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Augusto il fondatore dell'impero romano


GRANDI PERSONAGGI STORICI

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Augusto

augusto

GC

Dinastia Giulio Claudia

Gaio Ottavio, il fondatore dell'impero romano nacque a Roma il 23 settembre del 63 a.C.. Era figlio di Gaio Ottavio, uomo d’affari che aveva ottenuto, primo della gens Octavia, cariche pubbliche che gli erano valse lo scranno senatorio. Se il padre costituiva un esempio di quella schiera che passerà alla storia come homini novi, la madre, Azia maggiore, apparteneva a un’illustre casata, imparentata direttamente con Gneo Pompe e con Cesare, di cui era nipote in quanto figlia della sorella Giulia minore.
Sarà "compito" di Virgilio validare le leggende che Gaio Ottavio costruì sulla sua nascita, trasformandole in strumento di esaltazione. Al momento, il giovane Gaio Ottavio (all’epoca si chiamava come il padre) ben lungi dal conoscere quale ruolo aveva predisposto per lui il fato, consumava un’infanzia come tante nella casa nei pressi del Colle Velia. Salvo trasferirsi sulle pendici del Palatino in un’abitazione altrettanto modesta.
Secondo Svetonio, a una salute malferma, opponeva uno guardo solido, emanato da un paio d’occhi azzurri splendenti. Quanto alla bassa statura, il futuro imperatore saprà porre rimedio più avanti quando, ricoprendo un ruolo in cui non era conveniente sfigurare, ricorrerà all’utilizzo massiccio di calzari rialzati. Svetonio lo descrive come un ragazzo alquanto schivo e introverso che però, dopo essersi rifugiato nell’amore per i libri e per la lingua greca, seppe trovare un’insospettabile vivacità quando, a soli dodici anni, declamava la laudatio funebris per la nonna Giulia; esattamente come aveva fatto Cesare vent’anni prima per la zia Giulia, sottolineando le origini divine della sua gens.
Giova notare che Cesare, in tempi non sospetti, dovette vedere qualcosa in quell'introverso bisnipote, che lasciava presagire un futuro grandioso. Cesare infatti lo portò, appena sedicenne alla carica prefettizia concedendogli i dona militaria e rendendolo partecipe dei suoi trionfi celebrati nel 46, senza che Gaio Octavio avesse mai brandito un gladio. Forse bastò il coraggio dimostrato poco dopo, nel 45, quando ancora convalescente per una grave malattia, il ragazzo raggiunse il prozio in Spagna, dove Cesare stava combattendo i figli di Pompeo, superando con una scorta ridotta strade infestate da nemici. Di certo il dittatore rimase colpito dall’intraprendenza del nipote, al punto da nominarlo magistratus anzitempo, nel 44, e da inviarlo ad Apollonia dove progettava di inaugurare una campagna militare ai danni dei daci e dei parti.
Fu ad Apollonia che Ottavio ebbe notizia della morte di Cesare. E sempre in quella drammatica circostanza scoprì quanto i disegni di Cesare riguardo il suo futuro fossero estesi. A rivelarglieli fu la lettera che Sceva, la guardia personale di Cesare gli consegnò direttamente. Quello che a tutti gli effetti appariva come un testamento postumo annunciava la scelta di Cesare di adottarlo e conteneva una serie di istruzioni pratiche e spirituali in merito alla presa del potere. Tra i vari aspetti della grandezza di Cesare va inclusa questa capacità di preoccuparsi della transizione.

La prima cosa che fece fu di assumere ufficialmente il lascito di Cesare acquisendo, secondo la consuetudine, il nomen gentilizio Iulius e il cognomen Caesar del padre adottivo. Si preoccupò però di omettere il secondo cognome derivato della gens di provenienza, che la tradizione voleva andasse aggettivata in -anus. Una mancanza che invece i suoi avversari politici ebbero cura di sottolineare, al punto da riconoscerlo da quel momento in poi come Octavianus, a ricordargli eternamente quale fosse la schiatta dalla quale proveniva a dispetto delle sue pretese.
