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Franco Angeli


Io lavoro sempre con la convinzione che non esista, in fondo, nessun problema irrisolvibile.
Jung


INVENTORI E GRANDI IMPRENDITORI

In questa corposa sottosezione illustro la vita di quei capitani d'industria e/o inventori che hanno sostanzialmente contribuito al progresso industriale del mondo occidentale con particolare riguardo dell'Italia e del made in Italy. Anche con riferimento alle piccole e medie imprese che hanno contribuito al progresso del Paese.

Biografie precedenti

A - Abarth - August Abegg - Giovanni Agnelli - Franco Angeli - Agusta - Alemagna - Amarelli - Amato - Angelini - Ansaldo - Aponte - Richard Arkright - Auricchio -
B - Barilla - Barovier - Bastogi - Beneduce - Karl Benz - Beretta - Bertone - Bialetti - Bianchi - László József Bíró - Coniugi Bissel - Bocconi - William Edward Boeing - Bombassei - Bombrini - Borghi - Borletti - Bormioli - Borsalino - Bracco - Branca - Breda - Brugola - Brustio - Buitoni -
C - Cabella - Campagnolo - Campari - Cantoni - Caproni - Caprotti - Cassani - Louis Chevrolet - Cicogna - Cini - Cirio - André Gustave Citroen - Colussi - Costa - Cosulich - Crespi - Cristaldi -
D - Gottlieb Wilhelm Daimler - Danieli - De Angeli - De Cecco - De Ferrari - Rudolf Diesel - Walt Disney - Donegani - Cavalieri Ducati - William Durant -
E - Thomas Edison - Erba -Esterle -
F - Enrico Falck - Fassini - Fastigi - Feltrinelli - Anna Fendi - Ferragamo - Ferrari - Ferrero - Ferruzzi - Figari - Florio - Henry Ford - Fumagalli -
G - Egidio Galbani - Edoardo Garrone - Giuseppe Gilera - Francesco Gondrand - Riccardo Gualino - Gucci - Carlo Guzzi -
H - Hewlett e Packard - Ulrico Hoepli -
I - Ferdinando Innocenti -
L - Lamborghini - Vincenzo Lancia - Vito Laterza - Achille Lauro - Roberto Lepetit - Mattia Locatelli - Florestano de Larderel - Luigi Lavazza -
K - Krizia - Raymond Albert Kroc - Alfred Krupp
M - Marelli - Marinotti - Martini - Maserati - Marzotto - Mattei - Melegatti - Menarini - Merloni - Fratelli Michelin - Mondadori - Montesi - Morassuti - Angelo Moratti - Angelo Motta - Giacinto Motta - Ugo Mutti -
N - Giuseppe Nardella - Vittorio Necchi
O - Adriano Olivetti
P - Pagani - Pavesi - Peretti - Perrone - Pesenti - Armand Peugeot - Piaggio - Pininfarina - Pirelli - John Pemberton - Stephen Poplawski - Ferdinand Porsche - Prada -
R - Guglielmo Reiss Romoli - Louis Renault - Alberto Riva - Angelo Rizzoli - Agostino Rocca - Gianfelice Rocca- John Davison Rochefeller - Nicola Romeo - Alessandro Rossi -
S - Angelo Salmoiraghi - Isaac Merrit Singer - Alfred Sloan - Luisa Spagnoli - Otto Sundbäck
T - Franco Tosi - Nicola Trussardi -
V - Gianni Versace - Vittorio Valletta - Alfredo Vignale - Carlo Vichi - Giuseppe Volpi
W - Edoardo Weber
Z - Ugo Zagato - L. Zambeletti - Lino Zanussi - E. Zegna

Franco Angeli

Riporto il testo del messaggio giunto dal Presidente della Repubblica "Partecipo al dolore della famiglia e al cordoglio del mondo della cultura per la scomparsa di Franco Angeli, editore attento al ruolo dell'Università nella società che, con il suo lungo impegno imprenditoriale legato allo sviluppo della ricerca, alla evoluzione del pensiero storico e filosofico e alle innovazioni nel campo delle scienze e nelle comunicazioni di massa, ha contribuito alla diffusione del sapere e alla modernizzazione del Paese. Giorgio Napolitano, 4 novembre 2007"

Il profilo di un'editoria professionale Alle soglie del "miracolo economico" degli anni '60 la cultura d'impresa del nostro paese era caratterizzata da una notevole arretratezza sia a livello universitario sia nella pratica delle piccole e medie imprese. Anche i tentativi delle grandi imprese di dotarsi di strutture, forme organizzative e tecniche manageriali più adeguate erano solo agli inizi. La FrancoAngeli è stata la prima a creare un'editoria aziendale, che offrisse gli strumenti non solo per la diffusione delle conoscenze di nuovi modelli, ma anche per la formazione e l'aggiornamento dei nuovi quadri. In questo segmento di mercato ha assunto una posizione da allora di leadership, con una quota superiore al 50% dell'intero settore. Il catalogo - che annovera in questo solo comparto oltre 1.000 titoli disponibili - è la testimonianza efficace di questo primato. Una biblioteca ricchissima di strumenti aggiornati sui metodi gestionali in tutte le aree e funzioni del sistema azienda: dal marketing alla produzione, dalla finanza alla gestione del personale, dalla logistica agli approvvigionamenti... Ed ancora manuali di autoformazione su tutte le abilità manageriali: dalle tecniche di negoziazione a quelle decisionali, dal time management al public speaking, dalla creatività alla memoria...
Le nuove professioni nei servizi e nel non profit Il know how acquisito a partire dalla caratterizzazione storica come editore professionale di management è stato la premessa per una successiva e ampia diversificazione. Lo sviluppo dei più recenti progetti editoriali si è indirizzato in particolare ad accompagnare la crescita di nuove figure professionali, con la pubblicazione di manuali e strumenti di riflessione destinati a quanti operano nei servizi, nel turismo, nel non profit, nelle professioni sociali, nell'assistenza, nell'educazione...
La formazione universitaria e post universitaria La terza ma non meno corposa area di presenza della casa editrice è cresciuta attorno alla pubblicazione di testi di ricerca e di approfondimento in una serie di discipline universitarie via via allargatesi nel tempo. Dalle prime collane dedicate alle ricerche di economia (in tutte le sottodiscipline, dall'economia industriale alla politica economica) il ventaglio delle proposte si è ampliato alla psicologia, alla sociologia, all'antropologia, alla pedagogia, alla storia, alla filosofia, all'architettura, all'urbanistica, all'informatica, al diritto del lavoro... Per docenti e studiosi - in particolare nell'ambito delle moderne scienze umane e sociali - FrancoAngeli rappresenta oggi un punto di riferimento: la più grande biblioteca specializzata del nostro paese.

