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Dante Alighieri. In assoluto, il più grande dei poeti.

Quello che tu chiami schiavo pensa che è nato come te, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore, come viviamo e moriamo noi. Puoi vederlo libero cittadino ed egli può vederti schiavo.
Seneca

Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri e anche noto con il solo nome Dante, della famiglia Alighieri (Firenze, tra il 21 maggio e il 21 giugno 1265 – Ravenna, notte tra il 13 e il 14 settembre 1321), è il più grande dei poeti italiani.. Il nome "Dante", secondo la testimonianza di Jacopo Alighieri, è un ipocoristico di Durante; nei documenti era seguito dal patronimico Alagherii o dal gentilizio de Alagheriis, mentre la variante "Alighieri" si affermò solo con l'avvento di Boccaccio. È considerato il padre della lingua italiana; la sua fama è dovuta alla paternità della Comedìa, divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande opera scritta in lingua italiana e uno dei maggiori capolavori della letteratura mondiale. Espressione della cultura medievale, filtrata attraverso la lirica del Dolce stil novo, la Commedia è anche veicolo allegorico della salvezza umana, che si concreta nel toccare i drammi dei dannati, le pene purgatoriali e le glorie celesti, permettendo a Dante di offrire al lettore uno spaccato di morale ed etica. Importante linguista, teorico politico e filosofo, Dante spaziò all'interno dello scibile umano, segnando profondamente la letteratura italiana dei secoli successivi e la stessa cultura occidentale, tanto da essere soprannominato il "Sommo Poeta". Dante, le cui spoglie si trovano presso la tomba a Ravenna costruita nel 1780 da Camillo Morigia, è diventato uno dei simboli dell'Italia nel mondo, grazie al nome del principale ente della diffusione della lingua italiana, la Società Dante Alighieri, mentre gli studi critici e filologici sono mantenuti vivi dalla Società dantesca.
La data di nascita di Dante non è conosciuta con esattezza, anche se solitamente viene indicata attorno al 1265. Tale datazione è ricavata sulla base di alcune allusioni autobiografiche riportate nella Vita Nova e nella cantica dell'Inferno, che comincia con il celeberrimo verso Nel mezzo del cammin di nostra vita. Poiché la metà della vita dell'uomo è, per Dante, il trentacinquesimo anno di vita e poiché il viaggio immaginario avviene nel 1300, si risalirebbe di conseguenza al 1265. Oltre alle elucubrazioni dei critici, viene in supporto di tale ipotesi un contemporaneo di Dante, lo storico fiorentino Giovanni Villani il quale, nella sua Nova Cronica, riporta che «questo Dante morì in esilio del comune di Firenze in età di circa 56 anni»: una prova che confermerebbe tale idea. Alcuni versi del Paradiso ci dicono inoltre che egli nacque sotto il segno dei Gemelli, quindi in un periodo compreso fra il 21 maggio e il 21 giugno. Tuttavia, se sconosciuto è il giorno della sua nascita, certo invece è quello del battesimo: il 27 marzo 1266, di Sabato santo. Quel giorno vennero portati al sacro fonte tutti i nati dell'anno per una solenne cerimonia collettiva. Dante venne battezzato con il nome di Durante, poi sincopato in Dante, in ricordo di un parente. Pregna di rimandi classici è la leggenda narrata da Giovanni Boccaccio ne Il Trattatello in laude di Dante riguardo alla nascita del poeta: secondo Boccaccio, la madre di Dante, poco prima di darlo alla luce, ebbe una visione e sognò di trovarsi sotto un alloro altissimo, in mezzo a un vasto prato con una sorgente zampillante insieme al piccolo Dante appena partorito e di vedere il bimbo tendere la piccola mano verso le fronde, mangiare le bacche e trasformarsi in un magnifico pavone.
Dante apparteneva agli Alighieri, una famiglia di secondaria importanza all'interno dell'élite sociale fiorentina che, negli ultimi due secoli, aveva raggiunto una certa agiatezza economica. Benché Dante affermi che la sua famiglia discendesse dagli antichi Romani, il parente più lontano di cui egli fa nome è il trisavolo Cacciaguida degli Elisei, fiorentino vissuto intorno al 1100 e cavaliere nella seconda crociata al seguito dell'imperatore Corrado III. Come sottolinea Arnaldo D'Addario sull'Enciclopedia dantesca, la famiglia degli Alighieri (che prese tale nominativo dalla famiglia della moglie di Cacciaguida) passò da uno status nobiliare meritocratico a uno borghese agiato, ma meno prestigioso sul piano sociale. Il nonno paterno di Dante, Bellincione, era infatti un popolano e un popolano sposò la sorella di Dante. Il figlio di Bellincione (e padre di Dante), Aleghiero o Alighiero di Bellincione, svolgeva la professione di compsor (cambiavalute), con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia. Grazie alla scoperta di due pergamene conservate nell’Archivio Diocesano di Lucca, però, si viene a sapere che il padre di Dante avrebbe fatto anche l'usuraio (dando adito alla tenzone tra l'Alighieri e l'amico Forese Donati), traendo degli arricchimenti tramite la sua posizione di procuratore giudiziale presso il tribunale di Firenze. Era inoltre un guelfo, ma senza ambizioni politiche: per questo i ghibellini non lo esiliarono dopo la battaglia di Montaperti, come fecero con altri guelfi, giudicandolo un avversario non pericoloso. La madre di Dante si chiamava Bella degli Abati, figlia di Durante Scolaro e appartenente a un'importante famiglia ghibellina locale. Il figlio Dante non la citerà mai tra i suoi scritti, col risultato che di lei possediamo pochissime notizie biografiche. Bella morì quando Dante aveva cinque o sei anni e Alighiero presto si risposò, forse tra il 1275 e il 1278, con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Da questo matrimonio nacquero Francesco e Tana Alighieri (Gaetana) e forse anche – ma potrebbe essere stata anche figlia di Bella degli Abati – un'altra figlia ricordata dal Boccaccio come moglie del banditore fiorentino Leone Poggi e madre del suo amico Andrea Poggi. Si ritiene che a lei alluda Dante in Vita nuova (Vita nova) XXIII, 11-12, chiamandola «donna giovane e gentile [...] di propinquissima sanguinitade congiunta».
Della formazione di Dante non si conosce molto. Con ogni probabilità seguì l'iter educativo proprio dell'epoca, che si basava sulla formazione presso un grammatico (conosciuto anche con il nome di doctor puerorum, probabilmente) con il quale apprendere prima i rudimenti linguistici, per poi approdare allo studio delle arti liberali, pilastro dell'educazione medioevale: aritmetica, geometria, musica, astronomia da un lato (quadrivio); dialettica, grammatica e retorica dall'altro (trivio). Come si può dedurre da Convivio II, 12, 2-4, l'importanza del latino quale veicolo del sapere era fondamentale per la formazione dello studente, in quanto la ratio studiorum si basava essenzialmente sulla lettura di Cicerone e di Virgilio da un lato e del latino medievale dall'altro (Arrigo da Settimello, in particolare). L'educazione ufficiale era poi accompagnata dai contatti "informali" con gli stimoli culturali provenienti ora da altolocati ambienti cittadini, ora dal contatto diretto con viaggiatori e mercanti stranieri che importavano, in Toscana, le novità filosofiche e letterarie dei rispettivi Paesi d'origine. Dante ebbe la fortuna di incontrare, negli anni ottanta, il politico ed erudito fiorentino Ser Brunetto Latini, reduce da un lungo soggiorno in Francia sia come ambasciatore della Repubblica, sia come esiliato politico. L'effettiva influenza di Ser Brunetto sul giovane Dante è stata oggetto di studio da parte di Francesco Mazzoni prima, e di Giorgio Inglese poi. Entrambi i filologi, nei loro studi, cercarono di inquadrare l'eredità dell'autore del Tresor sulla formazione intellettuale del giovane concittadino. Dante, da parte sua, ricordò commosso la figura del Latini nella Commedia, rimarcandone l'umanità e l'affetto ricevuto:
«[...] e or m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m'insegnavate come l'uom s'etterna [...]»
(Inferno, Canto XV, vv. 82-85)
Da questi versi, Dante espresse chiaramente l'apprezzamento di una letteratura intesa nel suo senso "civico", nell'accezione di utilità civica. La comunità in cui vive il poeta, infatti, ne serberà il ricordo anche dopo la morte di quest'ultimo. Umberto Bosco e Giovanni Reggio, inoltre, rimarcano l'analogia tra il messaggio dantesco e quello manifestato da Brunetto nel Tresor, come si evince dalla volgarizzazione toscana dell'opera realizzata da Bono Giamboni.
«E da questo imaginare cominciai ad andare là dov’ella [la Donna Gentile] si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti. Sì che in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire de la sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero.»
(Convivio, 12 7)
Dante, all'indomani della morte dell'amata Beatrice (in un periodo oscillante tra il 1291 e il 1294/1295), cominciò a raffinare la propria cultura filosofica frequentando le scuole organizzate dai domenicani di Santa Maria Novella e dai francescani di Santa Croce; se gli ultimi erano ereditari del pensiero di Bonaventura da Bagnoregio, i primi erano ereditari della lezione aristotelico-tomista di Tommaso d'Aquino, permettendo a Dante di approfondire (forse grazie all'ascolto diretto del celebre studioso Fra' Remigio de' Girolami) il Filosofo per eccellenza della cultura medievale. Inoltre, la lettura dei commenti di intellettuali che si opponevano all'interpretazione tomista (quali l'arabo Averroè), permise a Dante di adottare una sensibilità «polifonica dell'aristotelismo». Alcuni critici ritengono che Dante abbia soggiornato a Bologna. Anche Giulio Ferroni ritiene certa la presenza di Dante nella città felsinea: «Un memoriale bolognese del notaio Enrichetto delle Querce attesta (in una forma linguistica locale) il sonetto Non mi poriano già mai fare ammenda: la circostanza viene considerata indizio pressoché certo di una presenza di Dante a Bologna anteriore a questa data». Entrambi ritengono che Dante abbia studiato presso l'Università di Bologna, ma non vi sono prove in proposito. Invece è molto probabile che Dante soggiornasse a Bologna tra l'estate del 1286 e quella del 1287, dove conobbe Bartolomeo da Bologna, alla cui interpretazione teologica dell'Empireo Dante in parte aderisce. Riguardo al soggiorno parigino, ci sono invece parecchi dubbi: in un passo del Paradiso, (Che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidïosi veri), Dante alluderebbe alla Rue du Fouarre, dove si svolgevano le lezioni della Sorbona. Questo ha fatto pensare a qualche commentatore, in modo puramente congetturale, che Dante possa essersi realmente recato a Parigi tra il 1309 e il 1310.
Dante ebbe inoltre modo di partecipare alla vivace cultura letteraria ruotante intorno alla lirica volgare. Negli anni sessanta del XIII secolo, in Toscana giunsero i primi influssi della "Scuola siciliana", movimento poetico sorto intorno alla corte di Federico II di Svevia e che rielaborò le tematiche amorose della lirica provenzale. I letterati toscani, subendo gli influssi delle liriche di Giacomo da Lentini e di Guido delle Colonne, svilupparono una lirica orientata sia verso l'amor cortese, ma anche verso la politica e l'impegno civile. Guittone d'Arezzo e Bonaggiunta Orbicciani, vale a dire i principali esponenti della cosiddetta scuola siculo-toscana, ebbero un seguace nella figura del fiorentino Chiaro Davanzati, il quale importò il nuovo codice poetico all'interno delle mura della sua città. Fu proprio a Firenze, però, che alcuni giovani poeti (capeggiati dal nobile Guido Cavalcanti) espressero il loro dissenso nei confronti della complessità stilistica e linguistica dei siculo-toscani, propugnando al contrario una lirica più dolce e soave: il dolce stil novo. Dante si trovò nel pieno di questo dibattito letterario: nelle sue prime opere è evidente il legame (seppur tenue) sia con la poesia toscana di Guittone e di Bonagiunta, sia con quella più schiettamente occitana. Presto, però, il giovane si legò ai dettami della poetica stilnovista, cambiamento favorito dall'amicizia che lo legava al più anziano Cavalcanti.
Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all'età di vent'anni nel 1285. Contrarre matrimoni in età così precoce era abbastanza comune a quell'epoca; lo si faceva con una cerimonia importante, che richiedeva atti formali sottoscritti davanti a un notaio. La famiglia a cui Gemma apparteneva – i Donati – era una delle più importanti nella Firenze tardo-medievale e in seguito divenne il punto di riferimento per lo schieramento politico opposto a quello del poeta, vale a dire i guelfi neri. Il matrimonio tra i due non dovette essere molto felice, secondo la tradizione raccolta dal Boccaccio e fatta propria poi nell'Ottocento da Vittorio Imbriani. Dante non scrisse infatti un solo verso alla moglie, mentre di costei non ci sono pervenute notizie sull'effettiva presenza al fianco del marito durante l'esilio. Comunque sia, l'unione generò due figli e una figlia: Jacopo, Pietro, Antonia e un possibile quarto, Giovanni. Dei tre certi, Pietro fu giudice a Verona e l'unico che continuò la stirpe degli Alighieri, in quanto Jacopo scelse di seguire la carriera ecclesiastica, mentre Antonia divenne monaca con il nome di Sorella Beatrice, sembra nel convento delle Olivetane a Ravenna.
Poco dopo il matrimonio, Dante cominciò a partecipare come cavaliere ad alcune campagne militari che Firenze stava conducendo contro i suoi nemici esterni, tra cui Arezzo (battaglia di Campaldino dell'11 giugno 1289) e Pisa (presa di Caprona, 16 agosto 1289). Successivamente, nel 1294, avrebbe fatto parte della delegazione di cavalieri che scortò Carlo Martello d'Angiò (figlio di Carlo II d'Angiò) che nel frattempo si trovava a Firenze. L'attività politica prese Dante a partire dai primi anni 1290, in un periodo quanto mai convulso per la Repubblica. Nel 1293 entrarono in vigore gli Ordinamenti di Giustizia di Giano Della Bella, che escludevano l'antica nobiltà dalla politica e permettevano al ceto borghese di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un'Arte. Dante, in quanto nobile, fu escluso dalla politica cittadina fino al 6 luglio del 1295, quando furono promulgati i Temperamenti, leggi che ridiedero diritto ai nobili di rivestire ruoli istituzionali, purché si immatricolassero alle Arti. Dante, pertanto, si iscrisse all'Arte dei Medici e Speziali.
L'esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività: fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all'aprile 1296; fu nel gruppo dei "Savi", che nel dicembre 1296 rinnovarono le norme per l'elezione dei priori, i massimi rappresentanti di ciascuna Arte che avrebbero occupato, per un bimestre, il ruolo istituzionale più importante della Repubblica; dal maggio al dicembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300 a San Gimignano. Nel frattempo, all'interno del partito guelfo fiorentino si produsse una frattura gravissima tra il gruppo capeggiato dai Donati, fautori di una politica conservatrice e aristocratica (guelfi neri), e quello invece fautore di una politica moderatamente popolare (guelfi bianchi), capeggiato dalla famiglia Cerchi. La scissione, dovuta anche a motivi di carattere politico ed economico (i Donati, esponenti dell'antica nobiltà, erano stati surclassati in potenza dai Cerchi, considerati dai primi dei parvenu), generò una guerra intestina cui Dante non si sottrasse schierandosi, moderatamente, dalla parte dei guelfi bianchi.
Nell'anno 1300, Dante fu eletto uno dei sette priori per il bimestre 15 giugno-15 agosto. Nonostante l'appartenenza al partito guelfo, egli cercò sempre di osteggiare le ingerenze del suo acerrimo nemico papa Bonifacio VIII, dal poeta intravisto come supremo emblema della decadenza morale della Chiesa. Con l'arrivo del cardinale Matteo d'Acquasparta, inviato dal pontefice in qualità di paciere (ma in realtà spedito per ridimensionare la potenza dei guelfi bianchi, in quel periodo in piena ascesa sui neri), Dante riuscì a ostacolare il suo operato. Sempre durante il suo priorato, Dante approvò il grave provvedimento con cui furono esiliati, nel tentativo di riportare la pace all'interno dello Stato, otto esponenti dei guelfi neri e sette di quelli bianchi, compreso Guido Cavalcanti che di lì a poco morirà in Sarzana. Questo provvedimento ebbe serie ripercussioni sugli sviluppi degli eventi futuri: non solo si rivelò una disposizione inutile (i guelfi neri temporeggiarono prima di partire per l'Umbria, il posto destinato al loro confino), ma fece rischiare un colpo di Stato da parte dei guelfi neri stessi, grazie al segreto supporto del cardinale d'Acquasparta. Inoltre, il provvedimento attirò sui suoi fautori (incluso Dante stesso) sia l'odio della parte nera che la diffidenza degli "amici" bianchi: i primi, ovviamente, per la ferita inferta; i secondi, per il colpo dato al loro partito da parte di un suo stesso membro. Nel frattempo, le relazioni tra Bonifacio e il governo dei bianchi peggiorarono ulteriormente a partire dal mese di settembre, allorché i nuovi priori (succeduti al collegio di cui fece parte Dante) revocarono immediatamente il bando per i bianchi, mostrando la loro partigianeria e dando così al legato papale cardinale d'Acquasparta modo di scagliare l'anatema su Firenze. Con l'invio di Carlo di Valois a Firenze, mandato dal papa come nuovo paciere (ma di fatto conquistatore) al posto del cardinale d'Acquasparta, la Repubblica spedì a Roma, nel tentativo di distogliere il papa dalle sue mire egemoniche, un'ambasceria di cui faceva parte essenziale anche Dante, accompagnato da Maso Minerbetti e da Corazza da Signa.
Dante si trovava quindi a Roma, sembra trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois, al primo subbuglio cittadino, prese pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano. Il 9 novembre 1301 i conquistatori imposero come podestà Cante Gabrielli da Gubbio, il quale apparteneva alla fazione dei guelfi neri della sua città natia e quindi diede inizio a una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca ostili al papa, fatto che si risolse alla fine nella loro uccisione o nell'espulsione da Firenze. Con due condanne successive, quella del 27 gennaio e quella del 10 marzo 1302, che colpirono inoltre numerosi esponenti delle famiglie dei Cerchi, il poeta fu condannato, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Da quel momento, Dante non rivide più la sua patria.

