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Garcìa Màrquez e il suo capolavoro Cent'anni di solitudine.

«Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto mestiere, et hannol trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli.»
(Giovanni Boccaccio, Decameron, Proemio)

GRANDI PERSONAGGI STORICI Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona. In questa sottosezione figurano i grandi poeti e letterati che ci hanno donato momenti di grande felicità.

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Gabriel García Márquez nel 2009

Gabriel José de la Concordia García Márquez, noto semplicemente come Gabriel García Márquez soprannominato Gabo (Aracataca, 6 marzo 1927[1] – Città del Messico, 17 aprile 2014), è stato uno scrittore, giornalista e saggista colombiano naturalizzato messicano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982 “per i suoi romanzi e racconti, nei quali il fantastico e il realistico sono combinati in un mondo riccamente composto che riflette la vita e i conflitti di un continente”, giova notare che, spesso il Nobel per la letteratura viene assegnato a scrittori comunisti, in questo caso ritengo l'assegnazione realmente valida, oltre le considerazioni poliotiche. Tra i più celebri scrittori in lingua spagnola, García Márquez è considerato uno degli esponenti più emblematici del cosiddetto realismo magico, la cui opera ha fortemente contribuito a rilanciare l'interesse per la letteratura latinoamericana. Dotato d'una prosa ricca e sinuosa, ma al contempo scorrevolissima, le sue opere si segnalano per le loro articolate strutture narrative, spesso e volentieri costruite mediante l'intrecciarsi di punti di vista multipli e il fitto ricorso della prolessi e dell'analessi, e le loro complesse e sfaccettate trame soventemente allegoriche e propense alle contaminazioni mitologico-folcloristiche. Il suo romanzo più famoso, Cent'anni di solitudine, è tra le opere più significative della letteratura del XX secolo ed è stato votato come la seconda opera più importante mai scritta in spagnolo durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena de Indias (nella sua natía Colombia) nel marzo del 2007. All'opera è stata infatti anteposta soltanto il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.
Quando acquistai il romanzo Cent'anni di solitudine ne fui talmente preso che lo lessi, durante una festività, in pochi giorni; non riuscivo a staccarmene e fui felice quando arrivai alla fine ed ebbi il quadro completo delle traversie della famiglia Buendia.
Primogenito dei sedici figli del telegrafista Gabriel Eligio Basilio García (1901-1984) e della chiaroveggente Luisa Santiaga Márquez Iguarán (1905-2002), Gabriel García Márquez nacque ad Aracataca, un paesino fluviale della Colombia settentrionale, il 6 marzo 1927 (sebbene venga spesso erroneamente riportato come anno di nascita il 1928). Dopo il trasferimento a Riohacha, il giovane García Márquez crebbe con i nonni materni: il colonnello liberale Nicolás Ricardo Márquez Mejía (1864-1936) e la sua consorte Tranquilina Iguarán Cotes (1863-1947), una grande conoscitrice di fiabe e leggende locali. Come consuetudine diffusa nei paesi ispanici, porta i due cognomi del padre e della madre. Nel 1937, a seguito della morte del nonno avvenuta l'anno precedente, García Márquez si trasferì a Barranquilla per studiare. Dal 1940 frequentò il Colegio San José e si diplomò al Colegio Liceo de Zipaquirá nel 1946. L'anno dopo, García Márquez si trasferì a Bogotà per studiare giurisprudenza e scienze politiche presso l'Universidad Nacional de Colombia, ma presto abbandonò lo studio a causa dello scarso interesse che quelle materie suscitarono in lui.
Dopo i disordini del 1948 (nel periodo detto La Violencia, culminato con la dittatura di Gustavo Rojas Pinilla nel 1953), in cui nel rogo della pensione in cui abitava bruciarono alcuni suoi scritti, si trasferì a Cartagena dove cominciò a lavorare dapprima come redattore e poi come reporter de "El Universal". Alla fine del 1949 si trasferì a Barranquilla per lavorare come opinionista e reporter a "El Heraldo". Su invito di Álvaro Mutis, nel 1954 García Márquez tornò a Bogotá, a lavorare a El Espectador come reporter e critico cinematografico. L'anno successivo trascorre alcuni mesi a Roma, dapprima come inviato nella città, dove segue dei corsi di regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, in seguito si trasferisce a Parigi.
Nel 1958, dopo un soggiorno a Londra, García Márquez tornò in Sudamerica, stabilendosi in Venezuela. Nello stesso anno sposa, a Barranquilla, Mercedes Barcha e, dopo la salita al potere di Fidel Castro, visita Cuba, dove ha modo di conoscere personalmente Che Guevara, e lavora (prima a Bogotà, poi a New York) per l'agenzia Prensa Latina, fondata da Jorge Ricardo Masetti e dallo stesso Castro, del quale divenne un buon amico. Questa amicizia - che egli definì intellettuale e letteraria, più che politica - con il líder maximo gli fruttò diverse critiche, non impedendogli comunque che venisse stimato anche negli Stati Uniti (ad esempio dall'ex Presidente Bill Clinton, il quale ha dichiarato che è il suo scrittore preferito, e lo ha anche incontrato alla Casa Bianca, rimuovendo il divieto al visto d'ingresso posto sullo scrittore nel 1961, a causa della sua frequentazione di Cuba). Dalla moglie Mercedes Barcha Prado (1932-2020) ha avuto due figli, Rodrigo (nato a Bogotá nel 1959) e Gonzalo (nato in Messico nel 1962).
Nel 1961 si trasferisce a New York, sempre come corrispondente di Prensa Latina. Sentendosi messo sotto sorveglianza dalla CIA e minacciato dagli esuli cubani anticastristi, decide di trasferirsi in Messico, dopo aver perso l'autorizzazione alla residenza permanente come cronista negli Stati Uniti, in seguito a decisioni politiche. Nel 1971, a causa dell'«affaire Padilla» - il governo cubano aveva fatto arrestare e poi costretto a una pubblica autocritica, in cui accusava sé stesso e la moglie (condizione imposta per l'immediato rilascio e la concessione del visto d'uscita), il poeta Heberto Padilla, per avere scritto contro la Rivoluzione e il castrismo -, molti intellettuali socialisti e comunisti, tra cui Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini e altri firmarono una lettera di critica al governo cubano, rompendo di fatto i loro rapporti e il sostegno a Castro: García Márquez fu, al contrario, l'unico degli intellettuali interpellati che si rifiutò di firmare questa lettera aperta, e il fatto che Vargas Llosa lo avesse invece fatto, interruppe il loro lungo rapporto d'amicizia (Vargas Llosa aveva scritto la sua tesi di dottorato proprio sull'opera di García Márquez); i due scrittori sudamericani non si sono parlati per oltre trent'anni, avendo troncato definitivamente ogni contatto dopo un acceso litigio a Città del Messico nel 1976, in cui, in parte per le divergenze politiche ed in parte per motivi personali, Vargas Llosa colpì García Márquez con un pugno in pieno volto. Solo nel 2007, nonostante Vargas Llosa fosse rimasto sulle sue posizioni anticomuniste e neoliberiste, avvenne una parziale riappacificazione, quando l'autore peruviano permise la pubblicazione di un suo saggio del 1971, nell'introduzione di una nuova edizione di Cent'anni di solitudine.
Il suo esordio letterario avvenne nel 1955 con il romanzo Foglie morte, ma il primo racconto risale al 1947. Dopo il trasferimento in Messico, si dedicò in maniera costante alla scrittura. Nel 1967 pubblicò la sua opera più nota: Cent'anni di solitudine un romanzo che narra le vicende della famiglia Buendía a Macondo attraverso diverse generazioni. Un'opera complessa e ricca di riferimenti e allusioni alla storia e alla cultura popolare sudamericana, considerata la massima espressione del cosiddetto realismo magico, e che ha consacrato in tutto il mondo García Márquez come un autore del massimo livello. Nel 1973 abbandona temporaneamente, per circa due anni, la letteratura per dedicarsi al giornalismo sul campo, come segno di protesta per il colpo di stato cileno del generale Augusto Pinochet, che portò alla morte del presidente Salvador Allende. Nel 1974, a Roma ha fatto parte della sessione II del Tribunale Russell, organizzazione indipendente fondata dal matematico e pensatore Bertrand Russell e dal filosofo Jean-Paul Sartre ai tempi della guerra del Vietnam, che ha esaminato le violazioni di diritti umani in Cile.
Negli anni successivi seguiranno numerosi altri romanzi e saggi, fra i quali spiccano soprattutto L'autunno del patriarca (1975), Cronaca di una morte annunciata e il più noto L'amore ai tempi del colera, pubblicati negli anni settanta e ottanta, che ottengono un grande successo di pubblico in tutto il mondo, e dai quali sono state tratte omonime versioni cinematografiche. Nel 1976 dichiara che non pubblicherà più nulla fino a che Pinochet deterrà il potere in Cile, ma cambierà idea nel 1980, accettando una nuova pubblicazione; nel 1986 pubblicò invece, sempre sulla dittatura di Santiago, Le avventure di Miguel Littin, clandestino in Cile, reportage sul regista dissidente cileno Miguel Littín. Dal 1975, Gabriel García Márquez vive tra il Messico, Cartagena de Indias, L'Avana e Parigi. Nel 1982, venne insignito del Premio Nobel per la letteratura. Dagli anni Ottanta agli anni Novanta trascorrerà poco tempo in patria (anche se ritornò nella vecchia residenza di Aracataca nel 1983, l'anno prima della morte di suo padre), insanguinata dalla guerra tra governo, narcotrafficanti e guerriglieri come le FARC. Come già fatto in passato, García Márquez si proporrà e svolgerà il ruolo di mediatore per cercare di ottenere la pace in Colombia, fino agli anni 2000.