ANEDDOTO: nel 1988 tenevo, presso la facoltà di Fisica di Milano, un corso di approccio all'impresa a un gruppo di laureati in materie scientifiche. Un giorno mi chiamò la segretaria del dott. Franco Angeli dicendomi che l'editore voleva parlarmi. Andai alla sede dela casa editrice e l'editore mi disse che un conoscente gli aveva fatto vedere le dispense che avevo preparato per il Corso, proponendomi di realizzare un libro, poichè aveva notato la fluidità e il valore del mio testo. Uscì così il mio primo libro di management. Successivamente l'editore di Tecniche Nuove vista la mia opera mi propose di organizzare una collana per le PMI.

La Fabbrica del Libro
Bollettino di storia dell’editoria in Italia anno V 1/99
Una scelta imprenditoriale: «Il libro per tutti non esiste»
Intervista a Franco Angeli di Ada Gigli Marchetti

D. Cominciamo dalle origini. Quando è nata la Franco Angeli editore e chi l’ha fondata?
R. La casa editrice è nata nel 1955 ed è stata fondata da me. Di fatto però io ho cominciato a dedicarmi all’attività editoriale fin dal 1952, su- bito dopo essermi laureato alla Bocconi con una tesi in Storia economica con Armando Sapori. A partire da quell’anno ho lavorato con mio padre, Dino, editore fin dal 1929 di una rivista, «Il Consulente delle aziende». Questa rivista è stata molto importante e, soprattutto, innovativa. E spie- go perché. Innanzitutto si è rivolta ad un pubblico allora piccolo, ma ben mirato, quello dei dottori commercialisti, allora ai primi passi, e dei dirigenti amministrativi di aziende medio-grandi. In secondo luogo ha trattato con concretezza argomenti sino a quel momento proposti nella «letteratura» del genere in modo alto ed astratto. Un esempio? Invece di pubblicare lunghi articoli a commento delle diverse disposizioni in materia fiscale, di diritto societario, di diritto del lavoro ecc., la rivista si poneva i quesiti che normalmente i clienti sono soliti rivolgere ai loro commercialisti. E dava le risposte. Da quando è uscito il primo numero, «Il Consulente delle aziende» si è diffuso moltissimo ed è diventato, per lunghi anni, un apprezzato servizio di assistenza e consulenza per tutta una serie di grosse aziende. Tra queste, ad esempio, Mondadori, Pirelli, Montecatini, Edison, ecc. 1 temi proposti, e trattati, ovviamente erano legati alla mentalità imprenditoriale dell’epoca, anche se non mancavano quelli che, ancor oggi, sono argomenti di grande interesse ed attualità: valga per tutti il problema delle imposte e di come fare a pagarle.
D. Nulla di nuovo dunque sotto il sole. Ma continuiamo: come Franco Angeli si è «emancipato» da Dino Angeli?
R. Accanto a «Il Consulente delle aziende» io avevo creato un’altra ri- vista, «L’Azienda moderna». La motivazione di fondo che mi aveva spinto a fondare il nuovo periodico era stata la convinzione che nel nostro paese fosse necessario modificare certi comportamenti delle imprese. Pensare che io allora avessi le idee molto chiare e, soprattutto, che avessi già capito quello che oggi sarebbe successo sarebbe veramente sbagliato e, soprattutto, presuntuoso. Tuttavia l’osservazione e la riflessione su quanto nei primi anni ’50 stava accadendo in Italia e non solo in Italia, e sulle nuove correnti di pensiero che allora stavano diffondendosi, mi convinsero che era necessario diffondere tra le imprese italiane una serie di modelli nuovi. Il problema centrale delle imprese allora era quello della razionalizzazione, dell’organizzazione e della creazione di diversi rapporti all’interno delle aziende. Non dimentichiamo che quello era il periodo in cui gli americani attraverso le assegnazioni dei fondi Erp del piano Marshall spingevano le imprese italiane al rinnovo degli impianti e all’adozione di nuovi metodi di organizzazione aziendale. E non dimentichiamo che quello era il periodo in cui andavano diffondendosi i primi studi di psicologia e sociologia del lavoro o, come si diceva allora, indu- striale. Espressione delle nuove esigenze e dei mutamenti che allora andavano maturando nel mondo dell’impresa fu un’altra rivista da me edita quando ero ancora con mio padre nel 1955, «Fattore umano». Si trattava di una «rivista di direzione e organizzazione aziendale», «organo ufficiale dell’Associazione italiana dei tecnici dell’addestramento, del Comitato nazionale dell’organizzazione scientifica del lavoro, dell’Istituto di studi sul lavoro e dell’Istituto per l’addestramento nell’industria». Lavorare a «Fattore umano» (io ero membro del Comitato di redazione) è stata per me un’esperienza molto importante, per due ordini di motivi: innanzitutto perché mi ha reso partecipe di quel movimento che ha cercato di lanciare una cultura diversa da quella tradizionale e che aveva caratterizzato l’atteggiamento degli industriali legati al fascismo; in secondo luogo perché mi ha dato l’occasione di conoscere persone di grande valore. Basti pensare ad Angelo Altarelli, che allora era direttore generale del Ministero del lavoro e sotto la cui spinta nacque, tra l’altro, l’Istituto per l’addestramento nell’industria di cui facevano parte tutte le grandi aziende italiane. E basti pensare a Valerio Bona, presidente dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti, all’on. Ivan Matteo Lombardo, presidente del Comitato nazionale della produttività, all’on. Achille Marazza, presidente dell’Istituto di studi sul lavoro e anche ad alcuni personaggi mitici, quali, ad esempio, la professoressa di Diritto del lavoro Luisa Riva Sanseverino alla cui scuola sono cresciuti personaggi come Gino Giugni e Giuseppe Pera e da tutti – compresi i professori più importanti – sempre chiamata «la Signora», o al prof. Camillo Pellizzi, uno dei padri della sociologia e psicologia del lavoro, all’epoca direttore della divisione Fattore Umano dell’Agenzia europea della produttività.
D. Ritorniamo all’origine del nostro discorso. Nel 1955 dunque Franco Angeli, dopo l’importante esperienza di «Fattore umano», si è emancipato dal padre Dino ed ha fondato una sua casa editrice. Con quale assetto giuridico e con quali trasformazioni, se, ovviamente, ne ha avute?
R. Mentre mio padre continuava a pubblicare la sua rivista, io ho fondato la Franco Angeli editore, una ditta individuale. Nell’83 la ditta indi- viduale si è trasformata in società. I soci erano, e sono, i membri della mia famiglia. La Franco Angeli insomma è un’impresa familiare...