Ottaviano giungeva, pertanto, a Roma da illustre sconosciuto, balzato agli onori delle cronache in virtù di quel testamento da molti ritenuto l’estremo colpo di coda di Cesare. Sulla carta Ottaviano era destinato a fare la fine del proverbiale vaso di coccio stretto da un lato dal Senato – ispirato da un battagliero Cicerone – che non aveva nessuna intenzione di rinunciare alle proprie prerogative dall’altro, dall’ambizione di Marco Antonio, il leader del partito cesariano riconosciuto da tutti come suo continuatore in pectore. Marco Antonio rispondeva con una laudatio funebris infuocata in cui esaltava la natura divina di Cesare, cosa che fece apparire Bruto e Cassio, oltre che sicari, anche deicidi, contro i quali l’avversario, ormai indossati i panni del vendicatore, affinava le armi. In tutto questo a Ottaviano, definito con disprezzo da Cicerone iste qui umbras timet, ovvero “timoroso delle ombre”, consapevole che al momento la sua posizione era molto debole, non restava che cercare il consenso del popolo, cosa che ottenne con una manovra spregiudicatamente demagogica. Di fronte alla titubanza con cui Antonio procrastinava la consegna del denaro di Cesare, egli vendette i propri terreni e, ricorrendo a cospicui prestiti, si procurò la somma sufficiente a dare esecuzione alla volontà cesariana di offrire 300 sesterzi a ogni romano. L’elargizione riscosse ovviamene l’ampio consenso del popolo accrescendo la fama di Ottaviano.
Antonio si rese conto di non poter più sottovalutare quel ragazzo che, sotto l’aspetto malaticcio, mostrava d’avere la stessa spina dorsale di Cesare. Ottaviano comprese che per rafforzare la sua posizione esisteva un unico mezzo: possedere un esercito proprio. Così, forte dell’aiuto offerto dai veterani del padre adottivo, riuscì ad arruolare alcune migliaia di uomini, compiendo uno strappo con il quale si sarebbe presto imposto come protagonista nella nuova grande lotta che si stava delineando in Roma per il primato politico.
Cicerone, che lo considerava poco più che un principiante della politica, fu più che lieto di tributarli il suo appoggio e quello dell’intera assemblea, convinto di poter sfruttare il ragazzo rafforzandone la posizione ai danni di Antonio. Ottaviano finse la sua adesione al partito del Senato, raggiungendo così la regolarizzazione della sua posizione ottenuta anzitempo attraverso la carica di propretore. A quel punto Antonio, che aveva tentato di far dichiarare pubblicamente Ottaviano hostis publicus per aver reclutato un esercito senza averne l’autorità, si ritrovò improvvisamente nella condizione opposta. Fu lui infatti a venir additato come nemico pubblico quando, richiamate nell’ottobre del 44 le legioni dalla Macedonia con lo scopo di inviarle contro Ottaviano, scoprì di aver agito contro un propretore legalmente eletto.
In qualità di console, Antonio vantava ancora un discreto credito in Senato e ottenne così di stornare le preoccupazioni del senato nei suoi confronti muovendo contro la Gallia Cisalpina, con la scusa di indurre a più miti consigli il cesaricida Decimo Bruo, che si rifiutava di ricondurre la regione sotto l'egida del Senato. In realtà Antonio intendeva occupare la Cisalpina per ottenere una base sufficientemente forte dtalla quale progettare le azioni future. Con tale intento, puntò contro Modena, la città in cui Bruto si era asserragliato, cingendola in assedio. Nel frattempo Ottaviano elargendo vistose donazioni monetarie, otteneva dai senatori l’abrogazione della legge che conferiva ad Antonio la provincia contesa e il riconoscimento dell’imperium di pretore: con questo poteva marciare, in compagnia dei neoeletti consoli Pansa e Irzio, contro colui che al momento considerava come il rivale più pericoloso.
