I fratelli Karamazov (Brat´ja Karamazovy), 1878-1880.


Frequentavo la terza media e la professoressa di italiano ci esortava a leggere; io dissi "Ho già letto tutti i libri di casa mia, fondamenralmente Salgari e Dumas ". Ero un lettore insaziabile e quando andavo a letto mettevo l'abait jour sotto le coperte per non farmi scoprire dai genitori. "Vai alla biblioteca comunale in Piazzale Oberdan e chiedi del bibliotecario" rispose la signora professoressa, come si diceva allora. Così andai, conobbi il signor Mantovani che mi prese in simpatia e mi avviò alla lettura "impegnata"; grazie a lui lessi quasi tutta la letteratura russa oltre a Kafka, Flaubert, Proust, Conrad, Faulkner, Marquez, Hemingway, Shakespeare, Dickens e, inconsapevolmente, anche una decina di libri di Virgilio Brocchi che allora andava molto di moda e molto Bacchelli (non potevo disilludere l'opinione del signor Mantovani), e quasi tutta la Commedia Umana. Terminato il liceo iniziai a creare la mia biblioteca, Mantovani aprezzava le mie scelte e restammo in contatto per anni, finchè non andò in pensione. Comunque, grazie a Mantovani, tra i 14 e i 18 anni lessi quasi tutto Dostoevskij: Il sosia, Memorie dalla casa dei morti, Memorie dal sottosuolo, Il giocatore, Delitto e casrigo, L'idiota, I demoni, I fratelli Karamazov. Dalla lettura di Dostoevskij iniziai a comprendere che per conoscere le persone bisognava andare oltre la pura apparenza.

EUGENIO CARUSO

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FËDOR DOSTOEVSKIJ, IL PENSIERO: L’UOMO TRA CRISTO E IL SOTTOSUOLO di Simone Germini

Introduzione.
L’uomo Fëdor Dostoevskij appartiene a quel ristretto novero di autori che, oltreché scrittori, possono, anzi, devono essere considerati e definiti anche pensatori, e come tali inseriti non solo nelle storie della letteratura, ma anche nelle storie della filosofia. Esemplificando, in riferimento al nostro paese, rientrano in questa particolare categoria di scrittori-filosofi Dante e Leopardi, i quali, oltre a imporsi come i due più grandi autori della storia della letteratura italiana, si impongono anche come i due più grandi pensatori della storia della filosofia italiana. E non sarebbe forse disonesto affermare lo stesso di Dostoevskij, affiancando al suo nome quello di Tolstoj – il Tolstoj post 1881, beninteso, successivo a Guerra e pace e Anna Karenina, autore di opere ben più profonde, almeno secondo il mio modesto, anzi, dostoevskiano punto di vista, quali, ad esempio, il romanzo Resurrezione e il racconto Padre Sergij , e portavoce di una visione, di un’ideologia anarchica di stampo cristiano-evangelico esposta, nel modo filosofico più compiuto e organico, nel saggio Guerra e rivoluzione -, relativamente al panorama filosofico-letterario russo. Dostoevskij, come il connazionale Tolstoj, è un pensatore a-sistematico. Al centro del proprio interesse filosofico-letterario egli colloca l’uomo, che costituisce la base di partenza e il fulcro di ogni suo romanzo, di ogni suo racconto, di ogni suo articolo, di ogni sua lettera e di ogni suo appunto. Una vocazione antropologica che Dostoevskij scopre presto di possedere. Fëdor non ha compiuto neppure diciotto anni, è un giovane studente dell’Istituto superiore di ingegneria militare di Pietroburgo, dove si è trasferito da Mosca, ha perduto di recente l’iroso e scorbutico padre, linciato due mesi prima dai suoi stessi contadini, esasperati dalle sue prepotenze, eppure sente già affiorare dentro di sé quell’interesse per il mistero uomo che, d’ora in poi, lo accompagnerà per tutta la vita, costituendo il fondamento della sua letteratura allora in germe:

«Riesco abbastanza bene nello studio del “significato dell’uomo e della vita”; posso studiare i caratteri mediante la lettura degli scrittori in compagnia dei quali trascorro liberamente e gioiosamente la parte migliore della mia vita; non ti dirò più nulla su di me. Mi sento sicuro di me. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo» .

E Dostoevskij, suo malgrado, dopo l’arresto a causa della frequentazione assidua del circolo fourierista di Petraševskij e l’esecuzione farsa che gli ispirerà pagine memorabili sulla pena di morte , avrà modo di studiare il mistero uomo anche nei suoi casi limite, nei quattro anni di lavori forzati passati nella siberiana fortezza di Omsk e rievocati nelle Memorie di una casa morta.
Prima parte. Cristo
Come scrive Pacini, «per Dostoevskij l’uomo è […] un essere infinito in continua evoluzione», il cui dramma si svolge entro due poli opposti, antitetici, Cristo e il sottosuolo. La figura luminosa di Cristo rappresenta naturalmente il polo positivo, costituendo il vero e proprio Credo di Dostoevskij, formulato in questi indimenticabili termini nella celebre lettera del gennaio-febbraio 1854 indirizzata a Natalija Dmitrievna Fonvizina, moglie del decabrista Fonvizin che aveva seguito nell’esilio in Siberia, e dalla quale lo scrittore aveva ricevuto in dono la copia del Vangelo conservata gelosamente fino alla morte:

«Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità».

Cristo rappresenta così il supremo ideale verso cui l’uomo tende e deve tendere, come Dostoevskij scrive in un altro passo fondamentale in relazione alla sua visione del mondo e della vita, tratto dai Pensieri sulla morte e sull’immortalità, una serie di appunti presi durante la veglia del cadavere della sua prima moglie, Marija Dmitr’evna (Maša), il 16 aprile 1864:

«Maša distesa sulla tavola. La rivedrò io mai? Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime… E appunto questo è il paradiso di Cristo. […] Ma, almeno secondo la mia facoltà di giudizio, sarebbe assolutamente insensato raggiungere uno scopo così alto se, al momento del raggiungimento di tale fine, tutto dovesse spegnersi e scomparire, e cioè se non ci fosse più vita per l’uomo dopo averlo raggiunto. Ne consegue che esiste una vita futura, il paradiso».

Ora, rappresentando il polo positivo del pensiero dostoevskiano, è chiaro che l’ideale di Cristo trovi ampio spazio all’interno della produzione letteraria dello scrittore, non potrebbe essere altrimenti. Di esso si trovano tracce in più o meno tutti i romanzi e i racconti, ma c’è un’opera in particolare di Dostoevskij che sulla rappresentazione artistica di questo ideale si fonda. Mi riferisco a L’idiota e al suo indimenticabile protagonista, il principe Lev Nikolaevic Myškin, con lo stesso autore che in diverse lettere evidenzia proprio la corrispondenza tra Cristo e Myškin. Leggiamone una, quella indirizzata a Sof’ja Aleksandrovna Ivanova, la nipote prediletta di Dostoevskij, alla quale dedica tra l’altro il romanzo, datata gennaio 1868:

«E così io, tre settimane fa […], mi sono messo a scrivere un nuovo romanzo e ci lavoro giorno e notte. L’idea del romanzo è una mia antica e prediletta idea, ma è talmente difficile che per un pezzo non me la sono sentita di affrontarla, e se mi ci sono risolto adesso ciò è dovuto senz’altro al fatto che mi sono trovato in una situazione quasi disperata. L’idea principale del romanzo è quella di rappresentare una natura umana pienamente bella. Non c’è nulla di più difficile al mondo, e specialmente oggi. Tutti gli scrittori, non soltanto russi, ma anche tutti gli europei, che si sono accinti alla rappresentazione di un carattere bello e allo stesso tempo positivo, hanno sempre dovuto rinunciare. Giacché si tratta di un compito smisurato. Il bello è un ideale, e l’ideale – sia il nostro sia quello dell’Europa civilizzata – è ben lontano dall’essere elaborato. Al mondo c’è stato soltanto un personaggio bello e positivo, Cristo, tantoché l’apparizione di questo personaggio smisuratamente, incommensurabilmente bello costituisce naturalmente un miracolo senza fine. (Tutto il Vangelo di Giovanni è concepito in questo senso: egli trova tutto il miracolo nella sola incarnazione, nella sola apparizione del bello)».

Dostoevskij non rinuncia – del resto la rinuncia non appartiene alla sua natura, profondamente combattiva – all’idea, a questa grandiosa idea, ma, nell’Idiota, giunge infine a constatare l’inevitabile sconfitta di questa natura umana pienamente bella. Il romanzo finisce in tragedia, con l’uccisione della meravigliosa Nastas’ja Filippovna da parte del barbaro Rogožin, e con il principe Myškin che sprofonda nella follia. E nel romanzo si impone come simbolo inquietante e inequivocabile di questo esito drammatico, il Cristo morto di Hans Holbein, nella prospettiva di una totale disfatta terrena persino del supremo ideale umano, vittima anch’esso delle leggi di natura, che, all’interno della visione dostoevskiana, si affermano come ulteriori forze ostili al polo positivo rappresentato da Cristo, tanto quanto il sottosuolo . Oltre allo sfortunato principe Myškin, altri due personaggi di Dostoevskij gravitano stabilmente attorno al luminosissimo astro raffigurato da Cristo. Sonja, la prostituta sfiorata dalla santità che illustra Delitto e castigo e il cammino tortuoso di Raskol’nikov verso la redenzione, o meglio, verso una vera e propria resurrezione , tra i più grandi personaggi femminili dell’intera storia della letteratura, d’ogni tempo e luogo, e lo starec Zosima, il mentore di Alëša Karamazov, contrapposto, nell’ultimo e più grande capolavoro dostoevskiano, al nichilista ateo Ivan. Ecco come ne parla Dostoevskij stesso nella lettera del 24 agosto 1879 a Konstantin Petrovic Pobedonoscev:

«La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov è per me molto lusinghiera (a proposito della forza e dell’energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione assolutamente inevitabile: il fatto che non c’è ancora una risposta a tutte le tesi atee qui esposte, e che bisogna assolutamente darla. È proprio questo il punto, e appunto in questo sta tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta questa parte negativa la si troverà nella sesta parte, “Un monaco russo”, […]. Pertanto la mia trepidazione è originata dal dubbio se tale risposta sarà sufficiente. Tanto più che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza (nel Grande Inquisitore e anche prima), bensì soltanto indiretta. Qui viene rappresentato qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bensì, per così dire, di un’immagine artistica. Ed è appunto questo che mi preoccupa: sarò comprensibile e raggiungerò almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre in realtà la vita è piena di aspetti comici ed è maestosa soltanto nel suo senso interiore, cosicché, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli aspetti più volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D’altronde vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perché sono troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto conoscere la Sua opinione perché la rispetto e l’apprezzo altamente. Ho scritto con grande amore».

Prima di concludere il discorso relativo a questo polo positivo del pensiero dostoevskiano, è necessario fare riferimento ad una concezione fondamentale all’interno della prospettiva filosofica dello scrittore, il cosiddetto messianismo russo. Molto succintamente, secondo Dostoevskij il popolo russo rappresenta l’unico, vero custode del cristianesimo, opposto al cattolicesimo romano, che sul sistematico e scientifico traviamento del messaggio di Cristo ha fondato la propria chiesa e il proprio stato, al protestantesimo, all’ebraismo e all’islamismo, confessioni contro le quali lo scrittore si scaglia con veemenza. Dostoevskij nutre una fiducia incondizionata, totale nei confronti del proprio popolo, fiducia che lo porta, ad esempio, a battersi con convinzione per l’assoluta libertà di stampa, certo che il popolo russo, portatore dell’autentico e puro messaggio cristiano, sappia sempre distinguere tra bene e male. Per Dostoevskij scindere principio nazionale e fede non è possibile, si tratta di concetti indissolubilmente legati e chi nega l’uno nega automaticamente l’altro, come spiega in una lettera del dicembre 1880, pochi mesi prima della morte, al medico Aleksandr Fëdorovic Blagonravov:

«Lei ha perfettamente ragione di concludere che io scorgo la causa del male nella miscredenza e penso che chi nega il principio nazionale nega anche la fede. E da noi è proprio così, giacché tutto il nostro carattere nazionale è fondato sul cristianesimo. Le parole contadino e Russia ortodossa costituiscono i nostri fondamenti essenziali e primari. Da noi un russo che rinnega il principio nazionale (e ce ne sono molti) è immancabilmente ateo o indifferente. E viceversa: qualsiasi miscredente o indifferente non è assolutamente in grado di comprendere né il popolo russo né il principio nazionale russo. Il problema più importante oggi è questo: come fare per costringere la nostra intelligencija a convenire su questo? Si provi a dire una parola su questo: o la divoreranno o la considereranno un traditore. Ma traditore nei confronti di chi? Nei loro confronti, e cioè nei confronti di qualcosa che sta tra le nuvole e per il quale è perfino difficile trovare un nome, giacché essi stessi non sono in grado di trovare un nome con cui chiamarsi. O forse traditore nei confronti del popolo? No, questo no, allora preferisco restare con il popolo, giacché soltanto da esso ci si può aspettare qualcosa, e non certo dall’intelligencija russa, che nega il popolo e non è neppure intelligente».

