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Chandragupta Maurya e il più grande impero indiano

GRANDI PERSONAGGI STORICI

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CHANDRA

Chandragupta Maurya

In questa sezione ho illustrato la vita di grandi personaggi del passato, allo scopo di tratteggiare le caratteristiche e i valori che hanno portato questi personaggi al successo. Da ciascuna sfumatura dei comportamenti di questi ognuno di noi può trarre insegnamenti, stimoli, coraggio, intuizioni, entusiasmo per intraprendere un percorso che possa condurre al successo personale o della propria impresa. In questa sezione non puo mancare il nome di Chandragupta Maurya che fondò il più grande impero indiano. E' interessante notare come nel giro di un secolo circa si siano alternati in oriente tre grandi imperatori: Ciro, Alessandro e Chandragupta.
Alessandro Magno sconfitto il rajah Poro (Purushottama) sul fiume Idaspe (Jhelum), - dopo averlo guadato presso la cittadina di Bhera - nell'attuale Pakistan nell'aprile del 326 a.C., e fondate, il mese successivo due città prospicienti e attraversate (all'epoca, poiché ora esso ha cambiato corso) dal fiume stesso, Alessandria Bucefala (secondo alcuni Jhelum, secondo altri Jalalpur, ma più probabilmente Mong) sul sito dove cadde il suo amato destriero Bucefalo, ed Alessandra Nicea sul luogo stesso della battaglia (secondo alcuni Phalia, ma più probabilmente Gujrat), Alessandro venne a conoscenza dei territori delle attuali India e Cina.
Fu così che il macedone concepì di allargare il suo impero oltre i confini del precedente impero persiano. Durante il biennio 327 - 325 a.C., mentre sottometteva la XX satrapia persiana, corrispondente agli attuali Afghanistan e Pakistan, Alessandro Magno s'informò circa le terre al di là dell'Indo (Sind), che venne attraversato sul ponte di barche che Alessandro aveva ordinato di costruire nei pressi del guado di Ohind (Udabhandapura), ad Efestione e a Perdicca, 25 chilometri a nord di Attock.
Qui gli venne incontro il regnante locale, Omfi (Ambhi, poi chiamato ufficialmente Taxila). Egli non solo aveva già offerto il suo aiuto ad Alessandro in Sogdiana, con 30 elefanti e 700 cavalieri, ma aveva anche rifornito Efestione durante la costruzione del ponte e si ripropose ad attendere l'intero contingente quando questo avrebbe attraversato il fiume. Gli venne riferito dal re di Taxila (Takshicila), una trentina di chilometri a nordovest della moderna Islamabad, che la terra tra l'Indo ed il Gange era "vasta quanto quella compresa tra il Tigri e l'Indo medesimo, ma frammentata in tanti regni in perenne lotta fra di loro e retta da re che potrebbero esser figli di un barbiere" (frase offensiva per designare dei re - travicello ostaggi dei dignitari di corte e / o dei generali dell'esercito).
Una missione esplorativa che il macedone inviò nell'attuale regione indiana di Amristar confermò in parte il racconto. Però venne anche sottolineata la difficoltà dell'impresa per via della scarsità di vie di comunicazione, per il clima quotidianamente piovoso che trasformava i sentieri da aridi e polverosi in paludosi, per tutti i 330 km che gli esploratori coprirono in dodici giorni. Inoltre, pur confermata la notizia delle rivalità tra i regni in cui il subcontinente era frammentato, era pur vero che il regno più limitrofo ai confini disponeva di un esercito numericamente di molto superiore a quello messo in campo dai regni della valle dell'Indo che tanto filo da torcere stavano dando ai macedoni. Del resto, Alessandro era intenzionato a marciare sull'Indo, se l'esercito - stanco di continue campagne militari - non si fosse ammutinato, esausto di procedere a marce forzate di 40 km al giorno, in una terra martoriata dalle piogge monsoniche che rendevano l'aria zeppa di umidità, i sentieri impraticabili a causa del fango e le insidie di serpenti velenosi (probabilmente i cobra) e degli scorpioni sempre più presenti.