Mentre Cicerone pronunciava Filippiche infuocate all’indirizzo di Antonio, Ottaviano raggiungeva questi a Modena nell’aprile del 43. Nella battaglia che seguì il 21 di quello stesso mese Antonio fu sconfitto e costretto a riparare nella Gallia narbonense, dove fu inseguito da Decimo Bruto.
I due consoli Irzio e Panza perirono negli scontri, lasciando di fatto Ottaviano come unico capo di un esercito vincitore. Per la verità, quei decessi apparvero più che sospetti. Comunque sia andata, Ottaviano si trovava in una posizione di forza e tornato a Roma a capo delle sue legioni, riusciva senza troppo sforzo a strappare a un Senato paralizzato dalla paura e disorientato dalla sua astuzia politica, la carica di console con dieci anni d’anticipo sull’età stabilita. Era il 10 agosto del 43: nemmeno diciassette mesi dopo le Idi di marzo, l’oscuro Ottaviano, appena ventenne, otteneva quella dignità statale che Cesare aveva impiegato una vita a raggiungere.
Ormai padrone della situazione, Ottaviano fece approvare la legge che dichiarava crimine sacrilego l’uccisione di Cesare e decretava la più grave pena per i suoi autori. Compiva così quell’atto supremo che lo stesso Antonio non aveva avuto il coraggio di effettuare: aprire una nuova stagione di guerra civile.
Ottaviano si mosse con sagacia e prudenza cercando un insospettabile accordo con Antonio. Aveva infatti compreso che al momento era fondamentale ricompattare le fila del partito cesariano in vista della lotta che andava maturando. A tal fine si propose anche al ricco Lepido, l’unico capace in quel momento di finanziare le future spedizioni. L’equazione era semplice: Antonio aveva i soldati; Lepido i soldi. Con essi, nell’incontro avvenuto a Bonomia nel novembre del 43, Ottaviano dava vita al secondo triumvirato. L’accordo, che prevedeva una durata quinquennale, era in sostanza un patto con cui i tre si sarebbero spartiti i brandelli dell’estensione territoriale romana, dopo aver fatto scempio dei propri avversari politici. Il 27 dello stesso mese, un Senato sempre più alla deriva conferiva all’unione scellerata dignità legale.
Quindi, fu il riproporsi del medesimo copione andato in scena sin dai tempi di Mario e Silla: spietatezza, liste di proscrizione e sicari furono gli ingredienti con cui Ottaviano e i suoi degni compari eliminarono uno per uno i propri oppositori. A farne le spese fu anche il povero Cicerone, che il 7 dicembre di quello stesso anno pagava con la vita la sua pervicace adesione agli ideali repubblicani, scontando come onta suprema l’esposizione della testa e delle mani sui rostri del Foro, a futuro monito contro eventuali emulatori.
Quando pugnali ed espropri non bastarono più, si ricorse ovviamente all’impiego della forza militare. Lasciato Lepido a presiedere Roma, nell’ottobre del 42 Antonio e Ottaviano marciarono in Oriente, dove affrontarono le forze residue del partito anticesariano coagulate intorno alle figure di Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, destinatario quest’ultimo del celeberrimo «Tu quoque fili mi!». La fatica di sostenere il duplice scontro con cui a Filippi, in Macedonia, il 3 e il 23 dello stesso mese si inferse un colpo durissimo alla fronda anticesariana, ricadde interamente sulle spalle di Antonio. Ottaviano si tenne in disparte, rintanandosi per tre giorni in una palude dei dintorni, almeno secondo la versione fornita da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia o nel resoconto di Svetonio e si diede alla fuga.
