Guinizzelli, considerato il padre del dolce stil novo


Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
5 Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
10 Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’ om pò mal pensar fin che la vede.

Guinizzelli

GRANDI PERSONAGGI Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona. In questa sottosezione figurano i più grandi poeti e letterati che ci hanno donato momenti di grande felicità ed emozioni. Io associo a questi grandi letterati una nuova stella che nasce nell'universo.

ITALIANI

 - Angiolieri - Ariosto - Boccaccio - Carducci - Cavalcanti - D'Annunzio - Da Lentini - Dante - Guinizzelli - Leopardi - Machiavelli - Manzoni - Monti - Pascoli - Petrarca - Pirandello - Tasso - Verga - Virgilio

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Guido di Guinizello di Magnano, meglio noto come Guido Guinizelli o Guinizzelli (Bologna, 1235 – Monselice, 1276), è stato un poeta e giudice italiano. Poeta di grande novità rispetto alla precedente Scuola siciliana e a quella toscana, è considerato l'iniziatore e l'inventore del Dolce stil novo, la corrente letteraria italiana del XIII secolo di cui la sua canzone Al cor gentil rempaira sempre amore è considerata il manifesto ufficiale.
Anche se la sua biografia mantiene zone d'ombra, Guinizelli occupa un posto di rilievo nella storia della letteratura italiana; la sua produzione lirica fu molto apprezzata dai contemporanei e dallo stesso Dante Alighieri, che non esitò a dichiararlo, con ammirazione e commozione, "padre" suo e quindi maestro, nel canto XXVI del Purgatorio. È anche noto come giullare, che faceva divertire gli ammalati, donando loro un po' di sorriso e affetto.

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Pagina del Codice Banco Rari 217 f. 34r, in cui è contenuta Al cor gentil rempaira sempre amore


Guido Guinizelli nacque nel 1235 a Bologna, se è corretta, come ormai si ritiene, l'identità storica di Guido di Guinizello di Magnano, giurisperito, politico e ghibellino: le informazioni biografiche riguardo al poeta sono assai scarse. Secondo questa identità storica, Guido sarebbe stato figlio di Guinizello di Magnano e di un'esponente della famiglia dei Ghisilieri, che parteggiava per i ghibellini, fazione politica che lo vorrà anche partecipe nella politica cittadina.
Si è certi che, nel 1265 o poco tempo dopo, Guido inviò un sonetto a Guittone d'Arezzo, chiamandolo padre ("O caro padre meo, de vostra laude"; la differenza tra le poetiche dei due lascia però il dubbio che la dedica sia in realtà un velato attacco). Negli anni a seguire, nel periodo compreso tra il 1266 e il 1270, esercitò la professione di giurisperito. Terminata la carriera di giudice, venne nominato podestà, o magistrato a carico di Castelfranco Emilia.
La data di morte è ancora incerta: risale però al 14 novembre 1276 un documento notarile che affida alla moglie di Guido la tutela del figlio minorenne. Con tutta probabilità Guido Guinizelli morì in quello stesso anno, il 1276. La sua opera più importante è il canzoniere, che si compone di 15 sonetti e 5 canzoni, anche se, secondo l'edizione di Luigi Di Benedetto, alcuni di paternità incerta: il poeta è attivo tra il 1265 e il 1276, ma non si ha ancora una cronologia completa e affidabile delle sue opere. L'incertezza sulla cronologia delle opere non permette una divisione accurata del percorso poetico dell'autore: con ogni probabilità si può definire una distinzione tra la prima giovinezza del poeta, di stampo guittoniano, e una seconda fase, che anticipa lo stilnovismo.
Rientrano nel primo periodo i sonetti Gentil donzella, di pregio nomata; Lamentomi di mia disaventura; Sì sono angostioso e pien di doglia; Madonna mia, quel dì ch'Amor consente e i componimenti Pur a pensar mi par gran meraviglia e Fra l'altre pene maggio credo sia. Al secondo periodo, quello che si può definire come prestilnovista, appartengono le canzoni (in endecasillabi e settenari), i diversi sonetti il cui tema centrale è la lode dell'amata, quelli che anticipano le tematiche svolte in seguito da Guido Cavalcanti e quelli impostati sulla poesia comico-realista.