D. Che trae finanziamenti da...
R. ...dal prodotto che commercializza. L’editoria basa la sua prosperità sul prodotto che riesce a diffondere. E si tratta di un prodotto che paga a posteriori con i diritti d’autore. L’editoria insomma non ha bisogno di rilevanti investimenti e non ha un problema di capitali, se non per quanto concerne le librerie. L’editoria, viceversa, ha un solo vero problema, quello di azzeccare i titoli giusti e di mettere insieme un catalogo adeguato.
D. Parliamo allora del tuo catalogo e delle persone che, via via, ti hanno aiutato a costruirlo.
R. Io ho costruito un catalogo rimanendo fedele a una stessa linea editoriale. Ho infatti sempre cercato di proporre e pubblicare libri che meglio interpretassero le esigenze dei tempi e che fossero sensibili ai cambiamenti e all’evoluzione della società nelle sue molteplici pieghe. La casa editrice, nella sua prima fase, ha prodotto testi strettamente operativi e pratici nel campo della formazione di quelli che allora erano chiamati i «capi intermedi» dell’industria, dei venditori e dei manager, affiancando però da subito testi fondamentali del nascente pensiero organizzativo. Cito per tutti F.L. Richardson e Ch. R. Walker, Struttura organizzativa e relazioni industriali, E.W. Balke, Uomini e organizzazione. Il processo di fusione, T.D. Mooney, Uomini e organizzazione, L’automazione nella società industriale, una raccolta di due studi del Department of Scientific and Industrial Research inglese e della Yale University, integrati da un’inchiesta sullo sviluppo dell’automazione in Italia a cui avevano partecipato le maggiori aziende (il libro è uscito nel giugno 1957!). Poi, via via ha dato vita ad opere di più ampio respiro scientifico, spaziando dai campi dell’economia a quelli della politica, delle scienze sociali, della psicologia; Il primo libro di sociologia, Introduzione alla sociologia di G. Santoro, allievo di Camillo Pellizzi, è uscito sempre nel ’56. E per far ciò ho avviato numerose e importanti collane. A metà degli anni Sessanta è nata, ad esempio, la collana di economia che, coordinata da Francesco Indovina, ha visto tra i suoi primi titoli i lavori di personalità quali Angelo Pagani, Prodi e Andreatta. La collana è tuttora in vita. Alla collana di economia, sempre negli anni Sessanta, hanno fatto seguito a ruota molte altre collane: di sociologia, psicologia, storia, urbanistica, architettura... E anche a queste hanno collaborato personalità di rilievo, spesso non solo come direttori, ma anche come autori: basti pensare ad Achille Ardigò, Mario Dal Pra, Giuseppe Cataldi, Federico Caffé, Gino Giugni, Tiziano Treu, Guido Baglioni, Marcello Cesa Bianchi, Luigi Frey, Sergio Vaccà, Renato Treves. Insomma, in tutti questi anni, dalla fondazione ad oggi, la casa editrice ha pubblicato più di 15.000 titoli. La nostra collana che forse conosci meglio, la «verde», «Storia/studi e ricerche», diretta da Marino Berengo e Franco Della Peruta, presto festeggerà l’uscita del trecentesimo titolo!
D. Quanti titoli ha oggi il catalogo della Franco Angeli?
R. Oggi abbiamo un catalogo di circa 7.800 titoli. Ogni anno stampiamo circa 650 novità e tutto il resto è ristampa. In più attualmente pubblichiamo 65 riviste.
D. I tuoi libri sono per lo più raccolti in collane. Perché? E, in particolare, che cosa rende fortunata una collana oltre, ovviamente, al fatto di avere al suo interno dei buoni titoli?
R. Sono convinto che la collana dia una maggiore visibilità al libro. È un elemento significativo per il libraio ed è un elemento di riferimento per il lettore. Ciò che rende particolarmente fortunata una collana – e questo è un elemento che ci distingue da molti altri editori – è la qualità e la responsabilizzazione del direttore. Noi abbiamo avuto, ad esempio, direttori di collana come Franco Mattei e Felice Mortillaro.
D. Quali sono le collane che danno maggiori soddisfazioni dal punto di vista economico? Quelle che ti permettono alte tirature? Non credo siano quelle ad alto livello scientifico o culturale.
R. È abbastanza vero anche se ci sono le dovute eccezioni come il libro di Anna Bravo e Daniele Jalla, La vita offesa. Tuttavia le collane più fortunate, quelle i cui titoli partono con 3-4.000 copie di tiratura e vengono più volte ristampate, sono quelle che sanno meglio rispondere alle esigenze «spicciole» di un dato pubblico in un dato momento, sono quelle cioè che sanno soddisfare alcuni bisogni immediati della società, in modo semplice e rapido. In fondo lo spirito animatore di queste collane non è molto diverso da quello de «Il Consulente delle aziende». Un comune mortale vuole sapere come gestire il proprio patrimonio e come intrattenere i rapporti con la propria banca? Pesca un titolo dalla collana «Soldi» e troverà delle risposte. Una casalinga ha problemi di famiglia o di salute? Pesca un titolo dalla collana «Le Comete» e troverà delle risposte: Per capirsi di più e aiutare chi ci sta accanto, Vivere con l’artrite: strategie vincenti per controllare il dolore e rimanere attivi, La gelosia tra fratelli e come aiutare i nostri figli ad accettare il nuovo arrivato, Vincere la vergogna: come superare la timidezza, l’imbarazzo, rossori e sensi di colpa, La menopausa senza paura: come affrontarla e vivere serenamente. Potrei continuare a lungo.
D. Quali sono i libri che in questo momento stai vendendo di più?
R. Se mi vuoi bene dimmi di no. Regole e potere positivo per aiutare i figli a crescere scritto da Giuliana Ukmar, una psicologa molto brava, è arrivato in due anni all’ottava edizione e Cara TV, con te non ci sto più di Mario Lodi, Alberto Pellai e Vera Slepoj. Accanto a titoli di più largo interesse come questi, ci sono libri rivolti a pubblici molto definiti: ad esempio Il marketing sportivo: analisi, strategie, strumenti di Sergio Cherubini, Il marketing degli enti locali di Mauro Cavallone e Luca Col- leoni, che incontrano un rilevante successo; infine, le diverse collane che abbiamo aperto da qualche anno nel campo dei servizi sociali, in partico- lare «L’operatore sociale nella professione. Manuali per il servizio sociale».
D. Mi hai detto che cosa rende fortunata una collana. Adesso vuoi dirmi cosa rende fortunato un editore, ovvero un’azienda editoriale?
R. La fortuna della mia azienda dipende dal fatto che è, se vogliamo usare il gergo aziendale, una lean organization, un’azienda piatta. Mi spiego meglio. La Franco Angeli non è un’azienda piramidale, ovvero con il capo al vertice. La Franco Angeli è un’azienda piatta, dove ognuno è responsabile del suo settore e il controllo viene esercitato da tutti. A Milano la casa editrice impiega una quindicina di persone e otto sono i capi settore. Dall’84 nella sede aperta a Roma ci sono altre sette persone e altri quattro capi settore.