La versione pressoché identica dei due autori fu leggermente stemperata da Velleio Patercolo, che nel secondo libro delle Historiae Romanae specificò che la sua fuga era stata consigliata da un sogno premonitore. A tanta indecisione dimostrata sul campo, peraltro sconfessata dagli storici moderni, Ottaviano seppe opporre la durezza con cui trattò gli sconfitti: la testa di Bruto, suicidatosi al termine dei combattimenti al pari di Cassio, rotolò poco dopo il rientro a Roma ai piedi della statua di Cesare, la cui uccisione veniva così finalmente vendicata. A quel punto ai triumviri non restava che spartirsi le spoglie di Roma. Ottaviano si prese l’Italia, la Sicilia, la Corsica, la Sardegna e l’Iberia, lasciando ad Antonio la Gallia, la Transpadania e l’Oriente romano e a Lepido la Numidia e l’Africa proconsolare.
Fu in questo periodo che la redistribuzione delle terre ai veterani, individuate nel mantovano e nel cremonese, segnarono l’esordio del cammino di Virgilio che, cacciato dalle terre avite, iniziò quel percorso che l’avrebbe condotto a diventare la penna più fulgida al servizio del futuro imperatore.
L’elargizione di quei territori fu alla base dei primi screzi che contraddistingueranno la difficile convivenza tra Antonio e Ottaviano, destinati a diventare crepe profonde. Per la verità tra i due triumviri venne siglato il tacito accordo di non dare troppo peso a quel problema e si rinnovò una mutua collaborazione sancita dal matrimonio tra Antonio e la sorella di Ottaviano, Ottavia Minore. Questa unione fece il paio con quella contratta a suo tempo da Ottaviano con Clodia Pulcra, che aveva il solo merito di essere la figliastra di Antonio e dunque utile a suggellare la momentanea pace.
Al momento comunque la tregua reggeva, tanto più che le attenzioni di entrambi erano rivolte alla Sicilia, dove i residui del partito anticesariano si aggregarono intorno all’intoccabile icona di Gneo Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, che suscitava ancora l’ammirazione trasversale di ogni soldato, senza contare che disponeva di risorse economiche di tutto rispetto. Ottaviano decise di giocare d’anticipo, proponendo un’alleanza con Pompeo, che si concretizzò nel 40 attraverso il matrimonio con Scribonia, un’appartenente alla famiglia dei Liboni strettamente correlata con il clan del vecchio nemico di Cesare. Il trattamento riservato alla prima moglie fu reiterato quando, meno di un anno dopo, crollarono i presupposti sui quali si poggiava il matrimonio con Scribonia. Il sodalizio con Pompeo infatti si sciolse come neve al sole per cui Ottaviano non esitò a disfarsi della sposa.
A differenza di Clodia però Scribonia lasciava al futuro imperatore l’eredità di una figlia, Giulia, un personaggio destinato a vivacizzare i pettegolezzi locali rappresentando, di contro, infinita fonte di cruccio per il padre. Quando aveva appena due anni, Ottaviano si ricordò di lei e nel traffico dei matrimoni volti a suggellare la pace sancita a Brindisi con Marco Antonio, la promise sposa al figlio decenne del triumviro, Marco Antonio Antillo. Il matrimonio non fu mai celebrato perché i due triumviri ripresero presto le ostilità, così la fanciulla crebbe nella casa di Augusto sul Palatino, dove, per sua somma sfortuna, di lì a breve avrebbe dovuto fare i conti con la futura moglie di Ottaviano, Livia Drusilla.
A quanto affermano le fonti imperiali, fu proprio la scintilla scoccata nei confronti di Livia a provocare la rottura del matrimonio con Scribonia. Ottaviano non esitò a strappare Livia al marito Tiberio Claudio Nerone, sebbene la donna avesse avuto già un figlio da lui, Tiberio, e fosse incinta di un secondo, Druso. Livia apparteneva per nascita e per matrimonio alla famiglia patrizia dei Claudi, esponenti della classe aristocratica senatoria avversa che Ottaviano premeva attirare a sé. Il loro sodalizio, destinato a durare per una cinquantina d’anni, diverrà uno dei più emblematici dell’antichità romana. Tacito e Svetonio presentano Livia come una donna intrigante e senza scrupolia. Su Livia infatti grava il sospetto di essere quanto meno mandante delle morti e delle disgrazie dei figli e nipoti di Ottaviano. A uno a uno infatti Marcello, Gaio, Lucio, Germanico, tutti eredi diretti designati al trono, caddero in circostanze assai sospette. Tutte queste morti non fecero altro che spianare la strada all’elezione di Tiberio, il figlio naturale di Livia.