La poetica

«quand'io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d'amor usar dolci e leggiadre;»
(Dante Alighieri, Purgatorio XXVI 97-99)


«così ha tolto l’uno a l’altro Guido la gloria de la lingua; e forse è nato chi l’uno e l’altro caccerà del nido.» (Dante Alighieri, Purgatorio XI 87-89)

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Dante che esaltò la poetica di Guinizzelli (Domenico di Michelino, Duomo di Firenze)

Senza dubbio il ruolo culturale di Guinizelli è quello di mediatore fra due sensibilità letterarie diverse. Un'altra caratteristica che spicca nella poesia guinizelliana, e che sarà poi tipica dello Stilnovismo, è il gusto per il sottile ragionamento filosofico, nutrito della cultura della Scolastica: non per nulla Guinizelli è di Bologna. La poesia di Guinizelli costituisce infine un esempio perfetto di stile «dolce e leggiadro», cioè di uno stile limpido e piano in contrapposizione alla contorta e artificiosa oscurità guittoniana.

Poesie salienti

Di seguito viene riportato un elenco delle poesie più importanti scritte da Guinizelli:

  • Lo vostro bel saluto e 'l gentil sguardo;
  • Io voglio del ver la mia donna laudare;
  • Lamentomi di mia disavventura;
  • Madonna mia, quel dì ch'Amor consente;
  • Tegno de folle 'mpres', a lo ver dire;
  • Al cor gentil rempaira sempre amore, "manifesto" esplicativo dello Stilnovo
  • Fra l'altre pene maggio credo sia;
  • Chi vedesse a Lucia un var capuzzo;
  • Volvol te levi, vecchia rabbïosa;
  • Omo ch'è saggio non corre leggero (in risposta a Bonagiunta Orbicciani, che aveva rivolto a Guinizelli il suo sonetto Voi, ch'avete mutata la maniera);
  • Conoscer sé, a voler esser grande.


IL DOLCE STIL NOVO

Il Dolce stil novo, conosciuto anche come stilnovismo, stil novo o stilnovo, è un'importante corrente poetica italiana sviluppatasi tra il 1280 e il 1310, dapprima a Bologna grazie al suo iniziatore, considerato Guido Guinizelli (morto nel 1276), ma poi spostatasi a Firenze dove si sviluppò maggiormente.
Lo Stil Novo influenzò parte della poesia italiana fino a Francesco Petrarca: divenne guida, infatti, di una profonda ricerca verso un'espressione raffinata e "nobile" dei propri pensieri, staccando la lingua dal volgare municipale, e portando in tal modo la tradizione letteraria italiana verso l'ideale di un poetare ricercato e aulico. Nascono le rime nuove, una poesia che non ha più al centro soltanto la sofferenza dell'amante, ma anche le celebrazioni delle doti spirituali dell'amata, a prescindere dalla corresponsione o meno del sentimento amoroso (lo "stilo de la loda" dantesco). A confronto con le tendenze precedenti, come la scuola di Guittone d'Arezzo, la poetica stilnovista acquista un carattere qualitativo e intellettuale più elevato: il regolare uso di metafore e simboli, così come i duplici significati delle parole.
L'origine dell'espressione è da rintracciare nella Divina Commedia di Dante Alighieri (Canto XXIV del Purgatorio): in essa infatti il rimatore guittoniano Bonagiunta Orbicciani da Lucca definisce la canzone dantesca "Donne ch'avete intelletto d'amore" con l'espressione dolce stil novo, distinguendola dalla produzione precedente (come quella del Notaro Jacopo da Lentini, di Guittone e sua), per il modo di penetrare interiormente luminoso e semplice, libero dal nodo dell'eccessivo formalismo stilistico (Guittone d'Arezzo).