D. Quali sono gli altri punti di forza della casa editrice?
R. Accanto alla casa editrice vera e propria, opera la Gestioni e Par- tecipazioni, che provvede all’amministrazione e alla distribuzione dei libri. Il che significa che noi non abbiamo magazzino. A partire dalla metà degli anni Sessanta è attiva anche una tipografia, con una decina di persone. E questa ci permette una stampa oculata e ragionata di ogni volume.
D. Se tu dovessi tirare le somme di tutti questi anni di lavoro non potresti non essere molto soddisfatto della tua attività. Un’azienda moderna, di buone proporzioni, editrice di libri di consumo, ma anche di alta qualità...
R. Sì, il mio lavoro mi ha dato molte soddisfazioni. Nel ‘72 mi hanno persino dato l’Ambrogino d’oro e l’unica altra persona vivente a cui è stata consegnata in quell’occasione la medaglia d’oro di benemerenza del Comune di Milano, oltre a me, è stata Carla Fracci. Scherzo. Certo è che io ho sempre cercato di fare il mio mestiere con molta onestà e con professionalità. Nella piena convinzione che il libro per tutti non esista, ho cercato di promuovere un’editoria di alto livello, che tenesse conto degli studi più avanzati e delle ricerche più aggiornate. Ma nello stesso tempo ho cercato di fare un’editoria forse meno «alta», ma certo più mirata ai bisogni, anche minuti e contingenti, della società. Qualche volta sono persino riuscito a precorrere i tempi. Grossi errori non credo di averne mai fatti. Nelle mie decisioni ho sempre cercato di seguire un metodo scientifico: ho fatto delle ipotesi, le ho verificate e ho cercato via via di affinarne i risultati. E sono arrivato qui. 1

UN EDITORE AMICO DELLA FILOSOFIA.
FRANCO ANGELI E MARIO DAL PRA
di Enrico I. Rambaldi
1. Gli anni del miracolo economico iniziavano quando, nel 1952, Franco Angeli (Milano, 5 gennaio 1930-Milano, 3 novembre 2007), fresco di laurea con Armando Sapori in Storia economica alla Bocconi, cominciava a lavorare col padre Dino, che dal 1929 pubblicava «Il Consulente delle aziende», rivista molto diffusa tra i commercialisti. Da figlio d’arte, nella ditta paterna lanciò due nuove riviste: «L’azienda moderna», che in quegli anni di tumultuoso sviluppo entrò autorevolmente nel dibattito sulla razionalizzazione imprenditoriale, e «Fattore umano», che esaminava criticamente i rapporti interpersonali che si instaurano nelle imprese. Fu, «Fattore umano», una esperienza particolarmente importante per il giovane storico economico, che da membro del comitato di redazione «partecip[ò] di quel movimento che ha cercato di lanciare una cultura [dei rapporti produttivi] diversa da quella […] degli industriali legati al fascismo», entrando in contatto con alcuni «personaggi mitici», come Luisa Riva Sanseverino e Camillo Pellizzi, e insieme a loro osservando “dal vivo” le strategie delle confederazioni imprenditoriali e sindacali, i rappresentanti delle due «dramatis personae» del miracolo economico italiano. Il giovane Angeli aveva però un’irrequietezza nuova, tutta sua. «Negli anni Cinquanta lo incontravi al bar Giamaica, nel quartiere di Brera. Tra i compagni di tavolo protagonisti della cultura già affermati, da Giangiacomo Feltrinelli a Luciano Bianciardi ed Ettore Sottsass». Gli uffci dell’azienda familiare gli andavano stretti, e nel 1955 fondò la Franco Angeli Editore; dopo una «prima fase», in cui sostanzialmente si mosse nel solco paterno pubblicando testi d’interesse aziendale, volti a «quelli che allora erano chiamati i “capi intermedi” dell’industria», allargò il campo a «testi fondamentali del nascente pensiero organizzativo», di più netta impronta teorica e con taglio già da manuale d’istruzione superiore, talvolta arricchito da inchieste storico-conoscitive. Ma era, Franco Angeli, uomo insofferente agli schemi; fermamente di sinistra ma estraneo ad ideologismi, «portò un soffio di novità nella cultura» aziendale; convinto che «un’impresa “moderna”, ben gestita, molto professionalizzata, che attivasse relazioni industriali non paternalistiche, non pote[sse] che fare bene al paese e anche ai lavoratori”», si lanciò «in una sfida […] che aveva del temerario», creando una casa editrice che dedicava grande attenzione «all’impresa, ai “padroni”». Ben presto ampliò però l’alveo di quella linea editoriale anche a testi di studio universitario e di ricerca scientifica, avviando la rapida espansione del catalogo; a solo elencarli, i titoli delle centinaia e centinaia di volumi pubblicati occupano oggi duecentodiciassette pagine! Per consolidare questo indirizzo, nel 1968 chiamò accanto a sé Renata Colorni, laureata in Filosofia alla Statale e che collaborava con Franco Alessio, allora titolare di Storia della filosofia medioevale; poco dopo le affiancò Franco Occhetto.
Nel solco di quanto da tempo faceva con studiosi suoi amici – gli storici Franco Della Peruta e Marino Berengo, il geografo Lucio Gambi, l’economista Francesco Indovina ..., già coinvolti con le attività della casa editrice –, e come avrebbe sempre continuato a fare, ad es. tenendo personalmente, negli anni Settanta, i contatti con Mario Dal Pra, ai due nuovi giovani collaboratori Franco Angeli diede l’incarico di ampliare il catalogo alla cultura universitaria. Nacquero così nuove collane, alle quali s’appassionò non solo come editore, ma anche come umanista e persino come redattore: Renata Colorni, che rimase in casa editrice cinque anni, lo ricorda indifferente a problemi di status sociale e di ricchezza personale, determinato a non restare un editore “aziendale”, estremamente curioso, di spiccata sensibilità umanistica e molto interessato alla storia ed alla filosofia; Francesco Indovina racconta che, nei primi anni Sessanta, correggeva di suo pugno le traduzioni e interveniva sulle partizioni dei volumi. Venne così definendosi, tra gli anni Sessanta e Settanta, la linea della casa editrice; il vastissimo catalogo rispecchia la personalità di Franco Angeli, al quale, osserva Guido Baglioni, spesso vennero «imputati due limiti»: che «pubblica[sse] “di tutto”», senza offrire «una produzione selezionata», e che mancasse di precise «strategie editoriali […] motivate sul piano scientifico o sul piano dei valori ideologici, politici, sociali». Il “secondo limite”, ribatte Baglioni, «non esiste», e già le poche notizie fin qui riferite bastano a confermarlo. Ché se certo Angeli non ebbe mai il peso che nella prima metà del secolo ebbe la Laterza di Benedetto Croce, né quello che nel secondo dopoguerra ebbero prima Einaudi, poi il Mulino, e se non puntò mai ad essere l’editore di riferimento di interi settori intellettuali delle classi dirigenti, né aspirò a intercettare strategie culturali “egemoni” in senso gramsciano, tuttavia è incontestabile che il suo catalogo abbia accompagnato, e in molti casi anticipato, il «rinnovamento dell’Italia che […] fra i Cinquanta e i Sessanta, stava prendendo forma», tanto che «si può affermare senza timore di sbagliare che la cultura aziendale nel nostro paese è cresciuta insieme a Franco Angeli e a pochi altri anticipatori».