Dostoevskij è uno scrittore limpido, che non lascia spazio a interpretazioni. È tutto chiaro leggendo le sue parole, non le si può fraintendere, a meno che non le si voglia fraintendere, deliberatamente. Dostoevskij è un fenomeno naturale ancor prima che intellettuale, è prepotente e immediato come una nevicata copiosa, come la pioggia battente o come l’afa estiva, e se a questa considerazione si somma l’importanza filosofica conferita a Cristo e al cristianesimo, allora si può accettare di buon grado, seppur rielaborandola in chiave metaforica, la definizione di «naturalismo cristiano» ideata da Zen’kovskij in relazione al pensiero del grande, anzi, dell’enorme scrittore russo.
Seconda parte. Il sottosuolo
Passiamo ora ad analizzare il polo opposto, negativo, il sottosuolo. Se l’ideale di Cristo prevede una totale vaporizzazione, dissoluzione dell’io in direzione di un’assoluta apertura all’altro, l’abitante del sottosuolo si caratterizza, al contrario, per una dannosa concentrazione dell’io, per un’autoreferenzialità che corrisponde perfettamente a quella filosofia dell’egoismo teorizzata da Max Stirner nell’Unico e la sua proprietà . Il personaggio dostoevskiano che meglio di ogni altro incarna questa nefasta ideologia radicalmente individualistica, è senza dubbio l’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo, e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi appunto del protagonista, nonché del narratore in prima persona, dell’opera che il sottosuolo lo porta nel titolo, come emerge soprattutto dal suo rapporto con la povera prostituta Liza, sorella minore della Sonja di Delitto e castigo, e, in un certo senso, creazione propedeutica ad essa. Ma all’interno di questo polo negativo è possibile distinguere una sua estremizzazione, una sorta di sottosuolo del sottosuolo, rappresentato dal nichilismo ateo e anarchico, la vera e propria forza oscura opposta a quella luminosissima incarnata in Cristo.
Dostoevskij crea figure di nichilisti memorabili, indimenticabili; nichilisti spontanei, definiamoli così, come Svidrigajlov, sinistro personaggio di Delitto e castigo, e soprattutto come Stavrogin, l’inquietante e malvagio centro, vero e proprio funesto demiurgo dei Demòni, che si rendono entrambi protagonisti di abusi sessuali nei confronti di bambine fatte a pezzi dal rimorso e dalla vergogna, e che, come i loro aguzzini, ricorrono al suicidio per porre fine ai loro insostenibili tormenti, e nichilisti intellettuali, come l’ingegnere Kirillov, altro demone, creatore di una delle vette del pensiero negativo umano, filosofo del suicidio e della singolare teoria dell’Uomo-Dio , e Ivan Karamazov, ideatore di un testo, il poema Il Grande Inquisitore, che si impone come uno dei massimi vertici, difficilmente, quasi impossibilmente eguagliabili, non solo della produzione dostoevskiana, ma dell’intera produzione filosofico-letteraria universale; Ivan che, con la sua teoria del tutto è permesso in assenza di Dio, arma il braccio di Smerdjakov, finendo però per sprofondare nella follia, follia che gli impedisce di ricorrere a quella soluzione estrema che accomuna tutti i nichilisti di Dostoevskij, come mostrato in questa rassegna, il suicidio. Attraverso questi personaggi radicalmente negativi, e soprattutto attraverso l’ultimo di essi, Ivan Karamazov, come sottolinea Auerbach, Dostoevskij apre la via a quella crisi dell’individuo che dilagherà nella cultura occidentale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Dostoevskij rivoluziona l’intera storia della letteratura – e anche della filosofia, oserei dire, considerando soprattutto l’influenza esercitata su Nietzsche -, che, dopo di lui, non sarà più la stessa.
A questo polo negativo, soprattutto nella sua accezione estremistica, il sottosuolo del sottosuolo come l’ho definito, corrisponde una precisa ideologia politica, contro la quale Dostoevskij non perde occasione di scagliarsi, con la consueta bellicosità, ogni volta che ne ha la possibilità, pur avendone subito in giovinezza il fascino: il socialismo. In esso lo scrittore russo vede l’anticristo, trattandosi di un’ideologia per definizione atea, in quanto fondata sull’idea di libertà dell’uomo dalla trascendenza, dalla dimensione divina, al contrario essenziale per Dostoevskij, necessaria, unica salvezza per l’umanità. Il socialismo non libera l’uomo, ma lo riduce alla sua mera portata materiale, riducendolo di fatto a un numero, una sorta di unità individuale finita, dunque facilmente calcolabile e manipolabile. Da ciò ne deriverebbe una società dominata dalla sanguinosa e spietata lotta di tutti contro tutti. Ora, individuando nel popolo russo l’unico, vero custode e portatore dell’autentico messaggio cristiano, è naturale che esso, nella prospettiva dostoevskiana, si imponga come il nemico principale del socialismo, di questa malattia mortale che, secondo lo scrittore, già allora aveva contagiato gran parte dell’Europa. E nella produzione di Dostoevskij c’è un personaggio in particolare che incarna il seguace del socialismo, peraltro radicalizzandone, come se non bastasse, il credo, approdando al dispotismo illimitato. Il suo nome è Šigalëv, lo troviamo nei Demòni – e dove sennò? – e si afferma come uno dei personaggi più sinistri e conturbanti mai creati da Dostoevskij.
Conclusione. Resurrezioni e oscillazioni
Dunque, riassumendo, sulla sommità della propria concezione filosofica, sempre a partire dall’uomo, Dostoevskij colloca Cristo, all’opposto, in basso, il sottosuolo e, ancora più in basso, il sottosuolo del sottosuolo, l’anarco-nichilismo ateo. In questo inferno restano intrappolati tutti i demoni, e l’unico personaggio di questo romanzo, certamente il più nero di Dostoevskij, dunque tra i più neri dell’intera storia della letteratura, sulla via della redenzione, lo studente Šatov, viene abbattuto, ucciso dalla cinquina guidata da Pëtr Stepanovic Verchovenskij, e resta intrappolato Ivan Karamazov. Ma, come abbiamo visto in apertura dell’articolo, l’uomo è per Dostoevskij «un essere infinito in continua evoluzione», così può accadere che dal basso si risalga verso l’alto, dal sottosuolo ci si elevi a Cristo, ed è ciò che accade a Raskol’nikov, il quale, intrappolato nell’inferno delle sue assurde teorie superomistiche, individuali ed atee, grazie a Sonja, come Lazzaro riesce a risorgere, per non morire mai più. Ma tra i personaggi dostoevskiani ce n’è anche uno che tra l’alto e il basso oscilla, attratto dall’uno e dall’altro polo, ed è Alëša Karamazov, che fluttua tra lo starec Zosima e suo fratello Ivan. Al termine dei Fratelli Karamazov troviamo il giovane ancora in una fase di divenire, ma sappiamo che nelle intenzioni di Dostoevskij, rimaste tali a causa della sua improvvisa morte, Alëša sarebbe stato risucchiato dal sottosuolo del sottosuolo, dal basso, facendosi terrorista e attentando persino alla vita dello zar. A conferma della difficoltà di elevarsi fino all’ideale supremo di Cristo. Dostoevskij, pur animato da una fede profonda e invincibile, non cede mai alla tentazione della facilità, conosce troppo bene la vita e l’uomo per farlo, e anche quando permette ad un suo personaggio di risalire dal fondo, di risorgere e di elevarsi, come accade a Raskol’nikov, beh, questo deve essersi macchiato prima di un duplice omicidio.
La grandezza di Dostoevskij sta nell’essere uno scrittore e un pensatore completo, che ha in sé, che porta dentro di sé tesi e antitesi, polo positivo e polo negativo, e a quest’ultimo ha il coraggio di dare voce, ben consapevole dell’enorme rischio che corre, che il male finisca per affascinare il lettore più del bene, il sottosuolo più di Cristo, come quando, in terra straniera, lontano migliaia di chilometri da casa, puntava alla roulette l’ultimo gulden che gli era rimasto in tasca.


I fratelli Karamazov

Trama e personaggi
«Un solo filo d'erba, un solo scarabeo, una sola formica, un'ape dai riflessi d'oro... testimoniano d'istinto il mistero divino». «... Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra».
Nei primi capitoli l'autore presenta i personaggi, iniziando dal vecchio padre Fëdor Pavlovic, proprietario terriero in un distretto di provincia, Skotoprigon'evsk (traducibile con "mercato dei maiali" e che ricalca la topografia di Staraja Russa) sul lago Il'men'. È un uomo volgare e dissoluto, capace tuttavia di momenti di grande astuzia. Questi si era sposato dapprima con Adelaida Ivanovna Mjusova, una fanciulla di temperamento romantico che aveva accettato di diventare sua moglie per potersi liberare da un ambiente familiare dispotico, non per vero amore. Ella in seguito aveva abbandonato il marito e il figlioletto Dmitrij, che viene allevato in casa dal servo Grigorij (solo in seguito se ne interessano alcuni parenti), sviluppando sentimenti contrastanti nei confronti dei genitori.
Fëdor si sposa una seconda volta, con Sofija Ivanovna. Di carattere dolce e bell'aspetto, a seguito del comportamento rozzo e insensibile del marito, diviene una klikuša, termine russo che indica una donna affetta da una malattia nervosa caratterizzata da convulsioni, urla e da una sensibilità religiosa molto acuta. Da queste seconde nozze sono nati Ivàn e Aleksej. Le condizioni della donna, anche a causa dei continui tradimenti da parte del marito, si aggravano, sino a condurla a una morte precoce. Ivàn cresce chiuso in se stesso, intelligente, scettico seppur assetato di fede. Aleksej è di carattere solare, e cerca la verità nella fede, per la quale è disposto a sacrificare ogni cosa; all'inizio del romanzo si trova in un monastero.
«...Aleksej aveva scelto la vita contraria a quella di tutti gli altri, ma con lo stesso ardente desiderio di compiere un atto eroico immediato. Non appena, dopo serie meditazioni, fu persuaso dell'immortalità e dell'esistenza di Dio, disse naturalmente a sé stesso: "Voglio vivere per l'immortalità e non accetto nessun compromesso intermedio"... Ora sembrava persino strano ad Alëša continuare la vita di prima.»
Il fratello maggiore Dmitrij, che odia il padre per varie ragioni, a partire dagli interessi materiali, è il primo a confessarsi con Aleksej. Dmitrij ha conosciuto, quando era nell'esercito, Katerina Ivanovna, una ragazza molto bella che ha bisogno di un prestito per aiutare suo padre. Dmitrij la invita a casa sua pensando di ricattarla, ma quando si trova alla presenza della giovane, le consegna la somma e la congeda. Dopo poco tempo, Katerina restituisce la somma e confessa a Dmijtri il suo amore. I due si fidanzano, ma poco tempo dopo Dmijtri si innamora, di un amore tutto passionale, di Grušenka, donna bellissima ma piena di rancore verso tutti gli uomini che le hanno fatto del male. In questo suo torbido amore Dimijtri incontra un rivale proprio in suo padre, il vecchio Fëdor, che sostiene di voler sposare Grušenka. Intanto Katerina Ivanovna è attratta da Ivàn, che la ricambia.
Un terribile scontro verbale esplode tra Dmitrij e il padre nel monastero dello starec Zosima, dove è stato organizzato un incontro chiarificatore alla presenza di tutti i fratelli, del padre e dello stesso starec, a cui Aleksej era devoto. Improvvisamente lo starec Zosima si alza e si prostra dinanzi a Dmitrij; in seguito rivelerà ad Aleksej di averlo fatto perché aveva compreso che il giovane avrebbe dovuto affrontare un grande sacrificio.
Alëša incontra Iljuša, un bambino oggetto di persecuzioni da parte dei compagni di scuola. È il figlio d'un capitano ridotto in miseria, che Dmitrij ha profondamente offeso; il giovane è molto abbattuto per l'umiliazione subita dal genitore. Iljuša, malato e dall'animo generoso e orgoglioso, commuove Alëša, che si affeziona al piccolo e si impegna affinché l'offesa recata dal fratello venga perdonata. Alëša conosce, da quando era un bambino, Liza, che si innamora di lui e glielo svela con una lettera. Un giorno Ivàn, a pranzo in una trattoria, si confida con Alëša, che lo ha raggiunto per discorrere insieme: nascono le pagine più tormentate del romanzo, che riflettono le idee di Dostoevskij sulla natura umana e sul destino degli uomini. Ivàn non accetta l'ingiustizia della sofferenza degli innocenti, dei bambini in particolare: "restituisce il biglietto d'ingresso" a un Dio che permette le sofferenze anche di un solo bambino.
Alle domande sull'esistenza di Dio, sul senso del dolore e sull'essenza della libertà, Ivàn propone al fratello la trama di un suo poemetto (mai scritto, solo immaginato), in cui appaiono le linee d'una definizione di quei difficili problemi. A ciò è dedicato il capitolo de "Il grande inquisitore", considerato una delle massime vette del romanzo e addirittura venduto come racconto autonomo. Segue la narrazione della morte dello starec Zosima, che avrà un'influenza decisiva sulla vita di Alëša; attraverso una fitta narrazione trascritta direttamente dal giovane dalla voce dello starec, il lettore apprende i punti salienti della vita precedente del sant'uomo; si parla del giovane fratello dello starec, morto precocemente, poi del "visitatore misterioso", infine di colloqui e sermoni dello stesso starec, "sulla preghiera, sull'amore e sul contatto con altri mondi". Altro personaggio fondamentale del romanzo è Smerdjakov, probabile figlio naturale di Fëdor e di una donna, Lizaveta, considerata pazza: Fëdor si è probabilmente accoppiato con lei in stato di ubriachezza, senza scrupoli legati all'aspetto non invitante della donna. Come dice lo stesso Fëdor, ogni gonnella va bene e il fatto che una donna sia tale è già metà dell'opera. Smerdjakov tenuto in casa come un servo, tuttavia non in condizioni misere: viene anzi stimato onesto dal padrone, che ha di lui una buona opinione. Gli eventi maturano e Ivàn, che si è costruito una sua personale filosofia sul destino dei Karamàzov e che crede nella teoria secondo cui "tutto è permesso", irretisce con le sue idee Smerdjakov, che è indotto a condividere l'avversione per il padre. Dmitrij, il quale sa che il padre vuole sposare Grušenka e vorrebbe fuggire lontano con lei, prima di realizzare il suo progetto vuole restituire a Katerina Ivanovna una somma di tremila rubli, ma non sa dove trovare il denaro. Non esita a rivolgersi a molte persone che lo respingono, beffarde, e lo gettano nella disperazione, aggiungendo a questa la loro derisione.
Si arma quindi di un pestello di bronzo e corre alla casa del padre, temendo che Grušenka, che non era in casa, si sia recata là. Attraverso la finestra illuminata, però, vede il padre da solo, si allontana stravolto e, mentre sta uscendo dal giardino paterno, colpisce con il pestello il servitore, Grigorij, che ha cercato di fermarlo. Dmitrij corre quindi all'abitazione di Grušenka, ma viene a sapere che la donna è partita per Mokroje insieme a un altro uomo, un generale che l'aveva abbandonata ed è ora tornato a reclamare il suo amore. Dmitrij pensa che sia meglio uccidersi: con i soldi che avrebbe dovuto restituire a Katerina compra liquori e dolci, poi si fa condurre in carrozza a Mokroje, dove intende trascorrere la notte nei bagordi per poi uccidersi. Ma a Mokroje trova Grušenka insieme al vecchio amante, che vuole solo sottrarre alla giovane del denaro. Dmitrij riesce a smascherare il vecchio e trascorre la notte con Grušenka, bevendo al suono della musica zigana. All'alba, però, la polizia fa irruzione nella camera e arresta Dmitrij con l'accusa di omicidio. Infatti il vecchio padre Fëdor è stato ucciso, e si sospetta proprio di Dmitrij.
La narrazione a questo punto ha una apparente diversione, dedicandosi all'incontro tra Aleksej e un compagno più grande di Iljuša, Kolja Krasotkin, un ragazzo che era amico del bambino, ma che in seguito lo aveva trattato con una severità eccessiva, procurandogli un grande dolore. Aleksej si reca a far visita ad Iljuša insieme a lui e ad altri compagni di scuola del bimbo. Il lettore comprende che Alëša è stato autore della riconciliazione tra Iljuša, i suoi compagni di scuola e il suo amico di un tempo.
Da questo momento il racconto si impernia sul processo a cui è sottoposto Dmitrij e sull'analisi psicologica dei vari personaggi colpiti dal dramma. A predominare è il tormento interiore di Ivàn che, attraverso lunghi e snervanti soliloqui (culminanti nella visione allucinatoria del diavolo, seppur in suadenti modi affabili e in abiti borghesi), si convince delle proprie gravi responsabilità ideologiche. A Smerdjakov, che gli svela di essere l'assassino e gli mostra i denari sottratti a Fëdor, Ivàn manifesta con violenza tutta la perplessità legata alla concretizzazione materiale di una sua idea: l'animo già molto fragile di Smerdjakov ne resta colpito e l'uomo si uccide impiccandosi. Ivàn, al processo, descritto con minuzia in un variare continuo di prospettive, confessa la verità, ma non viene creduto. Dmitrij viene condannato ai lavori forzati. Dmitrij sente però, ancor prima della condanna, incominciare a maturare in sé un "uomo nuovo", che può "risorgere" anche attraverso la punizione, perché "tutti sono colpevoli per tutti", e può così accettare il suo destino anche se non ha ucciso suo padre:
«E allora noi, uomini del sottosuolo, intoneremo dalle viscere della terra un tragico inno a Dio che dà la gioia!»
Nell'epilogo viene descritta una situazione dai contorni sfumati, in cui l'autore lascia intravedere una speranza. Ivàn, in preda ad un grave attacco di febbre cerebrale, si trova a casa di Katerina Ivanovna; avendo previsto la malattia, egli ha predisposto per iscritto un piano di fuga per Dmitrij, da mettere in atto nel momento in cui trasferiranno il condannato in Siberia. Katerina ha un commovente incontro con Dmitrij in cui si giustifica per aver testimoniato contro di lui, pur non credendo nella sua colpevolezza. Intanto Grušenka, ora fortemente innamorata di Dmitrij, è pronta a seguirlo ovunque. Non sappiamo tuttavia, in quanto il romanzo è incompleto, se Dmitrij poi deciderà di fuggire o di scontare la sua pena.
L'ultimo capitolo racconta i funerali del povero Iljuša, in un piccolo dramma di ragazzi che riflette la torbida tragedia degli adulti, e che mostra ad Aleksej la prospettiva di fede in una vita futura che superi le tragedie del passato. Il padre di Iljuša, il capitano Snegirëv, tramortito dal dolore, porta alla sepoltura una crosta di pane da sbriciolare sulla fossa, per esaudire il desiderio del figlio moribondo, che lo aveva chiesto "perché i passeri ci volino sopra: sentirò che sono venuti e sarò contento di non essere da solo".
«"Karamàzov!" gridò Kòlja. "È vero quello che dice la religione che resusciteremo dai morti e tornati in vita ci vedremo di nuovo tutti, anche Iljùšecka?" "Resusciteremo senz'altro, e ci vedremo e ci racconteremo l'un l'altro allegramente e gioiosamente tutto quello che è stato" rispose Alëša a metà tra il riso e l'entusiasmo».
La grandezza del romanzo sta nel dramma umano che narra, con grande sapienza, gli innumerevoli risvolti dell'anima, con insuperabile potenza evocativa.