Alessandro desiderava ardentemente giungere "all'estremo confine della terra, laddove essa si getta nel grande oceano". Alessandro voleva spingersi oltre il fiume Beas, e oltre questo confine fluviale sembra vi fosse un popolo numeroso, retto da un'oligarchia aristocratica, ricco di elefanti, forse i Prasii o i Gangaridi, che governava il bacino del Gange, della dinastia Nanda, la cui capitale, Pataliputra era situata alla confluenza del fiume Son col Gange, presso la moderna città di Patna. Il malcontento incominciava ad appesantire gravemente, non solo il morale, ma soprattutto la disciplina dell'esercito macedone. La possibilità, sempre più concreta, di un “non - ritorno” portò i soldati a una vera e propria forma d'ammutinamento, anche se non di aperta rivolta in considerazione del carisma di cui godeva Alessandro.
L'esercito non aveva tutti i torti a rifiutarsi di proseguire in una campagna bellica in territori mai prima di allora conosciuti e - tanto meno - cartografati. Neppure i persiani avevano oltrepassato il corso dell'Indo. Già solo il fatto che, durante la stagione dei monsoni il continuo straripamento dei fiumi del Punjab mette in serio rischio le salmerie, che avrebbero dovuto esser lasciate al di qua del confine, privando l'esercito di vettovaglie e di acqua potabile, avrebbe reso quasi impossibile il tentativo d'invasione dell'India. Laddove terminava la sua impresa, a ricordo, Alessandro fece erigere dodici altari giganteschi di pietra, in segno di ringraziamento all'intero pantheon che lo aveva protetto durante l'impresa. Ironia della sorte, quell'area oggigiorno è parte dello Stato indiano.
Attraversato l'Indo, l'avanzata macedone verso oriente fu - dunque - arrestata dalla stanchezza dei soldati. La campagna indiana si arrestò al fiume Ifasi (Beas), ultimo immissario a Est del fiume Indo. Questo grande fiume con i suoi affluenti venne a costituire così, nel progetto di Alessandro, l'estremo confine naturale e storico del suo immenso impero. Prima di riprendere la via del ritorno, Alessandro fece innalzare sulla riva sinistra del fiume Ifasi dodici altari agli dei, in forma di torri. Al centro una colonna di bronzo portava la scritta: "Qui si fermò Alessandro". A distanza di 2.500 anni, è praticamente impossibile conoscere l'esatta ubicazione dei dodici giganteschi altari di confine, in quanto il corso - mutevole nei secoli - del fiume può averli erosi, fatti crollare, sepolti sotto diverse decine di metri di spessore di limo. Per quanto Alessandro non ebbe l'opportunità materiale per invadere l'India, la sua fama di sovrano saggio e invincibile penetrò ugualmente nella regione, tanto che, a tutt'oggi, si tramanda la sua epopea condita da episodi più o meno fantasiosi.
Il clan dei Maurya era noto già da alcuni secoli, almeno dal tempo di Buddha (565 - 486 a.C.), ma Chandragupta pare fosse stato di umili origini, quindi appartenente a un ramo molto collaterale della famiglia, se non - addirittura - figlio illegittimo dell'ultimo sovrano della dinastia Nanda e di una donna appartenente a una delle caste più infime. Poco si conosce della sua vita. Nato probabilmente nel 340 a.C., fu allievo del noto maestro e filosofo indù Kautilya (o Chanakya), che divenne - in seguito - suo consigliere, una volta che Chandragupta fondò l'impero Maurya.