Indubbiamente, però, attraverso quel matrimonio, Ottaviano guadagnò una consorte che, secondo la tradizione, obbediva ciecamente a tutti i suoi desideri Fu lei che in casa impostò una vita di massima severità, all’antica, militaresca, repubblicana, non concedendosi nessuna distensione, nessun esonero dagli impegni giornalieri, nessun lusso, nessuna mondanità. Di contro, questa donna scaltra, questo “Ulisse in gonnella” come la definì il pronipote Caligola, seppe alternare alla psicologia l’arsenico e il complotto, coi quali, secondo i più malevoli, riuscì a eliminare gli eredi diretti al trono e raggiungere il suo scopo, quello cioè di incoronare il proprio figlio Tiberio imperatore di Roma.
Insomma, se Ottaviano diverrà il primo imperatore, Livia sarà la prima imperatrice, in grado non solo di costruire la carriera della propria progenie e della propria gens, ma influenzando profondamente l’operato del consorte: fu lei a incidere nella società romana prospettando un nuovo assetto di equità familiare, talmente clamoroso che le epoche successive, tinte della moralità cristiana, giudicarono più “prudente” affossare. Al momento, forte dell’appoggio e degli intrighi di Livia, Ottaviano poté concentrarsi sulla definizione delle alleanze che dovettero necessariamente rimescolarsi in seguito al fallimento dell’amicizia con Pompeo. Fu proprio per contrastare quest’ultimo che il giovane si strinse di nuovo ad Antonio, rispolverando il patto del triumvirato in quel di Brindisi nel 38. Tanto più che Pompeo, a differenza di Ottaviano, poteva contare su una flotta potente e ben organizzata, con la quale riusciva a eludere le iniziative militari rivolte contro di lui e a bloccare per tutta risposta i rifornimenti del grano siciliano così fondamentali per Roma.
Fu allora che Ottaviano ricorse a una delle doti peculiari della sua intelligenza, vale a dire la capacità di saper affrontare le difficoltà individuando l’uomo giusto al momento giusto. Nella fattispecie fu l’amico di sempre, Marco Vipsanio Agrippa, che riconosciuto come grande stratega e soldato in virtù di quanto già fatto a Filippi, a Perugia e in Gallia – dove aveva debellato una rivolta degli aquitani –, fu inviato in Trinacria a risolvere una volta per tutte la questione pompeiana. Agrippa si comportò talmente bene da riportare nel settembre del 36 una schiacciante vittoria nelle acque di Nauloco, con la quale costringeva Pompeo a una precipitosa fuga in Oriente dove l’anno dopo avrebbe incontrato il suo destino sulla lama dei sicari per le vie di Mileto.
La vittoria di Agrippa segnò il declino definitivo del partito anticesariano e il prosieguo di una decennale cooperazione con cui il valentissimo generale finirà per rappresentare il braccio armato di tutte le imprese militari che da quel momento in poi Ottaviano intraprenderà. A partire da quella scatenata ai danni di Lepido, che scontò amaramente il tentativo di occupare la Sicilia, non si capisce bene su quali basi, subendo un rovescio che lo tolse definitivamente dai giochi: relegato letteralmente al Circeo, mantenendo oltre alla vita l’inutile quanto prestigiosa carica di pontifex maximus. A quel punto restava solo un ostacolo da debellare: Antonio. L'operazione era ancor più ineluttabile dopo l’infatuazione che da circa cinque anni avviluppava Antonio a una delle donne più fatali della storia del mondo antico, vale a dire Cleopatra. Su quel legame sono già stati scritti fiumi di inchiostro. Ai fini della narrazione basti sapere che una delle conseguenze più dirette fu la ritrattazione del contratto matrimoniale sancito con Ottavia, che fu rispedita a Roma creando un’onta che Ottaviano difficilmente era disposto a tollerare. Se a ciò si aggiunge che Antonio si atteggiava a una sorta di despota orientale ne deriva che Anzio era ineluttabile.