Approfondimento delle figure principali

Dmitrij
Il primogenito dei Karamazov, Dmitrij o Mitja, nasce dalla prima moglie di Fëdor Pavlovic, Adelajda Ivanovna, la quale, sposatasi soltanto per un riflesso di suggestioni romantiche, si rende presto conto della depravazione del marito e lo abbandona con il figlio appena nato. Fëdor Pavlovic, assorbito nel vortice dei suoi bagordi, si dimentica completamente di Dmitrij, che vive da orfano, sballottato da un tutore all'altro, prima nell'isba del servo Grigorij, poi dal cugino di Adelajda Pëtr Aleksandrovic Mjusov, infine a Mosca presso parenti. Dmitrij incontra il padre per la prima volta quando, ormai maggiorenne, vuole risolvere con lui una controversia sul denaro dovutogli. La catastrofe sarà poi innescata proprio da tale disputa economica. Dmitrij viene liquidato dal padre come un giovane leggero, sfrenato, incline alle passioni, irruente e amante delle gozzoviglie, a cui basta avere qualcosa da sgranocchiare per accontentarsi. I detrattori di Dmitrij lo sviliscono come fosse un invasato, di cui tutta la personalità si esaurirebbe nella schizofrenia di un'anima meschina che spazia incontrollata da un campo all'altro, dal bene al male, senza cercare nulla se non appunto il brivido di questo perenne scambio di estremi. La sua scala dei valori sarebbe tarata non tanto sulla nobiltà dell'atto, né sull'abiezione, quanto piuttosto sull'intensità dell'emozione conseguente, carica di uno sfrenato senso di vita. È forse questa la suggestione che irradia ai loro occhi un uomo che prima corre in aiuto di una nobildonna quale Katerina Ivanovna, poi la tradisce, poi sperpera il suo denaro con la frivola Grušenka, sembra aver ucciso il padre, ferisce il servo che l'ha accudito da piccolo e infine vuole gettarsi nell'oblio del suicidio. Questa immagine di vile edonista non fa altro che inchiodare senza pietà un uomo ai suoi errori. "Perché Dmitrij è proprio uomo, nelle ossa, nelle carni e nello spirito: è impastato di umanità fino al midollo, in maniera diretta, a nervi scoperti. Con le sue stesse parole: «Io sono un Karamazov! Perché, se precipito in un abisso, è a capofitto, con la testa in giù e i piedi in su, e sono anzi contento di esservi caduto in maniera così degradante: lo considero bello! E quando sono al fondo della vergogna innalzo un inno. [...] Che segua pure il diavolo purché rimanga tuo figlio, Signore, io ti amo e conosco la gioia senza la quale il mondo non potrebbe esistere.» Dmitrij è l'eroe che vive in intima unione con gli elementi primordiali dell'esistenza. Seppur misero e peccatore, rappresenta comunque l'umanità autentica perché inserito nel tessuto fondamentale dell'universo. In Dmitrij batte un cuore buono, ma disorientato e passionale, che ancora non conosce, o meglio, ancora non ha sperimentato il versetto giovanneo dell'epigrafe del romanzo, "se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo; ma se morrà darà molti frutti". Fino alla conversione finale, Dmitrij si dibatte per la libertà ricercandola nell'idea del parricidio, ma alla fine il vero riscatto e la nuova consapevolezza si riversano nel cuore di Dmitrij con esuberanza: «E sente anche che nel cuore gli cresce una commozione mai provata prima, che ha voglia di piangere, che vuole far qualcosa per tutti, perché il piccino non pianga più, perché non pianga mai la sua nera madre emaciata, perché nessuno pianga più da quel momento, e lo vorrebbe fare subito, senza rimandare e senza tenere conto di niente, con tutto l'impeto dei Karamazov. Fratello, in questi due mesi io ho sentito dentro di me un uomo nuovo, è risorto in me un uomo nuovo! Era prigioniero dentro di me, ma non sarebbe mai comparso senza questo fulmine. Cosa mi importa se starò per vent'anni a scavare minerale col martello nelle miniere? non ne ho affatto paura. Anche là nelle miniere, sottoterra, ci si può trovare accanto un cuore umano. No, la vita è completa anche sotto terra! [...] E cos'è poi la sofferenza? Non la temo, anche se fosse senza fine. Ora non la temo. E mi sembra che in me ci sia tanta forza da vincere tutto, tutte le sofferenze, pur di potermi dire: io sono!». Dmitrij ha scoperto il piacere di schiudersi all'umiltà, di farsi balsamo per ogni ferita: la repulsione per la miseria del mondo è sbocciata nell'impulso di profondersi in carità e amore. Dove lui riesce a scavalcare la barriera dell'odio, suo fratello Ivan, il ribelle, il negatore razionale, vi incespica, si ossessiona, vi "sbatte la testa contro" fino alla febbre cerebrale.
Ivan
La madre di Ivan Karamazov (e di Alëša) è Sofì'ja Ivanova, la seconda moglie di Fëdor Pavlovic, pia donna che il vecchio dissennato aveva soprannominato klikuša, perché preda di crisi isteriche causate da un matrimonio disonorato. Alla sua morte, Ivan e il fratello Alëša finiscono prima nell'isba di Grigorij, poi sotto la tutela di una generalessa benefattrice di Sonja e infine presso il premuroso Efim Petrovic, che si occupa di loro fino alla maggiore età. Ivan giunge nella cittadina del racconto su richiesta del fratellastro Dmitrij, in qualità di paciere tra lui e il padre nella disputa per i tremila rubli. «Un adolescente cupo e chiuso in sé, tutt'altro che timido, ma come penetrato, fin dai dieci anni, della consapevolezza... che il padre loro era uno così e così, di cui c'era da vergognarsi anche a parlarne. Con certe inconsuete e spiccate attitudini allo studio.» L'arguzia intellettuale di Ivan si manifesta particolarmente nel suo articolo riguardo ai tribunali ecclesiastici, talmente sottile e concettualmente accurato da sembrare sostenere ogni parte della disputa. Solo alla fine esso si svela come una burla e una derisione sfrontata. Già da questo scherno, da questo autoproclamarsi ente super partes, si intuisce la pretesa del superuomo, dell'essere superiore: traspare tra quelle righe di motteggio un certo indiscutibile orgoglio. Ivan si sobbarca il peso esagerato di ideologie rigidissime, che richiedono una volontà di ferro e spalle larghe per essere portate, che della vita fanno una continua guerriglia intestina tra il sentimento e la ragione. Ivan intraprende questa crociata per orgoglio e per il piacere della ribellione in sé stessa. Entrando nel dettaglio, riportiamo innanzitutto il dialogo tremendo con lo starec Zosima durante la riunione di famiglia: «Sareste voi davvero convinti che l'inaridirsi negli uomini della fede nell'immortalità dell'anima debba avere loro tali conseguenze? - Sì, non c'è virtù se non c'è immortalità. - Beato voi, se così credete, oppure ben disgraziato! [...] Perché, con tutta probabilità, voi stesso non credete nell'immortalità della vostra anima e nemmeno in ciò che avete scritto intorno alla Chiesa e alla questione ecclesiastica.» Chi già rinnega l'immortalità asserisce che senza di essa non può esserci virtù. Ivan accetta così con audacia di abitare in un mondo senza alcuna scala assiologica, randagio, autosufficiente nell'amoralità. Ivan ragiona in preda a una crisi di onnipotenza. Più avanti, nel grande incontro tra lui e Alëša, nel capitolo intitolato La rivolta (o La ribellione), dove i due fratelli imparano a conoscersi, si manifesta tutta la sua compassione per il creato e in particolare per le sofferenze dei bambini, di cui egli narra anche un paio di aneddoti raccapriccianti. Nel primo, un bambino viene sbranato dai cani scatenatigli addosso dall'irritato "padrone" dei suoi genitori. Nell'altro, in cui Dostoevskij supera se stesso nell'arte di descrivere la sofferenza umana, una bambina di pochi giorni viene abbandonata alla fame e al gelo in una latrina nell'inverno russo dagli stessi suoi genitori, perché non riuscivano a dormire a causa dei vagiti. Ivan non è ateo, ma rifiuta il mondo perché malvagio, "non euclideo", negando di conseguenza il disegno di Dio. Si oppone categoricamente alla speranza nella redenzione finale che avverrà nella nuova venuta, esige che sia fatta giustizia qui, sulla terra, all'istante, e ritorce contro Dio questa ingiustizia del mondo sbagliato. Tutto il sapere del mondo non vale le lacrime di quella bambina che invoca il "Buon Dio". In queste pagine vengono compendiati sedici secoli di teodicea, da S. Agostino a Leibniz, e cioè la questione teologico-filosofica della giustificazione di Dio di fronte all'esistenza nel mondo del male e della sofferenza, specialmente degli innocenti. Ciò che è intollerabile, secondo Ivan, e assolutamente disumano, è il fare della sofferenza dell'innocente un mezzo al fine di consentire all'umanità intera la possibilità dell'armonia futura. Sia pur vero che «alla fine del mondo e nel momento dell'eterna armonia si compirà qualcosa di tanto prezioso che basterà per colmare tutti i cuori, per placare tutte le indignazioni, per riscattare tutti i misfatti degli uomini, tutto il sangue da essi versato» ma «a che mi serve l'inferno per i carnefici, a che può rimediare l'inferno, quando i bambini sono già stati martirizzati? E che armonia è questa, se c'è l'inferno?». Sono queste le domande senza risposta, nelle quali l'"anima impetuosa" di Ivan resta prigioniera. Tutta l'attenzione di Ivan è convogliata in un tormentoso canale di violenze che inonda tutta la creazione con il sangue degli innocenti, e come un filtro è permeabile solo alla sofferenza, ottunde la visione, si fissa su un particolare. Ivan contrappone a questo mondo malvagio un mondo magico, predestinato e telecomandabile, e tuttavia entrambi sono i due estremi dello stesso campo diabolico. Ivan però, nel cancellare ogni significazione nella sofferenza, ignora la possibilità di redenzione che è connaturata in ogni traviamento; non può tornare sui suoi passi e persevera sul suo cammino di autodistruzione. Crea la leggenda del Grande Inquisitore, dove il messaggio di Cristo, troppo esigente per la maggior parte degli uomini, è stato rettificato, o meglio, storpiato, in un accanito ecclesialismo che ha definitivamente trasformato gli individui in massa e ha posto come assoluti, a dispetto della libertà predicata da Cristo, l'autorità, il mistero e il miracolo. Ora, nell'oppressione, le persone vivono felici. Si ripresenta il motivo del libero arbitrio e il perenne rifiuto della vocazione nell'uomo a una sofferente consapevolezza. L'intorpidimento non è una fede, ma una dipendenza. Fra l'altro, l'arrovellarsi intellettualistico di Ivan produce una caricatura di Cristo, che sarebbe disceso dal cielo non tanto per inserire il mondo nella nuova creazione, ma piuttosto per porgli dei traguardi irraggiungibili, per scuoterlo e basta, come un maestro troppo severo. La dannazione di Ivan si consuma per gradi, in un inesorabile climax, tramite l'affinità con Smerdjakov e Lisa Chochlakov, la visione del Diavolo e infine l'ultimo, lacerante grido: "Chi non desidera la morte di suo padre?". La salvezza, quell'accorato sospiro di fronte al diavolo: «D'altronde io vorrei credere in te, vorrei credere d'essere buono e che tu fossi una visione». Questo sospiro si scontra con il muro impenetrabile del suo orgoglio, e si spegne in una velleità di redenzione. Sembra fisiologico che della forza primitiva dei Karamazov sopravviva solamente quella cieca forza elementare, quella forza terrestre che si scatena nell'uomo. Ciò appare progressivamente nel dialogo sopra citato tra lui e Alëša; esordisce Ivan: «Qui non c'entra l'intelligenza, né la logica, qui tu ami con le viscere, col ventre, ami le tue prime forze giovanili [...] Amar la vita più del senso della vita? - Proprio così, amarla più della logica, come tu dici, proprio più della logica, e allora soltanto ne afferrerai anche il senso. -Come vivrai tu?... È mai possibile con un tale inferno nel cuore e nella testa? -C'è una forza che resiste a tutto!