«"Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
Donne ch'avete intelletto d'amore."
E io a lui: "I'mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando."
"O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!"»
(Purg. XXIV, vv. 49-57)


La corrente
Nasce a Bologna, e poi si sviluppa a Firenze, città d'origine di quasi tutti i componenti del movimento stilnovistico, tra il 1280 ed il 1310 escludendo Cino da Pistoia e lo stesso Guido Guinizelli. Il manifesto di questa nuova corrente poetica è la canzone di Guinizzelli Al cor gentil rempaira sempre amore; in questo componimento egli esplicita le caratteristiche della donna intesa dagli stilnovisti che poi sarà il cardine della poesia stilnovista. La figura femminile evolve verso la figura di una "donna-angelo", intermediaria tra l'uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile purché l'uomo dimostri di possedere un cuore gentile e puro, cioè nobile d'animo; amore e cuore gentile finiscono così con l'identificarsi totalmente.
Questa teoria, avvalorata nel componimento da molteplici sillogismi, rimarrà la base della poesia di Dante e di coloro che fecero parte dello Stil Novo, di generazione successiva, che vedranno in Guinizelli e Dante Alighieri i loro maestri. La corrente del "Dolce Stil Novo "segue e contrasta, grazie a un approccio e a una visione dell'amore del tutto innovativi, la precedente corrente letteraria dell'"amor cortese". Contro quest'ultima, infatti, introduceva nei testi riferimenti filosofici, morali oppure religiosi, tanto che autori contemporanei (Bonagiunta Orbicciani, ad esempio, in un noto sonetto indirizzato a Guido Guinizelli, Voi che avete mutata la mainera) si lamentarono dell'oscurità e della "sottiglianza" delle poesie specificando che un tale registro poetico non avrebbe suscitato né interessi né adesioni nel mondo toscano; la critica era quella di aver unito la filosofia alla poesia.
Guinizelli risponderà a Bonagiunta nel sonetto "Omo che è saggio non corre leggero", in cui ricorda la vanità di giudizi espressi senza adeguata riflessione e conoscenza dei temi trattati; nello stesso testo approfitterà per replicare la propria opinione: come i talenti naturali sono diversi per volontà divina, così è legittimo che ci siano modi ed atteggiamenti diversi di poetare (Alberto Asor Rosa).
L'amore
Con lo Stilnovo si affermava un nuovo concetto di amore impossibile, con i suoi precedenti nella tradizione culturale e letteraria trobadorica e siciliana, nonché un nuovo concetto di donna, concepita adesso come donna angelo, cioè donna angelicata. Nella visione stilnovistica, ha la funzione di indirizzare l'animo dell'uomo verso la sua nobilitazione e sublimazione: quella dell'Amore assoluto identificabile pressoché con l'immagine della purezza di Dio. La donna angelicata, che nello stilnovo è finalmente identificata da un più o meno parlante nome proprio, è oggetto di un amore tutto platonico e inattivo: non veri atti di conquista o semplice corteggiamento sono compiuti nella sua direzione. Parlare di lei è pura ascesa e nobilitazione dello spirito, puro elogio e contemplazione descrittiva-visiva che consente al poeta di mantenere sempre intatta e puramente potente la propria ispirazione in quanto diretta a un oggetto volontariamente cristallizzato e, ovviamente, giammai raggiungibile.
I concetti dell'amore e della sua trascendenza in grado di dettare le parole al cuore del poeta stilnovista sono profondamente legati alla natura elitaria e ristretta del circolo (mai tuttavia vi fu una scuola stilnovista) e agli studi in ambito filosofico dei partecipanti del suddetto. Tuttavia, le esperienze poetiche, sebbene accomunate da fattori comuni, differiscono ovviamente l'una dall'altra: si passa dalle varie accezioni dell'esperienza amorosa (da nobilitante ad angosciante ed inebetente) proprie del canzoniere cavalcantiano ai temi topici dello sguardo liberatorio e salvifico della donna-angelo, presenti nel padre spirituale della corrente, assolutamente estraneo però a quel ristretto circolo di amici a cui si legano le esperienze propriamente stilnoviste. Guido Guinizelli, nella sua canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, immagina, nei versi finali, di potersi giustificare di fronte a Dio che lo interroga sul motivo per cui indirizzò a un essere umano le lodi e l'amore che a Lui e alla Madonna soltanto convengono; a tali domande egli si giustifica testimoniando l'angelicità delle sembianze dell'amata: "Tenne d'angel semblanza / che fosse del tuo regno; / non me fu fallo, s'in lei posi amanza", ossia "aveva l'aspetto (semblanza) di un angelo che appartenesse al tuo regno, non feci peccato (non me fu fallo) se posi in lei il mio amore (amanza)".
