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Ferdinando Innocenti dai tubi alla Lambretta


INVENTORI E GRANDI IMPRENDITORI

In questa sottosezione illustrerò la vita di quei capitani d'industria e/o inventori che hanno sostanzialmente contribuito al progresso industriale del mondo occidentale con particolare riguardo dell'Italia.

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innocenti 1

Ferdinando Innocenti
Pescia (PT), 1° settembre 1891 - Varese, 21 giugno 1966
Il padre Dante aveva una modesta attività di fabbro a Pescia; con il nuovo secolo si trasferisce nella vicina Grosseto dove apre due botteghe, nelle quali alla produzione si associa la vendita di ferramenta; Innocenti frequenta il triennio della scuola tecnica e, dal 1906, inizia a collaborare con il padre e il fratellastro, Rosolino, nell’officina di famiglia.
Il suo apprendistato avviene all’interno dell’attività paterna: acquista rottami di ferro dai cantieri che bonificano la Maremma e li scambia con olio lubrificante, dalla vendita del quale ricavava maggior profitto.
Negli anni della Prima guerra mondiale, Innocenti riesce a mettere da parte un piccolo capitale. Per ampliare ulteriormente i propri affari, nel 1920 progetta di trasferirsi a Roma, ma perde la maggior parte dei propri guadagni – mezzo milione di lire – quando la Banca italiana di sconto, presso la quale erano collocati, viene messa in liquidazione alla fine del 1921. Trasferitosi comunque a Roma nel 1923, deve ricominciare dal niente con la costituzione di un magazzino per la vendita dei tubi senza saldatura, di tipo Mannesman, prodotti in Italia dalla Dalmine, in provincia di Bergamo. Nel 1926 affianca al deposito un’officina per le lavorazioni successive dei tubi (catramazione, taglio e filettatura) e per la produzione di manufatti ricavati dagli stessi (balaustre, balconate per stadi ed edifici pubblici, portabandiera, grondaie, tubazioni per irrigazione).
Le relazioni di lavoro, ma anche di stima e amicizia, che Innocenti intesse in questo periodo con alcuni manager della Dalmine, in particolare Agostino Rocca, all’epoca a capo dei laminatoi Dalmine, e G. Vignuzzi – due personaggi di rilievo nelle vicende della siderurgia italiana nel dopoguerra –, sono di fondamentale importanza per la sua attività futura. Di fatto un incentivo al “rastrellamento” di brevetti per le applicazioni tubolari gli viene proprio da Rocca e, nel corso degli anni Venti e Trenta, il rapporto con la Dalmine è scandito da un susseguirsi di convenzioni e accordi commerciali (1926, 1933, 1941).
Fino ad allora i tubi d’acciaio erano utilizzati per convogliare sostanze liquide o gassose: Innocenti è il primo a impiegarli come struttura portante nei grandi impianti industriali e nell’edilizia. Alla fine degli anni Venti, intravede le possibilità di sviluppo di un brevetto della Scaffolding inglese, un giunto tubolare di facile montaggio: dopo alcuni tentativi, nel 1933 riesce ad adattare ai tubi prodotti dalla Dalmine quello che diventerà noto con il nome di “giunto tubolare Innocenti”, dal quale sviluppa poi il “ponteggio tubolare Innocenti”, destinato a sostituire le precarie impalcature di legno all’epoca ancora in uso nell’edilizia.
Sempre nell’ambiente della Dalmine, Innocenti conosce l’ingegner Franco Ratti, nipote di Pio XI, azionista della società bergamasca nonché responsabile dell’Ufficio tecnico del Vaticano. Per questo tramite, nel 1931, ottiene la commissione di un impianto completo di irrigazione a pioggia nei giardini della villa papale di Castel Gandolfo e, nel 1932, quella di un impianto per i giardini vaticani. I lavori in Vaticano proseguirono fino al 1934, con la realizzazione della centrale termoelettrica e degli impianti antincendio della Cappella Sistina.
Già nel 1931, tuttavia, Innocenti aveva lasciato Roma per trasferirsi a Milano, dove comincia a realizzare il suo progetto imperniato sull’industria meccanica applicata. Nonostante la crisi del 1929, infatti, inaugura nel capoluogo lombardo, a Lambrate, la prima sede commerciale della Fratelli Innocenti, e nel 1933 costruisce uno stabilimento di produzione per i raccordi tubolari. Nel corso degli anni Trenta l’attività di Innocenti cresce ininterrottamente, con due stabilimenti di produzione, a Roma e Milano, e nove tra filiali e uffici commerciali. Per adeguare la forma societaria alle nuove dimensioni, nel 1933 modifica la ragione sociale della ditta di cui è titolare con il fratello Rosolino, in Fratelli Innocenti Società anonima per applicazioni tubolari acciaio, con sede a Roma, e contemporaneamente costituisce la Innocenti Società generale per l’industria metallurgica e meccanica, con sede a Milano.
Nel 1936 inizia un forte sviluppo industriale dell’impresa (denominata Innocenti società anonima per applicazione tubolari acciaio), reso possibile dalla progressiva crescita delle spese militari dello Stato italiano a seguito dell’invasione dell’Etiopia (1935), dell’intervento in Spagna (1936) e dello scoppio della Seconda guerra mondiale: Innocenti sfrutta infatti le applicazioni dei tubi nell’industria bellica, sia nella costruzione di carpenterie per capannoni d’aeronautica, sia nella produzione di proiettili per l’Aviazione e per l’artiglieria e nella costruzione dei corpi di granate per la Marina, ottenibili da settori di tubi Dalmine.