- disse Ivan con un freddo sogghigno. -Che forza? -Quella dei Karamazov... La forza dell'abiezione dei Karamazov.» La figura di Ivan viene tratteggiata anche da Gesualdo Bufalino: «“Ivan è una sfinge, e tace, tace sempre” afferma Dmitrij. Sì, ma scrive tanto: un Candido russo, un Libro su Cristo, un Dialogo con il diavolo. Come dire che cerca attraverso la scrittura di disarmare le più dolorose aporie etiche e metafisiche, e con ciò fare il callo alla vita. Senza riuscirci, peraltro, ché anzi lo vediamo attraversare il romanzo fra sogni, parabole, misteriose chiaroveggenze, finché precipita nell’isteria. Parricida putativo, accigliato sofista, lacerato dallo spettacolo della sofferenza innocente, egli sembra credere a volte che Dio esista, sembra pensare che, inetto o malvagio, un capocomico ci sia. E allora “rispettosamente gli restituisce il biglietto”. Altre volte cerca nella negazione una licenza di libera e selvaggia caccia sulla terra. Col cherubico Alëša ed il lussurioso Dmitrij una delle tre facce dell’autore, il bersaglio e la controfigura delle sue più nascoste ossessioni» (Gesualdo Bufalino)
Aleksej
Lo status d'eccezione di Alëša è insito in lui da sempre come un talento naturale; è istintivamente proiettato nella dimensione spirituale, ed è profondo conoscitore dell'animo umano. Fin da piccolo, è un "enfant prodige" della morale: «Il dono di destare una speciale simpatia egli l'aveva in sé, per così dire, dalla natura stessa, senza artifici e immediato. La stessa cosa gli accadeva anche a scuola [...] I ragazzi capirono che egli non s'inorgogliva per nulla della sua intrepidità, ma sembrava non accorgersi nemmeno di essere ardito e impavido [...] Non serbava mai memoria delle offese [...] aveva una selvaggia, esaltata pudicizia e castità [...] Un altro suo tratto era quello di non darsi mai pensiero a spese di chi vivesse [...] se gli fosse capitato per le mani anche tutto un capitale, non avrebbe esitato a darlo via alla prima richiesta per un'opera buona.». La genialità di Alëša consiste nel prorompere spontaneo di tutte queste buone attitudini, assolutamente naturale, senza la pratica di un allenamento spirituale. Proprio questo carattere autentico, genuino, lo eleva sulla massa degli uomini, coi loro risentimenti, rivalità e secondi fini. Alëša è immacolato, un emissario della Verità in terra, estraneo alla menzogna, come nell'episodio da Katerina Ivanova dove d'un tratto scopre tutte le carte in tavola fra lei e Ivan: «Ho visto come in un lampo che mio fratello Dmitrij voi forse non l'amate affatto... fin dal principio... e anche Dmitrij non vi ama punto... ma vi stima soltanto [...] fate subito venire qui Dmitrij, che venga qui a prendere la vostra mano e poi prenda quella di mio fratello Ivan, e unisca le vostre due mani. Voi tormentate Ivan solo perché lo amate... e lo tormentate perché il vostro amore per Dmitrij è uno strazio... un inganno... perché avete voluto persuadervi che sia così...» Alëša parla come mosso da una volontà divina, lo ammette lui stesso quando cerca di convincere Ivan della sua innocenza morale: «È Dio che mi ha suggerito di dirti tutto questo.» Alëša rappresenta la forma positiva dell'impetuosità karamazoviana: si getta a capofitto, ma a fin di bene; così lascia il ginnasio ed entra come novizio nel monastero sotto la guida dello starec Zosima: «Era una natura onesta che anelava alla verità, la cercava e credeva in essa, e una volta che vi aveva creduto esigeva di aderirvi subito con tutta la forza della sua anima, e agognava una grande impresa immediata. [...] Persuaso che Dio e l'immortalità esistono, subito, come logica conseguenza si disse "voglio vivere per l'immortalità e non accetto compromessi di sorta".» L'apice di questa figura illuminata giunge quando, addormentatosi per lo sfinimento presso la tomba dello starec Zosima, vede in sogno il compimento della redenzione nelle nozze eterne, le nozze di Cana. Risvegliatosi, trabocca di un'indescrivibile estasi religiosa: «La sua anima piena di estasi aveva sete di libertà, di spazio, d'immensità. Sopra di lui si aprì vasta, a perdita d'occhio, la volta celeste, piena di placide stelle scintillanti. [...] Il silenzio della terra pareva fondersi con quello del cielo, il mistero terrestre si congiungeva con quello stellare... Alëša, come falciato, si prosternò a terra. [...] Non si dava ragione del suo desiderio di baciarla, di baciarla tutta. [...] Era caduto a terra debole adolescente, ma si alzò lottatore temprato per tutta la vita.» Nella figura di Alëša irrompe stupendamente la potenza salvifica del perdono. Lo stesso accade, seppur in maniera molto più ridotta, per Dmitrij. Entrambi hanno come denominatore comune l'abbandono dell'insolubile scontro generazionale tra padri e figli, e il suo rinnovamento tramite la promessa giovannea. All'altro capo estremo si lacerano invece i ribelli, Ivan e Smerdjakov, presi nella lotta per l'affermazione dell'"io" che li condurrà proprio al risultato opposto, alla sua definitiva perdita. L'uno, Ivan, ipnotizzatosi con l'ideologia del "tutto è permesso", ha indottrinato quasi involontariamente l'altro, il suggestionabile Smerdjakov.
Smerdjakov
Smerdjakov è il quarto Karamazov, il figlio illegittimo nato dall'unione vergognosa tra Fëdor Pavlovic e la jurodivaja demente Lizaveta Smerdjaskaja. Ha sempre vissuto presso il padre in qualità di servo e si ritrova coinvolto nella lotta per Grušenka tra lui e Dmitrij in qualità di mezzano e spia. È una personalità disturbata e con numerosi lati oscuri, con atteggiamento critico, disincantato e per niente ingenuo. Sfrutta l'epilessia per farsi scagionare dall'omicidio di Fëdor Pavlovic e, dopo l'ultimo colloquio con Ivan, si suicida. La personalità disturbata di Smerdjakov traspare dalla seguente descrizione antropologica: «Non si poteva in nessun modo raccapezzare che cosa, per suo conto, volesse. C'era anche di che stupirsi dell'illogicità e della confusione di certi suoi desideri, che involontariamente venivano a galla, ma che però erano sempre poco chiari. Non faceva che interrogare, rivolgeva certe domande tortuose, evidentemente premeditate, ma senza spiegarne il perché.» La relazione con Ivan è la miccia necessaria alla sua natura per innescarsi con l'impeto di un incubo represso. Smerdjakov trasporta dalla teoria alla prassi il motto del "tutto è permesso": uccide il vecchio, fa incriminare Dmitrij e si impossessa dei tremila rubli. Sfocia infine nell'esito più logico per una natura emancipata: si suicida. Smerdjakov affronta, seppur distruttivamente, il vecchio io paterno. Ogni Figlio ha il suo punto di origine dal Padre, e solamente da qui, o nell'odio o nel perdono, gli è permesso di tracciare il suo percorso. Ogni Karamazov condivide questo destino del confronto con il vecchio Fedor Pavlovic, il padre indegno di esserlo, l'Edipo. Smerdjakòv è l'uomo del sottosuolo, il “diverso” dagli altri. La malattia neurologica è la sua via d'evasione, il suo rifugio davanti ai grandi eventi al centro della narrazione. Tutti i principi morali che prendono voce con ciascuno dei fratelli e con il grottesco Fëdor Pavlovic vengono prima o poi screditati dalla loro commistione con le più primitive passioni dell'uomo, infine riconosciute come comuni a tutti.
Fëdor Pavlovic (il padre)
All'inizio del libro il narratore lo presenta così: «Era un tipo strano, come se ne incontrano alquanto spesso: non solo il tipo d'uomo abietto e dissoluto, ma anche dissennato; di quei dissennati, però, che sanno sbrigare brillantemente i loro affarucci, ma a quanto sembra soltanto questi.» Con le furiose parole del figlio Dmitrij: un lussurioso debosciato e un abietto commediante; secondo la più attenta analisi psicologica dello Starec Zosima: un uomo che prova piacere nel venire offeso e per questo agisce da buffone, che mente a sé stesso per convincersi di essere un martire dello scherno altrui, quando lui stesso si infligge questo supplizio con voluttà. «Di quando in quando la natura bussa inutilmente alle porte di quest'animo malato: egli percepiva in sé a volte, nei momenti di ebbrezza, quasi un terrore spirituale, un sussulto morale che gli si rifletteva, per così dire, nell'animo quasi fisicamente. "È come se in quei momenti l'anima mi palpitasse in gola"». Fëdor Pavlovic è il centro d'attrazione di una dozzina di figure colossali, chiuse ad anello intorno a lui, dalla prima compagine familiare al resto dei personaggi satelliti, non meno tragici, non meno carichi di pathos di quanto non siano le vaste nature dei Karamazov; ciascuno un drammatico affresco di sempre nuovi orizzonti personali, ciascuno svolto nel temporalesco avvicendarsi di ragione e sentimento peculiare dell'irrequietezza dell'animo umano.
Grušenka
Agrafena Aleksandrovna Svetlova (Grušenka) è una giovane donna di ventidue anni che dispone di un fascino misterioso con un temperamento focoso, ma piena di rancore verso tutti gli uomini che le hanno fatto del male. Infatti in gioventù è stata abbandonata da un ufficiale polacco e successivamente passò sotto la protezione di un avaro tiranno. Questi eventi hanno impresso in Grušenka un carattere forte e orgoglioso, stimolo per l'indipendenza e libertà nelle sue scelte di vita. La donna, piena di seduzione e lussuria, attrae sia Fëdor che Dmitrij, che si innamora di lei in modo ardente e passionale; la rivalità dei due uomini è uno dei fattori più dannosi nel loro rapporto. Grušenka cerca di tormentare e poi deridere sia Dmitrij che Fëdor, come un divertimento, un modo per infliggere agli altri il dolore che ha provato lei con altri uomini. Nel corso del romanzo, Grušenka comincia a percorrere un cammino di redenzione spirituale attraverso la quale emergono qualità nascoste di dolcezza e generosità, anche se il suo temperamento focoso e orgoglioso rimane sempre presente.
Katerina Ivanovna
È la fidanzata di Dmitrij; nonostante la sua aperta rivalità con Grušenka, il suo rapporto con Dmitrij è dettato principalmente da una questione di orgoglio, in quanto l'uomo aveva salvato il padre da un debito. Katerina è estremamente fiera e superba e nel suo amore per Dmitrij si comporta come una nobile martire, la cui sofferenza è un duro monito di colpa per tutti. A causa di questo, crea costantemente delle barriere morali e sociali tra Dmitrij e se stessa. Verso la fine del romanzo, anche lei, inizia comunque una vera e sincera redenzione spirituale, come si vede nell'epilogo, quando chiede a Grušenka di perdonarla per le sue azioni. È profondamente legata anche ad Ivàn, con cui ha una relazione di natura incerta.


