Saffo, fantastica poetessa greca

«Alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti! Guarda qua: c'è anche Saffo di Lesbo, la decima.» (Pseudo-Platone, Epigramma XVI) )

GRANDI PERSONAGGI STORICI Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona. In questa sottosezione figurano i più grandi poeti, pensatori e letterati che ci hanno donato momenti di grande felicità ed emozioni. Io associo a questi grandi personaggi una nuova stella che nasce nell'universo.

GRECI E LATINI

Alceo - Anassagora - Anassimandro - Anassimene - Aristofane - Aristotele - Cicerone - Democrito - Diogene - Empledoche - Epicuro - Eraclito - Eschilo - Esiodo - Euclide - Euripide - Lucrezio - Ovidio - Pindaro - Pitagora - Platone - Saffo - Seneca - Socrate - Solone - Talete - Zenone -


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Busto di Saffo conservato nei Musei Capitolini a Roma

Saffo (Eresos, 630 a.C. circa – Leucade, 570 a.C. circa) è stata una poetessa greca. Saffo era originaria di Ereso, città dell'isola di Lesbo nell'Egeo; le notizie riguardanti la sua vita sono state tramandate dal Marmor Parium, dal lessico Suda, dall'antologista Stobeo, e da vari riferimenti di autori latini (come Cicerone e Ovidio), oltre che dalle testimonianze dei grammatici. Ciò che sappiamo di Saffo è stato dedotto dalle liriche e frammenti a lei attribuiti, o riportato da storici dell'antichità, seppure essi avessero accesso a un numero molto maggiore di versi della poetessa.
Nacque in una famiglia aristocratica che fu coinvolta nelle lotte politiche tra i vari tiranni che allora si contendevano il dominio di Lesbo (tra cui Melancro, Mirsilo e Pittaco); per una decina di anni Saffo seguì la propria famiglia in esilio in Sicilia, probabilmente a Siracusa o ad Akragas (l'odierna Agrigento). Successivamente ritornò a Ereso, dove fu direttrice e insegnante di un tiaso, una sorta di collegio in cui veniva curata l'educazione di gruppi di giovani fanciulle di famiglia nobile, incentrata sui valori che la società aristocratica di allora richiedeva a una donna: l'amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, l'eleganza raffinata dell'atteggiamento.
Ebbe tre fratelli, Larico, coppiere nel pritaneo di Mitilene, Erigio, di cui si conosce solo il nome, e Carasso, un mercante, che, secondo quanto emerge dalle poesie di Saffo, durante una missione in Egitto, si sarebbe innamorato di un'etera, Dorica, rovinando economicamente la propria famiglia. Nella Preghiera per Carasso Saffo prega affinché sia garantito un ritorno sicuro al fratello, perché possa essere riammesso in famiglia, e lancia una maledizione alla giovane donna.
La Suda dice che Saffo sposò un certo Cercila di Andros, nota probabilmente falsa e tratta dai commediografi; dal marito ebbe comunque una figlia di nome Cleide a cui dedicò alcuni teneri versi. Alcuni frammenti, inoltre, proverebbero che la poetessa raggiunse un'età avanzata, ma il dato non giunge a sicurezza, poiché era usanza comune tra i poeti lirici di utilizzare la prima persona in modo convenzionale.

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I giorni di Saffo (1904) di John William Godward


Gli antichi furono concordi nell'ammirare la sua maestria: Solone, suo contemporaneo, dopo aver ascoltato in vecchiaia un carme della poetessa, disse che a quel punto desiderava due sole cose, ossia impararlo a memoria e poi morire.
In età imperiale, Strabone la definì "una creatura meravigliosa":

«Fiorì con costoro [Alceo e suo fratello Antimenidante] anche Saffo,
una creatura meravigliosa;
non conosco infatti alcuna donna che,
in questo tempo di cui parlo,
si sia mostrata degna di tenerle testa nella poesia,
neanche minimamente.»
(Strabone, Geografia 13.2.3.7-11)

e una lode simile si trova anche in un epigramma attribuito a Platone:

«Alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti!
Guarda qua: c'è anche Saffo di Lesbo, la decima.»
(Pseudo-Platone, Epigramma XVI)


Già nell'antichità Saffo, a causa della bellezza dei suoi componimenti poetici e della conseguente notorietà acquisita presso gli ambienti letterari dell'epoca, fu oggetto di grande interesse da parte di studiosi di tutte le epoche, specie nel momento in cui, a partire dal XIX secolo, la sua poesia divenne paradigma dell'amore omosessuale femminile, dando origine al termine "saffico".

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Testa di Saffo, copia romana da originale di età ellenistica, da Smirne oggi situata al Museo Archeologico di Istanbul


Fu il poeta Anacreonte, vissuto una generazione dopo Saffo (metà del VI secolo a.C.), uno dei primi ad accennare al fatto che la poetessa nutrisse per le fanciulle, che nel tiaso educava alla musica, alla danza, al culto della dea Afrodite e alla poesia, un amore omosessuale: secondo la tradizione, fra l'insegnante e le fanciulle nascevano rapporti di grande familiarità, talora anche sessuale.
Sicuramente dalle poesie traspare una grande connessione tra la poetessa e le sue allieve, tuttavia il fatto va inquadrato anche secondo il costume dell'epoca, come forma di iniziazione per la futura vita matrimoniale e di preparazione all'amore eterosessuale. Tale pratica non era affatto immorale nel contesto storico e sociale in cui Saffo viveva: infatti, per gli antichi Greci l'erotismo paideutico (che si teneva strettamente distinto dalla pedofilia, tutelando i bambini d'ambo i sessi che non avessero compiuto una certa età da figure estranee) si faceva canale di trasmissione di formazione culturale e morale nel contesto di un gruppo ristretto, dedicato all'istruzione e alla educazione delle giovani, qual era il tiaso femminile, preparando le giovani donne a vivere in una società che prevedeva in quasi tutta la Grecia una stretta separazione dei sessi, e una visione della donna quasi unicamente come fattrice di figli e impegnata nelle faccende domestiche.

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Saffo e Alceo (1881), dipinto di Lawrence Alma-Tadema, conservato alla Walters Art Museum di Baltimora. Sono stato tre volte a Baltiomora per lavoro e in una di queste occasioni sono andato a godermi Saffo e Alceo.


La poetica di Saffo s'incentra sulla passione e sull'amore per vari personaggi e per tutti i generi. Le voci narranti di molte delle sue poesie parlano di infatuazioni e di amore (a volte ricambiato, a volte no) per vari personaggi femminili, ma le descrizioni di atti fisici tra donne sono poche (considerato il fatto che molto materiale è andato perduto) e tutt'oggi oggetto di dibattito.
Saffo compose degli epitalami, struggenti canti d'amore per le sue allieve destinate a nozze, lasciando supporre un innamoramento anche con componenti sessuali, come si evince dal componimento Ode della gelosia. Saffo, affezionata alle sue allieve, li scrisse poiché le vedeva destinate a un triste destino: lasciavano infatti l'isola dove si trovavano, dove erano accudite e felici, per andare nella casa dei loro mariti, da cui non sarebbero uscite quasi mai; lì sarebbero state in pratica rinchiuse a vita, come voleva la tradizione greca. Questo andava ad amplificare la principale fonte di struggimento per la poetessa: il rammarico del fatto che l'amore provato per le proprie allieve sarebbe sempre stato effimero, data la loro partenza.