È dunque principalmente a partire dall'esperienza di Guido Guinizelli, che si configura nella metaforica somiglianza tra la figura della donna e quella di un celeste messaggero, che il legame tra l'aspirazione amorosa terrena e quella divina diviene, soprattutto nella poetica dantesca successiva al periodo stilnovista e alla morte di Beatrice, sempre più saldo, arrivando ad affermare una reale identità metafisica della donna: un essere quasi ultraterreno, o intermediario tra Dio e l'uomo. A questa visione spiritualizzata dell'amore non sono estranei influssi filosofico-religiosi della Scolastica medievale: il pensiero di san Tommaso d'Aquino, il misticismo di San Bonaventura, nonché le riflessioni di Aristotele lette attraverso l'interpretazione medievale del filosofo arabo Averroè (la dottrina di Guido Cavalcanti sugli spiritelli è di matrice averroistica). Gli stilnovisti applicarono all'àmbito amoroso il principio della filosofia aristotelico-tomistica, secondo cui ogni realtà è realizzazione di una potenzialità. Al momento dell'innamoramento la nobiltà presente in potenza nel cuore si attualizza; ogni "cuore gentile" contiene in sé la naturale predisposizione all'amore, e l'amore in atto equivale all'espressione della nobiltà d'animo e conduce quindi ad una elevazione morale. È importante sottolineare che la nobiltà di cui parla lo stilnovismo non è una nobiltà di sangue ma è la manifestazione delle doti spirituali e culturali della persona. Guinizzelli introduce il concetto della donna angelica che verrà portato alle estreme conseguenze, da Dante che fa sì che Beatrice interloquisca direttamente con Dio "Quando sarò dinanzi al segnor mio, di te mi loderò sovente a lui", fino ad arrivare al Petrarca che in presenza della donna amata crede "d'esser in ciel non là dov'era" e Boccaccio che della donna amata dice "qual discesa dal cielo angioletta".
La poesia stilnovista è l'espressione della cultura dell'antica nobiltà e della borghesia ricca e mercantile (giudici; notai; maestri di retorica, di grammatica e di diritto), ossia gli strati socialmente più alti del Comune. I vecchi valori della precedente cultura hanno ormai ceduto il passo di fronte alle nuove generazioni della civiltà comunale, che si sentono nobili per una loro nobiltà spirituale conquistata con l'esperienza, la vita, la meditazione e la dottrina e che si riassume in una nuova coscienza di aristocratica gentilezza d'animo e di mente.
La fondamentale novità dell'esperienza poetica dello "stil novo" risiede nella contestazione della poesia, nell'affermazione di una nuova concezione dell'amore e della donna e, soprattutto, in una nuova concezione stilistica. Rispetto ai canoni guittoniani di un raffinatissimo e difficile trobar clus, caratterizzato da oscurità e da ardue sperimentazioni stilistiche, lo Stilnovo rinnova il concetto di trobar leu, fondando uno stile poetico caratterizzato da rime dolci e piane, segnate da una profonda cantabilità del verso.
Autori
I principali autori di questa corrente letteraria sono per la maggior parte toscani, e sono Guido Guinizelli (bolognese), considerato il precursore del movimento, Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Cino de' Sigilbuldi da Pistoia e Dino Frescobaldi. Di questi Dante e Cavalcanti hanno dato il maggior contributo, mentre Cino da Pistoia svolse l'importante ruolo di mediatore tra lo Stil Novo ed il primo Umanesimo, tanto che nelle sue poesie si notano i primi tratti dell'antropocentrismo. Questi poeti appartenevano a una cerchia ristretta di intellettuali, che di fatto costituivano un'aristocrazia, non di sangue, ma di nobiltà d'animo: essi erano contraddistinti da un'aristocrazia culturale e spirituale. Erano tutti molto eruditi, e appartenevano all'alta borghesia universitaria. Il pubblico a cui si rivolgono è una stretta cerchia di eletti, capaci di comprendere le loro produzioni: l'istruzione retorica, infatti, non era più sufficiente a comprendere appieno tali poesie. Fortemente radicata in questi autori è la concezione che per produrre poesie d'amore siano necessarie conoscenze scientifiche e teologiche: da qui la minor considerazione nei confronti dei guittoniani, non sempre dotati di tali conoscenze.