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La strada principale di Aracataca, paese natale di Màrchez


Nel 1986 conosce il leader sovietico Michail Gorbachev a Mosca, e partecipa a cerimonie politiche invitato da Carlos Andrés Pérez in Venezuela e François Mitterrand in Francia. Negli anni Novanta, prima della malattia che lo colpirà, diventa un simpatizzante del leader venezuelano Hugo Chávez e del socialismo del XXI secolo, anche se non ne apprezza tutte le iniziative, sostenendo l'azione di Castro presso il leader bolivariano, che secondo lo scrittore servì a moderarne molte posizioni estreme ed intransigenti. Inoltre critica il presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, ex liberale di sinistra passato al centro-destra, soprattutto per la sua politica proibizionista sulle droghe che, secondo lo scrittore, rafforzerebbe i cartelli dei narcotrafficanti di cocaina anziché indebolirli, mentre la cessazione della war on drugs poteva aprire scenari di pacificazione con le frange di popolazione che appoggiano i cartelli, invitando questi ultimi a deporre le armi. Sui cartelli della droga scrive anche il resoconto Notizia di un sequestro, un libro-intervista agli ostaggi di un sequestro di persona ad opera del celebre trafficante Pablo Escobar. Si oppone all'estradizione di Escobar negli USA, sostenendo che vada giudicato per i suoi crimini in Colombia (Escobar morirà poi in uno scontro a fuoco con le forze governative) e alla militarizzazione del paese. Lo scrittore propose una politica di mediazione e di pace tra governo, cartelli e gruppi guerriglieri come le FARC.
Nel 1999 gli viene diagnosticato un linfoma (linfoma non Hodgkin) che lo spinge a iniziare a scrivere le sue memorie, alle quali si dedica per parecchie ore al giorno, e nel 2000 il periodico peruviano "La República" diffonde l'errata notizia secondo cui il Nobel sarebbe ormai agonizzante. In realtà era a Los Angeles, per sottoporsi ad alcuni cicli di chemioterapia; sosterrà che il tumore è stata l'occasione per tornare a scrivere dopo un periodo di silenzio. Poco dopo circolò in rete lo scritto La Marioneta, una sorta di commiato dagli amici più cari. In un'intervista al periodico mattutino salvadoregno El Diario de Hoy, datata 2 giugno 2000, fu lo stesso García Márquez a negarne la paternità, affermando, tra l'altro: «Quello che potrebbe uccidermi è che qualcuno creda che io abbia scritto una cosa così kitsch. È la sola cosa che mi preoccupa». In seguito, García Márquez e l'autore del brano, Johnny Welch, si incontrarono, ponendo fine alla querelle.
Nel 2002 pubblicò la prima parte della sua autobiografia intitolata Vivere per raccontarla. Nel 2005 García Márquez, vinta definitivamente la sua battaglia contro il cancro, è tornato alla narrativa con quello che sarebbe stato il suo ultimo romanzo, Memoria delle mie puttane tristi, mentre nel 2010, riprendendo la linea autobiografica, ha pubblicato il saggio Non sono venuto a far discorsi, raccolta di discorsi da lui scritti e pronunciati in varie occasioni. Negli anni 2000 fu tra i molti firmatari di una petizione a sostegno dell'ex terrorista e scrittore italiano Cesare Battisti. Nel 2012 l'amico Plinio Mendoza dichiarò che lo scrittore era stato colpito dalla malattia di Alzheimer (patologia che aveva già colpito la madre dello scrittore, morta nel 2002 all'età di 97 anni) e che pertanto non avrebbe potuto più scrivere. La notizia fu confermata dal fratello Jaime, secondo il quale "Gabo" era affetto da demenza senile, ma non dalla moglie, secondo cui i problemi di memoria erano quelli fisiologici delle persone anziane. Lo stesso scrittore ha dichiarato alla stampa, per il suo 86º compleanno, il 6 marzo 2013, di essere "molto felice di essere arrivato a quest'età" senza fare cenno alla presunta malattia. García Márquez è ricomparso in pubblico il 30 settembre 2013, in buone condizioni di salute. Nel 2014 la salute dello scrittore declinò nuovamente, e il 17 aprile 2014 Garcia Marquez muore all'età di 87 anni in una clinica di Città del Messico, dove era stato ricoverato pochi giorni prima per un problema respiratorio dovuto a polmonite e per un'infezione delle vie urinarie. Per commemorare la scomparsa del premio Nobel colombiano, il presidente Juan Manuel Santos dispose il lutto nazionale per tre giorni.

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Gabriel García Márquez in una foto del 1984, mentre indossa un tipico copricapo colombiano


Lo stile letterario e le tematiche
Gabriel García Márquez fu uno dei quattro scrittori latinoamericani coinvolti per primi nel boom letterario latinoamericano degli anni Sessanta e Settanta; gli altri tre autori erano il peruviano Mario Vargas Llosa, l'argentino Julio Cortázar e il messicano Carlos Fuentes (ad essi è da aggiungersi la figura discostata di Jorge Luis Borges). Sarà Cent'anni di solitudine il romanzo che gli porterà fama internazionale di romanziere del movimento magico-realista della letteratura latinoamericana, che influenzerà gli scrittori di periodi successivi, come Paulo Coelho e Isabel Allende. Egli appartiene alla generazione che recuperò la narrativa fantastica del romanticismo europeo, come quella di E.T.A. Hoffmann, e il romance, lo stile dei poemi lirici, epici e mitologici che andavano di moda fino all'alba del romanzo moderno nel XVIII secolo, quando la particolare mescolanza di reale e invenzione venne relegata nella letteratura del romanzo gotico - dei vari Hoffmann, Walpole, Radcliffe, Shelley, Lewis e Charles Robert Maturin, autore di Melmoth l'errante (si veda la leggenda dell'ebreo errante o quella di Francisco el Hombre, che ricorda vagamente La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, citate da Márquez in Cent'anni di solitudine) - o in altri sottogeneri.
Come una metaforica e critica interpretazione della storia colombiana, dalla fondazione allo Stato contemporaneo, Cent'anni di solitudine riporta diversi miti e leggende locali attraverso la storia della famiglia Buendía, i cui membri per il loro spirito avventuroso si collocano entro le cause decisive degli eventi storici della Colombia — come le polemiche del XIX secolo a favore e contro la riforma politica liberale di uno stile di vita coloniale; l'arrivo della ferrovia in una regione montuosa; la Guerra dei mille giorni (Guerra de los Mil Días, 1899–1902); l'egemonia economica della United Fruit Company ("Compagnia bananiera" nel libro); il cinema; l'automobile; e il massacro militare dei lavoratori in sciopero come politica di relazioni fra governo e manodopera. La ripetitività del tempo e dei fatti è appunto il grande tema del romanzo, un tema in cui l'autore riconosce la caratteristica della vita colombiana e attraverso cui vediamo delinearsi altri elementi: l'utilizzo di un "realismo magico" che mostra un microcosmo arcano in cui la linea di demarcazione fra vivi e morti non è più così nitida e in cui ai vivi è dato il dono tragico della chiaroveggenza, il tutto con un messaggio cinicamente drammatico di fondo, di decadenza, nostalgia del passato e titanismo combattivo di personaggi talvolta eroici ma votati alla sconfitta.
Su questa linea, dopo un inizio nella letteratura realistica di stile hemingwayano, proseguirà tutta l'opera di García Márquez (tranne gli scritti prettamente autobiografici), in equilibrio tra l'allegoria, il reale e il mito, influenzato dalle tematiche surreali dell'"allegorismo vuoto" di Franz Kafka e dal simbolismo. Lo stile presenta notevoli intrecci, digressioni, prolessi e analessi, con l'uso di frasi quasi poetiche nella prosa, un linguaggio ricercato e prosaico alternato a seconda del personaggio, e lo svolgimento di storie "corali" e parallele. Il narratore è spesso esterno e onnisciente, cioè conosce già gli avvenimenti futuri.
Oltre agli autori citati si possono ricordare come fonte di ispirazione: per il contenuto nel tipico stile del realismo magico latinoamericano, l'influenza di numerosi scrittori e autori, tra cui William Faulkner, Sofocle, Herman Melville, Juan Rulfo, Virginia Woolf, Miguel de Cervantes con il suo Don Chisciotte della Mancia, il surrealismo e l'espressionismo; per il linguaggio e la tecnica formale della scuola magico-realista ispanica a cui appartiene l'autore, che oscillano tra crudezza, raffinatezza e involutezza del periodare, si è debitori oltre che a Hemingway, a Graham Greene e, per le parti più ricercate in cui vi è un monologo del narratore privo di dialoghi, allo stile neobarocco-decadente di Joris-Karl Huysmans; ciò per influsso del romanziere peruviano, modernista-ispanoamericano, Ventura García Calderón, ispiratosi a sua volta al citato scrittore francese di A rebours (1884) e a Wilde, nipote di Maturin, specialmente alle parti gotiche del Dorian Gray (1891).

Cent'anni di solitudine

Trama

Cent'anni di solitudine è la storia delle sette generazioni della famiglia Buendía nell'immaginaria cittadina di Macondo, nella Colombia caraibica. Lo stile di questo romanzo, definito in seguito "realismo magico", racconta un microcosmo arcano e segregato in cui la linea di demarcazione fra vivi e morti non è così nitida e ai vivi è dato il dono tragico della chiaroveggenza, il tutto sullo sfondo di un drammatico messaggio di isolamento e arretratezza. Il romanzo è diviso in capitoli separati da un'interruzione di pagina, che non sono tuttavia numerati né intitolati. Dalla fondazione di Macondo alla sua fine passano circa cento anni, appunto, di "solitudine"; pressappoco equivalente, nella lente trasfigurata della fantasia dell'autore, al periodo colombiano dal 1830 (anno di fondazione della Colombia simboleggiata da Macondo) alla depressione economica post-bananiera del 1930, come si evince dai pochi avvenimenti storici ricordati e dalle tecnologie usate.

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Albero genealogico della famiglia Buendia

La prima generazione

I Buendía della prima generazione sono protagonisti dei capitoli da 1 a 3.