novello
Dante legge la Commedia alla corte di Guido Novello. Di Andrea Pierini

«Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”»
(Libro del chiodo - Archivio di Stato di Firenze - 10 marzo 1302)
Dopo i falliti tentati colpi di mano del 1302, Dante, in qualità di capitano dell'esercito degli esuli, organizzò insieme a Scarpetta Ordelaffi, capo del partito ghibellino e signore di Forlì (presso il quale Dante si era rifugiato), un nuovo tentativo di rientrare a Firenze. L'impresa fu però sfortunata: il podestà di Firenze, Fulcieri da Calboli (un altro forlivese, nemico degli Ordelaffi), riuscì ad avere la meglio nella battaglia di Castel Pulciano. Fallita anche l'azione diplomatica, nell'estate del 1304, del cardinale Niccolò da Prato, legato pontificio di papa Benedetto XI (sul quale Dante aveva riposto molte speranze), il 20 luglio dello stesso anno i bianchi, riuniti alla Lastra, una località a pochi chilometri da Firenze, decisero di intraprendere un nuovo attacco militare contro i neri. Dante, ritenendo corretto aspettare un momento politicamente più favorevole, si schierò contro l'ennesima lotta armata, trovandosi in minoranza al punto che i più intransigenti formularono su di lui dei sospetti di tradimento; pertanto decise di non partecipare alla battaglia e di prendere le distanze dal gruppo. Come preventivato dallo stesso, la battaglia di Lastra fu un vero e proprio fallimento con la morte di quattrocento uomini fra ghibellini e bianchi. Il messaggio profetico ci arriva da Cacciaguida:
«Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch'a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.»
(Paradiso XVII, vv. 67-69)
Dante fu, dopo la battaglia della Lastra, ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli stessi Ordelaffi. Il soggiorno forlivese non durò a lungo, in quanto l'esule si spostò prima a Bologna (1305), poi a Padova nel 1306 e infine nella Marca Trevigiana presso Gherardo III da Camino. Da qui, Dante fu chiamato in Lunigiana da Moroello Malaspina (quello di Giovagallo, visto che più membri della famiglia portavano questo nome), col quale il poeta entrò forse in contatto grazie all'amico comune, il poeta Cino da Pistoia. In Lunigiana (regione in cui giunse nella primavera del 1306), Dante ebbe l'occasione di negoziare la missione diplomatica per un'ipotesi di pace tra i Malaspina e il vescovo-conte di Luni, Antonio Nuvolone da Camilla (1297 – 1307). In qualità di procuratore plenipotenziario dei Malaspina, Dante riuscì a far firmare da ambo le parti la pace di Castelnuovo del 6 ottobre del 1306, successo che gli fece guadagnare la stima e la gratitudine dei suoi protettori. L'ospitalità malaspiniana è celebrata nel Canto VIII del Purgatorio, dove al termine del componimento Dante formula alla figura di Corrado Malaspina il Giovane l'elogio del casato:
«[...] e io vi giuro.../... che vostra gente onrata.../ sola và dritta e 'l mal cammin dispregia.»
(Pg VIII, vv. 127-132)
Nel 1307, dopo aver lasciato la Lunigiana, Dante si trasferì nel Casentino, dove fu ospite dei conti Guidi, conti di Battifolle e signori di Poppi, presso i quali iniziò a stendere la cantica dell'Inferno.
Il soggiorno nel casentino durò pochissimo tempo: tra il 1308 e il 1310 si può infatti ipotizzare che il poeta risiedesse prima a Lucca e poi a Parigi, anche se non è possibile valutare con certezza il soggiorno transalpino come già precedentemente esposto. Dante, molto più probabilmente, si trovava a Forlì nel 1310, dove ebbe la notizia, nel mese di ottobre, della discesa in Italia del nuovo imperatore Arrigo VII. Dante guardò a quella spedizione con grande speranza, in quanto vi intravedeva non soltanto la fine dell'anarchia politica italiana, ma anche la concreta possibilità di rientrare a Firenze. Infatti l'imperatore fu salutato dai ghibellini italiani e dai fuoriusciti politici guelfi, connubio che spinse il poeta ad avvicinarsi alla fazione imperiale italiana capeggiata dagli Scaligeri di Verona. Dante, che tra il 1308 e il 1311 stava scrivendo il De Monarchia, manifestò le sue aperte simpatie imperiali, scagliando una violenta lettera contro i fiorentini il 31 marzo del 1311 e giungendo, sulla base di quanto affermato nell'epistola indirizzata ad Arrigo VII, a incontrare l'imperatore stesso in un colloquio privato. Non sorprende, pertanto, che Ugo Foscolo giungerà a definire Dante come un ghibellino:
«E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco.»
(Ugo Foscolo, Dei sepolcri, vv. 173-174)
Il sogno dantesco di una Renovatio Imperii si infrangerà il 24 agosto del 1313, quando l'imperatore venne a mancare, improvvisamente, a Buonconvento. Se già la morte violenta di Corso Donati, avvenuta il 6 ottobre del 1308 per mano di Rossellino Della Tosa (l'esponente più intransigente dei guelfi neri), aveva fatto crollare le speranze di Dante, la morte dell'imperatore diede un colpo mortale ai tentativi del poeta di rientrare definitivamente a Firenze.
All'indomani della morte improvvisa dell'imperatore, Dante accolse l'invito di Cangrande della Scala a risiedere presso la sua corte di Verona. Dante aveva già avuto modo, in passato, di risiedere nella città veneta, in quegli anni nel pieno della sua potenza. Petrocchi, come delineato prima nel suo saggio Itinerari danteschi e poi nella Vita di Dante ricorda come Dante fosse già stato ospite, per pochi mesi tra il 1303 e il 1304, presso Bartolomeo della Scala, fratello maggiore di Cangrande. Quando poi Bartolomeo morì, nel marzo del 1304, Dante fu costretto a lasciare Verona in quanto il suo successore, Alboino, non era in buoni rapporti col poeta. Alla morte di Alboino, nel 1312, divenne suo successore il fratello Cangrande, tra i capi dei ghibellini italiani e protettore (oltreché amico) di Dante. Fu in virtù di questo legame che Cangrande chiamò a sé l'esule fiorentino e i suoi figli, dando loro sicurezza e protezione dai vari nemici che si erano fatti negli anni. L'amicizia e la stima tra i due uomini fu tale che Dante esaltò, nella cantica del Paradiso – composta per la maggior parte durante il soggiorno veronese –, il suo generoso patrono in un panegirico per bocca dell'avo Cacciaguida:
«Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che 'n su la scala porta il santo uccello;
ch'in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra l'altri è più tardo
[...]
Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che' suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;»
(Paradiso XVII, vv. 70-75, 85-90)
Nel 2018 è stata scoperta da Paolo Pellegrini, docente dell'Università di Verona, una nuova lettera, scritta probabilmente proprio da Dante nel mese di agosto del 1312 e spedita da Cangrande al nuovo imperatore Enrico VII; essa modificherebbe sostanzialmente la data del soggiorno veronese del poeta, anticipando il suo arrivo al 1312, ed escluderebbe le ipotesi che volevano Dante a Pisa o in Lunigiana tra il 1312 ed il 1316. Dante, per motivi ancora sconosciuti, si allontanò da Verona per approdare, nel 1318, a Ravenna, presso la corte di Guido Novello da Polenta. I critici hanno cercato di comprendere le cause dell'allontanamento di Dante dalla città scaligera, visti gli ottimi rapporti che intercorrevano tra Dante e Cangrande. Augusto Torre ipotizzò una missione politica a Ravenna, affidatagli dallo stesso suo protettore; altri pongono le cause in una crisi momentanea tra Dante e Cangrande, oppure nell'attrattiva di far parte di una corte di letterati tra i quali il signore stesso (cioè Guido Novello), che si professava tale. Tuttavia, i rapporti con Verona non cessarono del tutto, come testimoniato dalla presenza di Dante nella città veneta il 20 gennaio 1320, per discutere la Quaestio de aqua et terra, l'ultima sua opera latina.
Gli ultimi tre anni di vita trascorsero relativamente tranquilli nella città romagnola, durante i quali Dante creò un cenacolo letterario frequentato dai figli Pietro e Jacopo e da alcuni giovani letterati locali, tra i quali Pieraccio Tedaldi e Giovanni Quirini. Per conto del signore di Ravenna svolse occasionali ambascerie politiche, come quella che lo condusse a Venezia. All'epoca, la città lagunare era in attrito con Guido Novello a causa di attacchi continui alle sue navi da parte delle galee ravennati e il doge, infuriato, si alleò con Forlì per muovere guerra a Guido Novello; questi, ben sapendo di non disporre dei mezzi necessari per fronteggiare tale invasione, chiese a Dante di intercedere per lui davanti al Senato veneziano. Gli studiosi si sono domandati perché Guido Novello avesse pensato proprio all'ultracinquantenne poeta come suo rappresentante: alcuni ritengono che sia stato scelto Dante per quella missione in quanto amico degli Ordelaffi, signori di Forlì, e quindi in grado di trovare più facilmente una via per comporre le divergenze in campo.
L'ambasceria di Dante sortì un buon effetto per la sicurezza di Ravenna, ma fu fatale al poeta che, di ritorno dalla città lagunare, contrasse la malaria mentre passava dalle paludose Valli di Comacchio. Le febbri portarono velocemente il poeta cinquantaseienne alla morte, che avvenne a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. I funerali, in pompa magna, furono officiati nella chiesa di San Pier Maggiore (oggi San Francesco) a Ravenna, alla presenza delle massime autorità cittadine e dei figli. La morte improvvisa di Dante suscitò ampio rammarico nel mondo letterario, come dimostrato da Cino da Pistoia nella sua canzone Su per la costa, Amor, de l'alto monte. Dante trovò inizialmente sepoltura in un'urna di marmo posta nella chiesa ove si tennero i funerali. Quando la città di Ravenna passò poi sotto il controllo della Serenissima, il podestà Bernardo Bembo (padre del ben più celebre Pietro) ordinò all'architetto Pietro Lombardi, nel 1483, di realizzare un grande monumento che ornasse la tomba del poeta. Ritornata la città, al principio del XVI secolo, agli Stati della Chiesa, i legati pontifici trascurarono le sorti della tomba di Dante, la quale cadde presto in rovina. Nel corso dei due secoli successivi furono compiuti solo due tentativi per porre rimedio alle disastrose condizioni in cui il sepolcro versava: il primo fu nel 1692, quando il cardinale legato per le Romagne Domenico Maria Corsi e il prolegato Giovanni Salviati, entrambi di nobili famiglie fiorentine, provvidero a restaurarla. Nonostante fossero passati pochi decenni, il monumento funebre fu rovinato a causa del sollevamento del terreno sottostante la chiesa, cosa che spinse il cardinale legato Luigi Valenti Gonzaga a incaricare l'architetto Camillo Morigia, nel 1780, di progettare il tempietto neoclassico tuttora visibile. I resti mortali di Dante furono oggetto di diatribe tra i ravennati e i fiorentini già dopo qualche decennio la sua morte, quando l'autore della Commedia fu "riscoperto" dai suoi concittadini grazie alla propaganda operata da Boccaccio. Se i fiorentini rivendicavano le spoglie in quanto concittadini dello scomparso (già nel 1429 il Comune richiese ai Da Polenta la restituzione dei resti), i ravennati volevano che rimanessero nel luogo dove il poeta era morto, ritenendo che i fiorentini non si meritassero i resti di un uomo che avevano dispregiato in vita. Per sottrarre i resti del poeta a un possibile trafugamento da parte di Firenze (rischio divenuto concreto sotto i papi medicei Leone X e Clemente VII), i frati francescani tolsero le ossa dal sepolcro realizzato da Pietro Lombardi, nascondendole in un luogo segreto e rendendo poi, di fatto, il monumento del Morigia un cenotafio. Quando nel 1810 Napoleone ordinò la soppressione degli ordini religiosi, i frati, che di generazione in generazione si erano tramandati il luogo ove si trovavano i resti, decisero di nasconderle in una porta murata dell'attiguo oratorio del quadrarco di Braccioforte. Le spoglie rimasero in quel luogo fino al 1865, allorché un muratore, intento a restaurare il convento in occasione del VI centenario della nascita del poeta, scoprì casualmente sotto una porta murata una piccola cassetta di legno, recante delle iscrizioni in latino a firma di un certo frate Antonio Santi (1677), le quali riportavano che nella scatola erano contenute le ossa di Dante. Effettivamente, all'interno della cassetta fu ritrovato uno scheletro pressoché integro; si provvide allora a riaprire l'urna nel tempietto del Morigia, che fu trovata vuota, fatte salve tre falangi, che risultarono combaciare con i resti rinvenuti sotto la porta murata, certificandone l'effettiva autenticità. La salma fu ricomposta, esposta per qualche mese in un'urna di cristallo e quindi ritumulata all'interno del tempietto del Morigia, in una cassa di noce protetta da un cofano di piombo. Nel sepolcro di Dante, sotto un piccolo altare si trova l'epigrafe in versi latini dettati da Bernardo da Canaccio per volere di Guido Novello, ma incisi soltanto nel 1357:
«I diritti della monarchia, gli dei superni e la palude del Flegetonte visitando cantai finché volle il destino. Poiché però l'anima andò ospite in luoghi migliori, ed ancor più beata raggiunse tra le stelle il suo Creatore, qui sta racchiuso Dante, esule dalla patria terra, che generò Firenze, madre di poco amore.»
(Epigrafe)
Come si può ben vedere dai vari dipinti a lui dedicati, il volto del poeta era assai spigoloso, con la faccia torva e col celeberrimo naso aquilino, come figura nel dipinto di Botticelli posto nella sezione introduttiva. Fu Giovanni Boccaccio, nel suo Trattatello in laude di Dante, a fornire questa descrizione fisica:
«Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura [...] Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.»
Gli studi compiuti dagli antropologi, però, smentirono gran parte della letteratura artistica dantesca nel corso dei secoli. Nel 1921, in occasione del seicentenario della morte di Dante, l'antropologo dell'Università di Bologna Fabio Frassetto fu autorizzato dalle autorità a studiare il cranio del poeta, risultato mancante della mandibola. Nonostante i mezzi dell'epoca e un risultato di indagine non pienamente soddisfacente, Frassetto può già dedurre che il volto "psicologico" tramandatoci nel corso dei secoli non corrisponde a quello "fisico". Difatti nel 2007, grazie a una squadra guidata da Giorgio Gruppioni, antropologo sempre dell'Università di Bologna, si riuscì a realizzare un volto i cui tratti somatici corrisponderebbero al 95% a quello reale. Partendo dal cranio ricostruito da Frassetto, il volto reale di Dante è risultato (grazie al contributo del biologo dell'Università di Pisa Francesco Mallegni e dello scultore Gabriele Mallegni) sicuramente non bello, ma privo di quel naso aquilino così accentuato dagli artisti di età rinascimentale e molto più vicino a quello, risalente pochi anni dopo la morte del poeta, di scuola giottesca.
Il pensiero
Il ruolo della lingua volgare, definita da Dante nel De Vulgari come Hec est nostra vera prima locutio («il nostro primo vero linguaggio», nella traduzione italiana), fu fondamentale per lo sviluppo del suo programma letterario. Con Dante, infatti, il volgare assunse lo stato di lingua colta e letteraria, grazie alla ferrea volontà, da parte del poeta fiorentino, di trovare un veicolo linguistico comune tra gli italiani, perlomeno tra i governanti. Egli, nei primi passi del De Vulgari, esporrà chiaramente la sua predilezione per la lingua colloquiale e materna rispetto a quella latina, finta e artificiale:
«La più nobile di queste due lingue è il volgare, sia perché fu la prima a essere usata dal genere umano, sia perché tutto il mondo ne fruisce (pur nelle diversità di pronuncia e di vocabolario che la dividono), sia perché ci è naturale, mentre l’altra è piuttosto artificiale.»
(De Vulgari Eloquentia I, 1,4)
Proposito della produzione letteraria volgare dantesca è infatti quella di essere fruibile da parte del pubblico dei lettori, cercando di abbattere il muro tra i ceti colti (abituati a interagire fra di loro in latino) e quelli più popolari, affinché anche questi ultimi potessero apprendere contenuti filosofici e morali fino ad allora relegati nell'ambiente accademico. Si ha quindi una visione della letteratura intesa come strumento al servizio della società, come verrà esposto programmaticamente nel Convivio:
«E io adunque... a' piedi di coloro che seggiono [nella mensa dei dotti] ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch'io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.»
(Convivio, I, 10)
Alla scelta di Dante di utilizzare la lingua volgare per scrivere alcune delle sue opere possono avere influito notevolmente le opere di Andrea da Grosseto, letterato del Duecento che utilizzava la lingua volgare da lui parlata, il dialetto grossetano dell'epoca, per la traduzione di opere prosaiche in latino, come i trattati di Albertano da Brescia.
Il «plurilinguismo» dantesco Con questa felice espressione, il critico letterario Gianfranco Contini ha individuato la straordinaria versatilità di Dante, all'interno delle Rime, nel saper usare più registri linguistici con disinvoltura e grazia armonica. Come già esposto prima, Dante manifesta un'aperta curiosità per la struttura "genetica" della lingua materna degli italiani, concentrandosi sulle espressioni dell'eloquio quotidiano, sui motti e battute più o meno raffinate. Questa tendenza a inquadrare la ricchezza testuale della lingua materna spinge il letterato fiorentino a realizzare un affresco variopinto finora mai creato nella lirica volgare italiana, come esposto lucidamente da Giulio Ferroni:
«Rispetto alla produzione poetica del volgare italiano della seconda metà del secolo XIII, la Commedia amplia notevolmente gli orizzonti sintattici e lessicali: la varietà stilistica... crea una variazione di registri, attingendo sia alla lingua bassa sia a quella nobile. Dante trae spunti dalla letteratura latina... o da quella in volgare, ma nello stesso tempo ha uno spiccato interesse per il linguaggio parlato, colloquiale, anche nelle forme più vivaci, aggressive e popolaresche.»
(Ferroni, p. 28)
Come rimarca Guglielmo Barucci: «Non siamo dunque di fronte [nelle Rime] a una progressiva evoluzione dello stile di Dante, ma alla compresenza – anche nello stesso periodo – di forme e stili diversi». La capacità con cui Dante passa, all'interno delle Rime, dalle tematiche amorose a quelle politiche, da quelle morali a quelle burlesche, troverà il supremo raffinamento all'interno della Commedia, riuscendo a calibrare la tripartizione stilistica denominata Rota Vergilii, secondo la quale a un determinato argomento deve corrispondere un determinato registro stilistico. Nella Commedia, in cui le tre cantiche corrispondono ai tre stili "umile", "mezzano" e "sublime", la rigida tripartizione teorica scema davanti alle esigenze narrative dello scrittore, per cui all'interno dell'Inferno (che dovrebbe corrispondere allo stile più basso), troviamo passi e luoghi di altissima levatura stilistica e drammatica, quali l'incontro con Francesca da Rimini e Ulisse. Il plurilinguismo, secondo un'analisi più strettamente lessicale, risente anch'esso dei numerosi idiomi di cui era infarcita la lingua letteraria dell'epoca: vi si trovano infatti latinismi, gallicismi e, ovviamente, volgare fiorentino.
Dante ebbe un ruolo fondamentale nel far approdare la lirica volgare a nuove conquiste, non soltanto dal punto di vista tecnico-linguistico, ma anche da quello prettamente contenutistico. La spiritualizzazione della figura di Beatrice e l'impianto vagamente storico in cui la vicenda è inserita, determinarono la nascita di tratti del tutto particolari all'interno dello stilnovismo. La presenza della figura idealizzata della donna amata (la cosiddetta donna angelo) è un topos ricorrente in Lapo Gianni, Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia, ma in Dante assume una dimensione più storicizzata di quella degli altri rimatori. La produzione dantesca, per la sua profondità filosofica può essere confrontata soltanto con quella del maestro Cavalcanti, rispetto alla quale la divergenza consiste nella differente concezione dell'amore. Se Beatrice è l'angelo che opera la conversione spirituale di Dante sulla Terra e che gli dona la beatitudine celeste, la donna amata da Cavalcanti è invece foriera di sofferenza, dolore che allontanerà progressivamente l'uomo da quella catarsi divina teorizzata dall'Alighieri. Altro traguardo raggiunto da Dante è l'aver saputo far emergere l'introspezione psicologica e l'autobiografismo: praticamente ignoti al Medioevo, queste due dimensioni guardano già al Petrarca e, più lontano ancora, alla letteratura umanistica. Dante così è il primo, tra i letterati italiani, a "scomporsi" tra il sé inteso come personaggio e l'altro io inteso come narratore delle proprie vicende. Così Contini, riprendendo il filo tracciato dallo studioso statunitense Charles Singleton]], parla dell'operazione poetica e narrativa dantesca:
«Va citato a titolo d'onor l'italianista americano Charles Singleton, che in un suo saggio penetrante... ha notato come nell'io di Dante... convergano l'uomo in generale, soggetto del vivere e dell'agire, e l'individuo storico, titolare di un'esperienza determinata hic et nunc, in un certo spazio e in un certo tempo; Io trascendentale (con la maiuscola), diremmo oggi, e io (con la minuscola) esistenziale.»
(Gianfranco Contini, Un'idea di Dante, pp. 34-35)
«L'amore per la bella fanciulla involta di drappo sanguigno, ch'egli chiama Beatrice, ha tutt'i caratteri di un primo amore giovanile, nella sua purezza e verginità, più nell'immaginazione che nel cuore. Beatrice è più simile a sogno, a fantasma, a ideale celeste che a realtà distinta e che procura effetti proprii. Uno sguardo, un saluto è tutta la storia di questo amore. Beatrice morì angiolo, prima che fosse donna, e l'amore non ebbe tempo di divenire una passione, come si direbbe oggi, rimase un sogno ed un sospiro.»
(Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano, Napoli 1890, p. 59.)