Quanto al “primo limite”, Baglioni ha ragione ad osservare che il cata- logo contiene «libri e riviste di ottimo livello», e che dunque l’atteggiamento non rigidamente selettivo «ha favorito molti giovani» ed evitato errori che gli editori di più marcato profilo «commettono non di rado». A queste considerazioni ne vanno però aggiunte almeno altre due: la prima è che la casa editrice ha criteri di selezione sì morbidi, ma non assenti, come mostra, ad es., un episodio accaduto dopo la scomparsa di Dal Pra, quando Davide Bigalli, Guido Canziani, Mariateresa Fumagalli, Gregorio Piaia e io subentrammo nella direzione della collana di «Filosofia». Ebbi allora vari incontri con Franco Angeli, tra i quali uno molto amichevole a casa sua, nel quale mi ribadì che il criterio direttivo della collana era sempre stato la qualità, e si aspettava continuasse ad esserlo; ed insistette, come dirà altra volta, che «ciò che rende particolarmente fortunata una collana – e questo è un elemento che ci distingue da molti altri editori – è la qualità e la responsabilizzazione del direttore», precisando che anche se i tempi non erano tali, che l’editoria accademica potesse fare a meno di contributi universitari, ministeriali, del Cnr ecc., tuttavia la Franco Angeli non era una tipografia, ma una casa editrice con un suo profilo culturale, e tale intendeva restare; e che dunque i contributi non erano assolutamente bastanti, da soli, a fargli accogliere un libro. Altra volta si espresse così: quel che contava, era pubblicare «i titoli giusti e […] mettere insieme un catalogo adeguato […] Io ho costruito un catalogo rimanendo fedele a una stessa linea editoriale. Ho infatti sempre cercato di proporre e pubblicare libri che meglio interpretassero le esigenze dei tempi e che fossero sensibili ai cambiamenti e all’evoluzione della società nelle sue molteplici pieghe».
La seconda precisazione è spiegare che cosa significasse, per Franco Angeli, una politica editoriale aperta ai giovani, e mostrare che non immolava la qualità al fatturato. Come esempio, ci si può brevemente soffermare sulla collana di «Studi e ricerche storiche», avviata nel 1979 da Marino Berengo (cui, alla morte, subentrò Carlo Capra) e Franco Della Peruta, e che Franco Angeli chiamava «la “verde”»; nel ‘manifesto’ che espone intenti programmatici ed indirizzi di fondo della collana, si legge che essa «è aperta alla “ricerca storica”, nella varietà e ricchezza dei suoi temi: politici, culturali, religiosi, economici e sociali; e spazia nel lungo arco di secoli dalle origini dell’età moderna ai nostri giorni. La Collana non si propone di riesumare “classici” della storiografia, o di tradurre opere straniere; suo specifico intento è di raccogliere nuove voci della cultura storica italiana.
Contributi originali, dunque; in prevalenza dovuti a giovani studiosi, di vario orientamento e provenienza», con un impianto «agile ed essenziale, che entra nel vivo del lavoro storiografico in atto nel nostro paese». Orbene, basta scorrere titoli ed autori per constatare che dando spazio a «giovani studiosi» la collana, che del resto ha pubblicato anche titoli di molti studiosi già insigni (Giuseppe Galasso, Paolo Simoncelli, Angelo Ventura …), non ha certo abbassato il livello qualitativo. Le collaborazioni editoriali furono una costante dell’attività di Mario Dal Pra, sin da quando, combattente clandestino di Giustizia e Libertà a Milano, collaborava con «l’impresa editoriale dei Fratelli Bocca […] dove lavravo sotto falso nome»; anche dopo la Liberazione lavorò «assiduamente […] presso l’Editore Bocca», dirigendo l’«ambizioso progetto editoriale della Storia universale della filosofia » impostato da Piero Martinetti, nel cui ambito pubblicò, oltre ai suoi, titoli di altri studiosi allora giovani e non ancora cattedrattici, come ad es. Eugenio Garin. E fu in questo contesto che, nel 1946, Dal Pra fondò la «Rivista di storia della filosofia ». Quando, nel 1955, Bocca cessò l’attività, Dal Pra iniziò un’intensa collaborazione con La Nuova Italia, anche con la quale i rapporti risalivano al periodo della Resistenza, per i legami che l’antifascismo vicentino ebbe con Tristano Codignola ed Enzo Enriquez Agnoletti.
Dal Pra trasferì presso l’editore fiorentino la «Rivista» ed i titoli filosofici della collana di Facoltà, incardinandovi anche quella del «Centro di studi del pensiero filosofico del Cinque- cento e del Seicento in relazione ai problemi della scienza» del Consiglio Nazionale delle Ricerche, del quale era stato fondatore e fu a lungo direttore. Anche da La Nuova Italia Dal Pra impresse la propria orma sulle collane filosofiche, promuovendo traduzioni e scrivendo «Presentazioni» di opere, che confermano la sua predilezione per quei «libri che possono determinarsi come “classici”, o perché sono costituiti da vere e proprie opere dei maggiori filosofi, o perché sono rappresentanti di studi e ricerche di così alto livello, nel loro campo, da poter essere considerati come modelli»; predilezione ovviamente riscontrabile anche nelle sue collaborazioni alla celebre collana dei «Classici della filosofia », dove affidò ad un traduttore di sua fiucia, Gian Antonio De Toni, un’antologia (predisposta da me) degli Annali di Arnold Ruge. Basta scorrere l’elenco delle sue «Presentazioni», per constatare che nelle scelte editoriali Dal Pra era guidato dal criterio di illuminare con testi “classici” il dibattito filosofico via via in corso: con Russell, Dewey e Cassirer, pubblicò autori di riferimento del movimento neoilluministico e dell’empirismo critico, del quale egli stesso e Preti erano stati tra i protagonisti; con i volumi di Hyppolite e Marcuse, mirò a dare maggior consistenza al gran parlare di Hegel degli inquieti anni della contestazione. Dato che i rapporti con La Nuova Italia erano così articolati, la decisione di passare ad Angeli non poté non essere, per Dal Pra, molto riflettuta.