I due, con ogni probabilità, si trovavano esuli a Taxila quando, nel 326 a.C. le armate macedoni invasero il bacino dell'Indo, in quanto Chandragupta pare esser stato esiliato per prevenire la sua possibilità di reclamare il trono, mentre Kautilya, appartenente alla potente casta sacerdotale dei Bramini si dice avesse giurato di vendicarsi di un'offesa arrecatagli da uno dei coreggenti del Regno di Nanda. Secondo quanto scritto da Plutarco, ma non si hanno riscontri in merito, fu proprio Chandragupta a spingere Alessandro a tentare la conquista del regno dei Nanda. Di certo conosciamo l'ammirazione del sovrano indiano per il tentativo del macedone di creare un impero universale e la fusione in un'unica entità di razze, popoli, usi e costumi così diversi, tanto che egli adottò questo criterio a corte una volta insediatosi sul trono dei Nanda.
Per primo Chandragupta concepì di detronizzare l'imperatore del Regno di Nanda. Il testo sanscrito Mudrarakshasa scritto da Visakhadutta e il testo dello Giainismo Parisishtaparvan citano un'ambasceria a fini d'alleanza militare compiuta da Chandragupta in persona presso il rajah himalaiano Parvatka, da alcuni storici identificato proprio col rajah sconfitto da Alessandro Magno presso il fiume Idaspe, Poro. Dopo la morte di Alessandro, in effetti Poro si era smarcato dall'alleanza macedone, diventando a tutti gl'effetti sottomesso solo di nome, ma conducendo una politica totalmente autonoma da Babilonia. Effettivamente Poro potrebbe aver aiutato Chandragupta a rovesciare il regno Nanda, o, quanto meno a far scoppiare rivolte, dal momento che è accertato storicamente l'assassinio del rajah da parte del generale greco Eudemo nel 317 a.C. e forse non è un caso che le prime esperienze belliche del futuro imperatore si compirono nel Punjab, sebbene sicuramente dopo la morte di Alessandro, ma anche di Poro.
In effetti, Poro e Chandragupta forse si allearono per abbattere il Regno dei Nanda, il che venne visto dai macedoni come un pericolo da cui scaturì la decisione di eliminare Poro. Eudemo (che rappresentava le presenza greca a presidiare il confine) dovette smobilitare comunque dal Punjab già l'anno seguente (316 a.C.) per via delle rivolte e della guerriglia scatenate da Chandragupta, che si presentò come legittimo erede di Poro, portandosi dietro la gran maggioranza dell'esercito, mentre i pochi presìdi lasciati in loco vennero massacrati dagl'indiani.
Il Regno dei Nanda (più propriamente "Reame di Magadha") era retto fino al 329 a.C. dal saggio rajah Mahapadma Nanda, quando, alla sua morte, non venne nominato alcun successore e i suoi sette figli assursero contemporaneamente al trono, incominciando una guerra civile per assicurarselo interamente. Chandragupta, pertanto, incominciò a distinguersi, prima nelle continue guerre (forse guerriglie, più propriamente) contro i greco - macedoni a oriente, e poi contro i Nanda, che allora controllavano la parte centro settentrionale del subcontinente ed erano in piena decadenza. L'occasione di porsi a capo di un movimento di liberazione della valle dell'Indo nacque dopo che i macedoni persero, a partire dalla data della morte di Alessandro, nel 323 a.C. il controllo dell'area, troppo lontana dai centri di potere siti a Babilonia, a Susa, a Ecbatana (la moderna Hamadan, in Iran).
Al di là delle "leggende" sul personaggio, comunque utili per gettare una luce sui protagonisti di questa vicenda, venne il momento per Chandragupta di porsi a capo dell’esercito che Kautilya gli aveva pazientemente rimediato con le sue brighe, e con il quale scatenò una violenta rivolta che mise a ferro e fuoco il cuore del Magadha. Tuttavia, malgrado gli accurati preparativi e nonostante l’accresciuta esperienza del giovane, la ribellione fallì: il nascente esercito non riuscì a contrastare la superiorità bellica dei Nanda i quali fecero a pezzi gli avversari costringendo i due cospiratori a una precipitosa fuga.