beatrix
Beatrice di Gabriel Rossetti

Così De Sanctis, padre della storiografia letteraria italiana, scrisse sulla donna amata dal poeta, Beatrice. Benché si cerchi tutt'oggi di comprendere in che cosa consistesse realmente, per Dante, l'amore nei confronti di Beatrice Portinari (presunta identificazione storica della Beatrice della Vita Nova), si può solo concludere con certezza l'importanza che tale amore ebbe per la cultura letteraria italiana. È nel nome di questo amore che Dante ha dato la sua impronta al Dolce stil novo, aprendo la sua "seconda fase poetica" (in cui manifesta la sua piena originalità rispetto ai modelli passati) e conducendo i poeti e gli scrittori a scoprire i temi dell'amore in un modo mai così enfatizzato prima. L'amore per Beatrice (come in modo differente Francesco Petrarca mostrerà per la sua Laura) sarà il punto di partenza per la formulazione del suo manifesto poetico, nuova concezione dell'amor cortese sublimato dalla sua intensa sensibilità religiosa (il culto mariano con le laudi arrivato a Dante attraverso le correnti pauperistiche del Duecento, dai Francescani in poi) e, pertanto, privata degli elementi sensuali e carnali tipici della lirica provenzale. Tale formulazione poetica, culminata con la poesia della lode, approderà, dopo la morte della Beatrice "terrena", alla ricerca filosofica prima (la Donna pietosa) e a quella teologica poi (l'apparizione in sogno di Beatrice che spinge Dante a ritornare a lei dopo il traviamento filosofico, critica che si farà più dura in Purgatorio, XXX). Tale allegorizzazione dell'amata, intesa come veicolo di salvezza, segna definitivamente il distacco dalla tematica amorosa e spinge Dante verso la vera sapienza, cioè luce abbacinante e impenetrabile che avvolge Dio nel Paradiso. Beatrice si conferma, pertanto, in quel ruolo salvifico tipico degli angeli, che reca non solo all'amato, ma a tutti gli uomini quella beatitudine di cui si accennava prima. Mantenendo una funzione allegorica, Dante frappone un valore numerologico alla figura di Beatrice. È infatti all'età di nove anni che la incontra per la prima volta, poi nell'ora nona avviene un successivo incontro. Di lei dirà pure: «non soffre di stare in un altro numero se non nel nove». Dante fa morire Beatrice il 9 giugno (pur essendo in realtà l'8) scrivendo su di essa: «lo perfetto numero era compiuto».
Dalle rime «amorose» a quelle «petrose»
Dopo la fine dell'esperienza amorosa, Dante si concentrò sempre più su una poesia caratterizzata dalla riflessione filosofico-politica, che assumerà tratti duri e sofferenti nelle rime della seconda metà degli anni novanta, chiamate anche rime «petrose», in quanto incentrate sulla figura di una certa «donna petra», completamente antitetica alle "donne che avete intelletto d'Amore". Infatti, come riportano Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, la poesia dantesca perse quella dolcezza e leggiadria propria della lirica della Vita nova, per assumere connotati aspri e difficili:
«... l'esperienza delle rime petrose, che si riallacciano all'esperienza del trobar clus [poetare difficile] di Arnaut Daniel, costituisce un fondamentale esercizio di stile aspro (di contro a quello dolce dello stilnovismo).»
(Guglielmino-Grosser, p. 151)
Dante ebbe un profondo amore nei confronti dell'antichità classica e della sua cultura: ne sono prova la devozione per Virgilio, l'altissimo rispetto per Cesare e per le numerose fonti greche e latine da lui usate per la costruzione del mondo immaginario della Commedia (e di cui la citazione de «li spiriti magni» in If IV sono un riferimento esplicito degli autori su cui si poggiava la cultura dantesca). Nella Commedia, il poeta glorifica l'élite morale e intellettuale del mondo antico nel Limbo, luogo piacevole e ameno alle porte dell'Inferno dove i giusti morti senza battesimo vivono, senza però non provare dolore per la mancata beatitudine. Al contrario di quanto faranno Petrarca e Boccaccio, Dante si dimostrò un uomo ancora legato appieno alla visione medievale che l'uomo aveva della civiltà greca e latina, poiché inquadrava quest'ultima all'interno della storia della salvezza propugnata dal cristianesimo, certezza basata sulla dottrina medievale dell'esegesi detta dei quattro sensi (letterale, simbolico, allegorico e anagogico) con cui si cercava di individuare il messaggio cristiano negli autori antichi. Virgilio è visto da Dante non nella sua dimensione storica e culturale di intellettuale latino dell'età augustea, quanto in quella profetico-soteriologica: fu lui, infatti, a predire la nascita di Gesù Cristo nella IV Egloga delle Bucoliche e così fu glorificato dai cristiani medievali. Oltre a questa dimensione mitica della figura di Virgilio, Dante guardò a lui come supremo modello letterario e morale, come evidenziato nel proemio del Poema:
«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e l' grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.»
(Inferno, If I, 82-87)
L'iconografia medievale Dante fu influenzato moltissimo dal mondo che lo circondava, traendo spunto sia dalla dimensione artistica in senso stretto (busti, bassorilievi e affreschi presenti nelle chiese), sia da quanto poteva vedere nella sua vita quotidiana. Barbara Reynolds riporta di come:
«Dante [fosse] aduso a casi di tortura, morte di stenti, omicidio, tradimento, adulterio, sodomia e bestialità. Immagini del male si trovavano illustrate ovunque. La cupola del [battistero di San Giovanni Battista], ad esempio, era decorata a mosaici...ove si trovavano raffigurati l'inferno, il purgatorio, il paradiso, il giudizio universale e, di particolare rilevanza nella Commedia, una grottesca immagine di Satana [...] I diavoli e i tormenti dell'Inferno non sono invenzioni della personale fantasia dantesca. Tali terrificanti moniti...erano recitati in rima dai cantastorie ambulanti, costituivano temi di prediche e di allestimenti scenici.»
(Reynolds, pp. 27-28)
Gli episodi di Malacoda, Barbariccia e della masnada comparsi in If XXI, XXII e XXIII, dunque, non sono ascrivibili soltanto all'immaginario personale del poeta, ma sono ricavati, nella loro potente e degradante caricatura iconografica, da quanto il poeta poteva scorgere nelle chiese e/o nelle vie di Firenze attraverso spettacoli allegorici. Oltre alle fonti iconografiche, c'erano però anche dei testi che presentavano il demonio con tratti disumani e bestiali: in primo luogo, la visione di Tundale dell'XI secolo, in cui è descritto il demonio che divora le anime dei dannati, ma anche le cronache di Giacomino da Verona e di Bonvesin de la Riva Gli stessi paesaggi della Commedia ricalcano la descrizione delle città medievali: la presenza di fortificazioni (il castello del Limbo, le mura della città di Dite), i ponti presenti sulle Malebolge, gli accenni, nel canto XV, alle imponenti dighe di Bruges e di Padova e le stesse pene infernali sono una trasposizione visiva della "cultura" medievale in senso lato.
Influenza fondamentale fu anche quella esercitata dalla produzione letteraria appartenente al cristianesimo e, in un certo grado, anche alla religione islamica. La Bibbia è sicuramente il libro cui Dante attinge maggiormente: echi ne troviamo, oltre ai tantissimi della Commedia, anche nella Vita nova (per esempio, l'episodio della morte di Beatrice ricalca quello di Cristo sul Calvario) e nel De vulgari eloquentia (l'episodio della torre di Babele quale origine delle lingue, presente nel I libro). Oltre alla produzione strettamente sacra, Dante attinse anche alla produzione religiosa medievale, prendendo spunto, per esempio, dalla Visio sancti Pauli del V secolo, opera narrante l'ascesa dell'apostolo delle genti al terzo cielo del Paradiso. Oltre alle fonti letterarie cristiane, Dante sarebbe giunto in possesso, sulla base di quanto ha scritto la filologa Maria Corti, del Libro della Scala, opera escatologica araba tradotta in castigliano, francese antico e latino per conto del re Alfonso X.
Un esempio concreto lo troviamo nel concetto islamico di spirito della vita (ruh al hayah) che è considerato come "aria" che esce dalla cavità del cuore. Dante a tal proposito scrive: «...spirito della vita, lo quale dimora nella secretissima camera de lo cuore». Lo storico spagnolo Asín Palacios ha espresso tutte le posizioni di Dante in merito alle sue conoscenze islamiche nel testo L’escatologia islamica nella Divina Commedia. Come si è detto Dante, dopo la morte di Beatrice, si immerse nello studio della filosofia. Dal Convivio sappiamo che Dante aveva letto il De consolatione philosophiae di Boezio e il De amicitia di Cicerone e che poi cominciò a prender parte alle dispute filosofiche che i due principali ordini religiosi (Francescani e Domenicani) pubblicamente o indirettamente tennero in Firenze, gli uni spiegando la dottrina dei mistici e di San Bonaventura, gli altri presentando le teorie di San Tommaso d'Aquino. Il critico Bruno Nardi evidenzia i tratti salienti del pensiero filosofico dantesco che, pur avendo una base nel tomismo, presenta anche altri aspetti tra cui un evidente influsso del neoplatonismo (ad esempio dallo Pseudo-Dionigi l'Areopagita nelle gerarchie angeliche del Paradiso). Nonostante gli influssi di scuola platonica, Dante subì maggiormente l'influsso di Aristotele, che nella seconda metà del XIII secolo conobbe l'apogeo nell'Europa medievale. La produzione poetica dantesca risentì di due opere aristoteliche in particolare: la Fisica e l'Etica Nicomachea. La descrizione del mondo naturale da parte del filosofo di Stagira, accanto alla tradizione medica risalente a Galeno, fu la fonte principale cui Dante e Cavalcanti attinsero per l'elaborazione della cosiddetta «dottrina degli spiriti». Attraverso i commenti redatti da Averroè e da Alberto Magno, Dante affermò che il funzionamento del corpo umano fosse dovuto alla presenza di vari spiriti in determinati organi, dai quali nascevano poi sentimenti corrispondenti allo stimolo proveniente dall'esterno. Alla presenza di Beatrice, tali spiriti entravano in subbuglio, suscitando in Dante violente reazioni emotive e assumendo, come nel caso sotto riportato, anche una volontà propria, resa efficace attraverso la figura retorica della prosopopea:
«Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: "Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi". In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: "Apparuit iam beatitudo vestra". In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: "Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!".»
(Vita Nova, II, 3-6)
Ancor più significativa fu l'influenza di Aristotele all'interno della Commedia, dove si fece sentire la presenza dell'"Etica Nicomachea", oltreché della Fisica. Da quest'ultima, Dante accolse la struttura cosmologica del Creato (impianto profondamente debitore anche dell'astronomo egiziano Tolomeo), adattandola poi alla fede cristiana; dall'"Etica", invece, prese spunto per l'ordinata e razionale organizzazione del suo mondo ultraterreno, suddividendolo in varie sottounità (gironi nell'Inferno, cornici nel Purgatorio e cieli nel Paradiso) dove porre determinate categorie di anime in base alle colpe/virtù commesse in vita. Nell'ambito politico, Dante crede con Aristotele e san Tommaso d'Aquino che lo Stato abbia un fondamento razionale e naturale, basato su legami gerarchici in grado di dare stabilità e ordine interno. Nardi aggiunge poi che «pur riconoscendo che lo schema generale della sua metafisica è quello della scolastica cristiana, è certo che egli vi ha inserito taluni particolari caratteristici, come la produzione mediata del mondo inferiore e quella intorno all'origine dell'anima umana risultante del concorso dell'atto creatore coll'opera della natura».