guinizzelli 6

POESIE SCELTE

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’ om pò mal pensar fin che la vede.
Voglio realmente lodare la mia donna
e paragonarle la rosa e il giglio
è più luminosa della stella che sorge all’alba ,
e ciò che in cielo è bello a lei assomiglio.
Le paragono una verde campagna e l’aria,
tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso,
l’oro e l’azzurro e i ricchi gioielli che si donano:
perfino Amore grazie a lei diviene più puro.
Passa per la via così bella e nobile
che abbassa l’orgoglio a chi dona il suo saluto
e lo converte se non è credente:
nessuno che sia vile la può avvicinare
anzi vi dirò che ha un potere ancora più grande
nessuno può pensare male finché la vede.
Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide:
Amor m’assale e già non ha reguardo
s’elli face peccato over merzede,
ché per mezzo lo cor me lanciò un dardo
ched oltre ’n parte lo taglia e divide;
parlar non posso, ché ’n pene io ardo
sì come quelli che sua morte vede.
Per li occhi passa come fa lo trono,
che fer’ per la finestra de la torre
e ciò che dentro trova spezza e fende:
remagno como statüa d’ottono,
ove vita né spirto non ricorre,
se non che la figura d’omo rende.
Il vostro bel saluto e il gentile sguardo
che fate quando vi incontro, mi uccide:
Amore mi assale e non bada
se fa peccato o dà ricompensa
perché attraverso il cuore mi lanciò una freccia
che da parte a parte lo taglia e divide;
non posso parlare; perché in pena io ardo
come colui che vede la propria morte.
Passa per gli occhi come fa il fulmine,
che colpisce attraverso la finestra della torre
e spezza e taglia ciò che trova dentro:
rimango come una statua d’ottone,
dove non scorre né vita né spirito,
se non che ha figura di uomo.
Vedut’ ho la lucente stella diana,
ch’apare anzi che ’l giorno rend’ albore,
c’ha preso forma di figura umana;
sovr’ ogn’ altra me par che dea splendore:
viso de neve colorato in grana,
occhi lucenti, gai e pien’ d’amore;
non credo che nel mondo sia cristiana
sì piena di biltate e di valore.
Ed io dal suo valor son assalito
con sì fera battaglia di sospiri
ch’avanti a lei de dir non seri’ ardito.
Così conoscess’ ella i miei disiri!
ché, senza dir, de lei seria servito
per la pietà ch’avrebbe de’ martiri.
Ho visto la splendente stella del mattino
che appare prima che spunti il giorno,
e che ha preso forma umana;
più di ogni altra mi sembra che dia splendore:
viso bianco come la neve colorato di carminio,
occhi lucenti, gai e pieni di amore;
non credo che al mondo via sia donna
cosi piena di bellezza e valore.
E io dal suo valore sono assalito
con così crudele battaglia di sospiri
che di fronte a lei non avrei il coraggio di parlare.
Oh se lei conoscesse i miei desideri!
perché, senza dire, da lei sarei ricompensato
per la pietà che avrebbe delle mie sofferenze.