Nel frattempo i colonizzatori elleni vista la precarietà della loro situazione decisero di abbandonare l'area. Il tutto a vantaggio di Chandragupta che, in veste di spettatore, man mano che il Punjab diveniva sempre più inquieto, accresceva la sua influenza in attesa del momento propizio per colpire. L’opportunità si concretizzò nel 317, quando l’improvvido Eudemo decise di assassinare con l’inganno Poro, ovvero colui che non solo deteneva un potere emanatogli direttamente da Alessandro, ma vantava l’ineguagliabile pregio di appartenere alla stessa schiatta di coloro che governava.
Il tentativo illegittimo di usurpazione da parte di un elemento “alieno” non poteva che suscitare una rivolta, cavalcata da Chandragupta, eletto per l’occasione paladino della riscossa contro l’invasore greco. Così, mentre Eudemo fu messo in condizione di abbandonare il Paese, non dimenticandosi di portare con sé una forza consistente con la quale confliggere con Antigono in Siria, ufficiali e soldati greco-macedoni rimasti furono passati tutti a fil di spada. E Chandragupta, nel giro di un batter di ciglia, si ritrovava padrone del Punjab e della valle dell’Indo, trasformandosi di colpo in un sovrano con vaste terre e numerosi sudditi.
L’ampliamento delle sue forze fu direttamente proporzionale alla dilatazione del suo desiderio di vendetta. Fu subito guerra contro il Magadha, che si vide sottratte progressivamente tutte le sue province, dalla frontiera fino alla capitale Pataliputra, come era alternativamente conosciuta Patna. A consentire un successo così repentino contribuirono in maniera preponderante le condizioni in cui gravava il regno, oppresso da una plumbea cappa di dispotismo e oppressione: almeno secondo la testimonianza fornita da Megastene, il primo greco inviato da Seleuco in qualità di ambasciatore presso quella che diverrà la corte di Chandragupta una decina di anni più tardi, intorno al 303. L’esperienza ispirerà la stesura degli Indiká ovvero le Notizie dall’India che per quanto scomparse, rivivranno attraverso lo stilo di Ammiano Marcellino, Plutarco e Arriano. Costoro, saccheggiando a piene mani quella che per secoli fu considerata la più autorevole fonte occidentale in materia indiana, permetteranno anche a noi moderni di poter godere di quelle considerazioni scaturite da un punto di vista così privilegiato.
Sulla scorta di queste apprendiamo come i sette re Nanda furono spazzati dalla furia dell’ultimo arrivato, che si ritrovò così l’unico detentore del potere. Con esso, si riaffacciarono prepotenti sogni di gloria covati sin dal tempo dell’incontro con il conquistatore per eccellenza. Per realizzarli, Chandragupta si poté avvalere dei preziosi servigi di colui che sino a quel momento era stato un validissimo insegnante, che oltre a essere stato il maggior fautore dell’incoronazione tenutasi nel 313, sembrava l’uomo perfetto per incarnare la figura di primo ministro.
In tale veste, Chanakya divenne il principale promotore di uno stato efficiente con un’amministrazione all’avanguardia, frutto di un’oculata programmazione. Ma soprattutto continuò a essere il maggior ispiratore del sovrano e il pungolo attraverso il quale, con spietata acutezza, Chandragupta perseguì e realizzò le sue mire imperiali.