luca
Dante di Lucca Signorelli

Opere

Il Fiore e Detto d'Amore
Due opere poetiche in volgare di argomento, lessico e stile affini e collocate in un periodo cronologico che va dal 1283 al 1287, sono state attribuite con una certa sicurezza a Dante dalla critica novecentesca, soprattutto a partire dal lavoro del filologo dantesco Gianfranco Contini.

Le Rime
Le Rime sono un gruppo di liriche composte da moderni editori i quali riuniscono la produzione dantesca e legate alle varie esperienze esistenziali e stilistiche di Dante. Non si tratta di un canzoniere organico costruito dal poeta secondo un disegno, ma di una serie di componimenti molto diversi, raccolti e ordinati successivamente dai critici moderni. Tale raccolta riunisce il complesso della produzione lirica dantesca dalle prove giovanili sino a quelle dell'età matura. L'ordinamento di tutta la lirica dantesca proposto da Michele Barbi (1921) segue una categorizzazione tematico-formale: liriche della Vita Nuova;
liriche del tempo della Vita Nuova;
tenzone con Forese Donati, in cui i due amici, nei modi della lirica "comico-realistica", si scambiano ingiurie;
rime allegoriche e dottrinali, comprese le canzoni del Convivio;
rime per la cosiddetta pargoletta, scesa dal cielo per mostrare la sua bellezza e restia all'innamoramento, a causa della sua giovanezza scontrosa;
rime "petrose", ovvero dedicate a una donna indicata come Pietra, per la sua insensibilità e il suo rifiuto dell'amore;
rime varie del tempo dell'esilio (più elevata e più nota, fra tutte, è "Tre donne intorno al cor mi son venute").
La "cronologia ideale" di Contini (1939)
Rispetto all'edizione Barbi del '21, che suddivideva le rime in sezioni tematiche, il corpus stabilito da Gianfranco Contini cerca di rispettare l'ordine cronologico nella misura del possibile, secondo criteri di "sottrazione" e negazione, che in parte correggono le ragioni generiche e "inclusive" di Barbi. L'edizione del '39, infatti, raccoglie solo le rime "estravaganti", quelle, cioè che rimasero esterne alla Vita Nova e al Convivio, e incorpora, in una sezione a parte, tutte quelle liriche considerate "dubbie". Ne deriva un corpus apparentemente disorganico, che però trova risposta nella costante tensione sperimentale di Dante poeta. Secondo Contini, l'evoluzione tecnica di Dante è costantemente associata alla sua evoluzione spirituale: la discontinuità stilistica riflette un "processo di inquietudine permanente" che costituisce la vera linea unitaria delle Rime. A partire giustamente dal processo sperimentale di Dante è possibile, tuttavia, ipotizzare per il corpus una cartografia dinamica per nuclei stilistici e ideologici. Le rime giovanili comprendono componimenti che riflettono le varie tendenze della lirica cortese del tempo.
Fase guittoniana, quella dello scambio di sonetti con Dante da Maiano, in cui si discutono le ragioni di Amore. Si tratta della primissima fase di apprendimento poetico di Dante, guittoniana per il tecnicismo, per l'uso di rime equivoche e difficili (in -oco o -aggio, ad esempio), topoi specifici della casistica provenzale (la camicia, la ghirlanda, ad esempio) e un linguaggio particolarmente ricco di provenzalismi (bieltate, certanamente, riccore etc.), anche se non mancano alcuni toni già stilnovistici. Fase guinizzelliana con i motivi tipicamente stilnovistici della donna salvifica, della potenza miracolosa dello sguardo di lei.
Fase cavalcantiana, quella dell'amore doloroso e paralizzante. Tra le rime di questa fase ricordiamo la canzone 20 (E' m'incresce di me sì duramente) la canzone 21 (Lo doloroso amor che mi conduce), in cui l'Amore diventa motivo di pena e di morte, e il sonetto 25 (Un dì si venne a me Malinconia), che preannuncia attraverso la prosopopea della Malinconia e di Amore vestito di nero, la morte della donna amata: tutte escluse dalla Vita Nova probabilmente perché questo carattere mortifero dell'amore era incompatibile con le qualità luminose e salutifere della esperienza amorosa, che con quest'opera Dante vuole rendere assoluta e paradigmatica.
Tra questo gruppo di testi Dante aveva già raccolto quelli che dovevano entrare a far parte della Vita nuova, opera incentrata sulla figura di Beatrice, che infatti non rientrano nella raccolta delle Rime.
Rime allegoriche e dottrinali
Dopo la morte di Beatrice nel 1290 e la composizione della "Vita Nuova", nei temi della poesia di Dante ha luogo una svolta. Nel Convivio, Dante racconta come fosse sorta in lui una passione ardente per la filosofia, identificata allegoricamente con la donna gentile che aveva consolato il suo dolore. Da questo nuovo amore nascono alcune canzoni in cui perdura lo stile dolce della fase precedente ma si afferma un'impostazione esclusivamente allegorica, per cui, sotto l'immagine della donna di cui il poeta canta l'amore, si cela in realtà un'astrazione. È evidente che si tratta di riorganizzazioni ideologiche e stilistiche operate dopo la composizione delle rime. La canzone 30 (detta della Leggiadria), la 47 (della Giustizia) e la 49 (della Liberalità) erano probabilmente destinate all'inclusione nei capitoli del Convivio che non furono mai scritti.
Le Rime "Petrose"
Si tratta di un ciclo di quattro componimenti (43-46 dell'edizione Contini): due canzoni, una sestina e una sestina doppia, che tematizzano l'amore per la donna "Petra" che secondo alcune interpretazioni potrebbe essere un'allegoria della filosofia o una personificazione allegorica. Queste rime che prendono il nome dalla stessa donna (reale o allegorica) a cui sono dedicate si caratterizzano per il nuovo concetto di amore che viene proposto da Dante: infatti i versi si caricano di un amore passionale e carnale in cui si sprigiona una grande forza erotica, molto lontano dall'amore ideale e spirituale che Dante prova per Beatrice. Queste caratteristiche dei versi segnalano un ritorno di Dante al primo provenzalismo, a quel "trobar clus" di Arnaut Daniel non riciclato dai guittoniani, a un poetare oscuro, crudo, drammatico che mette in forma la durezza e la crudeltà dell'amore di "Pietra". L'asprezza di questa parola poetica, la difficoltà a verbalizzare, seppur liricamente, la realtà tale che si presenta nelle Petrose (cupamente invernale, inorganica, deserta) anticiperebbe alcune atmosfere visive e stilistiche dell'Inferno. Per quanto riguarda una possibile datazione delle Petrose, la perifrasi astrologica che si articola nella fronte della prima stanza della canzone 43 segnalerebbe il dicembre 1296.
Madonna Petra viene presentata come dura, insensibile, refrattaria all'amore del poeta.
Le caratteristiche dell’amore di Dante per Petra sono:
- La dama è rappresentata in termini concreti, reali, materiali;
- Vi è la totale mancanza di sublimazione e idealizzazione della donna;
- Il tipo di Amore che il poeta prova, caratterizzato esclusivamente come sensazione fisica e carnale.
- La violenza con cui il poeta si rivolge alla dama: egli desidera che lei provi lo stesso dolore che prova lui non essendo corrisposto e ha un forte desiderio di vendetta.
Le scelte formali e stilistiche che adotta il poeta riscontrano questa violenza:
- Ricerca di suoni aspri e disarmonici soprattutto in sede di rima;
- Utilizzo di termini sia rari che espressivi, concreti, materiali;
- Rime strane, insolite, preziose;
- Struttura sintattica non piana, ma articolata in subordinate con numerosi iperbati e anastrofi (inversioni).
Questo stile riprende in parte i caratteri del Tobar Clus provenzale, e si ritrova nei versi finali de "L'Inferno" della "Divina Commedia" che per questo vengono chiamati "rime aspre e chiocce".Questa serie di canzoni è un esempio di come i poeti medioevali, di cui Dante è il maggiore esponente, sapessero adeguare il proprio stile ai contenuti che volevano esprimere e non viceversa.

Vita Nova
La Vita nuova è la prima opera di attribuzione certa di Dante Alighieri, scritta tra il 1292 ed il 1295. Si tratta di un prosimetro nel quale sono inserite 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata, 5 canzoni) in una cornice narrativa di 42 capitoli. Non si conoscono con precisione gli anni di composizione della Vita nova, nonostante sia stata presumibilmente allestita tra il 1292 e il 1293. Lo stesso Dante, però, ci testimonia che il testo più antico risale al 1283, quando egli aveva diciotto anni, e che il più tardo risale al giugno del 1291, anniversario della morte di Beatrice. Altri sonetti sono probabilmente assegnabili al 1293 (in ogni caso le poesie non possono essere datate oltre il 1295): si può dunque ipotizzare con relativa certezza che le diverse componenti dell'opera sono frutto del lavoro di circa un decennio, culminato nella stesura vera e propria dell'opera in questione. Il testo che ne risulta è quindi una sorta di assemblaggio delle diverse poesie scritte in varie fasi della vita di Dante - alcune delle quali però sono state composte di certo contemporaneamente al testo in prosa - e che vengono così riunite in una sola opera (appunto la Vita Nuova) a partire dal 1290, anno di morte di Beatrice.
«In quella parte del libro della mia memoria dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice Incipit Vita Nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d'asemplare in questo libello, e se non tutte, almeno la loro sentenzia.» (Vita Nova, I 1)
La Vita nova, nell'edizione critica curata da Michele Barbi per la Società Dantesca Italiana nel 1907 e rivista nel 1932, si basa su circa quaranta manoscritti. Oltre a quelli principali, nel XX secolo, sono stati ritrovati altre parti del testo, come il Frammento Trespiano (Ca); nell'insieme, l'opera risulta composta da 42 capitoli e 31 liriche. La recente edizione critica dell'opera curata da Stefano Carrai - che attinge in particolare al manoscritto Chigiano L.VIII. 305, il più antico di tutti, risalente alla metà del Trecento - propone invece una suddivisione diversa, in 31 capitoli, corrispondenti esattamente al numero delle liriche (cfr. Dante Alighieri, Vita Nova, revisione del testo e commento di Stefano Carrai; 9ª ediz. BUR Classici, Rizzoli, Milano, 2019). La composizione, sotto il profilo dei contenuti, si apre con un brevissimo proemio. In esso Dante sviluppa il concetto di memoria (il libro della memoria) in quanto magazzino di ricordi che permette di ricostruire la realtà non in ogni suo dettaglio, ma con una visione di insieme, ricordando cioè l'avvenimento generale. Si può semplificare la trama dell'opera in tre momenti fondamentali della vita dell'autore: una prima fase in cui Beatrice gli concede il saluto, fonte di beatitudine e salvezza, una seconda in cui ciò non gli è più concesso, cosa che genera in Dante una profonda sofferenza (dove Dante non vuole più ottenere da Beatrice qualcosa in cambio, ma semplicemente un amore fine a sé stesso), una terza in cui Beatrice muore e il rapporto non è più tra il poeta e la donna amata, ma tra il poeta e l'anima della donna amata. Dante narra di incontrare per la prima volta Beatrice quand'egli aveva appena nove anni e nove mesi e lei nove anni e tre mesi (il numero nove, evidente richiamo alla Trinità appare diverse volte nell'opera: rappresenta il miracolo), e qui inizia la "tirannia di Amore" che egli stesso indica come causa dei suoi comportamenti. Rivedrà poi la sua "musa" all'età di diciotto anni (1283) e dopo aver sognato il dio Amore mentre tiene in braccio Beatrice che piangendo mangia il suo cuore, compone una lirica in cui chiede ai poeti la spiegazione di tale sogno allegorico. La risposta più puntuale, anche in vista degli sviluppi futuri, gli viene dal suo "primo amico" Guido Cavalcanti, il quale vede nel sogno un presagio di morte per la donna di Dante. Per non compromettere Beatrice, il poeta finge di corteggiare altre due donne dette dello "schermo" indicategli da Amore, e soprattutto dedica a loro i suoi componimenti. Beatrice, venuta a conoscenza delle "noie" (il termine è variamente interpretato) arrecate dal Poeta a queste dame, non gli concede più il suo saluto salvifico. A questo punto ha inizio la seconda parte del prosimetro in cui Dante si prefigge di lodare la sua donna. In questa parte spicca il famoso sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare. Morta Beatrice nel 1290, e conclusasi la seconda parte, dopo un periodo di disperazione, di cui non si forniscono numerosi dettagli, il poeta è attratto dallo sguardo di una "donna gentile". Ben presto Dante comprende che l'interesse per questa nuova donna va allontanato e soffocato, poiché solo attraverso l'amore per Beatrice potrà raggiungere Dio. Ad aiutarlo in questa riflessione è il passaggio in Firenze di alcuni pellegrini diretti a Roma, che simboleggiano il pellegrinaggio intrapreso da ogni uomo verso la gloria dei cieli. Una visione gli mostra Beatrice nella gloria dei cieli e il poeta decide di non scrivere più di lei prima di esser divenuto in grado di parlarne più degnamente, ovvero di dirne "ciò che mai non fue detto d'alcuna". L'ultimo capitolo, in cui questa necessità è esposta, viene considerato una prefigurazione della Commedia. Beatrice è una figura angelica, circonfusa di un'aura di sacralità, che dalla sua prima apparizione avvince Dante e lo purifica, elevandone i sentimenti, riuscendo a riportarlo allo stesso livello di salute spirituale anche dopo morta, mantenendovelo per sempre: la sua funzione supera perciò la breve esperienza d'amore caratteristica degli altri poeti dello stilnovo, per diventare fondamento di eterna salvezza. I capitoli in prosa rappresentano da un lato la narrazione vera e propria e dall'altro servono da spiegazione dei componimenti lirici. Le liriche furono scelte fra quelle che Dante aveva composto (a partire dal 1283) in onore di diverse figure femminili e, soprattutto, per la stessa Beatrice; in seguito ne vennero composte altre insieme alle parti in prosa. Natalino Sapegno scrive:"Oltre gli esempi, non rari nella letteratura medievale da Boezio in poi, di opere miste di prosa e versi, le vida e le razó compilate in margine ai testi poetici provenzali costituiscono un modello più vicino e pertinente di questo narrare dantesco; salvo che qui la materia è autobiografica, sentita liricamente e non in forma aneddotica, e la struttura del racconto di gran lunga più organica e tutta ordinata secondo un concetto personale. Inoltre a ogni lirica segue o precede una "divisione", svolta secondo i procedimenti dell'esegesi medievale, e specialmente di quella applicata alle Sacre Scritture." Il titolo Vita Nova significa 'vita rinnovata e purificata dall'amore'. Nella struttura dell'opera, oltre ovviamente a essere evidenti le tematiche tipiche dei poeti del dolce stil novo (Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti ecc.) si ravvisano anche gli influssi della lirica provenzale, ad esempio nel capitolo V, dedicato alla cosiddetta "donna dello schermo" (con un chiaro riferimento al senhal) ma anche nel "sirventese sui nomi di belle donne" (cap. VI), dato che il sirventese era un componimento celebrativo tipico appunto della lirica trobadorica. Così pure il tema del "cuore mangiato" si rifà con evidenza al Compianto in morte di ser Blacatz di Sordello da Goito. L'influenza, in ogni caso, è non solo strutturale o concettuale ma anche testuale: si pensi per es. al sonetto Tutti li miei penser parlan d'amore (cap. XIII), dove il primo verso ricalca l'incipit della canzone di Peire Vidal Tuit mei consir son d'amor e de chan. Il titolo ha diversi significati, in primo luogo indica la vita giovanile. A questo si aggiunge però il significato più profondo di una vita rinnovata dalla presenza miracolosa di Beatrice e dell'amore. Né si può escludere che Dante abbia voluto alludere alla novità e all'originalità dell'opera. Di recente, dopo la nuova edizione a cura di Guglielmo Gorni, che riproponeva la valenza del titolo "vita rinnovata dall'amore", è stato segnalato da Alberto Casadei che "vita nova" è sintagma presente in Agostino, Tommaso e altri padri della Chiesa, e l'espressione "incipit vita nova" può rinviare a una forma di iniziazione spirituale (battesimo per Spirito Santo), che il protagonista riceve attraverso l'incontro con Beatrice, anche se di ciò si renderà conto solo al termine dell'opera.