Memorie dalla casa de morti

Memorie dalla casa dei morti è un romanzo semi-autobiografico pubblicato sulla rivista Vremja tra il 1860 e il 1862, nel quale ritrae la vita dei condannati in un campo di prigionia siberiano. Il testo è una collezionedi fatti, eventi e discussioni filosofiche organizzati per tema piuttosto che per un continuum narrativo. L'autore aveva scontato 4 anni di condanna in esilio in un campo di lavoro di questo tipo in Siberia per il suo coinvolgimento nel Circolo Petraševskij, un gruppo progressista di oppositori dell'autocrazia zarista. Quest'esperienza gli permise di descrivere con efficacia e autenticità le condizioni della vita carceraria e le personalità dei condannati. Tolstoj definì le Memorie dalla casa dei morti come l'opera di Dostoevskij più vicina al «modello dell'arte superiore, religiosa, proveniente dall'amore di Dio e del prossimo».
Trama
L'opera ha la forma di un diario: l'autore, nella prefazione, ne attribuisce la paternità a un recluso immaginario che avrebbe ucciso la moglie in un impeto d'odio. I personaggi dell'opera, cioè i reclusi condannati ai lavori forzati, ma anche i loro carcerieri e le figure del popolo russo sullo sfondo, sono descritti facendo emergere la loro nascosta umanità e i loro sentimenti più profondi. L'autore ha così modo di inserire nel romanzo riflessioni di ampio respiro sulla condizione umana, specialmente riguardo alle speranze che si provano nei momenti di sofferenza. Il condannato, osserva Dostoevskij, vive attendendo la propria liberazione, e tale attesa è tanto più insostenibile quanto più il momento agognato si avvicina, ma poi, giunta la liberazione, ecco che a una sofferenza se ne sostituisce un'altra non prevista. E pare infine essere questo il destino dell'essere umano, qualunque sia la sua condizione sociale. Dostoevskij propone nell'opera, quale soluzione al circolo vizioso dell'infelicità umana, i precetti semplici del Vangelo, l'unico libro di cui i condannati potevano tenere una copia. Difatti, proprio tra i malfattori, tra i dannati (in cui regna quella morte a cui allude il titolo del romanzo), tra i sofferenti, sembra ritrovare valore e senso il messaggio della fratellanza umana, della condivisione di una sorta di dolore (ma anche di irriducibile speranza) in cui brilla la luce di piccoli gesti di carità cristiana, come quando i condannati sacrificano parte del proprio pranzo per dar da mangiare a un cane randagio che si aggira per il campo. La stessa forza che i cristiani traggono dalla fede in un Dio redentore è ravvisata dall'autore anche in personaggi di altre religioni, come l'ebreo che prega ogni sera ondulando il capo oppure il gruppo di condannati musulmani che, pur nutrendo diffidenza verso il simbolo della Croce, leggono con interesse il Discorso della Montagna. Nelle Memorie dalla casa dei morti fanno sono esaltati i grandi valori della tolleranza religiosa, della libertà dalle prigionie materiali e morali, dell'indulgenza verso i malfattori, cioè verso coloro che, pur essendosi macchiati di crimini contro la legge, sono in definitiva solamente persone più sfortunate e più infelici, e quindi più amate da Dio, che vuole la salvezza del peccatore e non la sua condanna. Tutto è dunque proiettato verso "la libertà, una nuova vita, la resurrezione dai morti...". A distanza di vent'anni, questi aspetti caratterizzanti del pensiero del giovane e progressista Dostoevskij si rovesceranno completamente nelle riflessioni conservatrici del Diario di uno scrittore.

dosto 6

Il discorso della Montagna. Dipinto di Carl Heinrich Bloch


Memorie dal sottosuolo

Trama e tematiche
Il libro è diviso in due parti. La prima è intitolata Il sottosuolo, la seconda A proposito della neve bagnata.
Prima parte: Il sottosuolo
La prima parte è un monologo di critica sociale, nel quale vengono messi alla berlina gli ideali ottimistici del positivismo che, secondo la voce narrante, non potranno mai condurre all'agognata società del benessere, fondata su scienza e ragione, perché l'essere umano o, meglio, l'individuo, avrebbe un segreto desiderio di sofferenza, di sporcizia e di auto-umiliazione che non può essere arginato da nessuna teoria della ragione, né tanto meno da teorie religiose che propongano mielosi ideali di fratellanza umana. Esempio lampante di questa irragionevolezza e di questo desiderio di sofferenza è il protagonista delle "memorie". Infatti, egli racconta in quale modo non sia riuscito a «diventare nemmeno un insetto». Il suo dramma è una profonda interiorizzazione della complessità della realtà; si ritiene un uomo eccessivamente riflessivo, troppo impegnato a ricercare la causa prima del suo agire, e quindi afflitto da una sostanziale accidia, opposto agli uomini cosiddetti d'azione, i quali riescono ad imporsi delle mete e a seguirle fino in fondo, grazie al loro disinteresse per le cause profonde del loro agire. Da un lato, egli invidia quest'ultima categoria di uomini e condanna lo spirito del tempo, il XIX secolo, che definisce «un secolo negatorio», ma d'altra parte si autodefinisce «uomo evoluto del nostro disgraziato secolo diciannovesimo». All'obiezione che gli si potrebbe formulare, e che egli stesso prende in considerazione, ovvero che la sua condotta è irrazionale e svantaggiosa, egli risponde elencando le prove che dimostrerebbero, a suo avviso, l'irrazionalità dell'uomo nella Storia: le guerre di Napoleone Bonaparte e Napoleone III, la guerra di secessione americana, la seconda guerra dello Schleswig. La causa dell'irrazionalità e della preferenza dell'uomo per la sofferenza starebbe, secondo l'uomo del sottosuolo, nella sua facoltà più cara: quella di volere, in ossequio alla quale egli è anche disposto a rinunciare ai suoi vantaggi. Questo va contro le leggi di natura, esemplificate dal prodotto 2 x 2 = 4, al quale il protagonista contrappone il 2 x 2 = 5, una delle possibili conseguenze del trionfo della volontà individuale. Per il protagonista, le uniche conseguenze di queste considerazioni sono l'accidia e l'inattività, da cui deriva il ritiro dalla vita sociale, ovvero il suo rifugiarsi nel sottosuolo che dà il titolo al romanzo.
Seconda parte: A proposito della neve bagnata
La seconda parte dell'opera è un racconto in prima persona, in cui l'autore del precedente cupo monologo confessa alcune sordide azioni che ha compiuto nella sua vita, a dimostrazione di come anche una persona "istruita" e "a modo" come lui possa essere in realtà profondamente abietta. I fatti narrati in questa parte del romanzo si svolgono sedici anni prima rispetto al monologo dal sottosuolo (infatti qui l'uomo del sottosuolo ha ventiquattro anni, mentre al tempo del monologo ne ha quaranta). Il protagonista narra dell'epoca in cui era un impiegato nella burocrazia del suo paese. Egli era già un uomo tormentato dai dubbi e dal senso di inadeguatezza, in particolar modo nei confronti dei suoi colleghi, che disprezzava, ma nei confronti dei quali si sentiva inferiore, per aspetto esteriore e per intelligenza. Ancora, però, vi era in lui la voglia di affermare la propria esistenza e di non soccombere all'ignavia, seppure attraverso azioni indegne. Il primo episodio narrato riguarda il suo tentativo di sfidare a duello un ufficiale che l'aveva trattato con sufficienza in una trattoria. All'inizio si prepara ad affrontarlo, gli scrive una lettera per invitarlo al redde rationem, con la speranza, in realtà, di costruire con lui una profonda amicizia dopo aver risolto i loro fantomatici contrasti. Alla fine, però, decide di non inviare la lettera e di accontentarsi di scontrarsi con lui battendo la propria spalla contro quella dell'ufficiale, sulla Prospettiva Nevskij, dove spesso lo incontrava. La sua azione meschina gli dà soddisfazione per pochi giorni, perché immediatamente subentrano in lui dubbi e sensi di colpa. Successivamente, cerca di affermarsi in società tornando a frequentare alcuni suoi ex compagni di scuola. Pur sentendosi inferiore anche a questi ultimi, i quali dimostrano di non avere alcun interesse a frequentarlo, riesce a partecipare a una cena con loro. Qui alza il gomito e, dopo essersi reso ridicolo seguendo il gruppo in un postribolo, conosce una prostituta, Liza, a cui fa credere di essere un benefattore e di provare dei veri sentimenti per lei. Ma, quando tre giorni dopo la ragazza va a trovarlo a casa, perché fiduciosamente convinta che lui le avrebbe davvero cambiato in meglio la vita, egli le fa violenza e le lascia con disprezzo del denaro, che la poverina rifiuta fuggendo in lacrime. Qui l'uomo del sottosuolo raggiunge il massimo dell'abiezione, in quanto, in questo modo, cerca di sfogare le sue frustrazioni su un soggetto ancora più svantaggiato e ancor meno integrato di lui nella società. Questo, però, non gli impedisce di sentirsi comunque umiliato dall'atteggiamento di lei di fronte ai suoi trancianti monologhi. Lo stesso accade con il suo servo, Apollon: anch'egli, come i colleghi di lavoro, è disprezzato dall'uomo del sottosuolo, ma anche nei suoi confronti questi si sente spesso inferiore.


Il giocatore

Scritto per necessità (lo scrittore doveva pagare dei debiti di gioco, da cui era dipendente), pressato dagli editori ai quali aveva promesso questo romanzo, contemporaneo di Delitto e castigo, Il giocatore è comunque diventato un capolavoro e un punto di riferimento della narrativa russa dell'Ottocento. Dostoevskij analizza il gioco d'azzardo in tutte le sue forme con i diversi tipi di giocatori, dai ricchi nobili europei, ai poveretti che si giocano tutti i loro averi, non dimenticando i ladri tipici dei casinò. Il racconto è anche uno studio delle diverse peculiarità delle popolazioni europee: l'altezzoso barone tedesco, il ricco gentleman inglese, il francese manipolatore, il polacco politicamente scorretto.
Nel 1865 Dostoevskij deve ripagare dei debiti e si fa prestare una cifra di tremila rubli dall'editore Stellovskij come anticipo di un romanzo da pubblicare. Di lì a poco parte alla volta della Germania e in cinque giorni perde quasi tutto al gioco, nel casinò di Wiesbaden. Nel giugno 1866 Dostoevskij scrive in una lettera ad Anjuta Kovalevskaja di aver firmato un contratto e che, se entro il primo novembre non gli consegna un romanzo, Stellovskij acquisisce a titolo gratuito i diritti di tutte le opere scritte da Dostoevskij di lì a nove anni. Il romanzo viene scritto in 27 giorni grazie all'aiuto della stenografa Anna Grigor'evna Snitkina, futura moglie di Dostoevskij e conosciuta proprio in occasione della trascrizione de Il giocatore. Il 31 ottobre 1866, alle dieci di sera, Dostoevskij si reca da un notaio e deposita il romanzo in cambio della ricevuta che attesta che l'autore ha rispettato i termini del contratto.
Trama
Il romanzo è ambientato in Germania, in una fittizia città termale di nome Roulettenburg il cui casinò attira molti turisti. Aleksej Ivànovic, il narratore, svolge la professione di precettore presso una famiglia stravagante, composta da un vecchio generale perdutamente innamorato di una giovane francese dal passato turbolento, mademoiselle Blanche, da due bambini dei quali Aleksej è il maestro e dalla figliastra del generale, Polina Aleksàndrovna, della quale Aleksej è follemente innamorato senza essere ricambiato. Attorno a questo nucleo gravitano Mr. Astley, un ricco inglese, onesto e timido, anch'egli innamorato di Polina, e il marchese francese des Grieux, amato da Polina. Aleksej, pur di suscitare interesse in Polina, arriva a compromettersi burlando un barone tedesco. Inoltre egli si trova spesso a giocare e vincere soldi per Polina, che necessita di grosse somme di denaro, poiché la famiglia è al limite della rovina a causa delle manipolazioni del marchese des Grieux, il quale ha portato il generale a ipotecare una grossa parte del patrimonio familiare. L'unica via di salvezza consiste nella morte della 'baboulinka' (in russo "nonnina"), Antonida Vasil'evna, l'anziana nonna proprietaria della futura eredità.
Tutti attendono con ansia l'arrivo dalla Russia della notizia del decesso della nonna, in modo tale che il generale possa pagare i debiti al "francesino" des Grieux, cosicché si possa celebrare il matrimonio tra Polina e lo stesso marchese, e che a sua volta il generale possa sposare mademoiselle Blanche. Tuttavia la baboulinka piomba in Germania, lasciando tutti di stucco, e si dedica con fervore al gioco della roulette insieme ad Aleksej. Inizialmente tutto procede per il meglio, ma in un secondo momento la fortuna gira e la nonna perde la maggior parte dei suoi averi, con grande disperazione dei suoi familiari. A questo punto la catastrofe si abbatte sulla famiglia: venuto meno il patrimonio del generale, la sua promessa sposa francese perde interesse in lui e il marchese des Grieux fugge in Francia, lasciando sola e senza soldi la sfortunata Polina.
Aleksej decide di scommettere per aiutare economicamente Polina, e una sera in particolare comincia a vincere senza sosta; preso dalla foga pensa di scommettere tutti i soldi accumulati, ma all'ultimo secondo fugge via dalla casa da gioco e torna dall'amata. Quando Polina viene a conoscenza delle vincite di Aleksej al casinò lo crede vizioso e, in preda alla follia, fugge da Mr. Astley. Aleksej a questo punto viene convinto da M.lle Blanche a recarsi a Parigi dove, irretendolo con la sua bellezza, comincia a sperperare i suoi soldi. Lì, i due vengono raggiunti dal generale, che finalmente riesce a sposare la sua amata. Aleksej quindi riprende il suo viaggio attraverso i casinò, costretto addirittura a fare il domestico e il lacchè. Un giorno incontra Mr. Astley che gli spiega le ragioni di Polina: egli infatti rivela ad Aleksej che la ragazza in realtà era sempre stata innamorata di lui e, in segno della vecchia amicizia, gli lascia del denaro, lasciando decidere a lui se usarlo per raggiungere Polina in Svizzera o per giocare alla roulette. Aleksej decide di proseguire per la sua strada, rimandando al futuro la sua definitiva redenzione.