Il capostipite e fondatore di Macondo, José Arcadio Buendía, e sua moglie (e cugina di primo grado) Ursula Iguarán lasciano la città in cui vivono dopo che lui ha ucciso un uomo che lo prendeva in giro per questioni sessuali. Insieme a ventuno amici e con le loro famiglie, vagano nella selva e nelle paludi per quattordici mesi nel tentativo di raggiungere la costa atlantica. Una notte José Arcadio sogna una città fatta di ghiaccio e ode pronunciare il nome "Macondo", così decide di fermarsi lungo il fiume dove è accampato.

Nasce così Macondo, città di 300 anime; il primo nato nel nuovo villaggio è suo figlio secondogenito Aureliano. Circondata da acque e paludi, il villaggio viene trovato per caso in mezzo al nulla dalla tribù dello zingaro Melquíades, per lungo tempo l'unico contatto con il mondo esterno. Melquíades porta a Macondo il fascino dell'alchimia (José Arcadio sacrificherà alla formula per produrre l'oro, malgrado lo zingaro l'abbia messo in guardia, il piccolo tesoro della moglie) e la consapevolezza che il villaggio nella giungla è rimasto indietro rispetto al progresso.

Dopo la morte di Melquíades, la tribù zingara che lo sostituisce porta soltanto fenomeni da baraccone, come la macchina per produrre il ghiaccio che rimane impressa nella fantasia del bambino Aureliano e che fornisce lo spunto per il memorabile e famoso incipit del romanzo, la prima delle molte prolessi della narrazione:

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.»

Divenuto adolescente, il primogenito dei Buendía, che porta lo stesso nome del padre, José Arcadio, ha una relazione segreta con Pilar Ternera, una giovane donna “sedotta e abbandonata” che lavora in casa Buendía. Ma un giorno ha un colpo di fulmine per una ragazzina zingara, e fugge insieme alla tribù girovaga. Partita al suo inseguimento, la madre Ursula (che ha appena dato alla luce una terza figlia, Amaranta) scompare per mesi, e al suo ritorno rivela che a solo due giorni di distanza sorge un'altra cittadina lungo la strada del servizio postale. Macondo non è più isolata.

Il paese si ingrandisce con nuovi immigrati. Pilar Ternera dà alla luce il figlio di José Arcadio, che per distinguerlo dal padre e dal nonno viene chiamato Arcadio. Un giorno arriva a casa Buendía una piccola orfana, inviata da lontani parenti che nessuno ricorda: si chiama Rebeca e viene allevata insieme ad Arcadio, ma la bambina porta con sé il contagio della malattia dell'insonnia. Oltre a impedire di dormire, il morbo provoca una progressiva e grave perdita di memoria, al punto che gli abitanti di Macondo devono scrivere bigliettini con il nome delle cose su ogni oggetto di uso comune e compilare una lista di incombenze quotidiane per sopravvivere. A salvare il villaggio è lo zingaro Melquíades, ritornato dalla morte con una pozione medicinale.

Macondo adesso è collegata con il resto del paese; un giorno giunge una bizzarra compagnia, un'anziana molto grassa che si fa mantenere dalla nipotina, costretta a coricarsi con decine di uomini al giorno.  Aureliano Buendía, ormai ventenne, si intrattiene con la ragazzina senza approfittarne.

Dopo il collegamento con la civiltà, tuttavia, Macondo viene raggiunta anche dall'autorità, nella persona del correggitore don Apolinar Moscote, che però viene cacciato da José Arcadio quando pretende di decidere persino il colore di casa Buendía, ampliata e ristrutturata per la famiglia allargata. Don Apolinar ritorna con famiglia e soldati per insediarsi a Macondo, e stabilisce una tregua con i Buendía; ma il giovane Aureliano, che accompagna il padre, si innamora perdutamente di una delle figlie di Moscote, Remedios, di soli nove anni.

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Aureliano Buendía nel laboratorio orafo

La seconda e la terza generazione

Dal capitolo 4 al capitolo 9

Aureliano Buendía perde il sonno per Remedios Moscote. Durante le sue smanie, una notte si infila in camera di Pilar Ternera e perde la verginità con lei, poi chiede ai genitori di sposarsi con la figlia del correggitore. Passato lo sgomento di entrambe le famiglie, dal momento che Remedios è ancora impubere, le nozze vengono rimandate. Anche Rebeca e Amaranta raggiungono l'età dell'amore, e entrambe si invaghiscono dell'italiano Pietro Crespi, venuto a casa Buendía per installare una pianola automatica acquistata da Ursula per insegnare le danze moderne alle ragazze. A essere corrisposta è Rebeca, con gran risentimento della sorellastra, la quale giura che i due non si sposeranno mai. Le nozze di Rebeca e quelle di Aureliano vengono fissate nello stesso giorno, ma una falsa lettera sulla morte della madre allontana Pietro Crespi.

Remedios si trasferisce a casa dei suoceri, ed è lei a prendersi cura di José Arcadio quando il vecchio impazzisce e occorre legarlo a un albero. Amaranta, gelosa, continua a augurarsi qualcosa di tremendo che impedisca le nozze di Rebeca, nutrendo anche il proposito di avvelenarla il giorno prima del matrimonio; purtroppo non è necessario perché Remedios muore a causa di una gravidanza gemellare. Aureliano ne esce distrutto, ma improvvisamente torna a casa suo fratello José Arcadio, enorme e con il corpo tutto tatuato, dopo aver girato il mondo intero. Sopravvive grazie a prestazioni sessuali da superdotato finché Rebeca si invaghisce di lui e si intrufola nella sua stanza nottetempo. Poco dopo i due si sposano (il prete rivela che non sono fratelli) malgrado la contrarietà di Ursula, e si trasferiscono a vivere in un'altra casa. Rassegnato, Pietro Crespi comincia a frequentare Amaranta e le chiede di sposarlo: dovrebbe essere il coronamento dell'attesa della giovane, ma lei prende tempo.

Intanto la situazione politica evolve verso il dramma. Dopo la morte della giovanissima moglie, Aureliano ha continuato a frequentare la casa del suocero che ha fiducia in lui; così assiste ai brogli elettorali quando le schede dei voti liberali vengono sostituite con voti conservatori. La sollevazione armata è già iniziata altrove; è Aureliano, dopo qualche tentennamento, a mettersi a capo dell'insurrezione a Macondo: i soldati del correggitore vengono disarmati, a don Moscote non viene torto un capello, ma ventuno giovani si danno alla macchia insieme all'autonominato colonnello Aureliano Buendía. È lo stesso numero di uomini che erano giunti insieme a suo padre attraverso le paludi per fondare Macondo sulla riva del fiume.

È l'inizio del lungo periodo di guerre civili.

Le guerre civili

La lunga parentesi delle guerre civili comprende i capitoli da 6 a 9, e si apre con una sorta di secondo incipit tra i passaggi più noti dell'autore colombiano:

«Il colonnello Aureliano Buendía promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono sterminati uno dopo l’altro in una sola notte, prima che il maggiore compisse trentacinque anni. Sfuggì a quattordici attentati, a settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione, Sopravvisse a una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata a ammazzare un cavallo. Respinse l’Ordine del Merito che gli conferì il presidente della repubblica. Giunse a essere comandante generale delle forze rivoluzionarie, con giurisdizione e comando da una frontiera all’altra, e fu l’uomo più temuto dal governo, ma non permise mai che lo fotografassero.»

Aureliano lascia luogotenenza di Macondo a Arcadio, che ne approfitta per atteggiarsi a tiranno. Abolisce la messa domenicale e governa per decreti, ma quando decide di fucilare don Apolinar Moscote, sua nonna interviene a ridimensionare la sua autorità. L'ex correggitore è salvo, il prete può tornare a celebrare, ma Arcadio si costruisce una casa nuova con soldi pubblici, anche grazie alla complicità di suo padre José Arcadio.

Amaranta rivela a Pietro Crespi che non ha nessuna intenzione di sposarlo, il giovane italiano è così disperatamente preso da lei, dopo la delusione ricevuta da Rebeca, che si toglie la vita. Amaranta è distrutta dal rimorso, ma la vicenda politica prende il sopravvento. La guerra va male per i liberali, l'esercito governativo prende d'assalto Macondo; dopo una strenua resistenza, Arcadio viene catturato e fucilato, lasciando la moglie con la figlia Remedios e in attesa di due gemelli. I liberali si arrendono, il colonnello Buendía cade prigioniero, il suo ultimo desiderio è che la sentenza di morte venga eseguita nella sua città. Al suo arrivo in ceppi la madre stenta a riconoscerlo: si è indurito e inaridito. L'ostilità degli abitanti tuttavia è così tangibile che i militari devono estrarre a sorte i nomi del plotone d'esecuzione, e al momento della fucilazione il capitano Carnicero libera il prigioniero e fugge con lui insieme ai suoi uomini.

I liberali trattano con il governo la pace e l'ingresso in parlamento, ma il colonnello Aureliano Buendía li sconfessa e promuove una serie di sollevazioni fino a proclamare la guerra totale. A Macondo arriva un sindaco militare, il colonnello Moncada, che tratta con umanità e rispetto i cittadini; questo non impedisce a Aureliano, il cui esercito vittorioso torna in città, di rispettare il pronunciamento del tribunale militare che lo condanna a morte. Il lutto perseguita la famiglia Buendía: il capostipite José Arcadio muore di vecchiaia e demenza, suo figlio José Arcadio viene misteriosamente assassinato; Aureliano José, figlio del colonnello e di Pilar Ternera, muore fucilato. Tuttavia, una dopo l'altra diciassette donne portano bambini di diverse età a Macondo per farli riconoscere come figli del colonnello Buendía, il quale durante la guerra non si è mai sottratto all'usanza di ricevere nella tenda fanciulle che le stesse madri gli portavano per “migliorare la razza”.