Gli utili ricavati dalle commesse militari consentono a Innocenti di raddoppiare il capitale sociale e ampliare gli stabilimenti. A questo punto progetta e realizza, grazie ai buoni rapporti con il Regime fascista, una fabbrica per produrre i tubi in proprio; il nuovo stabilimento è ubicato ad Apuania, viene costruito nel 1939, ma la sua attività trova l’opposizione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) che, con la Finsider, è il nuovo proprietario della Dalmine: questo non vede di buon occhio la trasformazione del maggiore cliente dell’azienda (Innocenti assorbe oltre il 35% della produzione Dalmine e ne è anche azionista) in un concorrente. I dissapori con il gruppo dirigente della Dalmine sono infine risolti tramite una convenzione (1941), che affida la gestione del nuovo impianto alla Safta (Società autonoma fabbricazione tubolari acciaio), il cui capitale è detenuto per il 49,98% dalla Finsider e per un’analoga quota da Innocenti, mentre Rocca, ora direttore generale della Finsider, conserva una funzione arbitrale detenendo lo 0,04% delle azioni.
L’impianto di Apuania è progettato in modo rivoluzionario – i tubi vengono prodotti da lingotti e non da laminati – dall’ingegner A. Calmes; tuttavia resta in funzione solo per un breve periodo, dal 1942 al 1943, quando gli impianti vengono smontati e trasportati all’estero dall’esercito nazista.
Dopo l’8 settembre 1943 Innocenti si trasferisce a Roma per riorganizzare i propri contatti in funzione dei nuovi equilibri di potere; nelle ultime fasi della guerra collabora attivamente con gli Alleati e finanzia le forze clandestine antifasciste. In questo modo, tornato a Milano alla fine del conflitto, riesce a mantenere il controllo dei suoi stabilimenti. Per poterli riscattare conclude un accordo con Oscar Sinigaglia, presidente della Finsider, di cui la Dalmine è società partecipata.
Quest’ultima rileva così tutta l’attività della Innocenti nel settore tubi; la Ponteggi, pur mantenendo il nome Ponteggi tubolari Dalmine Innocenti spa, diventa, in cambio delle royalty per i brevetti, al 100% della Dalmine; infine, nel 1948, Innocenti cede alla Dalmine il proprio pacchetto azionario della Safta – nel frattempo ricostruita e attrezzata con moderni laminatoi fabbricati a Lambrate –, ricevendone di converso una quota di azioni della stessa Dalmine, di cui viene nominato amministratore delegato.
L’esperienza ai vertici della Dalmine è breve e segnata da tempestose polemiche: Innocenti deve affrontare l’opposizione del consiglio di gestione, che lo accusa di avere fatto fortuna a spese della Dalmine d’accordo con Rocca, nel frattempo autoesiliatosi in Argentina; quindi il conflitto prosegue in seno al consiglio d’amministrazione, sia riguardo al tentativo di trasferire la sede della direzione generale della società a Milano, sia per la volontà di Innocenti di indirizzare la produzione sui tubi saldati, che sarebbero diventati di fatto, negli anni Cinquanta, quelli con maggior mercato, soprattutto se di grande diametro e destinati al rivestimento e ai pozzi petroliferi.
Nel 1950 Innocenti si dimette dalla Dalmine per dedicarsi ai suoi impianti di Lambrate, danneggiati dalla guerra e bisognosi di riconversione: ottiene dalla Camera del lavoro il permesso di licenziare 2.000 dei 7.000 dipendenti, a condizione di riassumerli entro due anni e inizia una profonda ristrutturazione degli impianti e delle produzioni puntando su due direttive: da un lato riprende l’esperienza dello stabilimento di Apuania per la grande meccanica, ovvero la produzione di macchinari per la laminazione di tubi; dall’altro introduce la produzione motoristica, in due sezioni: motoveicoli e, in un secondo tempo, per volontà del figlio Luigi, automobili.
La divisione meccanica pesante sviluppa nuovi tipi di laminatoi, a freddo e a caldo, su brevetto Calmes, e torni, presse e macchinari pesanti con licenza americana; già dal 1948, inoltre, Innocenti aveva fondato la società Calmes spa, con l’obiettivo di studiare e progettare impianti completi per la fabbricazione e la laminazione di tubi, destinati, per lo più, a clientela estera (Urss e Paesi satelliti, Austria, USA, Giappone, Germania). Il segno più evidente del successo internazionale conseguito in questo periodo è, nel 1955, la vittoria ottenuta nella gara internazionale di appalto bandita dal Governo venezuelano per la Planta siderúrgica dell’Orinoco, il maggiore impianto siderurgico a ciclo integrale dell’America Latina e la più importante operazione economica di esportazione della storia italiana di quegli anni, sia in termini di macchinario sia di manodopera (10.000 operai specializzati italiani). Nel contempo, la contiguità tra la holding pubblica Finsider e la Innocenti, iniziata ai tempi della Dalmine, prosegue anche nel dopoguerra: i macchinari prodotti a Lambrate sono infatti fondamentali per l’equipaggiamento degli impianti Finsider di Cornigliano e di Taranto.
Nel campo motoristico, sin dall’immediato dopoguerra Innocenti punta sulla motorizzazione individuale, studiando però un veicolo a basso costo che ambisce alla grande diffusione popolare, in anni in cui l’automobile è ancora troppo cara per i consumatori italiani. Si avvale quindi della collaborazione tecnica dell’ingegnere P. Torre, colonnello del Centro sperimentale di Guidonia: è il padre della Lambretta, nata come «un tubo con un motore e due ruote».
Dopo alcune difficoltà iniziali e una campagna pubblicitaria senza precedenti per l’epoca, nel 1952, a Lambrate, in un impianto modernizzato dal punto di vista delle attrezzature produttive e di verniciatura, si producono 96.000 veicoli modello D con telaio portante in tubo metallico, di cui 16.000 destinati all’esportazione. L’apice è raggiunto nel 1953, quando viene lanciato il modello E, con una produzione di 70.000 unità annuali, cui si associano 50.000 unità del modello LD.