Delitto e castigo

Delitto e castigo, insieme a Guerra e pace di Lev Tolstoj, fa parte dei romanzi russi più famosi e influenti di tutti i tempi. Esso esprime i punti di vista religiosi ed esistenzialisti di Dostoevskij, con una focalizzazione predominante sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza. Il titolo in italiano significa Il delitto e la pena, e dipende dal trattato Dei delitti e delle pene (1764) di Cesare Beccaria, testo conosciuto in Russia grazie alla versione nella lingua locale del 1803. Nella prima versione italiana (1889) l'ignoto traduttore diede il titolo Il delitto e il castigo, questo perché lo aveva tradotto dal francese. Nella sua versione del 1884, Victor Derély aveva scelto come titolo Le crime et le châtiment, dove il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo, che non ha valenza giuridica. Tuttavia al termine russo nakazanie del titolo originale lo stesso Dostoevskij aveva attribuito l'accezione di "pena". Ciò traspare da una sua lettera al direttore della rivista Russkij Vestnik:

«Nel mio romanzo vi è inoltre un'allusione all'idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede.» (Dostoevskij, Lettere)

Il titolo originale allude pertanto all'inizio del cammino di Raskòl'nikov, la "pena" in termini di castigo morale, cui seguono il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. Tuttavia si è mantenuto il titolo (da ritenersi quindi erroneo) Delitto e castigo per una sorta di tradizione traduttiva. Il romanzo è diviso in sei parti più un epilogo. Ogni parte contiene fra i cinque e gli otto capitoli, mentre l'epilogo ne ha due. L'intero romanzo è scritto in terza persona al passato da una prospettiva non onnisciente, perlopiù dal punto di vista del protagonista, Raskòl'nikov, sebbene si sposti brevemente su altri personaggi, come Dunja, Svidrigajlov e Sonja, durante la narrazione. Nel 1971 fu pubblicata con il manoscritto annotato di Dostoevskij nella serie russa Monumenti letterari una scena rimasta fino ad allora inedita scritta in prima persona dal punto di vista di Raskòl'nikov. Una traduzione di quella scena è disponibile nella maggior parte delle edizioni moderne del romanzo.
Trama
Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un'estate afosa. L'epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, dove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna dal 1850 al 1854. Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall'ostilità sociale: quello premeditato di un'avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L'autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, uno studente pietroburghese indigente, chiamato Rodion Romanovic Raskol'nikov. Il romanzo narra la preparazione dell'omicidio, ma soprattutto gli effetti psicologici, mentali e fisici che ne seguono.
Dopo essersi ammalato di febbre cerebrale ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskòl'nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l'aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: per lui è troppo gravoso sostenere il peso dell'atto scellerato. Il delitto era stato compiuto: il castigo non era stata la Siberia, ma la desolazione emotiva e le peripezie che passò Raskol'nikov per arrivare infine, grazie a una povera giovane, Sonja, al pentimento della coscienza morale e alla confessione. Fondamentale è infatti l'inaspettato incontro con Sonja, un'anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre la speranza e la carità della fede in Dio alla solitudine del nichilismo di Raskòl'nikov. Questo incontro sarà determinante per indurre il protagonista a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l'amore di Sonja, che lo seguirà anche in Siberia.
Raskòl'nikov reputa di essere un "superuomo" e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un'azione spregevole - l'uccisione della vecchia usuraia - se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell'altro bene, più grande, con quell'azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskòl'nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l'usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l'umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
Il vero castigo di Raskòl'nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un "superuomo", poiché non ha saputo essere all'altezza di ciò che ha fatto. Oltre al destino di Raskòl'nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l'ateismo e l'attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.

Personaggi
Rodion Romanovic Raskol'nikov, chiamato anche Rodja e Rod'ka, è il protagonista dalla cui prospettiva, fondamentalmente, la storia è raccontata. Ha ventitré anni, è un ex studente di legge che ha abbandonato gli studi per problemi economici e vive in povertà in un appartamento minuscolo all'ultimo piano nei bassifondi di San Pietroburgo. È caratterizzato da un forte livore verso ciò che lo circonda, il che lo induce ora ad atti di disperazione, ora a momenti di gaiezza e soddisfazione. Il fulcro del romanzo, in questi termini, si concentra specificamente sull'aspetto psicologico del personaggio. Commette l'omicidio nella convinzione di essere abbastanza forte per affrontarlo, di essere un Napoleone, ma la sua paranoia e la sua colpa lo inabissano presto. Solo nell'epilogo si realizza il suo castigo formale, dopo che ha deciso di confessare e porre termine alla sua alienazione.
Sof'ja Semënovna Marmeladova Sof'ja Semënovna Marmeladova, chiamata anche Sonja e Sònecka, è la figlia di un ubriacone, Semën Zachàrovic Marmeladov, che Raskòl'nikov incontra in una bettola all'inizio del romanzo. Alla morte di Semën, Raskòl'nikov manifesta d'impulso generosità verso la sua poverissima famiglia. Sonja quindi lo cerca e lo va a ringraziare e, in quell'occasione, i due personaggi si conoscono per la prima volta. Lei è stata condotta alla prostituzione dalle abitudini di suo padre, ma si mantiene ancora estremamente religiosa e simbolicamente legata al Vangelo. Raskòl'nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente e a confessare. Raskòl'nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonja lo segue in Siberia, dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un'occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l'amano sinceramente. È anche qui che Raskòl'nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.

dosto 3

Raskolnikov e Marmeladov nella bettola, di anonimo


L'idiota

Riassunto
«Curioso come un romanzo ponderoso, che racconta molte storie e molte vite intrecciate tra loro, abbia finito per passare alla storia soprattutto per una frase, peraltro già ambigua di per sé. “È vero, principe, che una volta avete detto che ‘la bellezza salverà il mondo’?” Questa affermazione del principe Myškin, riportata dal moribondo Ippolit, è forse la cosa più nota di tutto il capolavoro di Dostoevskij. Ma prima di chiederci quale possa esserne il significato, anche se sintetizzare un’opera così complessa è impossibile, vediamo se ci riesce di tracciarne uno schema a grandi linee. Il principe Myškin, ventisei anni, torna in Russia dopo aver passato buona parte della sua breve vita in Svizzera, dove è stato curato per una grave forma di epilessia. Grandi occhi azzurri, sguardo fisso, abbigliamento modesto. In un fagottino tutte le sue sostanze. Nel vagone che lo porta a Pietroburgo c’è un altro personaggio, stessa età, ma capelli neri, occhi grigi. “Un sorriso sfrontato, ironico e persino cattivo.” È Rogožin. Origini modeste, avventuriero senza scrupoli, impulsivo e violento. Il principe conta di recarsi dalla famiglia del generale Epancin, la cui moglie dovrebbe essere una sua lontana parente. Rogožin invece conta di entrare nelle grazie di Nastas’ja Filippovna, donna affascinante, già protetta e amante del ricco Tockij. Nel vagone c’è anche Lebedev, intrigante funzionario informatissimo di tutti gli affari dell’alta società pietroburghese. Arrivato a Pietroburgo, il principe conosce la famiglia Epancin: il generale, la moglie e le tre figlie, delle quali “si parlava con spavento del fatto che avevano letto tanti libri”; la più giovane e più bella si chiama Aglaja. Ecco, abbiamo fatto conoscenza praticamente di tutti i protagonisti, le cui alterne vicende e contorte relazioni costituiscono la trama delle più di settecento pagine del romanzo. Sia Rogožin che il principe amano e vogliono sposare, a turni alterni, l’incostante Nastas’ja Filippovna, che però fugge sempre all’ultimo momento; ma il principe ama anche Aglaja, e accade che stia per sposare anche lei. Com’è naturale, vista l’incompatibilità delle aspirazioni dei personaggi, la vicenda si conclude in modo drammatico per tutti. Centrale è il carattere del principe: sempre pronto a capire i comportamenti degli altri, generoso fino all’incoscienza, buono oltre ogni sensatezza. Prolisso, portato all’analisi dei casi umani, capisce con acume i personaggi che gli si parano davanti, ma non sa scegliere, è sempre tormentato da una ricerca del buono e del bello che finiranno per perderlo. Fa parte a pieno titolo della schiera degli inetti, ma è in buona compagnia. Inetto è lo stesso antagonista Rogožin, che il principe un po’ lo ama e un po’ cerca di ammazzarlo; inetto è l’ambiguo Lebedev; e inette e immature sono in fondo anche Nastas’ja e Aglaja, nessuna delle quali sa scegliere con decisione il senso da dare alla propria vita. Come in altri romanzi, Dostoevskij intreccia la vicenda principale con altre, secondarie, che danno al romanzo una struttura ramificata, nella quale tutta la vita delle classi agiate della Russia ottocentesca viene messa sotto analisi. “D’un tratto e quasi del tutto inaspettatamente compì venticinque anni,” così si parla di Aleksandra, la maggiore delle Epancin, che dovrebbe sposarsi prima di diventare una conclamata zitella. Un discorso a parte merita la presenza, a casa di Rogožin, di una copia del Cristo morto di Holbein, della quale il principe dice, inaspettatamente, che è un quadro che “potrebbe far perdere la fede a qualcuno”. Il quadro ricompare in un’altra lunga ramificazione del libro, “la mia indispensabile spiegazione”, una sorta di testamento, pieno di recriminazioni e di rivendicazioni del diritto al suicidio che il giovane Ippolit, moribondo, legge a un’allibita platea di nobili e altoborghesi. Un testo confuso, ma ricco di immagini vivide, “gli uomini sono fatti per tormentarsi l’un l’altro”, e di intuizioni profonde: “In ogni serio pensiero umano che sorge nella testa di qualcuno, c’è sempre qualcosa che non si può trasmettere in alcun modo agli altri.” E del Cristo morto di Holbein: “Contemplando quel quadro la natura appare come una belva enorme, implacabile e cieca.” Un’altra ramificazione, originalissima e metaletteraria, si verifica quando, all’inizio della quarta parte, l’autore entra in prima persona nel racconto, analizza il proprio lavoro e spiega l’importanza della figura dell’inetto. Dice, a sé e a noi lettori, che ci sono persone difficili da caratterizzare perché sono tipi comuni: mentre gli scrittori tentano di ritrarre personaggi che di rado si incontrano nella realtà, ma nella narrazione appaiono più reali della realtà stessa. Dostoevskij invece si dice che “lo scrittore dovrebbe cimentarsi nello scoprire sfumature interessanti e istruttive anche nell’ordinarietà”. E conclude con una sorta di corollario dell’inettitudine: “Non c’è niente di più triste che essere ricchi, di buona famiglia, di bell’aspetto, abbastanza istruiti e intelligenti, persino buoni, e al tempo stesso non avere nessun talento, nessuna peculiarità, neanche una stranezza, né un’idea originale, insomma essere proprio ‘come tutti’.” Quasi in conclusione, parte integrante della storia ma per la sua lunghezza una sorta di racconto a parte, c’è l’imbarazzante sproloquio che il principe elargisce ai molto altolocati e sconcertati ospiti del ricevimento degli Epancin, in cui si dovrebbero annunciare i fidanzamenti di Aleksandra e di Aglaja (con lui). In una sorta di delirio esalta la nobiltà russa, fa cadere un vaso prezioso, se la prende con la chiesa cattolica, la rivoluzione francese e l’incapacità russa di darsi un obiettivo di rinascita nazionalistica. Nella febbre oratoria del suo catastrofico discorso, il principe Myškin rivela tutta la sostanza della sua bontà cristiana, della sua esasperata fiducia nell’uomo e nella sua possibilità di emendarsi. Lì forse troviamo il senso dell’affermazione sulla bellezza. Lo intuisce lo stesso Ippolit, affermando che il principe pensa che la bellezza salverà il mondo perché è innamorato; e vede, per questo, un mondo in cui la bellezza e la bontà, la kalokagathia dei greci, frutto non di naturalità e istinto ma di ragione ed emozione, della forza dell’uomo, renderà il mondo più giusto. Un’aspirazione che la conclusione stessa del romanzo dimostra essere fallimentare: Nastas’ja morirà, Aglaja farà un cattivo matrimonio, il principe tornerà a essere internato in Svizzera e Rogožin finirà imprigionato in Siberia.»