Convivio
Il Convivio è un saggio composto nei primi anni dell'esilio, ovvero tra il 1304 e il 1307. L'intento era quello di agevolare il percorso di ogni individuo verso la conoscenza tramite l'alternarsi di canzoni apparentemente ludiche e commenti di carattere pedagogico-morale o dottrinale. Per una maggiore comprensione va tenuto in considerazione l'effettivo privilegio di chiunque all'epoca potesse dedicarsi agli studi et all'otium cum dignitate; pertanto si procede prima elencando i possibili impedimenti che prevengono l'uomo dall'acquistare compiutamente l'habitus di scienza ed in secondo luogo, in quanto fedele, mostra la sua misericordia attiva nei confronti di chi è affamato di conoscenza. In questo, infatti, si esplicita per la prima volta la virtù della "liberalitade", fondamentale per il Dante in esilio ed in continua peregrinazione tra le corti. Una volta raccolte le "partiuncole", o briciole, dall'alta mensa dei sapienti Dante si rivolge al lettore digiuno di insegnamenti filosofici proponendo un banchetto di quattordici portate: 14 vivande (ovvero le canzoni) ed il pane (il commento) con cui mangiarle. Tale transumptio trofica risulta, inoltre, particolarmente congeniale all'associazione dantesca con la liturgia dell'eucarestia, il Vangelo di Giovanni 6.59 e la parola di Cristo che toglie la fame spirituale. La datazione di quest'opera può essere determinata in base ad eventi "ante quem" e grazie ad alcune considerazioni di carattere biografico. Il primo elemento da tenere in considerazione è il riferimento interno alla Vita Nova nella quale "si parlerà più compiutamente" della questione linguistica; da ciò possiamo dedurre che il Convivio sia stato scritto prima della composizione nel 1305 del trattato dantesco di carattere linguistico. Inoltre, va sottolineato un elemento "ex silentio" fondamentale: la totale assenza di allusioni all'incoronazione di Enrico VII avvenuta nel 1307, avvenimento centrale per la biografia e le sorti di Dante. In ultimo, dal punto di vista meramente bibliografico, è importante denotare la necessità di Dante di avere a disposizione testi da poter consultare direttamente e quindi l'accesso ad una biblioteca fornita. Tali condizioni sembrano convergere solo durante il soggiorno a Bologna nel 1303.
Il termine 'convivio' deriva dal latino convivium e può essere tradotto come banchetto, simposio. L'opera è quindi un convivio (o mensa) alla quale sono offerte ai partecipanti (ovvero a coloro che hanno desiderio di sapere e conoscere) quattordici vivande (ovvero le canzoni) accompagnata dal pane (ovvero il commento) il quale ne faciliterà l'assimilazione. Pertanto Dante afferma nel primo trattato:
"La vivanda di questo convivio sarà di quattordici maniere ordinata, cioè quattordici canzoni sì d’amor come di vertù materiate, le quali sanza lo presente pane aveano d’alcuna oscuritade ombra, sì che a molti loro bellezza più che loro bontade era in grado." Tale transumptio trofica risale all'immaginario biblico della liturgia dell'eucarestia ed alla parola di Cristo che toglie ogni fame spirituale.
Nella composizione del Convivio, nonostante il carattere fortemente argomentativo, l'autore non sente mai la necessità di ribadire al lettore la propria ortodossia, ma lascia che essa traspaia dalle varie citazioni bibliche. Egli, inoltre, seguì a pieno l'ideale filosofico principale della "doppia verità" che comporta una convivenza tra la verità filosofica-scientifica e la verità di fede. In questa accezione, l'intelletto umano può procedere per via deduttiva fino al limite razionale oltre il quale è necessaria la rivelazione divina. Un'esemplificazione pratica di questa convinzione è evidente sin dal secondo trattato nel quale Dante fa uno status quaestionis (una rassegna delle opinioni delle auctoritates) riguardo la cosmologia e afferma che gli antichi non avrebbero potuto sapere il numero effettivo dei cieli (verità rivelata), ma avrebbero potuto intuire di essere nell'errore. Sul versante poetico è possibile rintracciare la medesima alternanza. Dante applica a pieno la tecnica argomentativa della Scolastica alla quale unisce una forte propensione per la polisemia tipica dell'esegesi biblica. Va inoltre sottolineata l'allontanamento dai dettami aristotelici che prevedevano testi chiari e denotativi.
Il Convivio va necessariamente contestualizzato e messo in rapporto con l'intero corpus dantesco al fine di comprenderlo al meglio. È evidente una forte congruenza con la Vita Nova nello schema in quanto entrambe le opere appartengono al genere letterario del prosimetro, all'interno del quale si alternano armoniosamente liriche e testi in prosa. Tuttavia il Convivio, in quanto opera della maturità, dimostra una spiccata evoluzione nella tecnica dell'autocommento e dell'auto-esgesi: le canzoni proposte non necessitano di alcuna cornice narrativa ed è evidente l'allontanamento dalla tematica amorosa (massima espressione dello Stil Novo) in favore di uno stile argomentativo lucido e razionale che passa in rassegna i grandi temi filosofici del tempo (cosmologia, metafisica, politica, etc.) intrisi di aristotelismo. A Beatrice si sostituisce quindi la "donna gentile" simbolo della Filosofia rivelato da Dante stesso nell'esposizione allegorica del terzo trattato: "Dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore fu la bellissima e onestissima figlia de lo imperadore de lo universo, a la quale Pitagora pose nome Filosofia". Pertanto, Dio e la salvezza dell'anima non si possono più raggiungere attraverso un'ascesi mistica prodotta dal sentimento d'amore, ma seguendo la filosofia e il sapere: se l'uomo tende naturalmente verso la conoscenza, l'uso della ragione coincide con la perfezione, la somma felicità e la nobiltà fattiva. L'amore che qui traspare non è più quello per una donna (come nella Vita Nova), ma è esplicitamente l'amore per il sapere. Se l'opera poetica giovanile era fervida e passionata, il Convivio ha invece una natura temperata e virile.
Tra le fonti esplicite principali per la composizione del Convivio va menzionato prima di tutto Aristotele, autore dell'Etica Nicomachea ed in secondo luogo di opere come la Fisica e la Metafisica. Pertanto, egli viene citato come "lo primo filosofo" e "lo mio maestro". Inoltre è importante la presenza dei grandi maestri della scolastica Alberto Magno e Tommaso D'aquino, autori di parafrasi e raccolte del sapere aristotelico. In aggiunta a ciò, l'estrema familiarità con i testi biblici rende possibili numerosissime citazioni esplicite o implicite tratte soprattutto dai Libri Sapienziali e dai Vangeli di Giovanni e di Matteo. In particolare per la transumptio trofica risulta pregnante Giovanni 6,58 "Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno."
Per quanto riguarda lo stile esso risulta essere improntato a due tipologie di testi discordanti:
i commenti continui agli auctores che procedevano per lemmi e sintagmi;
i commenti filosofico-teologici ricchi di divisiones, dubia, quaestiones e excursus.
In ultimo, il lessico del Convivio assorbe il gergo tecnico della teologia e della filosofia medievali volgarizzato tramite calchi lessicali e sintagmatici a dimostrazione della maturità del volgare.
I Trattato
Il primo trattato è di carattere proemiale ed ha, dunque, funzione introduttiva all'opera intera; pertanto non presenta alcuna canzone di riferimento. Inizialmente si fa riferimento al concetto di doppia verità, di sapienza ed al privilegio di chiunque possegga l'habitus di scienza, nesso fondamentale per comprendere l'argomentazione dantesca: dato che l'uomo comune è impedito nel conseguimento della conoscenza (somma felicità), è compito di un fedele coadiuvare il lettore nel proprio percorso verso la perfezione. Nell'opera stessa si esplicita, dunque, la concezione dantesca della misericordia come virtù attiva che spinge Dante a condividere "liberalmente" le partiuncole (o briciole) raccolte all'alta mensa dei sapienti. Ad essa infatti non avevano accesso numerosi uomini del suo tempo a causa di due impedimenti in un'armonica quadripartizione ricca di parallelismi.
Impedimenti
Interni Del corpo Dell'anima
Esterni La necessità La pigrizia
Dopo il riferimento alla carità per gli affamati, la transumptio trofica prosegue nel commento con l'obiettivo di purgare preventivamente il pane da ogni "macula" prima che quest'ultimo sia servito al convito.
La prima macula accidentale è il "parlare di sè medesimo", atto particolarmente sconveniente perché comporta la lode o il biasimo di sè (entrambi comportamenti riprovevoli in quanto non neutrali). Essa va giustificata dal momento che risulta essere necessaria per evitare l'infamia derivata dall'esilio (seguendo l'exemplum di Boezio), ma soprattutto per recare "utilitade altrui" secondo il modello di Agostino nelle Confessioni; La seconda macula accidentale è il "parlare troppo a fondo" e consiste nella durezza e pesantezza eccessiva del commento. Dante ritiene che questa argomentazione sia particolarmente paradossale in quanto il commento, considerato un difetto in questa accezione, avrebbe dovuto avere la funzione di sanare un primo difetto, ovvero l'immaturità della poesia amorosa. Inoltre Dante procede problematizzando la questione dell'ambizione e della diminutio della fama che seguirono l'esilio; L'ultima macula di carattere sostanziale risulta essere l'uso del volgare nella composizione dell'opera; la gerarchia comunemente intesa, infatti, prevedeva il prevalere del latino in quanto nobile (non corrompibile), virtuoso (efficace) e bello (in quanto armonioso grazie alla grammatica). Tuttavia, Dante opera una scelta contraria alla norma e fa riferimento a tre motivazioni per giustificarla: lo "sconvenevole ordinamento", l'intento liberale ed il naturale amore nei confronti della loquela materna.
II Trattato
Nel II trattato viene commentata la canzone "Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete" nella quale viene messa in scena una vera e propria psicomachia tra gli stati d'animo rappresentati canonicamente come ipostasi. In una continua opposizione dialettica si alternano così il pensiero pietoso (in continua contemplazione luttuosa dell'amata beata e del paradiso) e lo spirito d'amore (che spinge l'uomo verso la donna pietosa successivamente identificata con la Filosofia). Pertanto risulta essere centrale l'influsso di Venere inteso come riflesso diretto della volontà divina e pertanto impossibile da resistere. La premessa narrativa fa, dunque, riferimento al ciclo di testi della Vita Nova riguardanti la fedeltà a Beatrice nella gloria di Dio ed alla donna gentile in un rapporto complementare, ma gerarchico frutto di una totale riscrittura e risemantizzazione. La seconda incoerenza con i testi precedenti riguarda l'effettiva resa di Dante all'assedio, elemento talmente assente nella Vita Nova nella quale permaneva un'ostinata fedeltà alla donna amata seppur con un continuo riferimento alla problematicità della sua condizione. In questo contesto è però fondamentale la vittoria della donna-Filosofia, gentile oltre misura, misericordiosa della vedovata dita di Dante e pronta ad unirsi a lui in un secondo matrimonio. Al fine di poter interpretare pedagogicamente tale canzone dante è portato naturalmente ad esporre al lettore la questione del "sovra-senso", "come si dee mangiare" ed interpretare le parole in rima. I quattro sensi della scrittura, codificati dall'esegesi biblica, sono: letterale, allegorico, morale ed anagogico. Il primo è da considerare come le fondamenta dell'edificio di cui Dio è il primo architetto, il secondo implica che sotto una finzione ci possa essere una verità nascosta, il terzo fa riferimento ad un'interpretazione pedagogica ed il quarto riguarda le verità ultra-mondane. La prima interpretazione letterale si concentra, dunque, sulla cosmologia: sono citati a tal proposito Aristotele, Tolomeo ed i cristiani che definirono il numero dei cieli; la conformazione dell'universo delineata in questa seduta sembra rispondere perfettamente alla concezione dantesca che presupponeva una fede nella razionalità nella creazione. Successivamente vengono citate le intelligenze angeliche ("sostanze separate che muovono i cieli") la cui esistenza è provata dall'apparizione a Maria dell'Arcangelo il quale fa riferimento alla propria appartenenza ad un'intera legione di angeli. Essi sono dunque messi in rapporto con i pianeti, con gli influssi e tra essi viene messo in risalto quello di Venere, precedentemente citato, che poneva Dante in una situazione di novitas: inerme nei confronti della generazione del nuovo amore per la donna-Filosofia e del corrompersi dell'antico amore per Beatrice. A favore di quest'ultimo è, però, dedicato un excursus sull'immortalità dell'anima (convinzione fondamentale dal punto di vista filosofico e decisa consolazione dal punto di vista sentimentale.):
L'anima deve essere necessariamente immortale prima di tutto per un consenso universale, rassicurante convergere delle opinioni di tutta l'umanità;
Chiunque non creda in questa caratteristica dell'anima umana ne svilisce il valore umano intrinseco ed è potenzialmente dannoso in quanto non crede nella pena dell'Inferno;
Se l'anima non fosse immortale la civiltà sarebbe vana e questa opzione risulta essere addirittura impensabile per dante;
Il corollario della mortalità dell'anima sarebbe un paradossale duplice difetto: la ragione, massima perfezione umana, indurrebbe paradossalmente l'uomo nel difetto e nell'errore illudendolo;
In ultimo, essendo la creazione di dio infinitamente buona non può presupporre la frustrazione del desiderio umano.
Successivamente si innesta nel discorso l'interpretazione allegorica dell'incontro con la filosofia. Dante, infatti, racconta che dopo la morte di Beatrice egli cercò di consolarsi con lo studio della filosofia, approcciandosi alle pubbliche disputazioni, agli studia ed essendo aiutato in particolare dalla lettura di Severino Boezio e di Cicerone (II, XII, 1 - 4). Su questa base, l'interpretazione allegorica della canzone permette di fare della "donna gentile", di cui hanno già narrato i capitoli XXXV-XXXIX della Vita Nova, la rappresentante della filosofia.
III Trattato
Il III trattato è introdotto dalla canzone "Amor che ne la mente mi ragiona" ed è un elogio compiuto della sapienza introdotta nel precedente trattato. Il componimento poetico in questione risponde perfettamente allo stile della loda e vengono adottati tutti gli schemi precedentemente adoperati per descrivere Beatrice; tuttavia, esso viene escluso dalla Vita nova in quanto probabilmente progettato già con un'impostazione fortemente allegorica. Una premessa fondamentale rimane comunque l'assunto puramente stilnovista di Amore-dettatore e della poesia come resoconto obbligato, non come libero sfogo della mente; in questo contesto si inserisce la capacità di ascoltare il dettato amoroso nettamente contrapposta all'incapacità di conoscere a pieno la donna (tipica caratteristica cavalcantiana) ed all'incapacità di dire (ovvero l'ineffabilità). Dante sottolinea, dunque, ancora una volta come le sue rime siano effettivamente parziali rispetto alla sapienza divina, ma anche in riferimento alla propria sapienza in quanto amante della Filosofia. La lode vera e propria si presenta come tripartita e si fa riferimento al sole che ammira la donna (interpretabile in chiave pagana come il carro del Sole e in chiave cristiana come Dio), alla capacità cristologica della donna di operare miracoli (ed aiutare la fede) ed alla visione anticipata del paradiso. Tale elogio viene giustificato in base a tre principi: L'amore che ognuno prova per se, appoggiandosi all'auctoritas del De amicitia di Cicerone il quale sosteneva che lodare un amico coincidesse con il lodare sè stessi e la propria capacità di elezione (o scelta); La volontà di preservare l'amistà, ovvero il desiderio di conservare l'amicizia nel caso di grande disparità di condizione sociale e/o spirituale. Viene così tematizzato anche il t?p?? letterario del dono piccolo ma sincero, base fondante delle corti dell'epoca; La prudenza, necessità esplicitata anche da Boezio nel De consolatione philosophie per anticipare le accuse di levitade (la donna sarebbe stata infatti troppo virtuosa per non essere lodata da Dante) Per quanto riguarda l'interpretazione letterale Dante concentra la propria attenzione nel dare definizioni puntuali e precise dell'amore e della mente. Il primo viene interpretato come l'istinto naturale di ogni uomo ad unirsi spiritualmente a Dio (seguendo il desiderio umano della vita eterna che si trova solo in Dio); la seconda corrisponde, invece, all'anima razionale ed è la parte maggiormente vicina al divino dell'intera anima. Secondo tale ragionamento, un animo razionale (caratteristica peculiare solo dell'uomo) può amare solo la perfezione e l'onestà e tale amistà è intrinsecamente razionale. Tuttavia, va considerato anche il limite umano nella contemplazione e quindi nella conoscenza, soprattutto contrapposta all'onniscienza divina (riportata nei numerosi Libri sapienziali). Dante è dunque consapevole della necessità pedagogica riguardante l'imperfezione umana in tal senso ed invita ad una contemplazione misurata, all'accettazione delle proprie limitazioni per lasciare spazio alla fede (ed al timore reverenziale verso la Chiesa tipico dell'epoca). In questa rassegna del creato si inserisce un excursus sulla diffusione della virtù divina secondo il sistema delle cause prime di Aristotele e l'emanazione descritta nella Bibbia. La concezione dantesca implica una gradazione continua, senza salti, che quindi contempla l'esistenza di una donna "divina" (categoria aristotelica attribuitale da dante), vicina a Dio con virtù miracolose ed elementi cristologici. L'invito non può, dunque, che essere quello di frequentare la donna per risentire l'effetto della donna miracolosa che aiuta la fede e fa presagire la vita eterna. L'interpretazione allegorica identifica la donna come Filosofia ed inizia con la tradizionale trattazione riguardo l'etimologia del termine in questione: essa viene ricondotta all'umiltà di Pitagora che non pretendeva di essere chiamato "sapiente", ma affermava di essere "amante della filosofia". Oltre questo primo avvicinamento di Dante alla tematica è presente una trattazione delle varie "filie" (o "amori"):
L'amore del sole, ovvero Dio, che si bea della propria creatura ed esercita la filosofia divina;
L'amore provato dalle intelligenze angeliche, per le quali la donna è una "druda" secondo il rapporto tradizionale;
L'amore dell'uomo che grazie ad Amore che conferisce calma e pace può concentrarsi in una contemplazione (seppur abituale e non attuale).
IV Trattato
Nel IV trattato, ovvero l'ultimo, si affronta la tematica morale della nobiltà, trattando la canzone "Le dolci rime d'amor ch'i' solìa". La polemica tradizionale riguardo l'autentica nobiltà vedeva contrapposti due grandi schieramenti: coloro che credevano nella nobiltà di sangue (ereditabile) e coloro che credevano in quella d'animo (individuale). L'origine del componimento risulta essere uan condivisione di idiosincrasie con la Filosofia: Dante e la Filosofia, in segno di una profonda amistà, sono portati ad amare ed odiare le medesime cose. L'obiettivo dantesco risulta essere, quindi, quello di correggere l'errore che reca dolore e danno (che aveva portato alla condanna ed all'esilio l'autore stesso); dato che i falsi giudizi infatti hanno effetti anche sulla sfera delle azioni essi vanno curati con una medicina diretta (senza esposizione allegorica) per recuperare velocemente la salute. Dante in primo luogo presenta la comunis opinio, impropriamente attribuita a Federico II, secondo cui la nobiltà coincide con "antica possession d'avere e reggimenti belli" e subito dopo aggiunge la banalizzazione interessata della medesima (concernente solamente la prima particula della definizione). Tuttavia viene rimarcato:
il falso rapporto tra le ricchezze e la nobiltà, comparati rispettivamente ad una torre dritta ed un fiume che le scorre ai piedi, ma sul quale la torre non ha potere;
il problematico riferimento all'antichità della famiglia dato che la genealogia e la discendenza del genere umano riconduce ad un medesimo progenitore, ovvero Adamo
l'incompletezza della definizione stessa, in quanto non vengono menzionale le virtù;
L'autore procede, così, esponendo l'argomentazione vincente, ovvero la propria (secondo i dettami retorici della Scolastica): la nobiltà è una predisposizione dell'animo ad un buon comportamento e si espleta in varie virtù tra le quali la capacità di discernere il giusto mezzo. In questo contesto si inserisce, poi, la trattazione riguardo le quattro età dell'uomo esemplificate tramite vari passi del quarto, quinto e sesto libro dell'Eneide di Virgilio.