La guerra va di nuovo male per i liberali. Il colonnello Buendía è sempre più solo e esacerbato. Arriva persino a lasciare che il suo amico d'infanzia Gerineldo Márquez venga condannato a morte dal tribunale militare per insubordinazione, perché si oppone alle manovre dei politicanti di partito che rinunciano agli ideali liberali. Prima dell'esecuzione della sentenza tuttavia il colonnello ha una crisi di coscienza, libera l'amico e fuggono insieme con l'intento di porre termine alla guerra. Da questo momento il carattere del colonnello peggiora ulteriormente, le ostilità rincrudiscono con l'intento di costringere il governo e il partito liberale a negoziare. L'armistizio che pone fine alle guerre civili viene infine firmato a Neerlandia, vicino a Macondo. Aureliano Buendía sigla la resa,  quindi si spara un colpo al cuore che tuttavia non lede alcun organo vitale.

La quarta e la quinta generazione

Dal capitolo 10 al capitolo 17

Mentre il colonnello Buendía si ritira a vita privata nella casa di Macondo, dedicandosi alla produzione artigianale di pesciolini d'oro, i tre figli di Arcadio e Santa Sofia de la Piedad si affacciano all'adolescenza: la bellezza della primogenita, Remedios, è tale da far perdere la ragione a più di un uomo, malgrado in casa venga considerata minorata a causa della sua ingenuità nei rapporti interpersonali. I suoi fratelli minori, i gemelli José Arcadio Secondo e Aureliano Secondo, nati dopo la morte del padre, probabilmente hanno giocato allo scambio di identità, dal momento che il primo ha ereditato il fisico e il carattere degli Aureliano, e il secondo somiglia invece agli Arcadio.

“Remedios la bella non era un essere di questo mondo”: della sua fiabesca bellezza che ha già portato alla morte o alla pazzia più giovani si mormora parecchio a Macondo, finché nonna Ursula, ormai centenaria, acconsente che la giovane diventi Reginetta dello sfrenato Carnevale organizzato in città, dove il benessere continua a aumentare. La fama della festa è tale da attirare in città un'altra giovane di favolosa bellezza, Fernanda del Carpio; di lei si invaghisce perdutamente Aureliano Secondo, che riesce a sposarla dopo averla inseguita fino nella sua tetra e remota città sull'altopiano.

Giunta a Macondo, Fernanda cambia poco per volta le abitudini di casa Buendía, introducendo l'osservanza di prescrizioni religiose nei ritmi di vita e anche nell'intimità coniugale: in questa si raggiunge un equilibrio quando il marito riesce a convincerla che la straordinaria fertilità degli animali da allevamento che arricchisce a dismisura la casa è dovuta alla presenza della propria amante Petra Cotes. Fernanda dà alla luce due figli, José Arcadio, destinato fin dalla più tenera età al seminario nella speranza che diventi papa, e Renata Remedios detta Meme.

Il governo conservatore decide di festeggiare la pacificazione e il genetliaco di Aureliano Buendía conferendogli una medaglia al valore, ma l'anziano colonnello rifiuta indignato. Nel frattempo a Macondo arriva, insieme alla ferrovia, il progresso. La cittadina si ingrandisce, giungono anche degli stranieri che Aureliano Secondo invita a pranzo. Tra di loro lo statunitense Mr. Brown, che si fa promotore dell'arrivo della Compagnia Bananiera. Le terre che circondano Macondo vengono giudicate adatte alla coltivazione di frutta, molti abitanti cominciano a lavorare per la multinazionale. Gli americani costruiscono un villaggio separato con belle case e vita indipendente. I gringos portano con sé uomini dal grilletto facile, e quando un bambino viene trucidato insieme al nonno per una quisquilia, Aureliano Buendía si indigna al punto di voler promuovere una nuova guerra totale per cacciare gli stranieri, ma l'amico Gerineldo Márquez lo fa desistere. A seguito delle sue minacce di insurrezione, tutti i suoi figli illegittimi (tranne il primogenito Aureliano Amador) vengono assassinati da pistoleri in una sola notte in diverse località della Colombia.

Remedios la bella improvvisamente ascende al cielo in un'esplosione di luce, circondata da farfalle, dopo aver fatto perdere la ragione a diversi uomini. Aureliano Buendía non esce più dalla sua stanza dove continua a lavorare ai pesciolini d'oro, finché un mattino muore mentre è uscito a urinare in cortile. Il governo proclama ipocritamente il lutto nazionale.

Meme è cresciuta, viene inviata a studiare in collegio per volontà della madre Fernanda. Per salvaguardare l'unità della famiglia, suo padre (che si è trasferito a abitare dall'amante Petra Cotes) torna dalla moglie ogni volta che Meme torna a casa in vacanza. La ragazzina però si innamora di Mauricio Babilonia, un autista che lavora per la compagnia bananiera, e lo frequenta a casa di Pilar Ternera. Nonna Ursula, più che centenaria, perde la vista, ma conosce così bene la casa che riesce a tenerlo nascosto a tutti. Amaranta, ormai vecchia e amareggiata dal pluridecennale rimpianto per il suicidio di Pietro Crespi, riceve dalla morte stessa il preavviso che dovrà lasciare questo mondo appena finito di tessere un lenzuolo funebre, e così accade puntualmente.

Scoperta la tresca della figlia Meme, Fernanda denuncia la presenza di un ladro di galline intorno alla casa; colpito da una guardia mentre si intrufola di notte nel bagno (dove Meme lo stava aspettando), Mauricio Babilonia rimane paralizzato a vita. Malgrado la contrarietà del marito, Fernanda chiude la figlia in un convento nella fredda città degli altopiani dove è nata. Meme non parlerà più per il resto della vita. Qualche mese dopo, una suora porta da Fernanda un bambino illegittimo che verrà battezzato Aureliano; Fernanda lo tiene nascosto per diverso tempo, finché il marito Aureliano Secondo lo scopre.

L'arrivo della compagnia bananiera non ha portato solo lavoro e benessere, ma anche forti tensioni. I lavoratori si organizzano contro i bassi salari e il pagamento in buoni da spendere negli spacci della compagnia. José Arcadio Secondo è uno dei sindacalisti più in vista, dopo un breve periodo in carcere viene rimesso in libertà. Un'ondata di scioperi. Mr. Brown costretto a firmare un contratto di lavoro riesce a annullarlo fingendosi morto. Lo sciopero dilaga. Le autorità comunicano ai braccianti di radunarsi alla stazione ferroviaria per recarsi al capoluogo, le loro richieste sono state accolte, ma i lavoratori e le loro famiglie trovano ad aspettarli la truppa e le mitragliatrici che sparano indiscriminatamente sulla folla. José Arcadio Secondo si risveglia coperto di sangue su un treno di duecento vagoni carichi di cadaveri, diretto verso il mare. Si getta dal convoglio in corsa e torna a casa, racconta a tutti che ci sono state più di 3000 vittime, nessuno però crede alla strage. Si chiude in quella che era stata la stanza di Melquíades e non ne esce più fino alla morte, ossessionato dal massacro negato.

Il signor Brown fa minime concessioni ai lavoratori, rimandandole a quando smetterà di piovere; ma il giorno stesso inizia un periodo di piogge ininterrotte che dura quasi cinque anni. I campi rimangono allagati e distrutti, gli animali annegano, le case marciscono e si sfasciano. La compagnia bananiera si trasferisce altrove. Al termine delle piogge a Macondo sono rimasti solo gli abitanti originari. Come lei stessa aveva previsto, nonna Ursula muore a un'età intorno ai 120 anni. Aureliano Secondo si consuma per un tumore alla gola, una settimana prima di morire torna a casa dalla moglie; nello stesso momento in cui esala l'ultimo respiro, suo fratello José Arcadio Secondo muore sul proprio letto nella stanza di Melquíades.

La sesta generazione

Dal capitolo 18 al capitolo 20

Anche Fernanda muore sdraiata nel proprio letto, dopo una lunga corrispondenza con “medici invisibili” che arrivano fino a “operarla telepaticamente”. Il suo corpo, pur nell'età avanzata, conserva intatta tutta la propria bellezza. I figli ricevono la notizia della morte; Meme è ancora chiusa in un convento dell'altopiano; Amaranta Ursula è stata inviata a studiare in un collegio a Bruxelles; José Arcadio torna a casa da Roma dove studia per diventare papa. In realtà ha abbandonato il seminario dopo un anno, senza farlo sapere alla madre, e si è barcamenato in stanzette d'affitto insieme a giovani bohémien.

Tornato a Macondo, José Arcadio entra in possesso dei diari della madre e scopre che Aureliano, unico sopravvissuto in casa Buendía, è il figlio illegittimo di sua sorella Meme. Lo confina nella stanza di Melquíades, dove il ragazzo si dedica allo studio del sanscrito per tradurre gli scritti dell'anziano zingaro. José Arcadio accoglie in casa alcuni giovani di Macondo, con i quali si dedica all'ubriachezza e alla bella vita, dal momento che scoprono un tesoro di monete d'oro sepolto da nonna Ursula nella propria stanza: è il contenuto di una statua di gesso abbandonata da qualche sconosciuto durante gli anni ruggenti in cui tutti gli stranieri si fermavano a casa Buendía. José Arcadio caccia gli amici di casa, loro tornano nottetempo e lo annegano nella vasca dell'acqua, fuggendo con il bottino d'oro.

Aureliano è rimasto solo con i suoi studi esoterici; scopre in città una libreria dove frequenta quattro coetanei amanti delle lettere,  finché da Bruxelles fa ritorno Amaranta Ursula con il marito Gastón, che ha assecondato il suo desiderio di rivedere la casa natale pensando si trattasse di qualche mese. In realtà i due si stabiliscono in casa, con grande turbamento di Aureliano, il quale, nel solco della tradizione familiare di amori incestuosi, perde la testa per la zia, della quale è pressoché coetaneo. Dopo aver provato a resistere alla tentazione, i due cadono nella spirale dei sensi. Gastón torna in Belgio, lasciando i due padroni della casa e della propria passione.

Ma la tragedia incombe su casa Buendía e su Macondo. La cittadina fatiscente, disertata dal treno e lontana dal mondo, si sfascia lentamente nella polvere e nel sole. Pilar Ternera muore a oltre 140 anni di età, tenutaria della casa di appuntamenti frequentata da Aureliano e dai suoi amici letterati. Amaranta Ursula è incinta, si separa dal marito via lettera. Dopo aver dato alla luce un maschio, muore lentamente per un'inarrestabile emorragia, amareggiata dal fatto che il neonato ha in fondo alla spina dorsale una coda di porco, per la consanguineità dei genitori.