La stesura fu contemporanea all'esilio dello scrittore, dovuto ai debiti: ebbe inizio a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì a Vevey (sul lago di Ginevra), a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze. Una targa al numero 22 di Piazza de' Pitti ricorda la permanenza dell'autore nel palazzo per quasi un anno. L'opera nel frattempo uscì a puntate a partire dal 1868 sulla rivista Russkij vestnik (il Messaggero russo), mentre in forma unica fu presentata l'anno successivo. In una lettera del 1867 indirizzata allo scrittore Apollon Nikolaevic Majkov Dostoevskij descrisse il nucleo poetico del romanzo a cui stava lavorando: «Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.» È importante sottolineare come l'aggettivo buono usato nella lettera fosse nell'originale russo prekrasnyj, che indica lo splendore della bellezza e della bontà insieme. Nel libro viene detto che il principe personifica la bellezza e la grandezza caratteriale.
Trama
Parte I

Il principe Lev Nikolàevic Myškin ritorna in Russia dopo un soggiorno in Svizzera in una clinica dove si era cercato di guarirlo dall'epilessia. Rimasto privo di mezzi, alla morte di una zia spera di ricevere in Russia la sua eredità. Durante il viaggio in treno incontra Parfën Rogòžin, il figlio squattrinato di un ricco mercante morto di recente, che, come il principe, torna a reclamare l'eredità, e Lèbedev, un funzionario. Durante la conversazione salta fuori il nome di Nastàs'ja Filìppovna, di cui Rogòžin è follemente innamorato. Dopo essersi accomiatato dagli altri due a San Pietroburgo, dove il principe si ferma per fare visita all'ultima Myškin ancora in vita, Elizavèta Prokòf'evna, egli si reca nell'appartamento di questa e ne incontra il marito, il generale Epancin, e il suo segretario Gavrìla Ardaliònovic. Gavrila gli mostra il ritratto della sua possibile futura sposa, la stessa Nastas'ja amata da Rogožin.
Qui il narratore inserisce la storia di Nastas'ja. Scampata da bambina all'incendio della sua proprietà in campagna e rimasta orfana, viene aiutata da un amico del padre, Afanàsij Ivànovic Tòckij, che la sistema in una tenuta che l'uomo visita ogni estate. Accorgendosi della bellezza di Nastas'ja, ormai sedicenne, Tockij la rende sua amante per i periodi che passa alla tenuta, fino a che, cinque anni dopo, Nastas'ja ricompare alla sua porta a San Pietroburgo, pretendendo e ottenendo di vivere in città a sue spese. Tockij, che al momento della vicenda ha cinquantacinque anni, vorrebbe sposarsi, ma è intimorito dalla possibile reazione di Nastas'ja; decide quindi di far maritare anche lei e propone a Gavrila di prenderla in moglie con la promessa di 75.000 rubli per accollarsi una donna disonorata. Gavrila però è incerto; egli ama infatti Aglàja, la figlia minore del generale Epancin; Nastas'ja annuncerà alla festa di compleanno, che si terrà quella sera, se accetterà di sposare Gavrila. Qui la parentesi su Nastas'ja si chiude e la vicenda ricomincia.
Epancin invita il principe a unirsi a sua moglie e alle sue figlie, Aleksàndra, Adelaìda e Aglàja, per la colazione. La conversazione cade sul soggiorno del principe in Svizzera, sul suo amore per i bambini e infine sulla pena di morte. Poiché la famiglia di Gavrila affitta camere, il principe lo segue a casa sua, dove incontra il padre di Gavrila, il vecchio demente Ardaliòn Aleksàndrovic Ìvolgin [pronuncia: Ìvolghin], sua madre, la sorella Varvàra e il fratellino Kòlja, oltre agli affittuari l'usuraio Ivàn Petròvic Ptìcyn e Ferdyšcenko. La situazione si complica improvvisamente con l'arrivo di Nastas'ja che vuole incontrare la futura suocera prima delle nozze, e di Rogòžin con un gruppo di amici ubriachi, che vuole attaccare briga con Gavrila. Rogòžin accusa Gavrila di sposarsi solo per i 75.000 rubli e finisce per offrirne 100.000 pur di avere Nastas'ja. Nella confusione Varvàra dà a Nastas'ja della “svergognata”, insulto a cui Gavrila risponde cercando di schiaffeggiare la sorella. Il principe Myškin si intromette, prendendosi lo schiaffo destinato a Varvara, e ha parole di ammonimento, ma anche di stima, per Nastas'ja, che non reputa essere così come la dipingono. Prima di andarsene, Nastas'ja parla all'orecchio della madre di Gavrila e afferma di non essere una donna perduta.
Ritiratosi in camera, il principe ottiene le scuse di Gavrila per lo schiaffo. Poi, mentre sta uscendo di casa, riceve un biglietto dal generale Ìvolgin, che lo indirizza in una taverna dove si sta ubriacando. Il principe, dopo avergli pagato da bere con i suoi ultimi rubli, gli strappa la promessa di portarlo quella sera in casa di Nastas'ja perché deve compiere una missione, a suo dire, importante. Prima di portarlo da Nastas'ja, il generale passa dalla sua amante Màrfa Borìsovna Terènt'eva. Lì il principe incontra il figlio di questa, Ippolìt, un ragazzo malato molto amico di Kolja, che, come lui e con lui, vorrebbe sfuggire alla sua famiglia scapestrata, magari andando ad abitare in un appartamento in affitto. Ìvolgin si addormenta ubriaco sul divano di Marfa, e Kolja si offre di accompagnare il principe da Nastas'ja.
A casa della ragazza Myškin incontra, oltre a Nastas'ja, la sua amica Dar'ja, Tockij, Epancin, Gavrila, Ferdyšcenko e Pticyn, intenti a festeggiare il compleanno di Nastas'ja. Durante la festa si decide di raccontare ognuno l'azione più abietta mai compiuta; concluso il gioco, Nastas'ja, indebolita dalla febbre e resa poco lucida dallo champagne, fa decidere a Myškin se debba sposarsi o no. Il principe si mostra timorosamente contrario e Nastas'ja, nello stupore generale, conferma che non sposerà Gavrila. Mentre Nastas'ja sta andando via, arriva Rogòžin con la sua banda e i 100.000 rubli promessi. Nastas'ja sembra accettare il denaro, rinfacciando a tutti che non ha altra scelta, poiché nessuno la prenderebbe senza dote. A questo punto Myškin si offre di sposarla anche senza dote, riconoscendola una ragazza onesta; si offre di lavorare se non dovessero avere i soldi, ma esibisce anche la lettera di un avvocato che lo indica come futuro erede di tre milioni di rubli.
Tutti festeggiano il principe e la sua ricchezza tranne Rogòžin, che gli impone di rinunciare a Nastas'ja. Anche la ragazza gli espone i suoi dubbi: è una donna disonorata, e non vuole rovinare un innocente quale è il principe. Quindi chiede a Rogožin il denaro. Presi i soldi, nella sorpresa generale, getta i 100.000 rubli nel fuoco, sfidando Gavrila, che avrebbe accettato i 75.000 rubli per sposarla, ad andarli a riprendere, e impedendo agli altri di sottrarre il denaro alla distruzione. Infine la ragazza, dopo aver salvato i soldi dal fuoco ed averli donati al privo di sensi Gavrila, svenuto nel tentativo di salvaguardare il suo onore non raccattando il denaro dalle fiamme, se ne va con Rogožin a Ekaterinhòf, un distretto di San Pietroburgo.
Parte II
Il principe prosegue per Mosca per ottenere la sua eredità. Nastas'ja, dopo la notte di baldoria a Ekaterinhof, fugge da Rogožin e trova rifugio a Mosca, dove il suo amante la inseguirà e la ritroverà solo per perderla di nuovo. Anche Myškin scompare da Mosca lasciando i suoi affari agli attendenti. Intanto Kolja e Varvara prendono a frequentare le figlie del generale Epancin; nel corso di pochi mesi Adelaìda viene promessa sposa a un principe benestante e giovane. Un giorno Kolja consegna ad Aglàja uno strano biglietto del principe Myškin, in cui egli si interessa alla sua salute e felicità. Stupita, Aglaja nasconde il biglietto in una copia del Don Chisciotte. È giugno, e la famiglia del generale Epancin si trasferisce a Pàvlovsk per passarvi l'estate. Myškin si reca a casa di Lèbedev, dove trova Ippolìt malato e il nipote di Lebedev, che reclama del denaro dallo zio. Qui il principe scopre che anche Nastas'ja è a Pàvlovsk, ospite di Dàr'ja Aleksèevna. Myškin va a trovare Rogožin, da cui viene informato che questi e Nastas'ja si sono riconciliati; tuttavia Rogožin teme ancora che Nastas'ja possa cambiare idea e non sposarlo, poiché in realtà la ragazza ama Myškin e l'unico motivo per cui non sta con lui è perché crede di non meritarselo. Il principe presagisce che le possa succedere qualcosa di tremendo; al contempo fa per la prima volta la sua comparsa il pugnale di Rogožin, che ricomparirà in seguito. Segue un capitolo in cui il principe espone le sue idee sulla religione e sul Cristo; Myškin e Rogožin si scambiano le croci che portano, diventando così “fratelli”. Alla fine dell'incontro Rogožin abbraccia il principe e gli dice che rinuncia a Nastas'ja a suo favore. Nonostante questo, mentre Myškin vaga per S. Pietroburgo, si accorge che qualcuno lo sta seguendo e che questi non è altro che Rogožin, il quale sta per pugnalarlo, ma un attacco epilettico salva il principe dall'aggressione. Rogožin fugge. Fortunatamente sopraggiunge Kolja e presta soccorso al principe. Lo rivediamo poco tempo dopo a Pavlovsk, dove trascorre la convalescenza in una villa che ha affittato da Lèbedev, e dove incontriamo anche un gruppo di nichilisti, gli stessi che erano con Rogožin alla festa di Nastas'ja. I nichilisti leggono l'articolo del loro amico Keller, in cui il principe Myškin viene ritratto come un ricco sciocco che ha truffato il medico che lo aveva curato. Tra di loro c'è anche Burdòvskij, presunto figlio illegittimo, quindi erede, del tutore di Myškin, che non gli ha lasciato nulla. Vista la cospicua eredità del principe, Burdòvskij pretende che egli ripaghi quanto il suo presunto padre ha speso per le sue cure. Myškin si offre di dare a Burdovskij del denaro, affermando che in realtà non gli sono mai stati dati i tre milioni e che non crede affatto di avere davanti l'erede del suo benefattore. Burdovskij rifiuta, ma Gavrila porta le prove che il principe è nel giusto. Tutti vengono a sapere che Nastas'ja è a Pavlovsk. Intanto la generalessa Epancin chiede spiegazioni a Myškin riguardo al biglietto che aveva scritto ad Aglaja. Il principe rassicura che l'ama solo come un fratello, sebbene quando avesse scritto il biglietto ne fosse innamorato.
Parte III
Aglaja chiede appuntamento al principe, e così pure Nastas'ja, il cui nuovo obiettivo è far sposare Aglaja e Myškin. Rogožin, credendo all'amore di Myškin per Aglaja, è tranquillo. Il nichilista Ippolìt legge a Myškin, Rogožin, Kolja, Keller e vari altri la sua lettera di addio al mondo. Successivamente cerca di spararsi, ma la pistola non funziona a causa della mancanza della capsula e Ippolit sviene. Non è chiaro se si tratti solo di una messinscena o se il ragazzo volesse davvero uccidersi. Myškin incontra Aglaja, la quale vuole fuggire all'estero perché si vergogna della sua famiglia. Il principe le parla del suo amore per Nastas'ja, che in realtà è solo tenera pietà ma egli rivela anche il turbamento che Nastas'ja gli provocó durante il periodo trascorso a Mosca. Aglaja gli rivela come Nastas'ja voglia farla sposare con lui (credendo che solo in questo modo il principe possa essere felice) e Myškin si adopera per far smettere lo scambio di lettere fra le due.
Parte IV
Il rapporto fra Myškin e Aglaja oscilla fra litigi e amicizia. A un incontro organizzato da Aglaja e Nastas'ja a casa di quest'ultima, accompagnate da Myškin e Rogožin, le due iniziano a discutere riguardo al principe e ai suoi sentimenti per Nastas'ja. Nastas'ja sfida Aglaja e chiede al principe di scegliere una delle due. Ferita dall'esitazione del principe, Aglaja se ne va; quando il principe fa per seguirla, Nastas'ja lo ferma, incredula che la stia respingendo, e sviene. Al risveglio abbraccia il principe; Rogožin se ne va. Due settimane dopo Myškin e Nastas'ja stanno per sposarsi. Gavrila si dichiara ad Aglaja, ma viene respinto. Il padre di Kolja muore. Ippolit predice al principe che, poiché egli ha tolto Nastas'ja a Rogožin, quest'ultimo ucciderà Aglaja, che Myškin confessa di amare a suo modo. Con l'avvicinarsi del matrimonio, Nastas'ja è sempre più spaventata dall'idea che Rogožin la uccida. Il giorno delle nozze, però, mentre sta per entrare in chiesa, Nastas'ja vede Rogožin, gli corre incontro e gli chiede di portarla via. Rogožin la fa salire in carrozza e la porta a San Pietroburgo. Myškin riceve la notizia con la solita compostezza. Il giorno dopo segue i due a San Pietroburgo. Li cerca inutilmente facendo la spola fra la casa di Rogožin e quella di Nastas'ja, dopodiché Rogožin lo avvicina e lo conduce a casa sua senza dargli spiegazioni. Qui scopre il cadavere di Nastas'ja, uccisa da Rogožin stesso con il pugnale che aveva mostrato al principe precedentemente. I due passano insieme la notte; al mattino dopo vengono trovati: uno, Rogožin, delirante, e l'altro, Myškin, impazzito. Rogožin è processato e condannato a trascorrere quindici anni in Siberia, Ippolit muore due settimane dopo Nastas'ja, Aglaja si sposa con un emigrato polacco, un finto conte, mentre Myškin torna in clinica in Svizzera.

dosto 4

Dostoevskij ne l'Idiota cita il dipinto "Il corpo di Cristo morto nella tomba" (e dettaglio) (1521) di Hans Holbein il Giovane


I demoni

"Io ripongo grandi speranze nel romanzo che sto attualmente scrivendo per il "Messaggero Russo":
così scrive Dostoevskij il 5 aprile 1870, in una lettera indirizzata a Nikolaj Nikolaevic Strachov, filosofo e amico personale. L'opera che l'autore ha in mente si sta formando lentamente ma inesorabilmente da due anni: Sarà il mio ultimo romanzo. Avrà l'ampiezza di Guerra e pace, scrive con enfasi il giorno dopo ad Apollon Nikolaevic Majkov, anche se poi in realtà l'opera non è stata la sua ultima. Nella stessa lettera rivela che il titolo che ha in mente è Vita di un grande peccatore, titolo che non vedrà mai la luce, perché la storia a cui Dostoevskij sta lavorando è talmente ampia che alla fine verrà sviluppata in due romanzi distinti: I demoni e L'adolescente. La seconda moglie di Dostoevskij testimonia che il marito era molto interessato agli avvenimenti politici dell'epoca, che il fratello di lei gli raccontava. Il 21 novembre 1869, infatti, lo studente universitario Ivan Ivanovic Ivanov viene ucciso da una cellula rivoluzionaria capeggiata da Sergej Gennadjevic Necaev (autore insieme a Bakunin dell'opera Catechismo del rivoluzionario). Il processo di Necaev provoca scalpore in tutta la Russia e si conclude con la condanna del colpevole a 20 anni di carcere. Dostoevskij aborrisce il declino morale che la gioventù russa sembra stia subendo. Ivan Sergeevic Turgenev, con il suo famoso romanzo Padri e figli, aveva già d'altronde fatto conoscere ampiamente al grande pubblico il concetto di nichilismo, una corrente di pensiero che si diffonde rapidamente in quegli anni fra i giovani, cosa che infastidisce fortemente Dostoevskij.