Giusto per comprendere con quale spaventosa chiarezza Chanakya affrontava le questioni legate all’impero e con quanta spietatezza potesse attuare le sue decisioni, vale la pena citare una delle svariate leggende che circolarono in merito al personaggio. Sin dall’inizio del regno, il ministro, ben conscio dei tempi turbolenti in cui sia lui che il suo protetto erano costretti a vivere, aveva cercato di immunizzare Chandagrupta contro il veleno tramite un’inoculazione graduale, somministrandogli dosi minime di tossina a ogni pasto. Un giorno Durdhara, la moglie del sovrano già incinta dell’erede, si sedette a tavola prendendo dal piatto uno di quei bocconi insidiosi. Chanakya, nella frazione di secondo in cui la regina si portava alle labbra il cibo che l’avrebbe spacciata, aveva già preso la ferale decisione, frutto di un calcolo rapidissimo quanto cinico: non avendo più il tempo di salvare la nobildonna, optò per la salvaguardia del bimbo che ella portava in grembo e prima che quella potesse anche solo iniziare a masticare il boccone maledetto, il ministro aveva già estratto la spada con la quale spiccava dal collo la testa della sventurata donna. Poi, con freddezza, fece estrarre il bambino dal cadavere della madre e lo fece deporre all’interno di una pelle di capra, dalla quale fu estratto vivo e vegeto se si esclude il particolare della pelle rovinata, che contribuirà a determinarne il nome: Bindasura, ovvero “colui coperto di macchie”.
Al di là del mito, per quanto pittorescamente istruttivo della fama di cui godeva Chanakya ai suoi tempi e nelle epoche successiva, costui fu uno statista coi fiocchi. Non a caso il suo nome è legato a una famosa opera letteraria, l’Arthashastra, un vero e proprio vademecum sull’arte del governo. Il manuale, scoperto nel 1905 da un bibliotecario di Mysore, porta la firma di Kautyla, uno pseudonimo dietro il quale in molti ravvisarono il potente consigliere di Chandragupta e anche se l’attribuzione appare ancora dibattuta (secondo alcuni il suo intervento si limitò a una minima stesura, successivamente ampliata e sviluppata da seguaci e studiosi), il trattato rappresenta una vera e propria miniera d’oro per quel che concerne la conoscenza dello Stato che Chandragupta e il suo inestimabile collaboratore furono in grado di mettere in piedi.
Oltre a una nutrita sfilza di consigli riguardanti i doveri regali, la giustizia, l’amministrazione, la guerra, la diplomazia, l’opera getta una luce su un sistema di governo dall’architettura piuttosto complessa. In essa, il sovrano risultava affiancato da un’assemblea di consiglieri che formavano una specie di parlamento e più in generale una classe di alti funzionari che controllava tutti i rami dell’amministrazione. La sofisticata gestione dell’esercito era affidata a un ministero della Guerra composto da sei consigli direttivi, ciascuno presieduto da un funzionario anziano. L’amministrazione civile era organizzata in modo similare e svolgeva funzioni di una modernità sorprendente, tra le quali spiccava la regolamentazione del regime salariale degli artigiani, una precisa raccolta statistica delle nascite e delle morti, la codificazione dei pesi e delle misure.
La lettura di quest’opera straordinaria ci restituisce lo spaccato di una società dinamica ed estremamente vitale, in cui l’agricoltura giocava un ruolo preminente: ricca di coltivazioni di riso, orzo, frumento, sesamo, seme di lino, senape, legumi, canna da zucchero e cotone, attraverso una tassazione scientifica essa costituiva una delle voci preminenti sul bilancio statale. Che poteva comunque avvalersi del contributo di pietre preziose, oro, ferro e rame abbondantemente forniti dalle sue miniere, oltre ad argento, bronzo, piombo, stagno e ottone il cui utilizzo è stato ampiamente documentato.
Tale produttività alimentava reti commerciali con aree lontane come la Cina e Babilonia, sviluppando un traffico marittimo di una certa consistenza. Strade solcarono il territorio, come la grossa arteria che collegava Pataliputra a Tassila, lungo un itinerario che sarà ricalcato dalla Grande via maestra costruita dagli inglesi duemila anni dopo. Oltre a percorsi per mercanti ed eserciti, i mauryani si diedero all’edificazione di altre importanti opere pubbliche quali caravanserragli, ponti, dighe, sistemi d’irrigazione e nuovi frutteti.