lambretta c 125

Lambretta C 125. Negli anni sessanta, per diversi anni, nei mesi estivi, mio fratello e io abbiamo visitato in lungo e in largo Toscana e Umbria con questo modello.

Negli anni Sessanta, però, l’ascesa dei veicoli a quattro ruote, divenuti nel frattempo convenienti nei prezzi e nei consumi, e in particolare della Fiat 500, contende il mercato allo scooter, le cui vendite sono stagnanti. Innocenti, ormai anziano e malato, si appresta a lasciare il comando dell’impresa al figlio Luigi, vicepresidente della società dal 1958. Quest’ultimo suggerisce quindi il reinvestimento degli utili derivati dall’affare venezuelano nella produzione automobilistica a scapito della Lambretta. Innocenti contrasta questa scelta, temendo la reazione della Fiat alla concorrenza nel campo delle utilitarie, ma a questa piccola autovettura, che doveva rappresentare una riserva rispetto alla produzione di motocicli, pensava già da tempo.
Nel 1959 stringe quindi un accordo con la British Motor Corporation per produrre la Austin A40; l’accordo, settennale, prevede il montaggio, l’assemblaggio su linee a terra, e la verniciatura dei pezzi provenienti dalla Gran Bretagna. In seguito viene introdotto il modello IM3, rielaborato con carrozzeria Pininfarina, che permette l’inserimento della Innocenti nel settore delle 1.100 con un veicolo di qualità. Nonostante il successo commerciale della versione italiana della Mini Cooper, lanciata nel 1966, tutti i tentativi di progettazione autonoma di una vettura da parte della Innocenti falliscono. La produzione procede per tutti gli anni Sessanta con i modelli inglesi leggermente modificati e con livelli produttivi abbastanza alti (50.000 vetture nel 1968).
Il figlio Luigi cederà dapprima la sezione meccanica pesante e in seguito, nel 1972, anche la sezione automobili dell’impresa; nello stesso anno, tutti gli impianti e i macchinari di Lambrate per la produzione della Lambretta saranno acquistati dalla Scooters India Ltd.
Risorse bibliografiche
M. Gamba, Innocenti. Imprenditore, fabbrica e classe operaia in cinquant’anni di vita italiana, Milano, Mazzotta editore, 1976; Lambretta: ascesa e declino di un miracolo italiano, Roma, Istituto Luce, 2007 (1 DVD).


impresa.san.beniculturali.it - Eugenio Caruso - 3 aprile 2017

Tratto da

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www.impresaoggi.com