Materia di leggenda è la presunta passione amorosa del poeta lirico conterraneo Alceo per Saffo. Alceo le avrebbe dedicato i seguenti versi:

«Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo» (Fr. 384 Voigt)

riportati nel secolo II da Efestione nel suo Manuale di metrica (14, 4). Da tali versi sarebbe stata desunta l'esistenza di un amore tra i due poeti, tuttavia essa è considerata da diversi autori moderni un autoschediasmo e ha dato vita a controversie. In epoca contemporanea, il filologo classico Luciano Canfora ha osservato che i suddetti versi potrebbero essere riferiti non a Saffo, ma ad un'altra donna.
Secondo il filologo Gentili, il verso è dedicato a Saffo, ma non rappresenta un canto d'amore, bensì una riverenza verso la poetessa e la sua dignità sacrale; invece Achille Danesi aderisce alla tradizione classica.
Ad ogni modo, tali versi non rappresentano l'unica testimonianza, infatti a sostegno della leggenda figurano autori come Aristotele, che narra di ciò nella Retorica, ed Ermesianatte, nella sua raccolta elegiaca Leonzio; tuttavia non è chiaro se i due autori si siano basati su veri e propri versi o su opere di fantasia. In conclusione (come fa notare Canfora), la narrazione rischia di essere stata influenzata da una tradizione romanzesca, tuttavia la veridicità di tali affermazioni non può essere negata a priori.

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Luigi Folli Massa Lombarda, 1830 – Bologna, 1891 Saffo sulla rupe di Leucade


Da riconoscere è inoltre che Alceo conobbe effettivamente la poetessa, prima che questa fosse costretta a fuggire al seguito della famiglia a causa delle guerre tra i tiranni Melancro, Mirsilo e Pittaco.
Se effettivamente i versi di Alceo si riferissero a Saffo, descritta come una donna bella e piena di grazia, dal fascino raffinato, dolce e sublime, verrebbe sfatata un'altra leggenda legata alla poetessa di Lesbo diffusa da alcuni contemporanei per screditarla, quella della sua non avvenenza fisica, che l'avrebbe portarta a togliersi la vita gettandosi da una rupe a causa del suo amore, non corrisposto, nei confronti del giovane Faone. Anche il pittore olandese-britannico Sir Lawrence Alma-Tadema mostra di non aderire alla leggenda sulla bruttezza di Saffo: infatti nel suo dipinto Saffo e Alceo (Sappho and Alcaeus), realizzato nel 1881, la poetessa è ritratta con fattezze tutt'altro che sgradevoli.

Opere
Gli studiosi della biblioteca di Alessandria suddivisero l'opera della poetessa in otto o forse nove libri, organizzati secondo criteri metrici: il primo libro, ad esempio, comprendeva i carmi composti in strofe saffiche, ed era composto da circa 1320 versi.
Di questa produzione ci rimangono oggi pochi frammenti: l'unico componimento conservatoci integro dalla tradizione è il cosiddetto Inno ad Afrodite (fr. 1 V.), con cui si apriva il primo libro dell'edizione alessandrina della poetessa. In questo testo, composto secondo i criteri dell'inno cletico, Saffo si rivolge alla dea Afrodite chiedendole di esserle alleata riguardo a un amore non corrisposto.
Tra gli altri componimenti che ci sono noti in maniera frammentaria si può ricordare almeno il fr. 31 V., Phainetai moi kenos isos theoisin, cui si fa spesso riferimento come Ode della gelosia. Il contenuto di questo carme, in realtà, ci sfugge in larga parte, dato che non ne conosciamo la conclusione; nella parte conservata, Saffo descrive le sue reazioni e quelle dell'io lirico al colloquio tra una delle ragazze del tiaso e un uomo, presumibilmente il promesso sposo di costei. La vista della ragazza suscita in Saffo e chi dice 'io' una serie di sintomi dovuti alla gelosia provata nel vedere l'amata intrattenersi con un'altra persona (sudore, tremito, pallore), i quali sembrano adombrare un vero e proprio attacco di panico. Questo componimento fu imitato da Catullo nel suo carme 51 (Ille mi par esse deo videtur). Giova notare che mentre abbiamo tante opere di Omero e Alceo, poco ci resta di Saffo ed Epicuro che furono invisi ai cristiani, che detenevano il "monopolio" della conservazione di testi antichi.