Distrutto dal dolore, Aureliano non si accorge che la casa è invasa da un esercito di formiche. Mentre si leva un vento terrificante che spazzerà via Macondo dalla faccia della terra e le termiti portano via il bambino, l'uomo riesce finalmente a decifrare le pergamene codificate dello zingaro Melquiades. È la fine di cento anni di solitudine della famiglia Buendía e della città di Macondo.

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Un atanor, oggetto alchemico per la creazione della pietra filosofale, usato nel romanzo.

 

Contesto storico

Il realismo di García Márquez è definito "magico" perché le storie sono realistiche, sia tratte da vicende familiari sia dalla storia colombiana sia inventate, ma filtrate attraverso la fantasia fiabesca e surreale dell'immaginario latinoamericano e personale, arricchite quindi da eventi fantastici e leggendari.
L'interpretazione critica della storia colombiana attinge dalla storia ufficiale per inventare un mondo segregato e vivido che rimane a lungo nella memoria del lettore. Prima della colonizzazione spagnola delle Americhe, la regione corrispondente all'attuale Colombia settentrionale non aveva una cultura paragonabile a quella Inca (in Perù), dei Maya (nell'America centrale) o degli Aztechi (in Messico), la regione era abitata dalle popolazioni indigene dei Tairona e dei Muisca, organizzate in clan sotto una monarchia. Nel 1509, Vasco Núñez de Balboa fondò un insediamento, considerato la prima città della Colombia, avanguardia dell'espansione e conquista spagnola.
Dopo la conquista del territorio Muisca da parte di Gonzalo Jiménez de Quesada (1538), Bogotà diventò il centro del governo coloniale spagnolo. Ben presto, nel 1810, in seguito al collasso dell'Impero spagnolo in Colombia, i governi militari provinciali riuscirono a sfidare l'autorità politica del governo nazionale di Bogotá; ma sei anni dopo, nel 1816, le forze monarchiche del Conte Pablo Morillo ristabilirono il governo spagnolo.
Gli eventi storici principali, filtrati dalla fantasia dell'autore che vi costruisce sopra una mitologia surreale, spesso con salti temporali, sono, precisamente:
- le scorrerie dei corsari inglesi lunga la costa (1600); nel romanzo gli assalti di Francis Drake a Riohacha affliggono gli antenati dei Buendía
- la fondazione della Colombia moderna (intorno al 1830), dopo la dissoluzione della Grande Colombia di Simón Bolívar, simboleggiata dalla fondazione di Macondo e dagli eventi successivi (l'arrivo degli zingari, della chiesa e del correggitore governativo conservatore)
- la guerra dei mille giorni (1899-1901), ovvero le 32 sollevazioni armate del colonnello Aureliano Buendía, concluse con la pace di Neerlandia (la reale capitolazione dei liberali firmata nella realmente esistente piantagione banani era di Neerlandia, il 24 ottobre 1902, poi ratificata a novembre su una nave statunitense)
- l'arrivo della tecnologia ma anche dei nordamericani della multinazionale United Fruit Company, rappresentata dalla compagnia bananiera di Mr. Brown (primi anni del XX secolo); l'arrivo del progresso è richiamato già nel famoso incipit del ghiaccio
- i primi omicidi politici ordinati dal governo negli anni venti (il massacro dei diciassette figli del colonnello Aureliano), poi culminati tempo dopo nel periodo denominato La Violencia
- la strage dei lavoratori bananieri in sciopero da parte dell'esercito regolare (Santa Marta, ottobre 1928) ovvero il massacro negato dal governo a cui sopravvive José Arcadio Secondo (si tratta di uno delle pochi avvenimenti che hanno un riferimento storico preciso assieme al trattato di Neerlandia)
- i cicloni tropicali con conseguenti rovinose alluvioni (il diluvio di quattro anni, provocato dagli ingegneri della compagnia per non ottemperare ad alcuni accordi sindacali: metafora delle condizioni ambientali della zona della foresta pluviale, distrutta per seminare banani, con conseguenze disastrose dopo le tipiche piogge abbondanti della regione)
- la depressione economica dei villaggi bananieri (tra cui Aracataca, città natale dell'autore) dopo il boom di inizio secolo (1928-1940, corrispondente al periodo della prima giovinezza di García Márquez, prima della sua partenza per l'Europa).

Perché Cent’anni di solitudine è una delle opere più importanti di sempre.
MONICA ACITO

Se dovessimo pensare a uno degli incipit più efficaci della letteratura di tutti i tempi, penseremmo a quello di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”. Questa frase è una vera e propria bussola, capace di fornire al lettore i punti cardinali per orientarsi nell’intera opera. La prima coordinata è racchiusa infatti nei ricordi del colonnello Aureliano Buendìa, alter ego dello dello stesso Márquez. Il colonnello Buendìa è un feticista delle memorie e delle suggestioni infantili: dalle storie di sua nonna Tranquilina Iguaràn, Màrquez ha infatti attinto visioni, temi e dettagli folkloristici che raccontano la Colombia e il suo villaggio d’origine, Aracataca, dove nacque il 6 marzo del 1927. La seconda coordinata, invece, è il ghiaccio, incarnazione delle novità portate a Macondo dagli zingari capeggiati da Melquìades, vero e proprio emblema di modernità e progresso. Gli zingari sono simbolo di culture diverse, in una Macondo congelata in un tempo atavico e in uno spazio desertico, e José Arcadio Buendìa è profondamente affascinato dalle invenzioni e dai congegni che scaturiscono, come per magia, dalle loro mani. In questo romanzo vivono ricordi, folklore e attaccamento ancestrale alle radici e alla storia del popolo colombiano, ma anche curiosità e voglia di contatto col diverso, quindi, in una xenìa mutuata direttamente dal mondo greco antico, simbolo di civiltà e di rispetto per l’ospite, ritenuto sacro e inviolabile.
L’epopea che condusse Màrquez alla stesura di Cent’anni di solitudine è avventurosa e travagliata: Gabo, come si faceva chiamare, iniziò come reporter del giornale El Universal dopo i disordini del 1948, periodo denominato “La Violencia” e culminato con la dittatura di Gustavo Rojas Pinilla del 1953, e pubblicò numerosi racconti sul supplemento letterario del quotidiano liberale di Bogotà El Espectador. Il giornalismo fu per lui un vero e proprio ampliamento della sua vocazione letteraria, ma quando Pinilla spazzò via ogni forma di opposizione in Colombia, anche El Espectador fu costretto a far cessare le pubblicazioni. E lì, nel momento di maggior indigenza della vita dello scrittore, iniziò la parabola di Cent’anni di solitudine: trasferitosi a Parigi in un piccolo albergo di Rue Cujas frequentato solo da latinoamericani, iniziò a scrivere.
Infelice e senza soldi anche per mangiare, Márquez decise che non aveva più nulla da perdere: avrebbe fatto di tutto per scrivere quel romanzo che lo ossessionava da quando aveva udito per la prima volta la voce di sua nonna. La moglie, Mercedes Barcha, fu costretta a impegnare il televisore, la radio e l’automobile; il giradischi fu uno dei pochi oggetti che mantenne, perché Gabo amava ascoltare Debussy e i Beatles quando non era impegnato a delineare i profili dei suoi personaggi. La stesura dell’opera prese diciotto mesi, trascorsi nel perimetro di quella stanzetta che Márquez chiamava “la cueva de la mafia”, durante i quali smise di pagare l’affitto, si ritrovò a dover chiedere credito al macellaio e prese a fumare compulsivamente. Così arrivò a 1300 pagine, che poi nella versione definitiva ridusse a 490, accumulando così tanti debiti che, se il libro non fosse stato un successo, per lui sarebbe stata la fine. Ma nel settembre del 1966 Márquez firmò il contratto con la “Editorial Sudamericana” di Buenos Aires, e l’opera, inaspettatamente, fu davvero un successo, grazie anche al boom della letteratura sudamericana.
La composizione di Cent’anni di solitudine è stata una delle tante magie dell’autore colombiano. Magia, è una parola che permea tutta la sua opera e il Realismo Magico, genere letterario sancito, sistematizzato e glorificato proprio da Cent’anni di solitudine, è una vera e propria catarsi narrativa capace di celebrare il folklore e l’attaccamento alle radici attraverso un originale impasto di realtà e leggende dal sapore mitico e popolare. L’opera ha inaugurato un vero e proprio filone letterario con le sue regole e portato con sé uno strascico di archetipi, tematiche ed elementi prodigiosi o soprannaturali: da Remedios la Bella che sale al cielo tra l’aria tersa del pomeriggio e le lenzuola stese al sole, fino ad arrivare ai bambini nati con una coda di porco, passando per i morti che continuano a ossessionare i vivi rimanendo legati agli alberi.
Gli eventi fantastici sono collocati come se niente fosse nella trama e nella quotidianità dei personaggi, tanto da acquistare il crisma della plausibilità e il sigillo della verosimiglianza: all’interno dei meccanismi narrativi prende forma una logica spiazzante che ammette la coesistenza di elementi ordinari e quotidiani ed elementi fantastici, e il lettore finisce per trovare perfettamente normale questa miscela. Il tempo è però il vero filo conduttore che congiunge i lembi del romanzo: Màrquez disegna ciclicità, cerchi concentrici, alterazioni temporali, deformazioni o, addirittura, assenza totale di temporalità: basti pensare alle scene della pioggia su Macondo o della peste del sonno, che bloccano il tempo in una fissità eterna e biblica, o ai salti temporali che conducono dalla prolessi dell’incipit del plotone di esecuzione.
Tutto ciò è cementato infine dalla presenza dei costumi popolari. Il romanzo di Màrquez ci insegna ad amare visceralmente le nostre radici, a coltivare la nostra memoria collettiva e ad apprezzare la nostra storia. Come ogni classico, inoltre, non esaurisce mai la sua funzione comunicativa e ci regala una straordinaria lezione di humanitas, accettazione e arricchimento. Gli zingari giunti a Macondo vengono accolti con un caleidoscopio di sentimenti: dopo l’incrinatura iniziale, fatta di paura, sfiducia e titubanza, si passa a un’istintiva ammirazione, che nasce dall’incontro con i saperi della loro civiltà. Lenti, cannocchiali, dentiera, calamita, lingotti metallici, ghiaccio, sono solo alcune delle invenzioni portate da questi misteriosi stranieri, e José Arcadio Buendìa è il personaggio che più subisce il fascino dell’altro, e che incarna la virtù dell’ospitalità, del rispetto primordiale per il diverso, in quanto foriero di nuovi valori, e quindi di ricchezza.
Nell’epoca dei porti chiusi, lo zingaro Melquìades è lo sguardo della letteratura che anticipa e scruta il presente, e che smaschera la mancanza di umanità creata da una narrativa politica e mediatica tossica. Màrquez e i suoi zingari ci consegnano l’accezione più limpida e ancestrale del “popolare”, in quanto legato alla purezza e al buono delle origini, non come vicinanza a gogne e bisogni di pancia rabbiosi. Ai porti chiusi, rispondeva con una palingenesi che sa di scienza, novità e scoperte, col colore del ghiaccio che agli occhi di Aureliano Buendìa sembra il diamante più grosso che abbia mai visto. La nostra mente rischia di assorbire inconsciamente l’odio che ci circonda costantemente, ma la letteratura ci ricorda che è pericoloso non sapere cosa sta succedendo nella nostra mente e ci aiuta a mantenere chiari valori che non dovrebbero mai essere messi in discussione per vivere in pace. Lo zingaro Melquìades rappresenta il diverso, ci insegna che una tolleranza non stilizzata è possibile soltanto se si sceglie di mettersi davvero nei panni dell’altro, disponendosi emotivamente all’ascolto della sua diversità, ma anche rendendosi disponibili a contrapporre la propria non come vessillo da sbandierare in modo campanilista, ma come valore aggiunto e punto di partenza per un dialogo costruttivo.
Màrquez ci insegna che gli slogan e la solitudine esistenziale ci rendono aridi, e ci consegna lo sguardo chiaroveggente che scruta il diverso e lo accetta in quanto umano, in una rigenerazione che ha poco a che fare con gli istinti animali e più con la pietas latina, che anche dovrebbe essere parte delle nostre tradizioni. Cent’anni di solitudine ci mostra la bellezza e il dolore del tentare, ci esorta a dare una possibilità all’altro per scoprire qualcosa che non conoscevamo che ha il potere di meravigliarci, perché anche le stirpi condannate a cent’anni di solitudine possano finalmente meritare una seconda possibilità sulla Terra.