I contatti con Franco Angeli cominciarono verso la fine degli anni Settanta, e tra i due si venne via via instaurando un rapporto molto amichevole e di profonda stima, che entrambi – mi narra Isabella Francisci, tutt’ora presente in casa editrice – coltivavano con cura: quando Dal Pra, ed accadeva spesso, si recava nella sede di viale Monza, Angeli lo riceveva per lo più personalmente, e parlandone con i collaboratori lo descriveva come un «grande maestro», che portava alla casa editrice titoli di qualità, era affidabile nei giudizi e preciso nelle scadenze. Dell’amicizia di Dal Pra per Angeli testimonia anche Marcello Del Vecchio, che ricorda il suo «entusiasmo» di poter fondare una nuova collana filosofica con un editore «moderno, capace ed intelligente». Una prova della confidente amicizia tra i due è il parere "libero e spassionato" espresso da Dal Pra sulla richiesta, che gli era stata avanzata da Franco Angeli, di incorporare, tra i molti periodici che la casa editrice già pubblicava, una rivista presente da qualche tempo nel dibattito filosofico, e che versava in difficoltà economiche. Dal Pra lo sconsigliò risolutamente, convinto che «dietro delle parole più o meno fumose» quella rivista nascondesse «il vuoto o l’indeterminato», e dunque andasse in direzione opposta al piano di lavoro che, nei loro colloqui, Dal Pra e Angeli venivano da tempo definendo, ch’era di creare iniziative editoriali concettualmente ben definite, aperte sul dibattito filosofico e con ampi riferimenti ai classici. Quella in questione era invece, secondo Dal Pra, una delle «troppe riviste “di scuola”» imperversanti in Italia, «che sono poi riviste “di moda”, che si accodano alle ultime trovate di qualche gruppo o francese o tedesco […]. Quanto più l’app renza è “critica” e “radicale” tanto meno si va a fondo di qualche cosa, accontentandosi di far intravvedere chissà quali reconditi veri […]. A mio modesto avviso, è un guazzabuglio di varie idee, ben mescolate e ben confuse, di cui fra non molto non si terrà conto alcuno». Insieme all’amicizia e la stima, la collaborazione tra Mario Dal Pra e Franco Angeli riposava su di un tratto peculiare che rendeva affini le loro due personalità, per altri versi diversissime: Dal Pra, studioso rigoroso e profondo, era del tutto estraneo a scelte culturali, e dunque anche editoriali, men che profondamente meditate o non corroborate da una solida tradizione critica; tale caratteristica ben si sposava col criterio seguito da Angeli nella conduzione della casa editrice: «Nelle mie decisioni ho sempre cercato di seguire un metodo scientifico: ho fatto delle ipotesi, le ho verificate e ho cercato via via di affinarne i risultati».
Queste le comuni premesse, venne naturale che la loro collaborazione si basasse su di una consapevole visione d’insieme del diìbattito filosofico italiano e un’avveduta valutazione del mercato editoriale, come mostra la Relazione sull’andamento del mercato universitario e professionale della filosofia che il 1° maggio 1979 Dal Pra inviò direttamente a Franco Angeli. Il dattiloscritto, di sei facciate, conservato negli archivi della casa editrice e con sottolineature a matita che mostrano l’attenta lettura che ne fece Angeli si apre con un giudizio severo sugli ultimi vent’anni di dibattito filosofico italiano: in ambito accademico i libri sono per lo più sovvenzionati, e solo rare «personalità singole di molto interesse» (c. 2) hanno ancora accesso a «grandi editori» (c. 1). Questa stagnazione è dovuta anche al fatto che maestri «più o meno affermati» (c. 1) lasciano ora il passo alla generazione degli allievi, tra i quali si ravvisa uno «stemperarsi dell’originalità» (c. 2), un «livello […] sensibilmente abbassato» (c. 1) e un mancato rinnovare dei «temi dottrinali» (c. 1), dato che è «senza soluzione di continuità» (c. 1) che succedono ai loro maestri. Di scarso livello anche la produzione filosofica «di carattere ideologico» (c. 1), che si sottrae ai «condizionamenti accademici» (c. 1) e vuol collegarsi allo «sviluppo della coscienza civile» (c. 1), ma nell’insieme propone «soluzioni […] dogmatiche e […] goffamente predicatorie e precettistiche» (c. 3). È dunque tutto il dibattito filosofico italiano ad essere depresso, e ne è segno «evidente» (c. 2) il «diradarsi della circolazione di opere classiche» (c. 2). Migliore la situazione all’estero; nel mondo anglsassone la vita universitaria ha «una connessione più profonda e più semplice col mondo concreto della realtà storica» (c. 3), mentre in Germania trae ancora «orientamenti di grande vitalità» (c. 3) dalla grande tradizione teorica. Anche la produzione filosofica non accademica estera è ben giudicata da Dal Pra, che non la definisce “ideologica”, ma «giovanile» (c. 3), differenziandola dal «carattere ideologico» (c. 1) della nostra per il continuo «contatto con i classici» (c. 3), che la rende meno affltta da «pedantismo» (c. 3), «più sostanziale» (c. 3) e di «maggiore agilità» (c. 3).
I giudizi, come si vede, sono insieme specifici e concisi: in due facciate e mezza vengono descritti il dibattito filosofico italiano ed estero e caratterizzati due ambiti differenti, quello accademico e quello ideologico; i giudizi sono precisi, taglienti talvolta, e senza che Dal Pra si soffermi a didatticamente illustrarli: l’andamento è quello di una lettera che Dal Pra avrebbe potuto scrivere ad un collega amico, con stile da intelligenti pauca. E un analogo parlarsi “da pari a pari” troviamo nelle considerazioni svolte da Dal Pra sul terreno ch’era invece specifico di Franco Angeli editore, entrando con agio e senza soggezione in questioni che potremmo definire di macroeconomia editoriale. Alla scadente qualità del dibattito filosofico non corrisponde, osserva Dal Pra, una stagnazione nel mercato dei libri di filosofia ; c’è anzi «un certo scompenso tra la produzione filosofica » (c. 5) e «l’esigenza di libri filosofioci di alto livello scientifico che anima una parte consistente del mercato» (c. 6), e sono parecchi i «grandi editori» (c. 3) che giudicano positivamente «la vendita dei libri di F. presso gli studenti universitari» (c. 3); lettori potenziali che Dal Pra stima «tra i trentamila e i quarantamila» (c. 4). La differenza la fanno ancora una volta i classici: «i fenomeni più significativi del mercato in parola sono forse stati, negli ultimi anni, i tentativi riusciti di alcuni editori di riprendere vecchie edizioni di classici di grande rilievo e di studi di grande livello filosofico e di riproporle in edizioni economiche. Volumi filosofici che, per l’innanzi, venivano venduti molto lentamente, col nuovo criterio hanno incontrato molto più largo favore » (c. 4), tanto che le «edizioni economiche» (c. 4) della Fenomenologia e dei Grundrisse si vendono «come se si trattasse di romanzi» (c. 4).