Si possono sostanzialmente distinguere due tipi di liriche, quella corale, caratterizzata da un rapporto professionale tra il poeta e un committente, normalmente celebrativa, e quella intimista, in cui il poeta esprime uno stato d'animo che riflette

«assilli e sconvolgimenti che partono da un io autobiografico.» (U. Albini)

I canti corali, composti prevalentemente per rispondere a esigenze di ufficialità pubblica, possono assumere anche il carattere di epitalami, il cui tema è la cerimonia nuziale con un racconto in prima persona impostato in forma dialogante: sono presenti, inoltre, immagini semplici ed evocative, che oscillano tra ilari e malinconiche, come nella celebre similitudine La dolce mela.
La lirica di Saffo, con quella di Alceo e di Anacreonte, rientra nella melica monodica (ossia canto a solo), dove la poetessa esprime le proprie emozioni a divinità o ad altri esseri umani. In effetti, Saffo offre un'immagine semplice ma appassionata dei sentimenti dell'io lirico, dove l'amore ha un ruolo da protagonista con tutta una serie di riflessioni psicologiche e in cui il ricordo e l'analisi delle emozioni passate ne suscita nuove altrettanto forti. Molto forti e precisamente enumerate sono le ripercussioni psicologiche del sentimento amoroso, con l'io soggettivo in primo piano:

«C'è chi dice sia un esercito di cavalieri,
c'è chi dice sia un esercito di fanti,
c'è chi dice sia una flotta di navi sulla nera terra
la cosa più bella, io invece dico
che è ciò che si ama»
(Frammento 16 Lobel-Page, incipit)