La battaglia di Azio fu letta sulla falsariga di uno scontro epocale attraverso il quale la tradizione romana, quella dei padri, combatteva la sua guerra di sopravvivenza contro il vizio importato dalla decadente moda greco-orientale, rinnovando dunque una disputa che agitava la Città Eterna sin dal tempo degli Scipioni. O almeno così si sforzò di presentarla la solerte propaganda instaurata da Ottaviano. Il casus belli fu fornito proprio dall’uccisione di Pompeo. Ammazzare un cittadino romano senza processo era considerato delitto gravissimo: che a compierlo fossero stati proprio i partigiani di Antonio non fu che l’ennesima scusa adottata da Ottaviano per convincere il Senato a muovere guerra contro il rivale; soprattutto dopo che, venuto in possesso del testamento da questi preventivamente redatto, Ottaviano leggeva inorridito al cospetto degli optimates la volontà espressa dall’ex cognato di lasciare l’Oriente alla conturbante Cleopatra e ai suoi figli, compreso Cesarione, avuto da una precedente relazione con il divino Giulio.
Ciò che successe nella acque prospicienti il promontorio greco di Azio, il 2 settembre del 31, è arcinoto. Antonio, l’anno successivo si suicidava mentre le armate di Ottaviano occupavano l’Egitto. Sorte non diversa patì Cleopatra, che dopo aver tentato inutilmente di blandire Ottaviano, così come aveva fatto con il padre, preferì lasciarsi morire ingerendo un cocktail letale di droga e veleni. Ciò che invece fu certo è che dopo la scomparsa dei due amanti, Ottaviano diventava l’unico e indiscusso signore di Roma. Ratificare quella situazione di fatto, o meglio, riuscire a far digerire al mondo e in special modo al Senato il compimento di ciò che a tutti gli effetti era un colpo di Stato simile a quello tentato da Cesare, fu il suo capolavoro politico.

Esattamente come Cesare, Ottaviano si trovò nell’imbarazzante condizione di dover giustificare la propria posizione di preminenza nello Stato. Ma a differenza del predecessore, egli poteva trarre il massimo insegnamento dalla “lezione” impartita al dittatore nelle fatidiche Idi di marzo, durante le quali, a colpi di pugnale, Cesare dovette comprendere quanto gli uomini restino abbarbicati alle forme anche quando la realtà che sta dietro queste sia profondamente mutata. Con tali avvertenze Ottaviano riuscì ad aggirare il problema trovando una soluzione tanto semplice quanto incisiva: rispettare del tutto le vecchie istituzioni, rinnovandole però nelle funzioni, facendo passare la trasformazione in senso monarchico come se si trattasse invece della restaurazione delle antiche libertà della repubblica, sconvolte e minacciate dai reiterati tentativi di Mario e Silla, Cesare e Pompeo, e infine da Marco Antonio.
Creò così le condizioni per quella coesistenza tra i poteri del capo unico che riuniva in sé le prerogative delle antiche magistrature repubblicane e i poteri del Senato e degli altri magistrati, che avrebbero fatto da cardini al nuovo regime del principato. Il dominio capitolino si era trasformato col tempo in un insieme di popoli e di tradizioni diverse, che trovavano in Roma e nell’Italia il proprio centro direttivo, e che comprendevano praticamente tutto il mondo civile conosciuto a eccezione dei territori partici. Fu appunto in questa mutata situazione che si radicarono le ragioni fondanti dell’agire di quest’uomo che, appena trentatreenne, fu in grado di traghettare la repubblica nell’impero, dando vita a un sistema modernamente avanzato nel quale, con abile maestria, riuscì a conciliare il vecchio con il nuovo, salvando i modelli consolidati e aprendo la strada a rinnovate e futuribili tendenze.