De vulgari eloquentia
Contemporaneo al Convivio, il De vulgari eloquentia è un trattato in latino scritto da Dante tra il 1303 e il 1304. Composto da un primo libro intero e da 14 capitoli del secondo libro, era inizialmente destinato a comprendere quattro libri. Pur affrontando il tema della lingua volgare, fu scritto in latino perché gli interlocutori a cui Dante si rivolse appartenevano all'élite culturale del tempo, che forte della tradizione della letteratura classica riteneva il latino senz'altro superiore a qualsiasi volgare, ma anche per conferire alla lingua volgare una maggior dignità: il latino era infatti usato soltanto per scrivere di legge, religione e trattati internazionali, cioè argomenti della massima importanza. Dante si lanciò in un'appassionata difesa del volgare, dicendo che meritava di diventare una lingua illustre in grado di competere se non uguagliare la lingua di Virgilio, sostenendo però che per diventare una lingua in grado di trattare argomenti importanti il volgare doveva essere: illustre (in quanto luminoso e quindi capace di dare lustro a chi ne fa uso nello scritto); cardinale (tale che intorno a esso ruotassero come una porta intorno al cardine, i volgari regionali); aulico (reso nobile dal suo uso dotto, tale da esser parlato nella reggia); curiale (come linguaggio delle corti italiane, e da essere adoperato negli atti politici di un sovrano). Con tali termini intendeva l'assoluta dignità del volgare anche come lingua letteraria, non più come lingua esclusivamente popolare. Dopo avere ammesso la grande dignità del siciliano illustre, la prima lingua letteraria assunta a dignità nazionale, passa in rassegna tutti gli altri volgari italiani trovando nell'uno alcune, nell'altro altre delle qualità che sommate dovrebbero costituire la lingua italiana. Dante vede nell'italiano la panthera redolens dei bestiari medievali, animale che attrae la sua preda (qui lo scrittore) con il suo irresistibile profumo, che Dante sente in tutti i volgari regionali, e in particolare nel siciliano, senza però riuscire mai a vederla materializzarsi: manca in effetti ancora una lingua italiana utilizzabile in tutti i suoi registri, da tutti gli strati della popolazione della penisola italica. Per farla riapparire era dunque necessario attingere alle opere dei letterati italiani finora apparsi, cercando così di delineare un canone linguistico e letterario comune.
De Monarchia