Saffo scrisse in dialetto eolico di Lesbo, caratterizzato dalla psilosi e dalla baritonesi: la psilosi consiste nell'assenza dell'aspirazione iniziale di parola; la baritonesi evitava che ogni parola del dialetto avesse l'accento sull'ultima sillaba.
La sua poesia, nitida ed elegante, si espresse in diverse forme metriche tutte tipiche della lirica monodica, fra cui un nuovo modello di strofe, dette "saffiche", composte di quattro versi ciascuna (tre endecasillabi saffici e un adonio finale).
Tale forma metrica fu ripresa da molti poeti, fino alla "metrica barbara" di Carducci. Una curiosità consiste nel fatto che la strofa non è chiamata saffica perché fu la poetessa di Lesbo ad inventarla; la nascita è da attribuire ad Alceo ma la denominazione deriva dal fatto che fu la poetessa ad utilizzarla maggiormente, ispirando anche Catullo nel carme 51 (Ille mi par esse deo videtur, ispirato al fr. 31 V).
Caratteristica di Saffo è anche il frequente e non meno importante uso dei distici elegiaci, un tipo di versi molto comune allora, formati da un esametro ed un pentametro. I distici elegiaci erano frequenti nella lirica non solo amorosa, brevi ma allo stesso tempo essenziali e forti; ne abbiamo alcuni esempi palesi non solo nella poetessa greca, ma anche nel suo successore latino Catullo.
Saffo nella cultura di massa
Nel corso dei secoli scrittori e uomini di cultura, principalmente di fede cattolica, ritennero scandalosa la narrazione secondo la quale i rapporti intrattenuti da Saffo con le allieve fossero espressione di un sincero amore omosessuale; dunque intesero piuttosto che tale amore fosse solo affettività esasperata fino all'iperbole per fini poetici, di conseguenza evitarono di trascrivere gran parte dei componimenti e ne distrussero molti. È per questo motivo che ad oggi possediamo così pochi frammenti delle opere di Saffo. Secondo l'interpretazione che si rifà ai costumi dell'antica Grecia, si indicano tali amori omosessuali vissuti nel contesto formativo come percorso educativo che le adolescenti intraprendevano quando facevano parte del tiaso (ricordiamo i nomi di alcune allieve di Saffo: Archianassa, Arignota, Erinna, Attis, Dica, Eirana, Girinno, Megara, Tenesippa e Mica).
Il tiaso di Lesbo aveva come maestra proprio Saffo e alla luce di una formazione culturale completa (artistica, musicale e sociale) in Grecia era contemplata e bene accettata anche l'iniziazione all'amore e al rapporto eterosessuale mediante il rapporto omosessuale. Il ruolo di Saffo in proposito ha dato origine ai termini "lesbico" e "saffico", che designano oggi l'omosessualità femminile.
Un elemento leggendario, ripreso dagli antichi commediografi, è che si sia gettata da una rupe sull'isola di Lefkada, vicino alla spiaggia di Porto Katsiki, per l'amore non corrisposto verso il giovane battelliere Faone, che in realtà è un personaggio mitologico. Tale versione è stata ripresa anche da Ovidio nelle Eroidi, da Alessandro Verri nelle Avventure di Saffo, poetessa di Mitilene (1782), da Vincenzo Maria Imperiali nella Faoniade, raccolta di inni e odi su Saffo e Faone (1780), e infine da Giacomo Leopardi nell'Ultimo canto di Saffo (1822).
A livello musicale, questa leggenda ha avuto grande risonanza: ad esempio, il compositore bavarese Johann Simon Mayr scrisse, su libretto di Simeone Antonio Sografi, un'opera seria dal titolo Saffo, ossia i riti d'Apollo Leucadio, rappresentata al Teatro La Fenice di Venezia nel 1794 con il famoso cantante lirico castrato (sopranista) Girolamo Crescentini. In età contemporanea, il cantautore Roberto Vecchioni ha scritto e cantato Il cielo capovolto (Ultimo canto di Saffo), brano contenuto nell'album Il cielo capovolto del 1995, mentre Angelo Branduardi ha scritto il pezzo La raccolta, inserito nell'album Cogli la prima mela del 1979 e ispirato da un componimento della poetessa, il Fr. 105a, conosciuto in italiano - tra l'altro - come La dolce mela.
Il compositore Vieri Tosatti (1920-1999) ha invece scritto nel 1942 le Canzoni nuziali, per coro solo a tre voci femminili e tre voci maschili, basate su poesie e frammenti di Saffo (durata: 4 minuti). Unica esecuzione nota: Cantori di Assisi, 1979.
Sotto il profilo teatrale, la poetessa ha ispirato i Frammenti n.2-4-80 da Saffo (1968) di Giuseppe Sinopoli.
Il pittore francese Antoine-Jean Gros nel 1801 ha realizzato un dipinto a olio su tela (122x100 cm.), dal titolo Saffo a Leucade, anche noto come La morte di Saffo, conservato nel Museo "Baron Gérard" di Bayeux in Francia. In esso la figura di Saffo è ritratta ai margini di una scogliera, in un paesaggio notturno rischiarato da raggi di luna, nell'atto di gettarsi nel mare sottostante, in un'atmosfera che anticipa i canoni del Romanticismo.
Il pittore olandese-britannico Sir Lawrence Alma-Tadema, nato Lourens Alma Tadema (Dronrijp, 8 gennaio 1836 – Wiesbaden, 25 giugno 1912), ha realizzato nel 1881 il dipinto Saffo e Alceo (Sappho And Alcaeus), olio su tela (66x122 cm.), oggi conservato al Walters Art Museum, già Walters Art Gallery, il principale museo di arti visive di Baltimora (Maryland), negli Stati Uniti.
Alla poetessa greca, inoltre, è stato dedicato un asteroide, battezzato 80 Sappho.