Come ci riuscì, è un argomento sul quale gli storici ancora si accapigliano. Non riconoscere che le sue innovazioni portarono alla nascita di un organismo capace di sopravvivere per i tre secoli successivi come uno degli imperi più organizzati e potenti dell’antichità sarebbe impossibile. E intrigante appare l’interpretazione tacitiana, capace proprio per la sua fascinazione di fare scuola, secondo cui la costituzione di quell’auctoritas passò attraverso modalità che oggi non sfigurerebbero tra le sequenze di un serial televisivo. Così, a una vita di sregolatezze tanto diffuse nelle classi abbienti, in cui un celibato godereccio era di lunga preferito alle preoccupazioni e alla responsabilità di una famiglia, Ottaviano seppe opporre l’antica severità degli avi, l’unica capace di preservare quella romanità minata dal contatto con il lusso e con i piaceri sfrenati caratteristici delle società orientali. Ovviamente lui, nel privato, aveva le sue belle gatte da pelare, o meglio la sua gatta. Giulia infatti operava scelte sempre più libertine e libertarie.

Ribellandosi alla morale ipocrita e di facciata voluta dal padre e dalla matrigna, la ragazza cominciò a vivere come le andava a genio, frequentando circoli letterari alla moda, vestendosi in modo eccentrico e audace, circondandosi di un codazzo di corteggiatori ai quali si concedeva in modo spregiudicato. Augusto corse ai ripari confinando la figlia appena diciottenne negli angusti legacci di un matrimonio contratto con il generalissimo Marco Vipsanio Agrippa: se il connubio serviva a gratificare il vincitore di Azio, molto più era utile a umiliare Giulia, costringendola a legarsi a un uomo più vecchio di lei di venticinque anni, per giunta privo di ascendenza aristocratica, cosa assolutamente indigesta per lo snobismo della ragazza. Nonostante ciò, la fanciulla onorò i dieci anni in cui il matrimonio si protrasse donando allo sposo ben cinque tra figli e figlie; a quanti insinuavano che a dispetto dei suoi comportamenti non proprio morigerati, la prole somigliasse tutta al padre, ella riusciva per giunta a rispondere con notevole umorismo che «lei si premurava di imbarcare passeggeri solo quando la nave era carica». Dopo la morte di Agrippa, Ottaviano, per imbrigliare la figlia, la obbligò a sposare il fratellastro Tiberio, provocando comportamenti da parte di Giulia sempre più scandalosi. Lo scandalo crescente suscitato dagli atti e dalle parole che Giulia ostinatamente proferiva sia in pubblico che in privato fu gettato in pasto all’opinione pubblica: Ottaviano scrisse dunque una lettera al Senato per denunciare le ripetute violazioni di Giulia alla lex de adulteriis; fornì relazioni dettagliate in cui la figlia era descritta come una prostituta e in cui i compagni di opposizione politica erano tutti trasformati in suoi amanti nei convegni notturni e nelle orge. In virtù dei suoi poteri Ottaviano, con una semplice lettera, la fece divorziare d’ufficio da Tiberio senza nemmeno preoccuparsi di avvertire quest’ultimo. È probabile che dietro tanta recrudescenza si nascondesse la minaccia di un vero e proprio complotto, che non poté essere reso pubblico per l’effetto dirompente che poteva avere a livello politico. Giulia venne così confinata a Ventotene con la sola compagnia della madre, mentre gli altri congiurati furono colpiti dalla condanna capitale. Ottaviano avrebbe sofferto per il resto della sua esistenza della condizione miserevole alla quale aveva condannato la sua unica figlia, tuttavia non sarebbe arretrato di un solo passo, dimostrando quanto la salvaguardia del potere che aveva così sapientemente costruito sopravanzasse di gran lunga l’amore provato per i suoi stessi congiunti.

 

Eugenio Caruso - 25 novembre 2017

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