Secondo Dal Pra, è quindi proprio lo “scompenso” tra mercato e dibattito filosofico «a suggerire le linee di una possibile politica editoriale» (c. 6) incentrata sul concetto, che si è già anticipato, dei «libri che possono determinarsi come “classici”, o perché sono costituiti da vere e proprie opere dei maggiori filosofi, o perché sono rappresentanti di studi e ricerche di così alto livello, nel loro campo, da poter essere considerati come modelli». E poiché tale “scompenso” non sarà un «fatto permanente della nostra situazione culturale» (c. 6), e col tempo verrà certo superato, esso condiziona anche i tempi della politica editoriale, che deve realizzarsi ne «l’immediato futuro» (c. 6); potrebbe infatti accadere che un temuto «aumento dei costi tipografici finisca per portare i prezzi dei libri filosoficii, pur con tutti gli accorgimenti del caso, a limiti di rottura e cioè di sopportabilità, al di là dei quali probabilmente il fenomeno più sopra illustrato potrebbe cessare in tutto o in parte» (c. 4). Tre dunque le direttrici di politica editoriale proposta da Dal Pra: pubblicare a) classici; b) monografie che svolgano un’«azione di svecchiamento» (c. 6); c) «bandire la semplice ripetizione dei temi tradizionali» (c. 6). La traduzione in realtà di questi criteri si ebbe con la collana di «Filosofia». Fino alle Lettere di Hume, quinto volume della collana ed apparse nel 1983, il “manifesto” stampato nell’antiporta per enunciarne i criteri scientifici recita che la collana «si propone di documentare e di promuovere, nel dibattito filosofico contemporaneo, il costituirsi di un valido indirizzo empiristico [con riferimento] al libero sviluppo dell’esperienza».
Pur senza far nomi né distribuire etichette, si delineano le grandi linee di due versanti interconnessi: quello dell’empirismo critico di Giulio Preti, volto soprattutto all’«analisi [e] all’indagine sulle strutture» dell’esperienza, vagliata nelle sue espressioni attinenti la «conoscenza scientifica» e «filosofica» (comprensiva anche «del mondo dei valori»), ed il versante dello storicismo critico dello stesso Dal Pra, volto alla «esplicazione e comprensione del divenire storico» ed all’indagine storiogracfia degli «apporti più rilevanti della tradizione filosofica » (compresi quelli della «tradizione metafisica», che ha anch’essa potentemente contribuito, con le indagini sull’essere, «a precisare il senso della realtà»). Quest’apertura sull’esperienza, che così formulata già implica la preminenza dei classici, viene poi ampliata al confronto col dibattito contemporaneo, in base al presupposto che in esso siano «molte le correnti che concorrono a costituire un indirizzo empiristico nella sua forma più problematica ed aperta»: non solo l’empirismo logico e la F. analitica, ma anche l’esistenzialismo, che indaga l’esperienza vissuta; la fenomenologia e il trascendentalismo neo-kantiano, che ne hanno una concezione non psicologica ma funzionale; il pragmatismo, per una concezione strumentale della conoscenza; il marxismo, che cerca una sintesi tra teoria e prassi nell’interpretazione dello sviluppo storico e del «processo di liberazione dell’uomo». Durante i dodici anni in cui, prima della scomparsa, la diresse, Dal Pra tenne conto, nella formulazione dei criteri scientifici ispiratori della collana, dei mutamenti che via via intervenivano nel dibattito filosofico.
Questo aspetto è di particolare interesse, e manifesta la duttilità culturale di Dal Pra; egli, che per tutta la vita ebbe anche spiccati interessi teorici, nutriti soprattutto da un’insopita passione per la F. pratica, e che in una continua rimeditazione degli elementi cardini del proprio pensiero passò da una concezione profondamente cristiana dapprima, durante la lotta antifascista, all’immanentismo crociano, poi al trascendentalismo della prassi ed infine allo storicismo critico, fu sempre anche, in tutto l’arco della sua riflessione teorica e morale, soprattutto uno storico, e dunque estremamente attento a cogliere i mutamenti e le evoluzioni del dibattito filosofico. Di questa ricettiva duttilità fanno fede anche altre due Relazioni inviate da Dal Pra ad Angeli. La seconda Relazione sull’andamento del mercato universitario e professionale nell’ambito della F. (2 maggio 1982), di cinque facciate e mezza, tratta di nuovo l’aspetto culturale del dibattito italiano ed estero, e propone le linee generali di una politica editoriale. L’esordio è meno pessimistico che nella Prima relazione: Dal Pra si mostra convinto che il dibattito si sia elevato, soprattutto per l’aumentata circolazione degli studiosi anche fuori dagli steccati dei singoli dipartimenti, in più vasti confronti costruttivi. Ciò ha attenuato lo iato tra F. accademica e ideologica ed il divario tra produzione filosofica straniera ed italiana; nella nostra produzione si rileva «ancora una certa proporzione, troppo elevata, di tentativi embrionali, di prove scolastiche, di progetti più abbozzati che svolti» (c. 3), ma nell’insieme i nostri libri di F. reggono il confronto con il dibattito tradizionale.
Gli indirizzi maggiori sono costituiti dall’ermeneutica, dal razionalismo critico e dalla F. della prassi. L’«ermeneutica […] si rifà […] al ripensamento di alcuni temi dell’opera di Heidegger» (c. 1), trattando anche problemi linguistici, di metodo e di costruzione delle scienze umane e sociali, con riferimento anche all’antropologia, alla psicologia ed alla psichiatria. Il «razionalismo critico» (c. 1) ruota invece intorno alla figura di Popper, sviluppando temi neo-positivistici in un dibattito epistemologico e di F. della scienza che, oltre alle scienze sociali, comprende quelle naturali e fisico-matematiche. Nell’alveo di questo indirizzo si distinguono due correnti: l’una, d’origine anglosassone, «accentua la destrutturazione delle tradizionali categorie della costruzione conoscitiva razionale» (c. 1), per enfatizzare gli aspetti inventivi, mentre l’altra si richiama al «neo-razionalismo degli anni Cinquanta e Sessanta» (c. 1) per contrastare l’irrazionalismo. Infine la «F: della prassi» (c. 1) verte, in presenza dell’ormai inoppugnata «crisi del marxismo» (c. 1), sull’analisi dello sviluppo storico e la «considerazione che se ne può ricavare in ordine alla modificazione e trasformazione della realtà» (c. 2). Solo qualche cenno sulla produzione estera, e sostanzialmente solo per annotare che, rispetto al 1979, il divario da quella italiana si è attenuato, e che i nostri libri di F. possono «reggere abbastanza bene il confronto» (c. 3) con quelli stranieri. Così, in meno di due facciate e col piglio sicuro di chi, certo di venir inteso, scrive senza lungaggini a un amico su argomenti di comune competenza, Dal Pra delinea i capisaldi di tre indirizzi filosofici. Reputa superfluo spiegare, ad es., come si configuri la distinzione, nell’indirizzo del «razionalismo critico», tra l’“inventività” di Feyerabend, del quale qualche anno prima (1979) Giorello aveva presentato Contro il metodo, ed il neorazionalismo (o neoillu- minismo) degli anni Cinquanta e Sessanta, del quale, insieme a Preti, Abbagnano, Bobbio e Garin, anche lo stesso Dal Pra era stato protagonista.