Il Monarchia, noto anche come De Monarchia, è un saggio politico in latino formato in tre trattati. Con questo testo il poeta volle intervenire su uno dei temi più "caldi" della sua epoca: il rapporto tra il potere temporale (rappresentato dall'imperatore) e l'autorità religiosa (rappresentata dal papa). Dante, dalla sua posizione di guelfo moderato (appartenente alla corrente dei "bianchi", che, pur sostenendo generalmente il papa, aveva lottato contro la corrente dei "neri" per difendere l'autonomia del Comune fiorentino dalle pretese temporali di Bonifacio VIII), aderisce alla teoria dei due soli e afferma che i due poteri sono ciascuno indipendenti e sovrani nella propria sfera di competenza. Dante sostiene la necessità di coesistenza tra papa e imperatore, dovendo quest'ultimo comunque mostrare reverentia verso il primo. Per il pensatore fiorentino, inoltre, entrambi i poteri dovevano avere la loro sede in Italia, in particolare a Roma, e non oltralpe.
Secondo la cronologia più accreditata il De Monarchia fu composto negli anni 1312-13, cioè al tempo della discesa di Enrico VII di Lussemburgo in Italia; secondo altri, bisognerebbe anticipare almeno al 1308 la data di composizione; altri ancora, infine, posticipano la composizione del trattato al 1318, pochi anni prima della morte dell'autore (1321).
Libro I: Dissertazione sulla questione se l'ufficio dell'Imperatore sia necessario al bene (Capp. 1 - 15)
Cap. 1. Dante esordisce dicendo che l'uomo che dimostra di possedere un talento, una propria vocazione o carisma, deve preoccuparsi di farlo fruttificare per il bene dei posteri; allo stesso modo egli sente di aver ricevuto un'eredità dagli antichi, essere cioè LIGNUM, cioè albero che fruttifichi, e non VORAGO, cioè abisso che inghiotte sempre senza mai restituire ciò che ha assimilato. Il dovere di impiegare al meglio le proprie capacità deve essere rivolto a mostrare verità sconosciute. Infatti che frutto può dare uno che dimostri una seconda volta un teorema di Euclide? Fra le molte tematiche incognite, Dante sceglie di approfondire il concetto di Monarchia temporale, che è la verità più utile, meno evidente e da tutti trascurata.
Cap. 2. Cosa si intende per “Monarchia temporale”? Per Dante essa è un principato unico che domina su tutti gli esseri che vivono nel tempo (Impero).
Da ciò scaturiscono tre problemi: I) la Monarchia è necessaria al benessere del mondo?; II) il popolo romano si è attribuito di diritto o meno l'impero universale?; III) l'autorità del Monarca dipende da Dio o da un suo vicario? Siccome ogni verità poggia su un fondamento logico, Dante trova necessario fissare un principio sul quale fondare un ragionamento sillogistico. A questo proposito egli suddivide le scienze in scienze non controllabili dalla ragione umana che hanno fine TEORICO (matematica, fisica, teologia), e scienze soggette al nostro potere, che hanno un fine anche PRATICO. Ed essendo in campo pratico il fine ultimo delle cose, se esiste un fine universale dell'intera umanità, questo sarà il fondamento sul quale chiarire tutto ciò che resta da dimostrare.
Cap. 3. Qual è il fine universale dell'umanità? Come la natura crea il pollice per un fine, la mano per un altro, il braccio per un altro ancora, così esiste un fine per l'uomo singolo, un altro per la famiglia, un altro per la città, e un altro ancora per l'intera umanità. Dio non fa alcunché invano: dispone tutte le cose in vista di un'attività. Esiste dunque un'attività propria dell'intera società umana, fine ultimo di questa. Qual è? L'essere indeterminato? No, ciò è proprio di tutti gli elementi. L'essere composto? No, si ritrova anche nei minerali. L'essere animato? No, si ritrova anche nelle piante. L'essere capace di apprendere? No, si ritrova anche nei bruti, ma l'essere capace di apprendere per mezzo dell'intelletto possibile, cioè che si può attuare o no. Anche gli angeli vivono di intelletto, ma non possibile, altrimenti non sarebbero eterni. Quindi l'attività peculiare dell'intera umanità è l'attuazione dell'intera potenza dell'intelletto prima per speculare, ed infine per agire.
Cap. 4. Qual è il mezzo più rapido ed idoneo per giungere a tale attività? Come accade che un uomo, sedendo e riposando si perfeziona in sapienza, è evidente che l'umanità soltanto nella pace trova la realizzazione della sua attività. La pace universale è la realtà oggettiva migliore per esplicare il potenziale intellettivo della società umana.
Cap. 5. All'inizio della sua opera, Dante si è preposto di dare soluzione a ben tre questioni di carattere politico. Il primo è il seguente: la Monarchia è necessaria al benessere del mondo? Dante dimostra chiamando in causa l'autorità di Aristotele (nella “Politica”): esso asserisce che quando una molteplicità di cose sono ordinate ad un unico fine, occorre che una di esse regoli e che le altre siano regolate. In ogni associazione, a partire dal singolo, c'è un indirizzo che governa tutti gli altri. Per estrapolazione, allargando il cerchio, passando dai borghi cittadini ai regni ed infine all'intera società umana, si vede che il concetto è sempre lo stesso: il genere umano è diretto ad un unico fine; occorre dunque che vi sia uno solo a governare, chiamato Monarca. Perciò l'esistenza dell'Impero è necessaria al benessere del mondo.
Cap. 6. Attraverso il sillogismo Dante dimostra che esiste nelle cose un duplice ordine, un ordine delle parti fra di loro, e un ordine delle parti rispetto ad un unico fine; ad esempio l'ordine delle file di un esercito e l'ordine delle file rispetto al comandante. L'ordine delle parti rispetto a un unico fine è migliore perché include anche l'altro. Così tutte le parti dell'umanità devono essere ordinate in vista di un unico Principe, cioè del Monarca o Monarchia.
Cap. 7. Inoltre il genere umano è un tutto rispetto ad alcune parti, regni o popoli, e una parte rispetto all'universo. E come i regni e i popoli particolari ben corrispondono al genere umano, così il genere umano ben corrisponde al suo tutto: infatti come le parti corrispondono ad esso in virtù di un unico principio, come si è già detto, così anche il genere umano corrisponde al suo universo e al principio supremo, Dio, solo in virtù di un unico principio regolatore, il Monarca.
Cap. 8. Tutto ciò che concorda con il primo agente, Dio, è in stato di felicità e benessere. Il genere umano realizza questo fine quando è simile a Dio. Ma esso è assolutamente simile a Dio quando è solo uno, ed è assolutamente uno quando è tutto unito e questa unità non può dargliela che un unico principe, il Monarca.
Cap. 9. Come ogni figlio si trova in uno stato di felicità quando segue le orme di un padre perfetto, così il genere umano, figlio del cielo perfettissimo, si trova in uno stato di perfezione quando segue le orme del cielo. E come il cielo è regolato al suo interno da un unico motore, che è Dio, così il genere umano è perfetto e regolato da un unico principe, il Monarca.
Cap. 10. Dovunque possa sorgere una controversia, lì deve esistere la possibilità di un giudizio. Dante considera due principi in conflitto tra loro. Fra questi due deve esistere la possibilità di un giudizio. E chi sarà l'artefice di tale giudizio? Nessuno dei due, poiché hanno pari poteri e nessun diritto d'essere l'uno soggetto dell'altro. Si cercherà perciò uno di più ampi poteri. Questo potrà essere il Monarca o no. Se no egli troverà sempre un suo pari e così avanti all'infinito. Ecco la necessità di porre un punto ultimo che abbracci il tutto: il Monarca.
Cap. 11. Il mondo è in stato di perfezione quando la giustizia è suprema. La giustizia è suprema soltanto sotto il Monarca. Perché? La giustizia è una forma di rettitudine che rifiuta l'ingiustizia e così non conosce un grado maggiore o minore. Inoltre la giustizia è suprema sia riguardo alla disposizione che riguardo all'operazione dei soggetti. A volte però la giustizia incontra ostacoli, nel volere e nel potere: infatti, siccome la giustizia è una virtù applicata agli altri, solo chi avrà sufficiente potere potrà applicarla appieno. Quanto più uno è potente, tanto più la giustizia sarà operata. Uno di questo genere è solo il Monarca. Inoltre, come affermato da Aristotele stesso, il nemico mortale della giustizia è la cupidigia, il desiderio di possedere. Allontanata la cupidigia, nulla più ostacola la giustizia. Chi, se non il Monarca, ha completamente aborrito il desiderio di possedere, essendo egli padrone di tutto? E come la cupidigia oscura la giustizia, così l'amore la illumina. Solo il Monarca possiede l'amore nel massimo grado perché ogni cosa è amata in proporzione alla vicinanza da colui che ama, e gli uomini sono vicini al Monarca, che è il Principe supremo, nella loro totalità. Il Monarca non ha nemici ed è causa della felicità degli uomini.
Cap. 12. Il genere umano in libertà assoluta è assolutamente perfetto. Il primo fondamento della libertà è il libero arbitrio, che è un libero giudizio della volontà. Prima una cosa viene appresa, poi giudicata buona o malvagia, infine accettata o respinta. Il giudizio dunque è libero se non è condizionato, perciò gli animali non sono liberi perché le loro scelte sono continuamente decise dall'appetito. Anche gli angeli e le anime dei defunti conservano appieno la loro libertà, che è il massimo dono di Dio all'uomo. Vivendo sotto il governo di un Monarca il genere umano è assolutamente libero. È libero solo ciò che esiste in virtù di se stesso e non di un altro e il genere umano realizza questa condizione solo sotto un Monarca, che corregge le false forme di governo. Il Monarca si profila come il servitore di tutti perché, pur avendo potere riguardo alla via da seguire per la libertà, è servitore in massimo grado riguardo allo scopo.
Cap. 13. In ogni azione lo scopo principale di chi agisce è il realizzare se stesso. Perciò chi agisce lo fa sempre con piacere. E colui che vuole disporre gli altri al meglio, deve essere egli stesso disposto al meglio. Solo il Monarca può avere queste virtù. Vediamo perché. Ogni cosa è tanto meglio disposta ad un'attività quanto minori sono in essa gli ostacoli a questa disposizione, perciò giungono più facilmente a una verità quelli che non ne hanno mai udito alcunché rispetto a quelli che hanno false opinioni. Poiché il Monarca non può avere nessuna occasione di cupidigia, e poiché la cupidigia ostacola la giustizia, ne consegue che il Monarca è quello meglio disposto a governare.
Cap. 14. Ciò che può essere realizzato con un solo mezzo, è meglio che sia fatto attraverso uno solo rispetto che con molti. Ogni aggiunta è superflua, dispiace a Dio e alla natura, ed è quindi male. Inoltre una cosa è migliore per essere più vicina alla perfezione; inoltre il fine è il criterio della perfezione, una cosa fatta tramite uno è più vicina al suo fine, è dunque migliore. Il Monarca è necessario al benessere del mondo. Qui Dante si ferma un attimo e chiarisce meglio il significato della proposizione:” il genere umano può essere governato per mezzo di un solo principe”. La suddetta non deve essere intesa nel senso che tutte le decisioni dei singoli comuni devono procedere direttamente da lui, perché ogni stato ha le sue caratteristiche ed esigenze peculiari. Ma nel senso che il Monarca detta norme comuni valide per tutti. I principi ricevono tale norma dal Monarca, cioè sono arbitri delle decisioni meno importanti mentre hanno l'obbligo di rifarsi al Monarca per le altre. È dunque meglio che l'umanità sia guidata da uno solo e, se è meglio, è anche più gradito a Dio.
Cap. 15. Ciò che è assolutamente uno rispecchia il bene, il molteplice è radice del male. Peccare non è nient'altro che allontanarsi dall'uno ed avvicinarsi ai molti. Poiché la concordia è un bene, la sua radice è l'uno. Cos'è la concordia? È il moto uniforme di più volontà che tendono ad un unico fine. Ogni concordia dipende dall'unità delle volontà, e il genere umano perfetto rappresenta una forma di concordia, e dipende dall'unità che è nelle singole volontà. Ciò risulta impossibile se non esiste un'unica suprema volontà che guidi tutte le altre. Questa volontà non può esistere se non esiste un unico principe. La Monarchia è necessaria al benessere del mondo.
Libro II: Dissertazione sulla questione se l'Impero romano si sia imposto di diritto sul mondo o meno (Capp. 1 – 11)
Cap. 1. Dante esordisce dicendo c'è stato un tempo in cui egli si meravigliava del fatto che il popolo romano fosse diventato padrone del mondo e ne individuava il motivo nella forza delle armi. Poi, guardando più in profondità, capì che tutto ciò era invece un disegno della divina provvidenza: allo stupore subentrò la derisione per lo sforzo vano delle nazioni che tumultuarono contro il dominio di Roma. Dopo la derisione deve insorgere, in un uomo impegnato, la luce della correzione: egli dunque scriverà e diraderà le nebbie che offuscano gli occhi di re e principi. La soluzione del problema è chiarita non solo alla luce dell'umana ragione, ma anche alla luce della grazia divina.
Cap. 2. La questione è la seguente: il popolo romano si è attribuito di diritto o meno l'Impero universale? Come l'arte si presenta in tre gradi, nella mente dell'artista, nello strumento e nella materia, così anche la natura può essere indagata in tre gradi: infatti è nella mente di Dio, poi nel cielo (strumento) e dunque nella realtà. E come, se l'artista e lo strumento sono perfetti, se c'è difetto nell'opera finita, bisogna attribuirlo solo alla materia, così, siccome Dio e il cielo non hanno difetto alcuno, ogni difetto è nella materia e ogni bene deriva da Dio e poi dal cielo. Quindi il “diritto”, essendo un bene, è nella mente di Dio, è Dio ed è voluto da Lui nel massimo grado. Il diritto qui sulla terra è un'immagine della volontà di Dio, per questo tutto ciò che non concorda con la volontà di Dio non è diritto, e viceversa. Ma la volontà di Dio è imperscrutabile: la dovremo indagare perciò per mezzo di indizi e un'attenta considerazione delle sue opere.
Cap. 3. I Romani non hanno usurpato il ruolo di Monarca nel mondo perché al più nobile dei popoli spetta l'Impero e i Romani furono la gente più nobile. Dante riporta poi esempi tratti dall'Eneide virgiliana per dimostrare la nobiltà del popolo romano e la predestinazione divina affinché Roma fosse la guida del mondo.
Cap. 4. Ciò che raggiunge la propria perfezione con l'aiuto di miracoli è voluto da Dio ed avviene perciò di diritto, quindi è sacrosanto ammettere che il miracolo sia opera di Dio: l'Impero romano, per realizzarsi, ha avuto bisogno di miracoli, dunque è voluto da Dio, quindi ha il diritto di esistere. Che Dio abbia operato dei miracoli per affermare Roma sul mondo è attestato dagli antichi scrittori.
Cap. 5. Chi mira al bene dello stato mira al fine del diritto; infatti li diritto è un rapporto reale fra uomo e uomo il quale, mantenuto, mantiene la società, corrotto, la corrompe: se il fine di ogni società è il fine dei suoi membri, è necessario che il fine del diritto sia il bene comune, e se il diritto, cioè le leggi, non fosse diretto all'utilità degli uomini, non sarebbe un vero diritto. Dunque se i romani hanno mirato al bene dello stato, hanno mirato al diritto. E ciò si vede bene, considerando le imprese dei romani nelle quali, annullando la cupidigia e amando la pace, hanno trascurato il proprio utile. Le buone intenzioni del popolo romano sono riportate da illustri scrittori, tra i quali Cicerone. Dante riporta i casi di singole persone che eroicamente hanno composto la gloria di Roma: Cincinnato, Fabrizio, Camillo, Bruto, Muzio Scevola, Catone. Chi mira al fine del diritto, procede secondo il diritto; Roma ha mirato al fine del diritto, quindi giustamente è stata arbitra del mondo. Raggiungere il fine del diritto, senza averne diritto, è come, secondo Dante, elargire un'elemosina attingendo da una refurtiva, cosa che, se fosse invece fatta con i propri averi, sarebbe giusta. Quindi in ogni caso il popolo romano si è attribuito di diritto la dignità dell'impero universale.
Cap. 6. Ciò che la natura ha ordinato si conserva di diritto. L'ordine della natura delle cose si conserva solo con il diritto. E il popolo romano è stato ordinato dalla natura all'impero: infatti, come un'artista che trascura i mezzi e mira solo al fine non raggiunge la perfezione, così la natura, se mirasse soltanto al fine delle cose, farebbe cose imperfette. Ma, essendo essa opera di Dio, non può essere imperfetta. Siccome il fine dell'uomo è uno dei mezzi necessari al fine della natura, la natura mira ad essa. E poiché non può raggiungere tale scopo per mezzo di un solo uomo, ma per mezzo di molti, è necessario che la natura produca una moltitudine di uomini. Non v'è dunque dubbio alcuno che la natura abbia predisposto nel mondo un luogo e un popolo per l'impero universale: Roma. Seguono testimonianze d'illustri scrittori romani.
Cap. 7. Il giudizio di Dio sull'uomo, a volte è chiaro, a volte no. Se è chiaro, lo può essere in due modi: per ragione e per fede. Se è nascosto non può essere compreso né per ragione né per fede, ma per grazie speciali: questo accade in diversi modi, per rivelazione o mediante una prova. Per rivelazione in due modi: per volontà di Dio o per mezzo di preghiere; per volontà di Dio in due modi: direttamente o tramite un segno. Mediante una prova in due modi: per sorteggio o per contesa. Per contesa in due modi: attraverso lo scontro di due forze o attraverso una competizione tra più concorrenti. Mentre nel primo modo i duellanti possono ostacolarsi a vicenda, nel secondo no. Gli argomenti della competizione e dei campioni saranno svolti nel seguito.
Cap. 8. Quel popolo vincitore della gara per l'Impero è arrivato primo per giudizio di Dio. Il popolo romano è giunto primo nell'egemonia del mondo a dispetto di Nino e Semiramide, Vesage, re egiziano, Ciro, Serse, Alessandro, colui che più d'ogni altro si avvicinò all'Impero universale.
Cap. 9. Ciò che si ottiene in duello, si ottiene di diritto. Infatti qualora il giudizio umano venisse meno, bisognerebbe interpellare quello divino. Le condizioni essenziali di un duello sono due: primo, ricorrere al duello solo in casi estremi, dopo aver percorso ogni via possibile, secondo, scendere in campo non per odio, ma per pura esigenza. Il tumulto contro l'Impero Romano è opera soprattutto dei religiosi che si dicono seguaci della fede cristiana. Se l'Impero Romano non fosse avvenuto di diritto, Cristo, con la sua nascita, avrebbe sanzionato un'ingiustizia. Ciò è falso, è dunque vero il contrario. Infatti chi si attiene a un editto, sanziona che esso è giusto. Ma Cristo, nascendo sotto l'editto e la giurisdizione romana, ha sanzionato tale autorità di diritto, e Augusto imperatore di Roma.
Cap. 10. Se l'Impero Romano non fu di diritto, Cristo con la sua nascita sanzionò una cosa ingiusta. Dato che Egli nacque durante il censimento augusteo, significa che Cristo si sottomise simbolicamente e liberamente all'autorità romana. L'editto fu promulgato da Cesare per volontà divina, affinché Colui che era atteso fra gli uomini fosse censito fra gli uomini stessi.
Cap. 11. Se l'Impero romano non fosse esistito di diritto, il peccato di Adamo non sarebbe stato espiato da Cristo. Ciò è falso: è vera la premessa; infatti, se ci fosse ancora l'antico peccato, saremmo ancora figli dell'ira: ciò non è. Smettano dunque gli avversari di Roma di condannare l'Impero sacrosanto, sanzionato da Cristo con la sua nascita e morte.
Libro III: Dissertazione sulla questione se l'autorità imperiale derivi dal Pontefice o direttamente da Dio (Capp. 1 – 15)
Cap. 1. Resterà che affrontare la terza ed ultima questione, il rapporto tra Pontefice e Monarca, la cui soluzione sarà forse motivo di scandalo, ma, poiché bisogna amare la verità al di sopra di tutto, Dante non si sofferma davanti a nessun ostacolo sociale. Il problema è dunque il seguente: l'autorità del sommo Monarca dipende da Dio o dal suo vicario in terra, il papa?
Cap. 2. Bisogna assumere, come già fatto negli altri libri, un fondamento logico sul quale fondare i propri argomenti e trovare la soluzione al problema. Ora il fondamento è questo: Dio non approva ciò che ostacola l'intenzione della natura, la cui dimostrazione può essere fatta in diversi modi.
Cap. 3. Dante ricorda che la prima questione è stato risolta per combattere l'ignoranza, più che risolvere un conflitto ideologico, la seconda per eliminare l'ignoranza e il conflitto. Invece la soluzione della terza implica un grande conflitto che diventa motivo d'ignoranza. Agli uomini spesso accade d'essere travolti dalle passioni, di abbandonare la via della ragione, sì che si fa strada non soltanto la falsità, ma anche l'uscire fuori dalla competenza. Alla soluzione di questo problema si oppongono tre persone: il papa e i suoi seguaci, quelli ottenebrati dalla cupidigia, cristiani solo di nome, e i “decretalisti”, falsi teologi, seguaci dei Decretali, la cui autorità deve essere posposta a quella di Cristo. Dante si rivolge ai veri cristiani che semplicemente ignorano la verità.
Cap. 4. Questo capitolo e i seguenti sono rivolti a coloro che, erroneamente, argomentano che il potere temporale derivi da quello spirituale. Dalla Bibbia prendono lo spunto dall'immagine dei due astri (sole e luna = potere spirituale, temporale), ma essi sono in errore. Si può errare in due modi: assumendo un qualcosa di falso, oppure ragionando in modo falso. Riguardo al significato delle Scritture si erra in due modi: cercandolo dove esso non c'è, oppure interpretandolo in modo errato. Si può dunque dimostrare in due modi l'allegoria degli astri. In primo luogo perché, essendo i poteri “accidenti” dell'uomo, Dio avrebbe rovesciato l'ordine creando prima questi (nel quarto giorno) che l'uomo (nel sesto giorno): ciò è assurdo. In secondo luogo, essendo i poteri guide verso fini, se l'uomo fosse rimasto innocente come Dio l'aveva creato, non avrebbe avuto bisogno delle guide: i poteri sono dunque rimedi al peccato. E poiché nel quarto giorno l'uomo non era ancora peccatore, sarebbero stati rimedi inutili.
Cap. 5. Un altro falso argomento ricavato dalle Scritture è quello dei figli di Giacobbe, Levi e Giuda, allegorie dei poteri. Questo argomento è facilmente confutabile, pur ammettendo la premessa dei significati allegorici, considerando bene la natura del sillogismo.
Cap. 6. Inoltre, prendendo spunto dal libro dei Re, per quanto attiene all'investitura di re Saul, essi affermano che, come il vicario di Dio, cioè Samuele, ha avuto l'autorità di dare e togliere il potere temporale, così il papa, vicario di Cristo, può fare lo stesso. La confutazione parte dal presupposto che Samuele non è stato un vicario di Cristo, ma un semplice delegato. Sbagliato è quindi il sillogismo a cui si affidano.
Cap. 7. Ancora: affermano che i doni regalati dai Magi a Cristo simboleggiano i due poteri e quindi il vicario di Cristo ha potere sulle cose spirituali e temporali allo stesso tempo. Anche in questo caso è errato il sillogismo: il vicario non equivale a Dio, ma è soltanto un'espressione ridotta della potenza divina.
Cap. 8. Ancora: dal Vangelo argomentano dalle parole di Cristo a Pietro: “Qualunque cosa legherai sulla terra, sarà legata nei cieli”. Da ciò argomentano che il successore di Pietro può sciogliere e legare ogni cosa per concessione di Dio. Attenti a quell'“ogni cosa” ! Se ciò fosse preso alla lettera, il papa potrebbe sciogliere un matrimonio, sciogliere i peccati anche senza pentimento ecc. Perciò l'espressione non va interpretata in senso assoluto, ma rispetto a qualcosa. Che cosa? Dice Cristo a Pietro: “Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli”. Perciò quell'“ogni cosa” significherà “qualunque cosa riguarderà il tuo ufficio”. Le leggi dell'Impero riguardano l'ufficio papale? No, come sarà dimostrato in seguito.
Cap. 9. Ancora dal Vangelo; Pietro, in occasione della Pasqua, disse a Cristo: “Ecco due spade”; essi sostengono che queste due spade rappresentano i due poteri, entrambi nelle mani di lui. Ciò è falso, sia perché la risposta non sarebbe adeguata all'intenzione di Cristo, sia perché Pietro era solito rispondere in maniera immediata e irriflessiva (si rilegga il brano dal Vangelo di Luca).
Cap. 10. Un altro argomento preso a vessillo della loro teoria è la donazione di Costantino a papa Silvestro del territorio della Chiesa. Ma Costantino non poteva di diritto fare questo, cioè privarsi di una parte del territorio e donarla ad altri, perché contro le leggi. Inoltre sia la Chiesa che l'Impero hanno i loro fondamenti distinti, né è lecito pretendere l'uno dall'altro. Il fondamento della Chiesa è Cristo, quello dell'Impero è il diritto umano. Inoltre ogni giurisdizione esiste prima del suo giudice: l'Impero è una giurisdizione, dunque è anteriore al suo giudice, l'Imperatore. Perciò egli non può trasferire la sua giurisdizione ad altri, ricevendo da essa la sua stessa esistenza. Inoltre la Chiesa, nata povera, non aveva il diritto di accettare un dono così significativo.
Cap. 11. Ancora, da Aristotele: tutto quello che appartiene ad una stessa categoria deve essere riferito ad una sola unità: gli uomini, unica categoria, devono essere riferiti ad una sola unità. Anche il papa e l'imperatore, essendo uomini, devono sottostare a questa verità. Ma il papa non può essere riferito ad altri, l'Imperatore deve essere riferito a lui. Ancora una volta è errato il sillogismo: una cosa è essere uomo, un'altra papa o imperatore. Quindi, essendo uomini, devono entrambi essere riferiti ad un unico ente, Dio.
Cap. 12. Dimostrati falsi gli errori, bisogna dimostrare la vera soluzione del problema. Sarà sufficiente dimostrare che l'autorità imperiale dipende semplicemente da Dio. La dimostrazione è che l'autorità della Chiesa è separata da quella dell'Impero, perché l'Impero è precedente ad essa, e non soggetto ad alcuna dipendenza di virtù. Inoltre, se Costantino non avesse avuto autorità, non avrebbe potuto assegnare alla Chiesa quei beni che le ha assegnato, e la Chiesa usufruirebbe ingiustamente di quella donazione.
Cap. 13. Se la Chiesa avesse la facoltà d'autorità sull'Imperatore, l'avrebbe o da Dio, o da sé stessa, o da un Imperatore, o dal consenso di tutti gli uomini. Essa, in verità, non l'ha ricevuta da alcuna di queste vie: non la possiede. Non da Dio, perché non si trova passo nell'Antico Testamento che lo affermi, anzi vi sono luoghi dove si afferma il contrario, né dalla natura, a completo servizio di Dio, né da sé stessa perché nulla può dare ciò che non ha. È ovvio e anche fastidioso dimostrare che né l'Imperatore né il popolo abbiano avuto il potere di fare una cosa del genere.
Cap. 14. Inoltre l'esercizio dell'autorità temporale è contro la natura della Chiesa, quindi non rientra nelle sue facoltà. Infatti la natura della Chiesa è la sua stessa forma, cioè Cristo ed i Suoi insegnamenti. Cristo disse: “Il mio regno non è di questo mondo”. Non osservare questo comandamento è non seguire la forma della Chiesa.
Cap. 15. Ancora resta da dimostrare come l'autorità dell'Impero discenda direttamente da Dio. Bisogna considerare che l'uomo è termine medio tra le cose corruttibili e le cose incorruttibili, racchiudendo in sé stesso entrambe le nature (corpo e anima), quindi è necessario che partecipi ad entrambe. E poiché ogni natura è ordinata ad un fine, ne consegue che esiste un duplice fine, uno corruttibile e uno incorruttibile, la felicità in questa vita e la felicità nella vita eterna. Alla prima si giunge per mezzo della filosofia, alla seconda per mezzo della teologia. Perciò l'uomo ha anche bisogno di due guide, il papa per la vita eterna, e l'Imperatore per realizzare la vita terrena. Ma Dio è il solo che ha predisposto questo ordinamento, provvedendo egli stesso a collocare ogni cosa secondo i suoi piani. La soluzione della presente questione non va però fraintesa: l'Imperatore deve essere un po' subordinato al papa, così come la felicità terrena è subordinata a quella ultraterrena. Cesare dunque si rivolga a Pietro con quel rispetto che un figlio primogenito deve al padre, affinché, irradiato dalla luce del padre, possa illuminare egli stesso con più efficacia il mondo.
Nel 1329 il De Monarchia fu posto al rogo con l'accusa di eresia da Bertrando del Poggetto. Nel 1559, fu inserito dal Sant'Uffizio nel primo Indice dei libri proibiti e la condanna fu confermata nelle successive edizioni sino alla fine del XIX secolo. Nel 1921 papa Benedetto XV nell'enciclica In Praeclara Summorum dedicata a Dante scriveva «In verità Noi riteniamo che gl'insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme, possano servire quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo».