 

Alcuni frammenti

  • Inno ad Afrodite (fr. 1 Voigt)
  • Preghiera per Carasso (fr. 5 Voigt)
  • La cosa più bella (fr. 16 Voigt)
  • Ode della gelosia (fr. 31 Voigt)
  • Nozze di Ettore e Andromaca (fr. 44 Voigt)
  • La dolce mela (fr. 105a Voigt)
  • Tramontata è la luna (fr. 168b Voigt)
  • Carme dei fratelli (P.Oxy. 2289)

Inno ad Afrodite

 Venere eterna, in variopinto soglio,
     Di Giove fìglia, artefice d'inganni,
     O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio
               Di noje e affanni.

E traggi or quà, se mai pietosa un giorno,
     Tutto a' miei prieghi il favor tuo donato,
     Dal paterno venisti almo soggiorno,
               Al cocchio aurato

Giugnendo il giogo. I passer lievi, belli
    Te guidavano intorno al fosco suolo
     Battendo i vanni spesseggianti, snelli
               Tra l'aria e il polo,

Ma giunser ratti: tu di riso ornata
     Poi la faccia immortal, qual soffra assalto
     Di guai mi chiedi, e perchè te, beata,
               Chiami io dall'alto.

Qual cosa io voglio più che fatta sia
     Al forsennato mio core, qual caggìa
     Novello amor ne' miei lacci: chi, o mia
              Saffo, ti oltraggia?

S'ei fugge, ben ti seguirà tra poco,
     Doni farà, s'egli or ricusa i tuoi,
     E s'ei non t'ama, il vedrai tosto in foco,
               Se ancor nol vuoi.

Vienne pur ora, e sciogli a me la vita
     D'ogni aspra cura, e quanto io ti domando
     Che a me compiuto sia compj, e m'aita
               meco pugnando.

Ode della gelosia

Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accanto
Ti siede, e vede il tuo bel riso, e sente
I dolci detti e l’amoroso canto! —
                                A me repente,

Con più tumulto il core urta nel petto:
More la voce, mentre ch’io ti miro,
Sulla mia lingua: nelle fauci stretto
                                Geme il sospiro.
Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo:
Un indistinto tintinnío m’ingombra
Gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
                                Torbida l'ombra.
E tutta molle d’un sudor di gelo,
E smorta in viso come erba che langue,
Tremo e fremo di brividi, ed anelo
                                Tacita, esangue.

All'amata

Contento al par de’ Numi
     Parmi colui che siede
     Incontro a’ tuoi bei lumi
     Felice spettator;
Che sparse le tue gote
     Talor d’un riso vede,
     Ch’ode le dolci note
     Dal labbro tuo talor.

Al riso, a’ detti usati
     Il cor, che s’innamora,
     Fra i spiriti agitati
     Non osa palpitar.
Veggo il tuo vago aspetto,
     E alle mie fauci allora
     Non somministra il petto
     Voce per favellar.

Tenta la lingua invano
     D’articolar parola,
     Corre un ardore insano
     Di vena in vena al cor.
Un denso velo il giorno
     Alle mie luci invola;
     Odo confuso intorno,
     Ma non so qual, rumor.

Largo sudor m’inonda,
     Spesso tremor m’assale,
     Al par d’arida fronda
     Comincio a impallidir:
Sì nelle fredde membra
     Langue il calor vitale,
     Che a me vicin rassembra
     ìL’istante del morir.

La dolce mela

«Quale dolce mela che su alto
ramo rosseggia, alta sul più alto;
la dimenticarono i coglitori;
no, non fu dimenticata: invano
tentarono raggiungerla.»