Melquíades il mago: Cent’anni di solitudine.
di Mario De Laurentiis

Nel mese di luglio del 1965, García Márquez decise di portare moglie e figli per un sabato e una domenica ad Acapulco: una breve vacanza, perché per le riprese del film Tiempo de morir, a Pátzcuaro, era rimasto lontano a lungo. La strada per Acapulco è una delle più tortuose e accidentate in un paese caratterizzato da curve e tornanti terribili, e García Márquez – che ha sempre adorato guidare – era ben felice di pilotare la piccola Opel bianca sulle vie del Messico, attraversando un panorama che cambia in continuazione. Spesso ha affermato che guidare è un esercizio estremamente automatico ma al contempo di grande concentrazione, il che gli permette di dedicare una parte di quell’attenzione ai propri romanzi. Aveva appena iniziato ad andare che, «dal nulla», gli affiorò alla mente la prima frase di un romanzo. E dietro, invisibile ma palpabile, la seguiva il romanzo intero, quasi gli fosse stato dettato – come avesse eseguito un download – dall’esterno, dall’alto. La formula magica della frase era nel punto di vista e, soprattutto, nel tono: «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione…». In una sorta di trance García Márquez accostò, frenò, fece inversione e riprese la marcia verso Città del Messico. E poi… […]
Molti anni dopo, García Márquez ha raccontato di essersi seduto alla macchina da scrivere il giorno successivo al ritorno a casa, come ogni giorno; solo che «quella volta non me ne alzai se non dopo diciotto mesi». In realtà la stesura lo impegnò, comprese diverse interruzioni, per non più di un anno, da luglio del 1965 a luglio o agosto del 1966, eppure ha sempre sostenuto la versione dei diciotto mesi; forse perché gli ci erano voluti diciotto anni. Come rispose a Plinio Mendoza, che gli chiedeva quale fosse stato il momento più difficile del romanzo: «Cominciare. Ricordo molto bene il giorno in cui ho finito la prima frase dopo molte difficoltà e mi sono domandato terrorizzato cosa diavolo sarebbe venuto dopo. A dire la verità, fino alla scoperta del galeone in mezzo alla selva, non ho mai creduto che quel libro potesse approdare da qualche parte, ma a partire da quel momento è stata una specie di frenesia, e per di più divertente».
In altre parole, solo dopo aver già terminato una decina di pagine, giunto all’episodio in cui il primo José Arcadio Buendía si imbatte in un galeone spagnolo nella foresta tropicale si rese conto che, stavolta, la magia della scrittura non sarebbe svanita e che poteva finalmente tirare il fiato. […] Contava di scrivere ottocento cartelle, da ridurre poi a quattrocento; previsione più che azzeccata. Quattrocento cartelle in cui avrebbe narrato le vicissitudini di quattro generazioni della famiglia Buendía, la prima delle quali, in un momento imprecisato dell’Ottocento, arriva in un luogo sperduto chiamato Macondo e percorre un secolo di storia colombiana in un misto di incertezza, cocciutaggine, ossessività e macabro umorismo. […]
Ciò che provava aveva un nome: sollievo; un sollievo che lo pervadeva a innumerevoli livelli e da centinaia di direzioni differenti. Tutti gli sforzi e l’angoscia e i fallimenti e le frustrazioni della sua vita si erano placati; liberazione, autostima e affermazione di sé, tutto s’era incarnato in questa straordinaria creazione che, fin da quando aveva iniziato a scriverne le prime pagine, sapeva – sapeva – avrebbe potuto essere un’opera unica, forse immortale; e ora, continuando a lavorare con esaltazione inarrestabile, la vedeva assurgere alla grandiosità di un vero e proprio mito. Mentre scriveva, a lui per primo quell’esperienza sembrò magica, miracolosa, euforica; e tale sembrò, in seguito, ai suoi lettori. Era, a tutti gli effetti, l’esperienza della magia insita nella creazione letteraria al suo più alto livello d’intensità. Scrivere, per di più, si rivelò profondamente terapeutico; invece di tentare – ossessivamente, nevroticamente, diligentemente – di registrare gli eventi della propria vita così come li ricordava, ora riorganizzava a suo piacimento tutto ciò che gli era stato raccontato o che aveva vissuto in prima persona, cosicché il libro prese la forma di cui lui aveva bisogno. Quell’opera si dimostrava davvero magica, miracolosa, euforizzante: lo guariva da molti mali.
Un uomo che aveva l’abitudine di non completare più d’un paragrafo al giorno ora scriveva dalla mattina alla sera, accumulando pagine su pagine. Un uomo che prima rivoltava i propri libri come un guanto e che tornava a capovolgerli, in cerca prima della sequenza e poi della struttura, ora buttava giù un capitolo dopo l’altro, come Dio che stabilisce forma e rotazione della Terra. Un uomo che aveva sempre vissuto con dolore ogni aspetto e ogni piega di ciascuno dei propri libri, ogni più piccola decisione tecnica e psicologica, ora giocava con la propria vita […] Non stupirà che si sentisse un alchimista; non stupirà che abbia fuso Nostradamus e Borges – e sé stesso – nella figura del grande Scrittore-Creatore Melquíades, un altro genio che si era segregato dal mondo in una piccola stanza per racchiudere il cosmo intero in quello spazio, insieme trans-storico e atemporale, chiamato letteratura. […]
Eccolo qua, dunque. Un uomo che scrive di un villaggio, di una nazione e di un mondo utilizzando le scoperte dei grandi miti occidentali (la Grecia, Roma, la Bibbia, le Mille e una Notte d’importazione), i grandi classici occidentali (Rabelais, Cervantes, Joyce) e i maggiori predecessori del continente cui egli stesso apparteneva (Borges, Asturias, Carpentier, Rulfo) per realizzare un’opera – uno specchio – in cui quel continente potesse finalmente riconoscersi e fondare così una tradizione. Se era stato Borges a mettere a punto il visore (come un tardivo fratello Lumière), è però García Márquez a realizzare il primo, vero ritratto collettivo, nel quale i latinoamericani non solo si sarebbero riconosciuti ma sarebbero stati riconosciuti ovunque, universalmente. Ecco qual era il significato del libro che il figlio di Luisa Santiaga Márquez Iguarán de García stava scrivendo in quella stanzetta invasa dal fumo, seduto alla sua minuscola scrivania spoglia, al centro di un’immensa e caotica città del Terzo mondo. La sua eccitazione era più che giustificata e la sua euforica, nervosa intensità è racchiusa nelle pagine del libro.[…]
Da quando fu pubblicato, nel 1967, critici e giornalisti latinoamericani hanno nutrito un’ossessione per questo periodo e, trent’anni dopo, il fratello di García Márquez, Eligio, ha dedicato un libro intero alla sua genesi e creazione. A ogni minimo particolare è stato attribuito un significato cabalistico, per non dire feticistico. La stanza in cui l’autore lo scrisse non avrebbe potuto essere però meno magica, anche se molti, in seguito, presero a chiamarla «la stanza di Melquíades»; «la caverna della mafia», come Gabo la ribattezzò, misurava meno di due metri e mezzo per tre, aveva un piccolo bagno privato e una porta, e una finestra, che davano su un cortile. C’erano un divano, una stufetta elettrica, qualche scaffale e un tavolino assolutamente rudimentale sul quale troneggiava una Olivetti. Fu allora che García Márquez, per scrivere, prese l’abitudine di indossare una tuta blu da lavoro: proprio lui, che ultimamente era diventato piuttosto convenzionale nel vestire, arrivando a mettere la cravatta. La decisione rivoluzionaria di cambiare orario di lavoro, passando dalla notte al giorno, l’aveva già presa. Ora, invece di scrivere nell’agenzia pubblicitaria al termine di una giornata di lavoro o negli uffici degli studi cinematografici ogni mattina, prima che i figli tornassero da scuola, lavorava. Le esigenze familiari, invece di intralciare i suoi voli creativi e rendere zoppicante il suo stile, erano diventate una spinta al cambiamento che trasformò da cima a fondo il suo modo di concepire il lavoro e l’autodisciplina. Mercedes, da moglie che era, divenne telefonista, segretaria e amministratrice: non poteva sapere che sarebbe stato così per sempre. Il nuovo romanzo fu direttamente e immensamente favorito da questi rivolgimenti.
Alle otto del mattino García Márquez accompagnava i figli a scuola in macchina, mezz’ora dopo sedeva alla scrivania e non si muoveva fino alle due e trenta, quando Rodrigo e Gonzalo tornavano. Nella loro memoria il padre era un uomo che trascorreva quasi tutto il tempo recluso in uno stanzino, perso nella nube azzurra del fumo di sigaretta; un uomo che sembrava non accorgersi di loro, che compariva solo al momento dei pasti e che alle loro domande rispondeva in modo vago e distratto. Non avevano idea che anche questo stesse trovando posto in quel romanzo che tutto fagocitava: nel primo capitolo, quando José Arcadio Buendía scopre in ritardo i propri figli, al termine dei suoi ossessivi esperimenti.