Divina Commedia

Le Epistole e l'Epistola XIII a Cangrande della Scala
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Epistole (Dante Alighieri) ed Epistola XIII a Cangrande della Scala. Ruolo rilevante hanno le 13 Epistole scritte da Dante durante gli anni dell'esilio. Tra le principali epistole, incentrate principalmente su questioni politiche (relative alla discesa di Arrigo VII) e religiose (lettera indirizzata ai cardinali italiani riuniti, nel 1314, per eleggere il successore di Clemente V). L'Epistola XIII a Cangrande della Scala, risalente agli anni tra il 1316 e 1320, è l'ultima e la più rilevante delle epistole attualmente conservate (benché si dubiti in parte della sua autenticità). Essa contiene la dedica del Paradiso al signore di Verona, nonché importanti indicazioni per la lettura della Commedia: il soggetto (la condizione delle anime dopo la morte), la pluralità dei sensi, il titolo (che deriva dal fatto che inizia in modo aspro e triste e si conclude con il lieto fine), la finalità dell'opera che non è solo speculativa, ma pratica poiché mira a rimuovere i viventi dallo stato di miseria per portarli alla felicità.

Egloghe
Le Egloghe sono due componimenti di carattere bucolico scritti in lingua latina tra il 1319 e il 1321 a Ravenna, facenti parte di una corrispondenza con Giovanni del Virgilio, intellettuale bolognese, i cui due componimenti finiscono sotto il titolo di Egloga I e Egloga III, mentre quelli danteschi sono l'Egloga II e Egloga IV. La corrispondenza/tenzone fra i due nacque quando il del Virgilio rimproverò Dante di voler conquistare la corona poetica scrivendo in volgare e non in latino, critica che suscitò la reazione di Dante e la composizione delle Egloghe, visto che Giovanni del Virgilio aveva inviato a Dante tale componimento latino e che, secondo la dottrina medievale della responsio, l'interlocutore doveva rispondere con il genere usato per primo.

La Quaestio de aqua et terra
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Quaestio de aqua et terra. Il sistema dell'Universo secondo l'egiziano Tolomeo, teoria fatta propria da Dante stesso La trattazione filosofica continuò fino alla fine della vita del poeta. Il 20 gennaio 1320, Dante si recò nuovamente a Verona per discutere, nella chiesa di Sant'Elena, la struttura del cosmo secondo i cardini aristotelico-tolemaici che, in quel periodo, erano già oggetto di studio privilegiato per la composizione del Paradiso. Dante, qui, sostiene come la Terra si trovasse al centro dell'universo, circondata dal mondo sublunare (composto da terra, acqua, aria e fuoco) e di come l'acqua si trovi al di sopra della sfera terrestre. Da qui, la trattazione filosofica caratterizzata dalla disputatio con gli avversari.

castagno
Dante di Andrea del Castagno

La fortuna in Italia e nel mondo
Dante ebbe una risonanza e una fama pressoché immediata in Italia. Già a partire dalla seconda metà del XIV secolo, il Boccaccio iniziò una vera e propria diffusione del culto dantesco, culminata prima nella composizione del Trattatello in laude di Dante e poi nelle Esposizioni sopra la commedia. L'eredità del Boccaccio fu raccolta, durante la fase del primo umanesimo, dal cancelliere della Repubblica Fiorentina Leonardo Bruni, che compose la Vita di Dante Alighieri (1436) e che contribuì al perdurare del mito dantesco nelle generazioni dei letterati (Agnolo Poliziano, Lorenzo de' Medici e Luigi Pulci) e degli artisti (Sandro Botticelli) fiorentini della seconda metà del Quattrocento. La parabola dantesca cominciò tuttavia a scemare a partire dal 1525, allorché il cardinale Pietro Bembo, nelle Prose della volgar lingua, stabilì la superiorità del Petrarca in campo poetico e del Boccaccio per la prosa. Tale canone escluderà il Dante della Commedia in quanto difficile imitatore, determinandone un declino (nonostante le appassionate difese di Michelangelo prima e di Giambattista Vico poi) che perdurerà per tutto il Seicento e il Settecento, a causa anche della messa all'Indice del De Monarchia. Solamente con l'età romantica e risorgimentale Dante riacquisì un ruolo di primo piano in quanto simbolo dell'italianità e della solitudine propria dell'eroe romantico. L'alto valore letterario della Commedia, consacrato da De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana e riconfermato poi da Carducci, Pascoli e Benedetto Croce, troverà nel XX secolo appassionati studiosi e cultori in Gianfranco Contini, Umberto Bosco, Natalino Sapegno, Giorgio Petrocchi, Maria Corti e, negli ultimi anni, in Marco Santagata. Sempre nel Novecento e nel Duemila, vari pontefici hanno dedicato pensieri di stima per l'Alighieri: Benedetto XV, Paolo VI, Giovanni Paolo II l'hanno ricordato per il suo altissimo valore artistico morale; Benedetto XVI per la finezza teologica; papa Francesco per il valore soteriologico della Commedia. Tra il Quattrocento e il XXI secolo, Dante conobbe fasi alterne nei restanti Paesi del mondo, influenzati da fattori storici e culturali a seconda delle regioni geografiche di appartenenza: Inghilterra: Geoffrey Chaucer, oltre al modello del Decameron, si ispirò anche alla Commedia, traendo spunto dalle tragedie dell'Inferno quali quella del Conte Ugolino. Ignorato pressoché nei secoli XV e XVI secolo, il poeta fiorentino trovò un grandissimo estimatore in John Milton, che prese spunto dall'immaginario dantesco per la creazione dell'universo del suo Paradise Lost. Con il Romanticismo, Dante fu ammirato da letterati (William Blake, William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge, George Gordon Byron e Alfred Tennyson) e pittori (Dante Gabriel Rossetti e i preraffaelliti, oltre che da William Bell Scott), che lo considerarono un vero e proprio maestro di poesia e di arte. Nel XX secolo, Edward Morgan Forster si ispirò alla selva oscura per l'Omnibus celeste e Thomas Stearns Eliot (poeta di origine statunitense naturalizzato inglese), grandissimo estimatore della Divina Commedia, ne sottolinea il profondo ascendente sulla gran parte delle sue opere e in particolare su The Waste Land (La Terra Desolata, 1922), uno dei suoi saggi dedicati a Dante ora raccolti nel volume Scritti su Dante. Estimatore della Vita Nova, Ralph Waldo Emerson fece conoscere il nome di Dante negli Stati Uniti d'America Francia: a parte alcuni codici di Christine de Pizan, Dante non fu conosciuto approfonditamente in Francia fino alla discesa, nel 1494, di Carlo VIII. Sotto Francesco I, Dante si diffuse grazie anche alla cosiddetta Scuola lionese, fondata da mercanti italiani che esportarono d'oltralpe la Commedia. Le successive critiche bembiane e il diffondersi del petrarchismo oscurarono la fama di Dante in terra di Francia, cosa che fu favorita dai poeti de La Pléiade e dal classicismo francese sotto Luigi XIV. Aspramente criticato poi da Voltaire, Dante riconobbe un certo successo nel XIX secolo grazie alle lezioni tenute da Claude Fauriel e da Abel-François Villemain. Germania: la Germania conobbe, come la Francia, relativamente tardi Dante. L'interesse per il Poeta, al contrario delle altre nazioni europee, toccò però un vero e proprio culmine nel corso della riforma protestante, per via dei contenuti polemici anticlericali presenti nel De Monarchia. Il Dante della Commedia fu scoperto solo in età Romantica grazie a August Wilhelm von Schlegel, ai filosofi Friedrich Schelling e Hegel e al filologo Karl Witte. Spagna: precoce fu invece la conoscenza di Dante in Spagna grazie a opere, datate tra il XIV e il XV secolo, quali il Cancionero de Baena e Enrique de Aragón. La Spagna, esponente di spicco della controriforma, condannò violentemente l'anticlericalismo dantesco, determinandone un vero e proprio eclissamento che perdurò fino al 1829, con l'arrivo del Romanticismo. Fondamentali risultarono le traduzioni della Commedia in prosa ad opera di Miguel Aranda y Sanjuán (1868) e in versi del Conde de Cheste (1879). Americhe: già nel corso del XIX secolo, lo statunitense Ralph Waldo Emerson importò sul suolo americano la Vita Nova, decretando un interesse sempre maggiore nella letteratura americana grazie a Ezra Pound ed Henry Miller. Nel mondo ispanofono, invece, si segnala il culto che l'argentino Jorge Luis Borges ha manifestato per la Commedia.

RICORDO DI DANTE A CURA DI GIUSEPPE LEDDA

Eugenio Caruso - 02 - 09 - 2021

 

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www.impresaoggi.com