E, come già nella Relazione del 1979, anche in questa del 1982 Dal Pra entra con tranquilla sicurezza in problemi di strategia editoriale, osservando che se tre anni prima alla stagnazione del dibattito italiano faceva da contrappeso un vivace mercato di libri filosofici, ora la situazione appare rovesciata: «l’andamento del mercato librario in genere, e di quello filosofico in particolare, [pare] non si sottragga, o si sottragga in modo molto limitato, alle generali condizioni della vita economica in Italia, che sono, attualmente, poco felici ed assai tormentate» (c. 3): i prezzi dei libri sono cresciuti, mentre sui potenziali acquirenti (studiosi, studenti universitari e professori delle superiori) «la crisi economica incide in modo più largo ed approfondito» (c. 3), tanto che la filosofia è uscita dal raggio d’interesse dei «maggiori editori che puntano su edizioni a forte tiratura» (c. 3), ed il mercato filosofico è appannaggio di editori minori, per lo più sovvenzionati. Il principio generale enunciato da Dal Pra per uscire dalla crisi è che la vitalità delle indagini filosofiche sta nella capacità di dare risposte ai «motivi problematici presenti nella coscienza attuale della società» (c. 4). Occorre quindi «abbozzare una scala delle esigenze» (c. 4) socialmente più sentite, che Dal Pra delinea così: «in primo luogo [occorre guardare ai] saggi che discutono e analizzano la “crisi dei valori” in cui si muove l’età contemporanea» (c. 4); in secondo, ai «saggi dedicati agli sviluppi metodici e generali riguardanti le scienze umane e sociali» (c. 4); in terzo, a quelli su «lo sviluppo metodico delle scienze naturali» (c. 4).
Di qui Dal Pra fa discendere concrete in- dicazioni commerciali: a) poiché la crisi limita il potere d’acquisto, e non è da prevedersi che tale stato di cose «possa attenuarsi in un prossimo futuro» (c. 4), è necessario «curare l’acquisto dei libri filosoficii da parte delle biblioteche» (c. 4); b) occorre promuovere una «capillare propaganda presso i docenti universitari» (c. 4), pubblicando libri che possano venire adottati; c) vanno coperti tutt’e tre gli indirizzi generali presenti nel dibattito, ma sempre «operando una selezione rigorosa» (c. 5) ed «evitando di attribuire rilievo primario a prodotti troppo occasionali e pertanto più sicuramente effimeri» (c. 5). La preminenza spetta dunque, come sempre in Dal Pra, ai «grandi classici» (c. 4): ai grandi autori, come Hegel, o a quei «pensatori che hanno lasciato un segno particolare in un campo culturale determinato» (c. 4), come Weber, Nietzsche o Freud. Questo concetto, che per fronteggiare la crisi in atto si dovesse non seguire le mode, ma pubblicare “buoni libri”, dovette esser spesso al centro dei colloqui tra Dal Pra ed Angeli; ne reca traccia, ad es., la lettera scritta da Dal Pra il 15 giugno 1982: «La ringrazio vivamente del lungo incontro di ieri e mi scuso del tempo che Le ho rubato. Un’indicazione è risultata dall’esame che Lei ha fatto dei primi sviluppi dei due primi volumi [Per una fenomenologia della coscienza interna del tempo (1893-1917) di Husserl, e I cardini della metafisica di Herbart]”: e cioè che il volume, anche di costo non modesto, ma di autore di grande rilievo, e di immediata attualità, finisce per avere un seguito significativo ». Secondo le prospettive indicate dalla Seconda relazione viene riformulato, a partire (1983) dal settimo titolo della collana, In principio era la carne di Giulio Preti, anche il “manifesto” dell’antiporta. Pur nella sostanziale coerenza con la prima enunciazione degli obiettivi culturali della collana, i mutamenti sono sensibili: viene introdotto un cenno all’ermeneutica e cancellato l’esplicito riferimento al marxismo, mentre alla tradizione metfisica non viene più riconosciuto di aver positivamente contribuito alla precisazione della realtà, ma, più restrittivamente, di essere manifestazione de «l’intenzionalità unitaria del sapere», e di come tale concorrere, insieme al polo opposto degli indirizzi imperniati su «l’esame critico dell’esperienza», a generare una positiva tensione per integrare le due istanze, evitando «sia il dogmatismo della metafisica astratta che la dispersione amorfa dell’osservazione immediata».
Riformulato anche l’elenco delle correnti contemporanee: a quello che dettagliatamente enumerava l’empirismo logico, l’esistenzialismo, il pragmatismo, il marxismo ecc., subentrano, in termini più generali, l’analisi del linguaggio, le ricerche ermeneutiche ed epistemologiche, le riflessioni sul processo storico-sociale e sul «rapporto tra teoria e prassi», sempre inteso come volto alla «trasformazione della realtà [… e] liberazione dell’uomo». L’anno dopo, il 15 settembre 1983, Dal Pra spediva ad Angeli una terza e più ampia Relazione sull’andamento del mercato per quanto riguarda le pubblicazioni di filosofia. Nella lettera d’accompagnamento, scriveva : «Ormai si è chiuso il periodo iniziale della collana stessa e si entra in una fase in cui la delineazione di un programma ha ancora maggiore importanza. Così si riuscirà a evitare soluzioni solo occasionali, anche se plausibili, e si potrà perseguire una linea di politica culturale più determinata». Le vendite, prosegue, sono state finora «non […] molto incoraggianti», ma ciò era dovuto alla fase iniziale, quando la collana aveva ancora pochi volumi, e dunque un profilo debole; ma ora «i volumi pubblicati si aggirano sulla decina e si dovrà vedere se il pubblico riserva alla collana una accoglienza apprezzabile. Naturalmente io non solo me lo auguro, ma conto di fare quanto a me è possibile perché ciò avvenga». .....

Eugenio Caruso - 16 gennaio 2021

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