García Márquez ricorda così: «Dal primo istante, ben prima della pubblicazione, il libro esercitò un potere magico su chiunque, per un verso o per l’altro, vi fosse entrato in contatto: amici, segretari e così via, fino a gente come il macellaio o il padrone di casa, che ne attendevano la fine per essere pagati». A Elena Poniatowska riferì: «Eravamo in arretrato con l’affitto da otto mesi. Quando il debito si ridusse a tre Mercedes telefonò al proprietario e gli disse: “Senta, non le pagheremo questi ultimi tre mesi, e nemmeno i prossimi sei”. Prima di chiamarlo mi aveva chiesto: “Quanto pensi che ti ci voglia a finire?” e io risposi che ce l’avrei fatta in cinque mesi, più o meno. Lei decise di aggiungerne un altro, per buona misura, e il padrone di casa le rispose: “Se mi date la vostra parola aspetterò fino a settembre”. E a settembre andammo a trovarlo e lo saldammo…».
Tra le tante persone che attendevano la fine di Cent’anni di solitudine c’era «Pera» (Esperanza) Araiza, la dattilografa che lavorava per Barbachano e che batteva a macchina anche i romanzi di Fuentes. Ogni tre o quattro giorni García Márquez le consegnava nuovi brani, battuti da lui ma zeppi di correzioni a mano, e lei li trasformava in dattiloscritti impeccabili. L’ortografia di García Márquez è sempre stata a malapena passabile e confidava in Pera per ripulire il frutto dei suoi sforzi; ma, proprio il primo giorno del loro lavoro, lei e la parte iniziale del libro rischiarono di andare perduti quando un bus per poco non la investì in pieno, facendole sparpagliare i fogli in ogni direzione sulle strade bagnate di una Città del Messico autunnale. Solo molti mesi più tardi Pera gli confessò che, ogni sabato e domenica, invitava i suoi amici per leggere insieme l’ultimo capitolo.
Tutto ciò che sappiamo su questo periodo autorizza a pensare che García Márquez fosse davvero preda di un incantesimo. Era diventato, finalmente, il mago che aveva sempre desiderato diventare. Era gasato, drogato di sostanze letterarie stupefacenti. Era Aureliano Babilonia. Era Melquíades. La gloria lo attendeva. Il libro era un’immane impresa mitologica costellata di rituali. Ogni sera, alla fine della sessione di appunti, arrivavano gli amici. Quasi sempre si trattava di Álvaro Mutis e Carmen, Jomi García Ascot e María Luisa, che lo incoraggiavano e che, per un anno intero, furono i testimoni privilegiati del processo di costruzione di uno tra i maggiori monumenti della letteratura occidentale. Più il romanzo cresceva, più si rendeva conto della sua rilevanza, più aumentavano la sua fiducia in sé stesso e l’opinione di sé. Il giorno sedeva nella sua cella fumosa lavorando come un pazzo; il pomeriggio consultava i testi di riferimento per capire quanta verità storica fosse contenuta nelle pagine appena scritte. Jomi e María non vedevano l’ora di conoscere i nuovi episodi; lei, soprattutto, aveva intuito di assistere a un evento di importanza capitale e divenne la sua confidente più intima. In seguito Gabo spiegò che María Luisa, sebbene palesemente estasiata da Cent’anni di solitudine, non mancava mai di sbalordirlo dalla lucidità della sua visione nel campo della magia e della sapienza esoterica, al punto che molte sue intuizioni finirono per trovare spazio nel romanzo. A qualsiasi ora del giorno Gabo le telefonava per leggerle i brani appena scritti.[…]
Mercedes intanto continuava nella sua battaglia contro il naufragio delle finanze familiari. Nei primi mesi del 1966, del denaro messo da parte grazie ai guadagni di un tempo non restava più nulla: il blocco dello scrittore che aveva afflitto suo marito apparteneva al passato ma il libro diventava sempre più corposo e sembrava proprio che avrebbe richiesto tutto l’anno. Alla fine García Márquez portò l’Opel bianca da un rivenditore di Tacubaya e tornò a casa con un considerevole gruzzolo. Ora, per spostarsi, dovevano contare sugli amici. Gabo arrivò a prendere in considerazione l’idea di rinunciare al telefono, non solo per risparmiare ma per evitarsi la massima distrazione: conversare per ore con le persone care. Quando anche il ricavato dalla vendita dell’automobile finì, Mercedes iniziò a impegnare qualsiasi cosa: televisione, frigorifero, radio, gioielli. Solo tre «roccaforti inespugnabili» resistevano: il suo asciugacapelli, il frullatore per i ragazzi e la stufetta di Gabo. La carne la comprava da Don Felipe, il macellaio, a credito (un credito sempre più elastico); quanto al padrone di casa, Luis Coudurier, lo convinse ad aspettare ancora qualche mese. Il resto arrivava grazie ai loro amici, che li rifornivano regolarmente di ogni ben di dio. Conservarono anche il giradischi. In questa fase García Márquez non riusciva più a scrivere e ascoltare musica contemporaneamente: d’altra parte senza musica non poteva vivere, e durante quasi tutto quel periodo, in sottofondo, il suo amato Bartók, i Preludes di Débussy e i Beatles con A Hard Day’s Night accompagnavano le sue altre attività.
Il momento peggiore, parlando del romanzo, fu la morte del colonnello Aureliano Buendía (nel capitolo 13). Come molti autori visse la scomparsa del suo protagonista come un lutto personale, forse addirittura come un assassinio. Il racconto della morte è intessuto di alcuni tra i più intensi ricordi della sua stessa infanzia e, sebbene i critici non l’abbiano compreso, in questo personaggio, apparentemente così lontano da lui, García Márquez ha trasferito più elementi personali che in qualsiasi altro, perlomeno fino ad allora. […]
Finalmente, alle due di notte, conclusa l’operazione, raggiunse nel letto Mercedes che dormiva profondamente, le si stese accanto e pianse per due ore. Non è necessaria una conoscenza approfondita della biografia di García Márquez per immaginare che aver ucciso il suo protagonista principale l’avesse costretto a confrontarsi non solo con la propria mortalità e con la fine del romanzo ma anche con la fine di un’esperienza ben più che emozionante; con la fine, in parole povere, di una fase della propria vita e della persona che era stata fino a quel momento, con la fine del rapporto, inesprimibile quant’altri mai, con la persona più importante della sua vita, suo nonno (perduto oramai per sempre, perché la letteratura non poteva riportarlo in vita). […]
Cent’anni di solitudine aveva trovato un editore sin da quando García Márquez aveva iniziato a scriverlo e, giorno dopo giorno, aveva creato, intorno a sé, un pubblico entusiasta, sul quale il suo autore poteva contare. Non che avesse bisogno d’incoraggiamento: più che euforico, Gabo era posseduto. Posseduto dal potere creativo della letteratura che gli pulsava nelle vene e dalla certezza che il successo di quell’opera fosse scritto nelle stelle. Predestinato. L’Ulisse di James Joyce è l’esempio più analogo di libro mitico della cui stesura i conoscenti dell’autore fossero a parte, consci del suo essere destinato alla grandezza; ma Joyce non aveva un editore, né poteva immaginare di aver dato vita a un best seller. Nonostante l’estrema cautela che lo contraddistingueva, però, García Márquez nutriva una tale fiducia che a marzo, durante una visita a Bogotá, non si lasciò vincere dalle superstizioni che abitualmente lo bloccavano e affidò il primo capitolo ai suoi vecchi colleghi di «El Espectador», che il 1° maggio lo pubblicarono. Carlos Fuentes, ormai tornato a Parigi, ne ricevette i primi tre a giugno del 1966, restando sbalordito; quando li fece leggere a Julio Cortázar, amico comune, la reazione fu identica. A Parigi, nell’agosto dello stesso anno, Fuentes trasmise il solo secondo capitolo a Emir Rodríguez Monegal perché lo pubblicizzasse nel primo numero di una nuova rivista letteraria, «Mundo Nuevo».[…]
Poi, il 29 giugno, Fuentes spedì un articolo a «La Cultura en Mexico», intitolato ¡Siempre!, annunciando anche ai suoi compatrioti la nascita di Cent’anni di solitudine, un romanzo magnifico (che García Márquez con ogni probabilità non aveva ancora terminato): «Ho appena letto ottanta pagine magistrali: le prime ottanta pagine di Cent’anni di solitudine, il romanzo al quale García Márquez sta ancora lavorando». Nessuno riusciva a credere ai propri occhi: quel che stava accadendo non aveva precedenti.
Con il clima febbrile di attesa che si era creato, non stupisce che García Márquez sia riuscito a finire il romanzo. Come spiegò a Plinio Mendoza: «[…] il libro è arrivato alla fine, spontaneamente, di colpo, alle undici di mattina. Mercedes non era in casa e non ho trovato al telefono nessuno cui raccontarlo. Ricordo il mio disappunto come se fosse ieri: non sapevo cosa fare nelle ore che mi restavano. Ho cercato di inventare qualcosa per poter vivere fino alle tre del pomeriggio». […]