La capitale Pataliputra, posta sul Gange, divenne il simbolo di tanta opulenza. Circondata da una grande palizzata di legno con 570 torri e 64 porte, vantava al suo interno mirabili edifici in pietra e mattoni. Su tutti spiccava il palazzo reale, nei cui giardini vagavano pavoni e fagiani la cui unica preoccupazione risiedeva nel non scivolare nelle imponenti vasche in cui nuotavano allegramente pesci la cui cattura era appannaggio solo dei principini.

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Estensione dell'impero di Chandragupta


Proseguendo con la lettura del manuale , considerando che oggi otto marzo, i media straripano di forti asserzioni contro le discriminazioni della donna, si resta stupefatti nello scoprire come la condizione femminile godesse di una considerazione che anticipava di secoli le sacrosante pretese delle femministe. Oltre ai tradizionali ruoli di entraîneuses e di danzatrici, indubbiamente importanti per la vita “culturale” mauryana, le esponenti del gentil sesso ricoprivano un ruolo ambito anche tra gli uomini, figurando tra le file proposte a guardia nientemeno che di sua maestà. Prevalentemente specializzate nell’utilizzo dell’arco, costoro accompagnavano il sovrano durante le battute di caccia o nel corso degli spostamenti, senza tralasciare – tale era la fiducia accordata loro – la protezione delle stanze private del monarca. Superfluo aggiungere che, coerentemente con la “fissazione” di Chanakya, molte furono impiegate con mansioni di intelligence al servizio della sua nutrita rete spionistica; già allora si erano resi conto che sotto certi aspetti la donna è più affidabile dell'uomo.
Appare evidente da tutte queste informazioni quanto fosse forte l’impronta mutuata dall’organizzazione dell’impero achemenide, che continuava a fare scuola nonostante la sua scomparsa. A dirla tutta quella lezione fu addirittura superata, introducendo elementi di modernità assolutamente sorprendenti. Una serie di massime presenti all’interno dell’Arthashastra, riconducibili direttamente alla mano di Chanakya, lascia infatti intravedere una concezione della filosofia di governo insospettabilmente avanzata, per non dire progressista.
Abbandonata la tradizione dell’origine divina del re, veniva piuttosto sposata la tesi secondo la quale la condizione e il futuro della società sono nelle mani dell’uomo e non abbandonate al capriccio del fato. Attraverso l’udiyama, la “vita attiva”, il sovrano poteva determinare l’esistenza della natura del suo regno e divenire di conseguenza una sorta di creatore di un’era. Si manifestava così un vero e proprio approccio razionalista attraverso cui Chanakya forniva il suo signore degli strumenti utili per plasmare la società e lo Stato secondo una visione “secolare”, in cui la stessa religione e le sue pratiche si ponevano al servizio del potere qualora fosse stato necessario.
Da quanto emerso, l’accostamento con cui l’Arthashastra è stato avvicinato alle opere di Machiavelli non appare più improbabile, risultando al contrario, esattamente come quelle, una squisita dissertazione sulla Realpolitik. Sempre che il sistema di governo descritto rispecchiasse univocamente quello espresso dal tandem Chandragupta/Chanakya, tradotto sulla carta da volenterosi servitori che estendevano così principi teorici di base. Il dubbio è lecito, considerato quanto l’elaborata esagerazione dell’impianto mitico renda a dir poco controversa l’attribuzione scientifica di tale prova letteraria. Se fosse autentica, essa può essere letta come il tentativo di reazione allo shock prodotto dall’invasione macedone operato da un popolo che sentiva come impellente la necessità di dotarsi di uno stato solido e unito, che assicurasse un valido baluardo contro le turbolenze future. Ma quel trattato dimostra anche quanto sia Chandragupta che il suo consigliere vedessero nel caos un’opportunità da cogliere per la costruzione di uno Stato nuovo, ordinato secondo principi di razionalità ed efficienza: l’unico che sarebbe stato in grado di assorbire le mire espansionistiche di un sovrano che ormai ragionava in grande.