Le nozze di Ettore e Andromaca

«Da Cipro [...]
venne un araldo veloce correndo [...],
Ideo, e apparve, rapido nunzio
(lacuna)
e dal resto dell'Asia quest'inconsumabile gloriaː
"Ettore e i suoi compagni scortano la occhi splendenti,
da Tebe e dalla sacra Plakia dall'acque perenni,
la dolce Andromaca, con le navi, sul salso mareː
e molti bracciali d'oro, e vesti multicolori
e belle porpore e troni e fregi multiformi
e innumerevoli coppe d'argento e tanti avoriǃ"
Così diceva ed il padre caro balzò ratto in piedi
e si spargeva la fama nell'ampia città, tra gli amici.
Subito le donne d'Ilio ai carri preziosi, ampie ruote,
aggiogavan le mule e saliva tutta la folla
di donne e insieme di vergini dall'agili caviglieː
e, un po' discoste, le figlie di Priamo pure partivan;
ma gli uomini aggiogavano cavalli ai lor carri
e tutti quelli celibi; e grandemente [...],
[...] e gli aurighi [...],
[...] conducevano [...],
[...]
[...] e simili ai numi
[...]sacri profumi
[...] ad Ilio
e il flauto dolcesonante si mescolava ai sonagli
[...] e a quel punto le vergini
[...]
[...]
[...]
[...] e mirra e cassia ed incenso esalavan profumo;
e, non appena le anziane alzarono il grido rituale
tutti gli uomini intonaron il retto grido rituale,
il peana, invocando l'Arciere dalla bella lira,
e inneggiando a Ettore e Andromaca, simili a numi.»

Preghiera per Carasso

«O Cipride e voi Nereidi, incolume
datemi che mi torni il fratello
e che quanto in cuor vuole che avvenga,
tutto si avveri,

e che cancelli tutto quanto sbagliò in precedenza,
e così ci sia gioia in cuore per lui
e dolore per i nemici: e per noi
nessuno sia danno.

E sua sorella voglia render partecipe
dell'onore, e dai dolorosi tormenti
liberi quelli a cui prima, soffrendo,
bloccava il cuore

. . . . . ].ed udendo in cuore
. . . . . ].le parole dei cittadini
. . . . . ].[. . .] e nemmeno
. . . . . ][. . .]

. . . . . ].[. .].
. . . . . ]: ma tu, veneranda Cipride,
. . . . . . . . ] i mali posti [. . . . .
. . . . . ].»

La cosa più bella

«Alcuni di cavalieri un esercito, altri di fanti,
altri di navi dicono che sulla nera terra
sia la cosa più bella, mentre io ciò che
uno ama.

Tanto facile è far capire
questo a tutti, perché colei che di molto superava
gli uomini in bellezza, Elena, il marito
davvero eccellente

lo abbandonò e se ne andò a Troia navigando,
e né della figlia, nè dei cari genitori
si ricordò più, ma tutta la sconvolse
Cipride innamorandola.

E ora ella, che ha mente inflessibile,
in mente mi ha fatto venire la cara
Anattoria, che non mi è
vicina.

Potessi vederne il seducente passo
e il lucente splendor del volto
più che i carri dei Lidi e, in armi,
i fanti.»

Tramontata è la luna

«È tramontata la luna
insieme alle Pleiadi
la notte è al suo mezzo
il tempo passa
io dormo sola.»

Carme dei fratelli

«. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

ma tu non fai che ripetere che Carasso è arrivato
con la nave stracolma: è cosa, credo,
che sanno Zeus e tutti gli dèi, ma non a questo
tu devi pensare,

bensì a congedarmi e invitarmi a rivolgere
molte suppliche a Era sovrana perché
giunga fin qua portando in salvo
la sua nave Carasso

e sane e salve (o ‘sani e salvi’) ci trovi:
tutto il resto affidiamolo ai numi,
ché a grandi tempeste d’improvviso
succede il bel tempo.

Coloro a cui il sovrano d’Olimpo voglia
mandare un demone che infine li protegga
dalle traversie, quelli diventano felici
e molto prosperi.

Anche noi, se alzasse la testa Larico
e diventasse finalmente un vero uomo,
allora sì che saremmo subito liberate (o ‘liberati’)
da molte tristezze.»

 


18 marzo 2024 - Eugenio Caruso

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