La prima cosa che fece, prima ancora di spedirlo alla Sudamericana, fu mandarne una copia a Germán Vargas a Bogotá, chiedendogli se avesse da obiettare ai riferimenti a lui e agli amici di Barranquilla; sia Vargas sia, in seguito, Fuenmayor risposero di sentirsi onorati di essere amici dell’ultimo dei Buendía. Infine Vargas, con la lentezza che lo caratterizzava, una volta digerito il romanzo scrisse un articolo, García Márquez, el autor de una obra que hará ruido (García Márquez, autore di un’opera che farà scalpore), pubblicato ad aprile del 1967 su «Encuentro Liberal», il settimanale bogotano da lui diretto. Il saggio di Vargas, che già di per sé fece scalpore, fu il primo a profetizzare il prestigio cui l’opera era destinata. Anche Plinio Mendoza ne ricevette una copia, a Barranquilla, e lo lesse da cima a fondo in ventiquattr’ore, rimandando ogni altro impegno. Con la nuova moglie, Marvel Moreno, ex reginetta di bellezza e futura scrittrice, commentò: «C’è riuscito. Gabo ha fatto centro, proprio come voleva». Dopodiché lo passò ad Álvaro Cepeda, che lo divorò, si tolse il sigaro di bocca e tuonò: «Merda, Gabo ha tirato fuori un cazzo di romanzo».
Per come la racconta García Márquez, il suo ritorno al mondo fu drammatico e frastornante, quasi come quello di Rip Van Winkle. Era l’anno della swinging London; a capo della più grande democrazia del pianeta c’era Indira Gandhi; Fidel Castro (in compagnia del quale García Márquez incontrerà la leader indiana molti anni dopo) era impegnato nell’organizzazione della Conferencia de solidaridad para los pueblos de África, Asia y Latinoamérica, più nota come Tricontinental, prevista all’Avana nell’agosto del 1967; in California, un attore di destra chiamato Ronald Reagan era candidato alla carica di governatore; la Cina era in ebollizione e Mao, pochi giorni dopo l’invio della preziosissima prima parte di Cent’anni di solitudine a Buenos Aires, dette il via alla rivoluzione culturale. Quanto a García Márquez, dovette dare l’addio in fretta e furia all’universo magico di Macondo e dedicarsi a tirar su qualche soldo. Non riuscì nemmeno a concedersi una settimana di festeggiamenti, temendo che gli ci sarebbero voluti anni prima di ripagare i debiti accumulati. In seguito disse di aver scritto milletrecento pagine, delle quali quattrocentonovanta furono infine spedite a Porrúa, di aver fumato trentamila sigarette e di essere indebitato per centoventimila pesos. Si sentiva insicuro, comprensibilmente. Qualche giorno dopo aver terminato la sua opera fu invitato a una festa a casa del suo amico inglese, James Papworth, che gli chiese notizie del libro. «Ho prodotto un romanzo, o forse solo un chilo di carta. Non sono ancora sicuro», rispose. Poi si rimise immediatamente a scrivere sceneggiature. Finalmente, nel suo primo articolo dopo cinque anni, datato luglio 1966 e ancora una volta non destinato al pubblico messicano, si lasciò andare a una meditazione autoreferenziale per «El Espectador», intitolata Disavventure di uno scrittore di libri:
Scrivere libri è un mestiere suicida. Nessun altro esige tanto tempo, tanta fatica, tanta dedizione in rapporto ai benefici immediati. Non credo ci siano molti lettori che, finito di leggere un libro, si chiedano quante ore di angosce e di calamità domestiche siano costate all’autore quelle duecento pagine e quanto ha riscosso per il suo lavoro. […] Dopo questa triste constatazione di sciagure è naturale domandarsi perché noi scrittori scriviamo. La risposta, inevitabilmente, è tanto melodrammatica quanto sincera. Si è scrittori, semplicemente, come si è ebrei o neri. Il successo è incoraggiante, il favore dei lettori è stimolante, ma questi sono solo vantaggi supplementari perché un bravo scrittore continuerà a scrivere comunque, anche se le sue scarpe cadono a pezzi e anche se i suoi libri non vendono.
Il nuovo García Márquez, i cui primi tratti si potevano intravedere nelle interviste rilasciate all’arrivo a Cartagena nel marzo precedente, è nato. Ha iniziato a dire quasi l’esatto opposto di quel che intende. Scrive delle proprie disavventure perché quelle disavventure sono oramai pressoché archiviate. L’uomo che non si era mai lamentato, l’uomo che non si era lagnato nemmeno nelle circostanze più avverse, d’ora in poi inizierà a lamentarsi di tutto, a cominciare dall’avidità di editori e librai, argomento che prenderà le forme di un’ossessione. Eccolo qua, il García Márquez che non finirà di ammaliare il suo pubblico e di irritare pervicacemente i critici, in particolare quelli fermamente convinti di come il suo successo sia immeritato e di come dovrebbero essere loro, piuttosto, incommensurabilmente più raffinati, smisuratamente meno volgari e, in termini letterari, immensamente più importanti, a ricevere i suoi premi sfavillanti. Questo nuovo personaggio (un vero esponente degli anni Sessanta, con ogni evidenza) è provocatorio, presuntuoso, demagogico, ipocrita, intenzionalmente sgraziato eppure impossibile da racchiudere in una definizione; ma i suoi lettori lo ameranno proprio per questo, perché sembra uno di loro, uno che ce l’ha fatta alla grande e tutto grazie al suo ingegno che è il loro ingegno, la loro visione del mondo.
Grosso modo nello stesso periodo, poco dopo aver concluso il romanzo, García Márquez scrisse una lunga lettera a Plinio Mendoza, che inizia con una sorprendente dichiarazione di quel che sentiva in quel momento e prosegue spiegando il suo capolavoro appena ultimato e ciò che significa per lui:
Dopo tanti anni spesi a lavorare come una bestia mi sento schiantato dalla stanchezza, senza prospettive chiare eccetto in un campo, l’unico che m’interessa ma che non mi dà da mangiare: il romanzo. La mia decisione, che denuncia un impulso più forte di me, è sistemare le cose in qualsiasi modo pur di continuare a scrivere le mie storie. Credimi, eccessivo o no che ti sembri, non so che cosa mi aspetta.
Quel che dici del primo capitolo di Cent’anni di solitudine mi ha reso molto felice. È per questo che l’ho pubblicato. Quando sono tornato dalla Colombia e ho riletto quel che avevo scritto ho avuto la sensazione deprimente di essermi imbarcato in un’avventura che avrebbe potuto finire in una catastrofe come in un trionfo. Così, per capire come l’avrebbero vista gli altri, ho spedito il primo capitolo a Guillermo Cano: poi ho chiamato a raccolta gli amici più esigenti, esperti e sinceri, e gliene ho letto un altro. Il risultato è stato magnifico, soprattutto perché per quella lettura avevo scelto il più rischioso: l’ascensione al cielo di Remedios la Bella, in corpo e anima…
Sto cercando di rispondere, senza alcuna modestia, alla tua domanda: come scrivo quel che scrivo. In realtà Cent’anni di solitudine è stato il primo romanzo che ho provato a scrivere, quando avevo diciassette anni, e si chiamava La casa, ma dopo un po’ l’ho lasciato perdere perché era troppo per me. Da allora non ho mai smesso di pensarci, di cercare di visualizzarlo con gli occhi della mente, di scovare il modo migliore per raccontarlo, e posso garantirti che il primo paragrafo non ha né una virgola in più né una in meno dell’altro, scritto vent’anni fa. Da tutto questo traggo una conclusione: quando hai un argomento che ti perseguita, quello comincia a crescerti nel cervello e va avanti per un pezzo e il giorno che scoppia o ti siedi alla macchina da scrivere o rischi di ammazzare tua moglie…
Dalla lettera si capisce come, scrivendo quelle parole, García Márquez in parte si prepari a difendere il proprio punto di vista – e il proprio romanzo – in pubblico, continuando a prefiggersi una carriera parallela, e di altro livello, in ambito giornalistico. Tra l’altro scrive di avere tre progetti diversi per altrettanti romanzi, che lo stanno «incalzando».
Ai primi di agosto, due settimane dopo aver scritto questa lettera, García Márquez accompagnò Mercedes all’ufficio postale per spedire il manoscritto completato a Buenos Aires. Erano due sopravvissuti a una catastrofe. Il pacco conteneva 490 fogli e l’impiegato decretò: «Sono ottantadue pesos». García Márquez fissò Mercedes che frugava nel borsellino alla ricerca del denaro. Non ne avevano che cinquanta, il che voleva dire spedirne solo metà: García Márquez rimase a osservare l’omino che toglieva un foglio dopo l’altro, come fossero state fette di pancetta, fino a raggiungere il peso che potevano permettersi di inviare. Tornarono a casa, presero la stufa, l’asciugacapelli e il frullatore, li portarono al banco dei pegni e tornarono all’ufficio postale per spedire la seconda metà. Quando furono di nuovo in strada Mercedes si fermò, si girò verso di lui e disse: «Ehi, Gabo, ora ci manca solo che il libro non vada bene».
Il presente testo è tratto da “Vita di Gabriel García Márquez” di Gerald Martin (Mondadori, 2011).



Eugenio Caruso - 13 settembre 2022

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