Fu proprio grazie alla costruzione di una struttura così “rassicurante” che Chandragupta poté dedicarsi con successo all’acquisizione dei territori confinanti, a costituire il nucleo di quello che diventerà il primo impero indiano della storia. Stemperato da una preponderante vena di lucido pragmatismo, il suo sogno poté concretizzarsi proprio attraverso quelle occupazioni, effettuate dopo aver posto in completa sicurezza la regione del Gange. La conquista del Kashmir, ottenuta con relativa facilità, ampliò considerevolmente il dominio di Chandragupta nel Nord, permettendogli a quale punto di espandersi anche a sud. Così, una fulminea campagna nell’India meridionale, condotta con l’esorbitante numero di 400.000 armati secondo quanto raccontato da Strabone (che salirono vertiginosamente a 600.000 nel resoconto fornito da Plinio il Vecchio), fruttò l’annessione del Saurashtra (l’odierno Gujarat) e una vasta porzione del Deccan, l’altopiano che costituisce il nord dell’effettiva penisola indiana.
Il nuovo impero appena formatosi sembrava destinato a un radioso avvenire quando nel momento della sua massima espansione si ritrovò a essere esso stesso oggetto delle mire altrui. Gli autori della minaccia furono neanche a dirlo i greci-macedoni, nella fattispecie le armate di Seleuco, che nel 305 a.C. varcarono di nuovo il Khyber Pass con la ferma intenzione di riprendersi il Punjab. L’invasione era la diretta conseguenza delle lotte con le quali i successori di Alessandro, i cosiddetti diadochi, si contesero l'impero di Alessandro.
Distratti per circa due decadi da quelle dispute furibonde, costoro lasciarono relativamente in pace i re fantocci che il grande macedone aveva di volta in volta distribuito lungo l’immenso territorio da poco conquistato, inoculando in quelli l’illusione di poter sopravvivere all’orgia di sangue nella quale i luogotenenti di Alessandro stavano regolando i propri conti. Finché, raggiunto uno straccio di status quo, i diadochi tornarono alla riscossa più famelici che mai, ognuno agendo risolutamente in quella che ormai era divenuta la propria sfera di competenza, a ricordare a chiunque quanto la costituzione di una nicchia di sopravvivenza fosse stata effimera. Così Seleuco, che nel gioco delle ridistribuzioni dell’impero alessandrino aveva ottenuto il dominio delle terre iraniane fino ai confini con l’India e con l’Asia centrale, bussava di nuovo alle porte del regno di Chandragupta con la ferma intenzione di dimostrare chi fosse colui che deteneva effettivamente il potere.
Purtroppo non conosciamo i dettagli della campagna ma, considerati i termini di pace che posero fine a essa, le cose dovettero andare ben diversamente da come Seleuco aveva prospettato. La cessione di un’enorme fetta dei suoi territori comprensiva di Aria, Aracosia, Gandhara e Gedrosia, che andarono a ingigantire ulteriormente il nuovo potere insediato in India, dimostrarono senza ombra di dubbio la consistenza e la forza di Chandragupta, sancendo di fatto, con una sorta di battesimo del fuoco, il consolidamento dell’impero da lui creato. Il sovrano maurya otteneva inoltre formale riconoscimento del suo potere e, in cambio di cinquecento elefanti (tale il pagamento previsto a suo carico nelle clausole) incassava la perenne amicizia di Seleuco, suggellata da reciproci legami matrimoniali.