Dolente, lasso, già non m’asecuro,
ché tu m’assali, Amore, e mi combatti:
diritto al tuo rincontro in pie’ non duro,
ché mantenente a terra mi dibatti,
come lo trono che fere lo muro
e ’l vento li arbor’ per li forti tratti.
Dice lo core agli occhi: «Per voi moro»,
e li occhi dice al cor: «Tu n’hai desfatti».
Apparve luce, che rendé splendore,
che passao per li occhi e ’l cor ferìo,
ond’io ne sono a tal condizïone:
ciò furo li belli occhi pien’ d’amore,
che me feriro al cor d’uno disio
come si fere augello di bolzone.
“Ahimè, ahimè non posso certo sentirmi in pace”
poiché tu, Amore, mi assali e mi combatti:
Dritto in piedi di faccia a te non resisto,
perché subito mi abbatti a terra,
come il fulmine che colpisce il muro
e il vento (che abbatte) gli alberi a forti scossoni.
Il cuore dice agli occhi : “Muoio a causa vostra”,
e gli occhi dicono al cuore : “Tu ci hai uccisi”.
Apparve una luce splendente,
che passò per gli occhi e colpì il cuore,
cosicché io sono in tale condizione.
Fu la luce dei begli occhi pieni di amore,
che mi colpì il cuore di desiderio
come si colpisce un uccello di bolzone.
(bolzone: freccia che si lancia con la balestra)
Chi vedesse a Lucia un var capuzzo
in cò tenere, e como li sta gente,
e’ non è om de qui ’n terra d’Abruzzo
che non ne ’namorasse coralmente.
Par, sì lorina, figliuola d’un tuzzo
de la Magna o de Franza veramente;
e non se sbatte cò de serpe mozzo
come fa lo meo core spessamente.
Ah, prender lei a forza, ultra su’ grato,
e bagiarli la bocca e ’l bel visaggio
e li occhi suoi, ch’èn due fiamme de foco!
Ma pentomi, però che m’ho pensato
ch’esto fatto poria portar dannaggio
ch’altrui despiaceria forse non poco
Non c’è nessuno di qui della terra d’Abruzzo,
che se vedesse un cappuccio di pelliccia
in capo a Lucia e come le sta bene,
potrebbe non innamorarsene sinceramente.
Sembra, così “impellicciata”, figlia di un tedesco
della Germania o della Francia;
e la testa mozza di una serpe
non si dibatte come fa continuamente il mio cuore:
Ah, prenderla con la forza, contro la sua volontà,
e baciarle la bocca e il bel viso
e gli occhi suoi, che sono due fiamme di fuoco!
Ma mi pento, perché penso
che questo fatto potrebbe provocare un danno
che ad altri dispiacerebbe non poco.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’ om pò mal pensar fin che la vede.

(Passa per la via così bella e nobile
che abbassa l’orgoglio a chi dona il suo saluto
e lo converte se non è credente:
nessuno che sia vile la può avvicinare
anzi vi dirò che ha un potere ancora più grande
nessuno può pensare male finché la vede.)

Qusta strofa del Guinizzelli sarà stata di ispirazione per Dante quando scrisse:

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: <<Sospira!>>.

10 febbraio 2024 - Eugenio Caruso

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