«Ogni tanto mi viene in mente che molti di questi stessi giovani delinquenti, che vanno attualmente in putrefazione, finiranno un giorno per diventare degli autentici e solidi pocvenniki, e cioè dei veri russi? Quanto agli altri, che finiscano pure di marcire! Finiranno pure per tacere anche loro, colpiti da paralisi. Ma che autentiche carogne!»

Necaev, il rivoluzionario organizzatore di cellule terroristiche, si trasforma nel personaggio di Pëtr Verchovenskij, mentre lo studente universitario Ivanov veste i panni di Šatov. Ma durante la lavorazione nella mente dell'autore si affaccia il "vero" protagonista del romanzo, che sarà il 'demone' Nikolaj Stavrogin.
Il "vero" protagonista
Iniziato a scrivere verso la fine del 1869, il romanzo appare subito problematico per l'autore. Scritta infatti una prima parte, l'autore viene "visitato dall'autentica ispirazione e a un tratto mi sono innamorato del mio tema", come scriverà il 21 ottobre 1870. Riscrive quella prima parte, seguendo l'ispirazione avuta, finché sorge un altro problema:

"si è fatto avanti un nuovo personaggio che avanzava la pretesa di essere lui il vero protagonista del romanzo, cosicché il precedente protagonista (un personaggio interessante, ma che effettivamente non meritava il ruolo di protagonista) si è ritirato in secondo piano. Questo nuovo protagonista mi ha talmente affascinato che ho cominciato un'altra volta a riscrivere il romanzo".

Il "vecchio" protagonista è Pëtr Verchovenskij che, come novello Necaev, porta avanti i suoi propositi rivoluzionari reclutando e organizzando uomini al proprio scopo. Il "nuovo" protagonista è invece Nikolaj, figura che incarna un'altra tipologia di giovane odiata dall'autore: quello del viziato annoiato e immorale. Eppure Dostoevskij sembra nutrire per lui un affetto e attenzione maggiore che per gli altri; fa nascere il cognome del personaggio dalla parola greca stauròs che significa "croce", volendo dare elementi religiosi a un personaggio che a prima vista non pare proprio averne. Eppure sarà l'unico dei tanti "peccatori" del romanzo che prenderà pienamente coscienza dei propri peccati e che pagherà spontaneamente per questi.
Trama
L'azione si svolge quasi esclusivamente in una provincia senza nome vicino a San Pietroburgo ed è raccontata da Anton, colui che parla in prima persona; questi è un ufficiale ed ha seguito tutti gli eventi, o direttamente o perché raccontatigli da qualcuno dei protagonisti. Anton Lavrentievic è un caro amico di Stepan Trofimovic, che vive come tutore un po' esteta alla residenza della ricca Varvara Petrovna, vedova nonché imperiosa nobildonna. Il figlio di lei, Nikolaj Vsevolodovic, torna a casa dopo aver trascorso anni di vita dissoluta all'estero; torna trasformato soprattutto nell'animo, moralmente prosciugato da ogni illusione ideale o romantica di gioventù. Pëtr Stepanovic, figlio di Stepan Trofimovic, cerca la collaborazione di Nikolaj Vsevolodovic: egli vorrebbe metterlo a capo di un gruppo di cospiratori che ha l'obiettivo di rovesciare tutte le autorità, laiche e religiose. A questo scopo, con i suoi cinque affiliati, oltre alla collaborazione di Šatov e Kirillov, sta preparando degli attentati terroristici. La 'generalessa' Varvara Petrovna ha intanto predisposto un piano per far sposare il figlio con la benestante Lizaveta Nikolaevna, figlia di una cara amica di famiglia, un matrimonio che dovrebbe esser di puro interesse; ma ella non sa ancora che Nikolaj, mentre si trovava a San Pietroburgo, ha già sposato in segreto (ed apparentemente senza alcun motivo) Marija Timofeevna, sorella storpia e in parte fuor di senno dell'ubriacone Lebjadkin. Nikolaj Vsevolodovic pare rimanere impermeabile a qualsivoglia emozione, distaccato e distante, quasi fosse afflitto da una perenne noia esistenziale o oblio dell'anima. Il giovane Šatov continua ad esser combattuto tra una profonda ammirazione e un altrettanto forte senso di disprezzo nei confronti di Nikolaj: per merito suo sostiene infatti d'aver trovato la fede in Dio e non sembra troppo turbato dal fatto che questi abbia avuto una relazione con sua moglie, Marija Ignatijevna. Nikolaj in realtà ha un altro segreto inconfessabile, oltre a quello del matrimonio, che cela con cura in cuore. Kirillov intanto rivela in dettaglio agli altri la propria intenzione di uccidersi e ciò per dimostrare così a tutti l'inesistenza, non solo delle leggi divine, ma dello stesso Dio. Il suo progetto filosofico vuol esser quindi un suicidio educativo; in maniera tanto tragica quanto teatrale si spara un colpo di rivoltella nella tempia dopo un drammatico incontro con Pëtr Stepanovic.
Un certo Fed'ka, tipo losco ed inquietante, presentatosi davanti a Nikolaj, gli offre di liberarlo dalla storpia Marija per poter così aver spianata la strada del matrimonio con la danarosa ragazza trovata per lui dalla madre. Ma la proposta del criminale viene respinta da Nikolaj. In seguito il giovane pare voler confidarsi con la sorella di Ivan, la buona Dar'ja Pavlovna, chiedendo in modo ancora abbastanza imprecisato e non perfettamente chiaro, perdono per tutti i suoi crimini passati e finanche per quelli futuri che non ha ancora commesso. Avrà anche un colloquio con lo starec Tichon e gli racconterà della sua assoluta incapacità di credere in Dio ed aver fede nella sua religione: si viene a questo punto a conoscere la verità, cioè che Nikolaj ha tempo addietro violentato una bambina, la quale, per la vergogna e la disperazione, si è subito dopo impiccata. Lui non ha fatto nulla per impedire la tragedia, anzi in quel momento già pregustava quello che avrebbe potuto fare la piccola dopo esser stata così brutalmente sedotta ed abbandonata. Nel frattempo Pëtr Stepanovic ha trovato l'obiettivo adatto: la debolezza di Lembke, nuovo governatore della regione, e l'ambizione liberaleggiante della moglie, Julia Michajlovna, tramite la quale egli assume un ruolo di rilievo nella società mondana della cittadina. Segretamente, egli riunisce varie persone per organizzare un complotto, che forse prevederà "un assassinio politico", e frattanto si adopera per spargere ovunque confusione e discredito per l'autorità. Cercando di attrarre a sé Nikolaj Vsevolodovic, Pëtr Stepanovic era giunto al punto d'offrirgli il comando del gruppo, ma quegli non si è mai fatto attrarre alla causa nichilista propugnata da questi giovani uomini disillusi da tutto: da allora i due hanno continuato nel tempo a discutere dei rispettivi ideali. In una riunione clandestina, il congiurato Šigalëv propone un nuovo sistema politico, in cui il 90% dell'intera popolazione del grande impero russo sia costretta a lavorare al livello più primitivo d'esistenza, rimanendo completamente sotto il controllo e dominate dal restante 10%. Le manovre di Pëtr Stepanovic culminano nell'uccisione, per mano di Fed'ka, di Marija Timofeevna e del fratello. Nikolaj ha tentato nel frattempo di partire assieme a Lizaveta; ma quando lui le dice di non aver fatto nulla per impedire l'assassinio della moglie, lei si affretta di corsa verso il luogo dell'omicidio: qui viene letteralmente linciata dalla folla impazzita, che la crede mandante dell'efferato crimine.
Il rifiuto di Nikolaj Vsevolodovic fa sfumare i progetti di Pëtr Stepanovic. Convinto che Šatov possa denunciare tutti, Pëtr Stepanovic lo fa ammazzare a sangue freddo. La responsabilità di questo assassinio e degli altri misfatti verrà addossata a Kirillov, il quale, nella sua indifferenza, ha accettato di scrivere una lettera d'addio in cui si dichiara responsabile. Stefan Trofimovic decide di lasciare la città, ma durante il viaggio a piedi si ammala. Varvara l'ha fatto cercare e, appena ritrovatisi l'uno di fronte all'altra, non possono far altro che confessarsi i reciproci sentimenti d'amore che sempre hanno provato, ma tenuto segreto e represso per anni.
Nikolaj, dopo avere proposto a Dar'ja di seguirlo in Svizzera, travolto dal senso di colpa sempre più insopportabile (è afflitto costantemente da allucinazioni, attraverso cui gli appaiono una varietà enorme di 'spiriti maligni'), finisce con l'impiccarsi ad una trave della soffitta di casa, esattamente nello stesso modo che era stato scelto dalla bambina stuprata da lui anni prima.

Protagonisti
Stepan Trofimovic Verchovenskij Scrittore occidentalista e poeta incompreso, ingenuo e sentimentale, padre di Pëtr Verchovenskij. Simbolo delle "colpe dei padri"; ma è proprio da lui che giungono le uniche parole di conforto per il lettore sul finire del romanzo. Tutore di Nikolaj quando questi era un bambino, è uno sconfitto dalle ambizioni irrealizzate, dalla sfortuna in amore e dall'impotenza che dimostra di fronte ai problemi.
Nikolaj (Nikolas) Vsevolodovic Stavrogin Ultimo discendente di una ricca famiglia di proprietari terrieri. Taciturno, sempre perfettamente padrone di sé e dotato di una straordinaria forza fisica; dopo la laurea s'era arruolato nell'esercito e presto divenne guardia imperiale, ma a causa di vari scandali e della sua partecipazione a duelli vietati è stato rimosso. Diventa la rappresentazione del "male morale assoluto", lo spirito demoniaco per eccellenza. Sebbene lungo il corso della storia appaia meno di altri personaggi (a volte scomparendo addirittura dalla scena) è lui l'autentico motore del romanzo, attorno al quale vengono a ruotare poi tutti gli altri personaggi.
Pëtr Stepanovic Verchovenskij Figlio di Stepan Trofimovic e creatore di una cellula terroristica atta a sovvertire le leggi dello Stato; leader del movimento rivoluzionario locale. Abbastanza intelligente, ma soprattutto cinico manipolatore, un giovane appassionato.
Ivan Pavlovic Šatov (Šatuška) Studente liberalista, è stato in passato negli Stati Uniti in compagnia di Kirillov. È un fervente credente della grande missione assegnata al popolo russo. Viene ammazzato il giorno dopo che la moglie partorisce il figlio di Nikolaj.
Aleksej Nilic Kirillov Ingegnere affetto da smania nichilista; a suo parere la gente non ha il coraggio di suicidarsi essenzialmente per due motivi, la paura del dolore e il timore del 'dopo'. Ha la ferma intenzione di liberarsi da entrambe queste paure programmando il proprio libero e lucido suicidio, considerato come prova di piena avvenuta liberazione. In qualità di "imitatore di Cristo", si uccide per dimostrare l'inesistenza di Dio e delle sue leggi. Il personaggio viene ampiamente studiato da Albert Camus nel saggio Il mito di Sisifo.
Varvara Petrovna Stavrogina Madre di Nikolaj Vsevolodovic. Non pare mai riuscir a comprendere veramente cosa vive dentro il suo cuore il figlio tormentato.
Anton Lavrentievic G. L'Io narrante, colui che racconta il succedersi dei fatti. Amico e confidente di Stepan Trofimovic.

dosto 5

Aci e Galatea di Claude Lorrain (1600-1682), un quadro che svolge una importante funzione all'interno del romanzo. Infatti, all’interno della confessione di Stavrògin, spicca il racconto di un sogno, il «sogno dell’Età dell’oro», ispirato proprio dal quadro di Claude Lorrain "Aci e Galatea". Aci era un pastorello, figlio di Fauno, che pascolava le sue pecore vicino al mare, quando un giorno vide Galatea e se ne innamorò; l’amore fu ricambiato e si rivelavano inutili le avance di Polifemo verso la ninfa. Una sera, al chiarore della luna, il ciclope vide i due innamorati in riva al mare baciarsi. Accecato dalla gelosia decise di vendicarsi. Non appena Galatea si tuffò in mare, Polifemo prese un grosso masso e lo scagliò contro il pastorello schiacciandolo. Appena Galatea seppe della terribile notizia, accorse e pianse tutte le sue lacrime sopra il corpo martoriato di Aci. Giove e gli dèi ebbero pietà e trasformarono il sangue del pastorello in un piccolo fiume che nasce dall’Etna e sfocia nel tratto di spiaggia proprio dove i due amanti erano soliti incontrarsi. Molti paesi di quella zona hanno preso il nome di Aci. (Aci Reale, Aci Trezza, Aci Castello, Aci S. Antonio, Aci Catena ...)


Eugenio Caruso - 21 agosto 2022

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Tratto da

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www.impresaoggi.com