Pare in effetti che Chandragupta stesso si fosse unito a una delle figlie di Seleuco, Diodora, che nella deformazione delle fonti indiane avrebbe finito per ricoprire il ruolo della sventurata Durdhara. Anche se l’attribuzione rimane incerta non risulta improbabile, al pari della possibilità secondo cui i due sovrani hanno avviato un’interessante mescolanza di sangue greco, iranico e indiano. Di certo ci fu un intenso scambio diplomatico accertato, come visto in precedenza dalla missione affidata a Megastene. Sulla bontà dei suoi servigi non ci sono dubbi se è vero che Seleuco, sentendosi sufficientemente protetto sul confine orientale dall’amicizia di Chandragupta, poté rivolgere le sue attenzioni sul fianco occidentale, dove al contrario l’irrequieto Antigono era continua fonte di preoccupazione. Non solo: nella battaglia combattuta a Ipso nel 301 a.C., che tra parentesi costituì il momento conclusivo della lunga disintegrazione delle conquiste di Alessandro, Seleuco ebbe un motivo in più per benedire l’indiano. Furono infatti i suoi 500 elefanti a contribuire prepotentemente alla disfatta di Antioco, il quale non solo perdeva la vita sul campo di battaglia, ma pativa la cancellazione del suo dominio, che veniva spartito tra il resto dei contendenti: i cinque regni sorti dalla frantumazione dell’impero alessandrino (Macedonia, Tracia, Egitto, Asia Minore e Asia occidentale, governate rispettivamente da Cassandro, Lisimaco, Tolomeo, Antigono e Seleuco) si erano ridotti a quattro, trasformando ulteriormente la mappa del mondo antico sulla quale a quel punto compariva anche la firma di Chandragupta.
Quanto a questi, l’accordo con Seleuco segnò il culmine della sua carriera. Si era incoronato imperatore, aveva conquistato gran parte del continente indiano estendendo il suo dominio sull’odierno Afghanistan e sul Belucistan, incluso il cruciale Khyber Pass, via d’accesso obbligata per chiunque intendesse spingersi verso l’Estremo Oriente; aveva allargato la sua influenza su tutte le vie commerciali del Nord-Ovest indiano, controllando così i traffici terrestri e, strada facendo, aveva instaurato un sofisticato sistema di governo creando la struttura per un regno opulento e vitale.
Il regno Maurya si avvaleva di forze militari molto numerose e anche ben organizzate e addestrate, in cui si fondevano le concezioni macedoni (cavalleria e falange) con la fanteria pesante indiana (arcieri e lancieri issati sugli elefanti). Rapporti diplomatici stabili furono instaurati coi regni ellenistici, coi principati cinesi, con l'isola di Ceylon ("Taprobane") e con l'attuale Indocina. La religione di Stato era l'induismo, ma i sovrani e gli altri dignitari, per sottrarsi all'influenza dei sacerdoti induisti, professavano altre fedi: Chandragupta si convertì, fondatore della dinastia, al giainismo, mentre suo nipote, Ashoka professò il buddismo.
A distanza di ventitré secoli il nome di Chandragupta è misconosciuto ai più, in Occidente; al contrario, nell’India attuale è "venerato" e studiato; di recente è stato oggetto di un serial televisivo assai seguito e ancor in onda dopo più di 100 episodi. La causa del suo oblio sarebbe per alcuni da ascrivere alla scelta con cui l’imperatore, passati i cinquanta, abdicò in favore del figlio Bindusara e, convertitosi nelle file dei jainisti (una setta ascetica associabile all’induismo), operò una condotta di vita umile lontano dai clamori del mondo, dal quale si distaccò definitivamente nel 289 a.C., dopo essersi letteralmente lasciato morire di fame.
Piuttosto, la sua scomparsa dalla nostra memoria sarebbe invece da imputare al pessimo vizio secondo il quale per secoli siamo stati più che pronti a esaltare gli eroi di casa nostra quanto a dimenticare quelli altrui, se non addirittura demonizzarli come barbari alieni e ignoranti. A riscatto di Chandragupta, rimase quell’impero fiorente e ben organizzato che gli sopravvisse per altri 104 anni.

Eugenio Caruso

8 marzo 2017

Tratto da

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www.impresaoggi.com